
La berlina della Procura lasciò il Palazzo di Giustizia svoltando lungo le arterie del centro, passando per via Mozart, dove risiedeva parte della famiglia della vittima. Ma la meta non era il Palazzo Prinsivalli, il delitto era avvenuto a CityLife, dove Vittoria viveva da alcuni anni e dove ora giaceva il suo corpo senza vita. Laura Garneri, passando davanti al Palazzo, aveva rivisto le grandi finestre oscurate da pesanti tende di broccato. Lì dentro, protetta da mura che avevano resistito a due secoli di mutazioni urbane, la novantacinquenne bisnonna della defunta Vittoria, ossia donna Clelia Topazia "Crudelia" Hagauer, Prima Signora Prinsivalli, manteneva in vita il suo salotto, insieme ad altre tre cariatidi sue coetanee, una Borromeo, una Visconti di Modrone e una Cavalli Sforza, che costituivano il nucleo del circolo soprannominato "Le Quattro Streghe", da chi non vi era ammesso, e celebravano ogni pomeriggio il rito sacro delle partite di canasta, durante il quale si aggiornavano sui pettegolezzi più recenti, scagliando anatemi dinastici, tra cui il famoso mantra di Crudelia: "Che indecenza!". Da molti anni, invece, il Patriarca Giorgio aveva abbandonato la città per rifugiarsi nella monumentale villa di Vimercate, in stile Tudor, su una penisola circondata dalle acque immobili di un laghetto, a sua volta circondato da un immenso parco privato. A novantasei anni, Giorgio Prinsivalli era, come tutti gli uomini di potere, incapace di ammettere a se stesso il proprio declino ed ora la sorte lo aveva condannato a guardare la sua stirpe crollare prima di lui, ed estinguersi davanti ai suoi occhi.
Mentre Laura si era persa nei ricordi legati a quelle persone, com'erano quindici anni prima, l’auto superò i cancelli di Largo Domodossola sotto una pioggia sempre più torrenziale. Le grandi fontane ornamentali di CityLife, i cui giochi d'acqua si perdevano tra le pozzanghere dei centosettantatremila metri quadrati di quel "paradiso artificiale", scorrevano veloci oltre il finestrino appannato. Laura fissò le bocche di scolo: sapeva che sotto la superficie si nascondeva un dedalo sotterraneo di cunicoli, vani tecnici e condotte idriche. Un sottosuolo artificiale che, sentiva, avrebbe dovuto esplorare alla ricerca di ciò che era stato rimosso dalla vista del mondo e persino dalle mappe idrografiche.
L’auto si arrestò ai piedi della torre più prestigiosa e slanciata del complesso, un monumento d'acciaio e vetro che torceva la propria linea verso le nuvole basse. Scesero, protetti da impermeabili e ombrelli, e si ripulirono scrupolosamente. L’ascensore ad alta velocità inghiottì i piani con un ronzio pneumatico costante; un crescendo che lasciava nei timpani una pressione fastidiosa, quasi a voler separare fisicamente gli inquilini e gli inquirenti dalla realtà del fango stradale per proiettarli in un'altra dimensione.
Prima di entrare indossarono i guanti, una cuffia di plastica e un soprabito sempre in plastica leggera, ma sufficiente a evitare ogni interferenza sulla scena del delitto.
Quando le porte si aprirono sull'attico, l'urto visivo fu esattamente ciò che Laura profondamente detestava: l'interpretazione speculativa del New York State of Mind che ossessionava la Milano dei consulenti finanziari e legali corporate del settore Fusioni e Acquisizioni. Questa nuova concezione era partita dagli open space per arrivare a qualcosa di inumano, uno spazio immenso, semivuoto, concepito secondo un minimalismo geometrico che confondeva il vuoto esistenziale con l'eleganza. Le pareti, di un bianco gessoso, mostravano tre grandi rettangoli di intonaco più chiaro, le ferite lasciate dal furto recente di un Fontana, un Burri e un Rothko.
Al centro del salone dominava, sempre secondo lo stile americano, la mastodontica isola della cucina in marmo sintetico scuro, un blocco monolitico spoglio e privo di qualsiasi incavo per alloggiare le gambe, circondato da sgabelli sagomati in metallo lucido. Sul piano giacevano gli avanzi di un pasto a base di poke e sushi d'avanguardia, cibi cotti senza fuoco e consumati in fretta.
Nelle scansie a muro non c’erano libri; l’unica letteratura concessa erano le coppe d'oro e d’argento e i trofei della ginnastica acrobatica, l'unico grande amore di Vittoria Prinsivalli. Poco distante, un pianobar dalle dimensioni spropositate ospitava bottiglie semivuote di distillati rari e calici abbandonati, testimoni di una solitudine dorata.
E al centro di questa sala che pareva già un obitorio giaceva il corpo seminudo e cosparso di sangue dell'ormai ex-ereditiera più invidiata di Milano.
La luce che, dalle vetrate doveva normalente essere abbagliante, quel giorno di pioggia era cupa come la scena del crimine, tanto che per vederci chiaro erano stati portate alcune luci aggiungive, dei fari che parevano tagliare la penombra sopra lo scempio di quel luogo che già di per sé, prima di diventare la scena del crimine, era emotivamente vuoto, per come era stato creato e arredato, si riempiva di vuoto.
Ed era un vuoto tutto da interpretare, cercando di connettere i dati crudi del presente con quelli dolceamari di un passato che Laura non era riuscita a dimenticare. Vittoria, la sua amica del cuore era sempre stata un mistero, ma il suo egocentrismo aveva prevalso. Tutto parlava di lei in quell'attico apparentemente asettico: ogni centimetro parlava di lei, l'erede dell'Impero Prinsivalli, del suo mistero e della fragilità che si nascondeva dietro la facciata da Miss Perfezione, che si compiaceva di se stessa. E la nota di massimo narcisismo era impressa sulla parete principale: un ritratto di Vittoria eseguito secondo le ultime tendenze dell'arte digitale di consumo, un obbrobrio espressivo incastonato nell'intonaco. Dietro la tela ribaltata, lo sportello della cassaforte era spalancato; all'interno erano rimasti soltanto documenti cartacei minori e polizze ordinarie, carte legate a qualche noiosa due diligence che Baccarani liquidò con un'occhiata, ma che lasciarono Laura profondamente perplessa per la loro sorprendente irrilevanza.
Il pavimento in resina grigia era devastato da numerose pedate. Il Colonnello Esposito, comandante territoriale dell'Arma, si muoveva tra i rilievi con un'aria di totale e quasi comica inadeguatezza. Appariva fuori luogo, con la sua gestualità espressiva e il suo accento fieramente napoletano, nell'indifferenza olimpica dello skyline milanese. I suoi carabinieri avevano già dozzinalmente calpestato e contaminato ogni centimetro della scena del crimine, lasciando impronte d'ordinanza sopra il sangue schizzato dappertutto.
L'ufficiale dei RIS era infuriato a causa di quel disastro procedurale: <<Vi rendete conto di cos'avete fatto? Non vi ha insegnato niente il caso di Garlasco? Sant'Iddio, persino il mio gatto avrebbe saputo fare meglio!>>
Esposito allargò le braccia: <<Non guardi me! Io non ero ancora arrivato! Ero a Santa Margherita quando mi hanno avvertito!>>
L'ufficiale non ci vide più: <<E quando hanno rivoltato il cadavere lei dov'era? A Rapallo? A Portofino?>>
Il Procuratore Aggiunto intervenne: <<Signori, vi prego di abbassare i toni. Il danno ormai è fatto, ora sono certo che i Reparti Investigativi Speciali faranno del loro meglio per ricostruire la scena originale, nei limiti del possibile. Ognuno si attenga ai protocolli e non deve trapelare nulla di queste... come dire... irregolarità. Ne va della rispettabilità delle Istituzioni. Se perdiamo la fiducia della gente, è finita. Quindi ognuno proceda secondo i propri regolamenti. Ho convalidato il fermo dell'autista, ma qualcuno dovrà spiegarmi come mai le telecamere erano fuori uso, stanotte. Se non saltano fuori altri elementi, non posso trattenere oltre il sospettato. I miei uomini lo stanno interrogando fin dal momento in cui ha dato l'allarme... cercheranno di farlo cadere in contraddizione, ma non basterà... quindi ora credo che sia meglio che lei, colonnello Esposito, si porti via i suoi uomini e andiate tutti a vedervi qualche serie tv di carattere poliziesco, vi servirà. Ma non una parola sulle contaminazioni! Chiunque violi il segreto istruttorio sarà duramente perseguito! Stavolta è di importanza vitale che non si ripetano scandali.
E lei, tenente colonnello Moretti... cosa mi dice sull'arma del delitto? Novità?>>
E lei, tenente colonnello Moretti... cosa mi dice sull'arma del delitto? Novità?>>
L'ufficiale dei RIS si era ricomposto, assumendo un'aria professionale e oltraggiata: <<Il mio cognome è Marini. E a un primo sguardo le ferite sembrano state inferte da armi diverse, un martello, forse, un attizzatoio, e di sicuro uno di quelli...>> e indicò la rastrelliera magnetica dell'isola: mancavano due coltelli da chef dalla lama affilata, un'assenza che ricalcava in maniera quasi dozzinale i luoghi comuni dei thriller da piattaforma streaming.
<<E quando procederete con il luminal e i campioni del DNA?>>
Marini rispose che, compatibilmente con la situazione, il reparto scientifico avrebbe proceduto in tempi rapidi e fatto ogni tentativo per isolare i marker utili, ma che per i rilievi complessi, le impronte delle mani sul muro, le minuzie, nel senso letterale del termine, secondo il procedimento olistico, occorreva attendere le direttive del Generalissimo, il comandante supremo dei Reparti Investigativi Speciali, attualmente in vacanza all'Isola di Pasqua.
<<All'Isola di Pasqua? State scherzando? Ci vorranno due giorni prima che arrivi! Non possiamo aspettare, la notizia sta già trapelando, i vicini si sono accorti di tutto, non possiamo aspettare il Generale>>
Marini non era d'accordo: <<Dottor Baccarani, per il momento c'è un sospettato, quindi se qualcuno fa domande, avete un nome. Il Generale ha ordinato di seguire quella pista, ma si è raccomandato di aspettarlo prima di decidere cosa comunicare alla Procura>>
Il Procuratore Aggiunto non aveva mai dovuto subire tanta arroganza in vita sua, ma il Generale era troppo potente per contrastarlo apertamente: <<E' irrituale questa procedura. Irrituale! Posso anche accettare che prima di consegnare al mio pool i rapporti investigativi scientifici si aspetti "Sua Eccellenza", ma per tutto il resto dovete procedere subito e per subito intendo proprio ora, chiaro?>>
Laura non aveva mai visto il Procuratore Aggiunto tanto turbato: il suo ordine cosmico era stato sconvolto, e dopo le castronerie dell'Arma, doveva anche sopportare le manie di protagonismo del Generalissimo, "Sua Eccellenza"... il tono era stato davvero tagliente. Non aveva tutti i torti, il Generale stava diventando una specie di idolo delle folle, attribuendosi la soluzione di casi molto dubbi. Nessuno osava nemmeno nominare il suo cognome "invano", perché normalmente bastava questo per far partire una querela. Però con una scena così contaminata, a Laura non sembrava opportuno forzare i tempi per fare a gara a chi contava di più. Le gerarchie erano chiare: il Generale doveva attenersi alle disposizioni della Procura, ma il potere mediatico di cui "Sua Eccellenza" godeva, anche grazie a una serie televisiva incentrata su di lui, gli conferiva un esorbitante potere contrattuale. Ma era altrettanto chiaro che la Procura aveva troppa fretta di blindare la pista ufficiale per dare credibilità ad un nome del sospettato entro il telegiornale della sera.
«Bene! Allora la Procura aspetterà i verbali dei Carabinieri e i referti dei RIS, possibilmente entro ventiquattr'ore» concluse con voce piatta e non vedendo neanche un necroforo si trovò costretto a sollecitare ulteriormente le parti in causa: «Dite al medico legale che l'autopsia sul corpo di Vittoria Prinsivalli dovrà avere la precedenza su ogni altro caso, e voglio essere immediatamente informato quando avrà terminato i primi rilievi. Fate in modo che il dottore capisca il significato della parola "immediatamente". E lo faccia capire anche ai suoi uomini. L'ambulanza è di sotto da ore, la gente si sta accalcando, è auspicabile che trasportare il cadavere all'obitorio il prima possibile»
"Cadavere!" pensò Laura contrariata, scuotendo il capo, nel sentir pronunciare quell'orrenda parola con tanto distacco, come se quel corpo senza vita non rappresentasse più nulla. Per lei invece era tutto il contrario e si costrinse a guardare. La sua antica fobia per i simulacri della morte le strinse lo stomaco, ma i sensori scoperti dell'ipersensibile prevalsero, scendendo sotto la superficie di quella carne violata.
Vittoria Prinsivalli giaceva sulla resina come una statua abbattuta. Conservava in parte la leggendaria bellezza nordica dei Prinsivalli e degli Hagauer, e quella fisionomia aristocratica che un tempo l'aveva resa simile a Beatrice Borromeo, e che le derivava dalla nonna, lady Gloria Aldobrandi di Pusiano, Contessa di Montescudo e Marchesa di Castelseprio, che aveva tenuto testa al genoma più discutibile insito nel sangue materno dei Vacca e dei Valentini, le stirpi della Bassa tra Milano e Pavia, un territorio in cui sembrava che piovesse sempre sul bagnato.
Nessuno aveva preso seriamente in considerazione la possibilità di quell'esito, che invece, nei pensieri di Laura, per tutto il tempo intercorso tra la fine dell'amicizia con Vittoria e quella mattinata plumbea, era stato, per dirla con i versi di una canzone: "Una mancata verità che prima o poi succederà".
Sarebbe stato facile, per Laura, scivolare nell'aspetto dolce dei ricordi, nell'illusione che gli anni in cui aveva conosciuto Vittoria fossero stati i migliori della propria vita e che tutta la tristezza venuta dopo non fosse mai esistita, ma la verità era ben diversa, quasi opposta. Eppure, tanti anni prima, si era detta: "Forse un giorno sarà utile ricordare persino queste cose". Era l'invito espresso da Virgilio tramite Enea: "Forsan et haec olim meminisse iuvabit".
E quel giorno era arrivato, anche se prima del tempo. Ora ogni ricordo, ogni dettaglio diventava fondamentale. "Perché non mi hai ascoltato, Vittoria? Avevi già tutto, e l'hai sprecato. E per cosa? Per chi?"
Era difficile collegare le varie immagini che aveva di lei: i ricordi del passato, le foto pubbliche e lo scempio di quel corpo che si trovava supino per terra davanti a lei, con gli occhi aperti e opachi, quegli occhi che un tempo erano stati color fiordaliso. Quel dettaglio macabro era spaventoso.
Nelle foto che Laura aveva inutilmente sperato di non vedere sui giornali di gossip, la bellezza di Vittoria appariva migliore rispetto a quell'aspetto sciupato, privo di trucco e di filtri che proteggessero la sua immagine, un guscio vuoto che la morte, rubando la finzione dei trucchi normali e di quelli digitali, aveva impresso sul suo corpo una verità gelida e indifesa.
Dall'abisso, Vittoria sembrava chiederle: "Non hai guardato abbastanza le mie crepe, quelle della mia armatura, della mia maschera? Perché indugi sulla mia disfatta? Perché non ti basta questa stanza che si riempie di vuoto?"
Dall'abisso, Vittoria sembrava chiederle: "Non hai guardato abbastanza le mie crepe, quelle della mia armatura, della mia maschera? Perché indugi sulla mia disfatta? Perché non ti basta questa stanza che si riempie di vuoto?"
Laura aveva idolatrato Vittoria, ai tempi del liceo, e le conseguenze della loro amicizia erano state devastanti, anche se soltanto loro lo sapevano, e ormai soltanto lei. "Altri due minuti, Vittoria, lasciami fare il mio lavoro. Altri due minuti. Io ho sacrificato tutta la mia vita per te!" L'amicizia era durata solo un anno, ma quello che era accaduto in seguito aveva condizionato tutte le sue scelte future, e tutta la sua incapacità di fidarsi di qualcuno. Per molto tempo aveva scelto di rimanere ai margini, di passare inosservata, di farsi dimenticare.
Abbassò lo sguardo lungo le gambe di Vittoria, quelle gambe da atleta, da ginnasta, che l'erede della fortuna dei Prinsivalli avrebbe voluto più affusolate, perché la mancanza di gambe affusolate era percepito come un pesante difetto nei social media, nello spettacolo, nella moda, qualcosa da nascondere alla ZTL milanese, nelle rare occasioni in cui aveva abbassato la guardia, confidando all'amica di allora le sue insicurezze. L'abito da sera, scelto con calcolata vanità, era privo di reggiseno; una scelta studiata per apparire audace, ma che ora, nella rigidità della morte, rivelava un seno enorme, pesante e quasi cadente, così contrastante con tutto il resto. Persino il punto vita, indicato dalla fascia argentata che brillava sotto la luce delle lampade, pareva sfuggente. Quali eventi avevano contribuito a renderla così diversa da come la ricordava? Il tempo da solo non sarebbe bastato. Ora che si trovava davanti alla prova di quel cedimento, si sentiva quasi in colpa per averla abbandonata a sé stessa, averle permesso di trattare così male la propria vita.
Quello fu il momento in cui alla freddezza dell'inquirente subentrò in Laura l'emozione della persona che si ricorda della fine di un'amicizia, dei motivi di quella scelta e delle conseguenze, ma non per se stessa, bensì per l'amica di cui restava quel corpo estraneo. La scelta era stata dettata dallo sfinimento, persino l'ombra di Laura si era stancata di seguirla mentre a sua volta inseguiva Vittoria nel suo delirio di grandezza, un sentiero pericoloso da percorrere da soli. C'erano altri, d'accordo, ma nessuno conosceva bene Vittoria come la conosceva Laura, la quale solo allora si rese conto di quanto male le aveva fatto, nel giorno in cui aveva smesso di proteggerle le spalle e impedirle di fare scelte avventate: ora che vedeva le conseguenze dell'aver lasciato a se stessa quella ragazza che fingeva di essere una "bella senz'anima", ma era solo una ragazzina spaventata dal padre e da tutti coloro che aspettavano un suo passo falso. Anche Laura l'aveva desiderato, sentendosi umiliata dall'essere trattata come una dama di compagnia, ma ora che si trovava davanti all'esito del desiderio di veder cadere l'idolo che l'aveva delusa, avrebbe voluto gridare e piangere, per aver consentito e forse favorito questo imperdonabile spreco di doni e talenti, questo degrado progressivo che aveva portato Vittoria a morire dentro, molto prima che il suo corpo fosse ucciso.
Quella ragazza, che aveva vinto alla lotteria genetica e a quella sociale, aveva poi dovuto, senza nemmeno accorgersi della propria debolezza, rinunciare a tutte le sue passioni, una dietro l'altra, per compiacere il bisnonno, il Patriarca di famiglia, e aveva fatto tutto questo per nulla.
E così era andata anche quella notte: aveva lottato, da esperta in arti marziali, era stata colpita troppe volte, con una furia frammentata, per essere stata l'opera di un solo uomo. Laura la guardò e capì la prima verità di quel delitto: non era conseguenza di una sola aggressione, ma di molte. Era un omicidio corale, ma in più fasi, un'esecuzione graduale e caotica, senza coordinamento. Le arti marziali di Vittoria erano state rese inutili dal lento, progressivo dissanguamento inferto da una folla di invisibili. C'era stato un colpo decisivo, alla fine di quest'agonia? Di certo quello alla gola aveva garantito che l'ex acrobata non si sarebbe rialzata più. Era infine sopravvenuta la morte, ma Laura sapeva che la sua amica aveva incominciato a morire nel giorno stesso in cui aveva rinunciato alla ginnastica acrobatica per volere della famiglia. Da allora in avanti, quante altre luci si erano spente dentro di lei? Quante parti della ragazza che aveva conosciuto anni prima, erano rimaste nella mente ormai dissolta di quel corpo irrigidito? Forse poteva scoprire qualcosa, nelle indagini, ma il resto ormai era svanito nel nulla, come se non fosse mai esistito. E su tutto questo aleggiava un'atmosfera che sembrava decretare, sotto ogni punto di vista, la fine ingloriosa di una dinastia.














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