sabato 1 luglio 2023

Vite quasi parallele. Capitolo 196. L'anno "senza estate"

 

Forse oggi pochi se lo ricordano, ma nel 1996, in alcune zone della riviera romagnola, la stagione estiva, pur essendo cominciata con un giugno caldo, vide, a partire da luglio, un'instabilità termica e pluviale che creò la percezione che il bel tempo non arrivasse mai. 
I vecchi guardavano il cielo col naso per aria e si chiedevano: "Ma quando arriva l'estate?"
I dibattiti in materia, presso le bocciofile degli stabilimenti balneari duravano ore e ore, nei giorni in cui non pioveva, mentre negli altri giorni la conversazione riguardante "l'anno senza estate" si spostava nei saloni dei barbieri oppure sotto i portici delle villette. 
A Cervia, in via Giove, sia i proprietari che gli inquilini villeggianti attendevano, come ogni anno, l'arrivo della famiglia Monterovere, che da sempre era oggetto di chiacchiere, pettegolezzi e congetture, specie da quando il Professore e la Signora avevano atteso invano, l'estate precedente, il ritorno del Figliol Prodigo, su cui erano circolate voci di ogni genere, specie sulle "cattive compagnie" da lui frequentate a Milano, sulla convinzione (infondata) secondo cui "non aveva dato neanche un esame", sulle località in cui era stato in viaggio "a scrocco della fidanzatina ricca e viziata... ma sì, quella biondina anoressica che gli fa le corna sia con i maschi che con le femmine... come si chiama... Alba, no, Aurora, sì sì, una poco di buono che fa colazione sniffando cocaina: solo una così si poteva prendere quel matto di Roberto" e infine concludevano unanimemente su un punto indubitabile, ossia che il giovane Monterovere, fin da bambino, aveva "sempre avuto molte rotelle fuori posto".
"Diventerà pazzo" profetizzavano alcuni.
"No, è già pazzo" sentenziavano gli altri.
I villeggianti annuivano e pensavano ai poveri genitori: "Certo che avere un figlio così è proprio una disgrazia. Loro fanno finta di niente, ma si vede che quel buono a nulla gli ha spezzato il cuore, quando l'anno scorso ha passato l'estate a Saint-Tropez, a far baldoria, senza studiare, e dimenticandosi di avere una famiglia che lo stava aspettando. Che indecenza!"

La cosa strana era che in passato le stesse persone avevano detto più o meno le stesse cose riguardo ai coniugi Monterovere e alla loro presunta ingratitudine nei confronti di Ettore Ricci.
All'epoca le lamentele erano state del tipo: "Al povero Ettore gli è preso un colpo quando ha saputo che la signorina Silvia si era fidanzata con quel tipo che viene dai monti, che si mangia le parole, che si dimentica di mettere l'acqua nella caffettiera... ma questo è il meno. La catastrofe era che un terzo dell'eredità prendeva la strada dei Monterovere, noti fannulloni comunisti e teste calde"
C'era voluto molto tempo prima che i residenti e i villeggianti di Via Giove accettassero quel matrimonio così inopportuno, ma alla fine impararono a rispettare e persino ad ammirare il Professore e la Signora (la quale era anche lei professoressa, ma forse, agli occhi dei villeggianti, aveva un'aria meno professorale; e poi era figlia di Ettore Ricci, e dunque un'ereditiera, la qual cosa era stimata più che una professione).
Non che questo rendesse i vicini più indulgenti, ma almeno ci si odiava con rispetto, si sapeva che la sconfitta del nemico non era necessariamente una propria vittoria, come i fatti poi dimostrarono.
Col tempo il bersaglio, fin troppo facile, del gossip, era diventato il figlio, specie dall'affaire du Savoy in avanti.
I guai che ne erano seguiti, per Roberto, avevano fatto la gioia di così tante persone che quasi a lui sembrava di essere un benefattore.
E il meglio, per i "paparazzi", doveva ancora venire!
Roberto Monterovere si rivelò una cornucopia di scandali, uno dietro l'altro, tanto che alla fine, persino i suoi più accaniti detrattori incominciarono a sentirsi come quelli che sparano sull'ambulanza.
Ma questo accadde solo trent'anni dopo.
Invece nel '96, nell' "anno senza estate", Roberto aveva solo 21 anni e, come si suol dire, "tutta la vita davanti".
Con grande sorpresa di tutti, ai primi di agosto, il giovane Monterovere comparve da solo, senza fidanzata, a bordo di una scalcagnata Punto sicuramente di seconda mano, che parcheggiò in maniera discutibile, a riprova, se mai ce ne fosse stato bisogno, del fatto che era un pessimo guidatore, tanto che ben pochi osavano chiedergli un passaggio.
E nonostante quell'arrivo dimesso, in punta di piedi, e il basso profilo che cercò di mantenere con un aplomb quasi inglese, tutti si accorsero di lui.
La signora Marchesi dal terrazzino lo osservava col binocolo che usava per andare all'opera, e anche l'ingegner Reggiani, stravaccato sull'amaca, tra due vecchi pini che avevano visto tempi migliori, per non parlare delle varie vedove proprietarie delle villette di cui affittavano i piani nobili, tenendo per sé il seminterrato e il portico, da cui, mentre sferruzzavano, controllavano l'intero vicinati.
Prima tra tutte, a farsi avanti, fu la vicina sulla destra, la Rosina, che all'anagrafe risultava essere nominata come la vedova Zotici Maldenti Ventosi Teresa. Aveva seppellito tre mariti e da ognuno di loro aveva ricevuto una consistente eredità, ma aveva mantenuto i modi schietti e ruspanti della sua infanzia rurale, e così pure una spontaneità che alternava slanci d'affetto fin troppo focosi con scatti d'ira feroce contro chiunque avesse l'ardire di parcheggiare davanti a casa sua, rovinandole la visuale della strada e di tutti i passanti.
<<Roberto, da quant'è che non ti vedevo!>>  strillò in modo sufficientemente acuto per essere certa di aver dato per prima la notizia a tutto l'isolato.
Poi corse a baciarlo sulle guance, con la bocca umida a ventosa e un forte odore di aglio e cipolla.
Il giovane Monterovere le permise di fargli il terzo grado proprio lì, sul marciapiede, ma cercò di svincolarsi rispondendo a monosillabi. Alla fine, l'anziana vedova, a riprova del suo buon cuore, disse:
<<Aspetta mo', che ti vado a prendere un pesce che ho appena cucinato, così lo mangi per cena. E' uno sgombro pescato dal mio inquilino nel porto canale. L'ho pulito per bene e gli ho tolto tutto il petrolio delle barche, poi l'ho cotto con la mia ricetta segreta e vedrai che delizia!>>
Roberto detestava mangiare il pesce: se qualcuno avesse voluto fargli un dispetto, gli sarebbe bastato invitarlo a cena e servigli soltanto un menu di pesce e frutti di mare.
Nonostante tutto, però, il giovane Monterovere, all'epoca, era ancora capace di atti di pura gentilezza e sacrificio, per cui alla sera mangiò quel maledetto sgombro e ne pagò le conseguenze.
Era una notte molto umida, per cui Roberto decise di dormire in mansarda, dove si stava più caldi e asciutti.
Alle 3 di notte circa, l'Ora del Lupo, fu svegliato da un enorme senso di nausea a cui seguirono ripetuti conati di vomito.
Capì subito che quel malessere era legato al pesce della Rosina, che sicuramente era andato a male o conteneva sostanze dannose o microbi di vario genere.
Nel giro di un'ora, Roberto aveva rimesso anche l'anima, ma la situazione, invece di migliorare, peggiorò: un dolore addominale acuto si fece strada, sommandosi alla nausea.
Essendosi già trovato in situazioni simili, cercò di tamponare i sintomi con il Plasil e il Buscopan, ma lo stomaco rigettava qualsiasi cosa, persino l'acqua.
All'alba, consapevole di aver contratto un'intossicazione alimentare, Roberto chiamò il Pronto Soccorso.
L'ambulanza arrivò a sirene spiegate.
Potrete immaginare la gioiosa curiosità dei vicini nel constatare che "la campana suonava per Roberto Monterovere".
I genitori, ancora insonnoliti e increduli, riuscirono a dirgli che l'avrebbero raggiunto alla sede dell'ex ospedale di Cervia, dove ormai era attivo soltanto il presidio delle emergenze.
Il medico sentenziò: <<Gastroenterite da escherichia coli. Mi ci gioco le palle. Mettetelo nello stanzino, a letto, con una flebo di acqua e Bimixin. Si procederà con l'antibiotico fino a remissione>>
Roberto, piegato in due dalle coliche, chiese un antidolorifico:
<<Me lo deve iniettare, perché se no rimetto tutto>>
Il medico lo fissò, come per valutare se avesse davanti un tossicodipendente, poi, con magnanimità, concesse:
<<Va be', le faccio un'iniezione di morfina, ma solo per stavolta!>>
E così, mentre gli mettevano la flebo e gli iniettavano l'antidolorifico, Roberto scivolò lentamente nel sonno.
Al risveglio si ritrovò davanti i genitori stravolti e preoccupati.
<<Come stai? Va un po' meglio?>>
Il figlio sentiva ancora un notevole malessere, ma cercò di non drammatizzare:
<<Un po'. Ho molta sete>>
Cercò di bere a piccolissimi sorsi, perché ancora lo stomaco era sottosopra.
Poi:
<<Giuro che non mangerò più pesce in vita mia, e che non accetterò mai più cibo da quella vecchia strega che ha tentato di avvelenarmi!>>
Il padre commentò:
<<Non esageriamo...>>
E la madre, rivolta al padre:
<<E' la morfina che lo fa delirare. L'unica volta che me la somministrarono, vedevo tutto di colore violetto>>
Nel pomeriggio riuscirono a riportare il figlio a casa, sempre a Cervia, ma facendolo dormire nell'appartamento grande, nella stanza vicino alla loro.
E quello fu il "divertentissimo" primo giorno di ferie.

Seguì una settimana di forte debolezza, accentuata dall'umidità e dalle zanzare onnipresenti.
L'umore di Roberto, già basso prima di arrivare alla residenza estiva, sprofondò in una crescente malinconia, e i suoi fantasmi lo assalirono tutti in una volta.
Ombre di un passato ancora breve, ma già sufficientemente affollato e molesto, gli giravano intorno, nella mente e gli rimproveravano ogni singolo errore, ogni minimo cedimento, senza tregua.
"E' tutto così confuso" pensò "ma questa confusione sono io, io per quello che realmente sono, non come vorrei o come dovrei essere, e non ne ho più paura. Non sono un leader e non sono un gregario. Non so cosa farò, ma di certo preferirei diventare un docente universitario di materie umanistiche piuttosto che un impiegato di banca. E' il momento di dirlo, ma quali saranno le reazioni? La nonna mi appoggerà senza riserve, e anche i miei genitori. Lo zio Lorenzo gioirà e sentenzierà: 'Te l'avevo detto!". Il resto della famiglia capirà, ma gli altri? 
Amici e conoscenti, cosa diranno? La penseranno come i villeggianti di via Giove? 
Cari vicini di casa: perché non comprendete le mie ragioni? Che cos'ho fatto, se non tentare di assaggiare la vita prima di richiudermi definitivamente dietro un muro di libri?"
Aurora gli avrebbe rinfacciato il suo vittimismo, la sua eterna strategia del "chiagni e fotti", ma questo era un elemento scaramantico, non una truffa.
"Ho cercato di essere umile, di non prendermi troppo sul serio, di scherzare sui miei tanti difetti: perché allora c'è stata tanta invidia contro di me? Perché mi hanno accusato di superbia?
Ho studiato duramente, giorno e notte, per anni e anni. Perché mi accusano di essere ozioso?"
Ancora una volta la risposta consisteva in un solo nome proprio: Aurora.
"Da quando mi sono innamorato di Aurora è andato tutto storto. Se ho sbagliato, l'ho fatto per amore di lei. Ma adesso Aurora mi sta uccidendo, eppure non riesco a vivere senza di lei. L'estate stessa non esiste senza di lei.".
Ricordò ancora una volta la "poetica dell'Assenza" di Montale.
"...piove, perché se non sei, è solo la mancanza, e può affogare..."
E poi:
"...tu non ricordi, altro tempo frastorna la tua memoria... tu non ricordi, ed io non so più chi va e chi resta..."
E ancora:
"Assente, come manchi a questa plaga che ti presente e senza te consuma: sei lontana e perciò tutto divaga dal suo solco, dirupa, spare in bruma."
Avrebbe potuto continuare all'infinito, poiché l'assenza della persona amata è una delle colonne portanti della letteratura di ogni luogo e di ogni tempo.

Aurora era andata in Giappone, a conoscere il clan Mizuhara, insieme ad Ayami e a Jenny Burke-Roche.
Roberto aveva preferito tornare nelle sue terre natie e passare l'estate con la sua famiglia, ma non riusciva a provare il conforto che aveva sperato.
L'acqua del mare era troppo fredda, quell'anno, o almeno così pareva a lui.
"Questo mare si è infranto sul mio cuore per tutta la vita."
E avrebbe continuato a farlo: ogni estate un amore, ogni estate un tormento, era sempre andata così, non importava quale fosse il bilancio finale, perché in amore si dà molto più di quanto si riceve, altrimenti non è vero amore. L'amore è incondizionato, oppure non è amore.
Camminava lungo la spiaggia, guardava le ragazze, ma gli sembrava che nessuna fosse in grado di fargli dimenticare Aurora.
Alzava lo sguardo verso il porto, vedeva il grattacielo di Milano Marittima, ricordava che lì vicino c'era la villa estiva dei Visconti e senz'altro la madre di Aurora l'avrebbe accolto a braccia aperte.
Se lui fosse piaciuto alla sua ragazza almeno un decimo di quanto piaceva alla madre di lei, allora sì che le cose sarebbero andate per il verso giusto.
Ritornava all'ombrellone e crollava sul lettino, distrutto come se avesse corso la maratona di New York. E aveva solo ventun anni!
I conoscenti avevano voglia di parlare con lui, ma la cosa non era reciproca.
Andava al bar della spiaggia, si comprava un gelato, si metteva a sedere nel gruppo di quelli che guardavano in tv le prime vittorie di Valentino Rossi al motomondiale, in quella che all'epoca era la classe 125, e pensava: "Beato lui, che fa quel che gli piace, guadagna un sacco di soldi e può avere tutte le ragazze che gli pare".

Alla radio, uno dei tormentoni era la canzone "Più bella cosa" che com'è noto Eros Ramazzotti dedicò alla prima moglie, Michelle Hunziker, negli anni felici del loro amore.
Michelle aspettava una figlia e aveva deciso di chiamarla Aurora.
Gira e rigira si tornava sempre a quel nome, non c'era via di scampo.
"Com'è cominciata io non saprei, la storia infinita con te..."
Quella canzone lo ossessionava.
"Com'è che non passa con gli anni miei, la voglia infinita di te, cos'è quel mistero che ancora sei, che porto qui dentro di me..."
Perché gli altri trovavano le parole giuste e lui invece non ci riusciva?
Non riusciva più a studiare, non riusciva nemmeno a leggere, tanto forte era il "magone" che lo opprimeva.
Non dormiva più e poi al mattino non riusciva ad alzarsi dal letto e all'ora di pranzo la nausea continuava a tormentarlo.
Non si poteva andare avanti così.
Si confidò con i genitori e chiese loro consiglio, e come sempre i pareri del padre e della madre erano non solo discordanti, ma agli antipodi.
Secondo il padre non c'era altra soluzione che riprendere la relazione con Aurora, perdonandole le sue stranezze e le sue infedeltà.
Secondo la madre, invece, bisognava sradicare persino il ricordo di quella ragazza e sancirne la "damnatio memoriae".
Era sempre andata così: Roberto si trovava a un bivio, chiedeva un consiglio e i suoi gli davano pareri opposti, rendendo ancor più difficile la decisione.
"Ma è colpa mia. Non posso più rimandare le scelte all'infinito. Ci dovrà pur essere una risposta, da qualche parte, dentro o fuori di me, oppure sto andando irrimediabilmente alla deriva?".
L'ultima parola, come sempre, la ebbe sua nonna Diana:
<<Adesso non sei lucido e quindi non è il momento di prendere decisioni, ma di curarsi. Avevo sperato che a te non toccasse la maledizione di famiglia, ma ormai è chiaro: questi sono i sintomi della depressione maggiore e per uscirne c'è un unico modo. Bisogna rivolgersi a uno specialista e per tua fortuna ce n'è uno che ha lo studio a Milano Marittima>>
Era chiaro che per "specialista" si intendeva uno psichiatra, ma naturalmente la parola non doveva essere pronunciata.
E così iniziò la "storia infinita" di Roberto con gli antidepressivi.
Ancora non se ne parlava molto, almeno in Italia, ma da lì a poco sarebbe incominciata la più grave epidemia di fine millennio, e cioè la depressione. Tale morbo deriva da uno squilibrio chimico dei neurotrasmettitori, e i farmaci servono per riequilibrarlo, dando la forza ai malati di risolvere i loro problemi personali e sociali.
Il primo antidepressivo che veniva prescritto all'epoca era l'ormai celeberrimo Prozac, in termini chimici chiamato fluoxetina, la prima molecola degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. Però poi i maschi preferirono sostituire il Prozac con altri farmaci, a causa del più nefasto degli effetti collaterali, ossia una lieve, ma preoccupante, disfunzione erettile.
Il dosaggio però era basso e quell'effetto collaterale, per almeno un anno, non si presentò.
La depressione regredì, temporaneamente.
Roberto ritrovò il sonno e l'appetito (fin troppo!), e l'umore risalì e così anche l'interesse e il piacere per le quotidiane occupazioni. Si rimise anche a studiare, perché le date degli esami si avvicinavano.
E così l'estate del 1996 terminò senza essere nemmeno cominciata.


Nota dell'autore

Il reale "anno senza estate", conosciuto anche come l'anno della povertà e Eighteen hundred and froze to death (1800 e si moriva di freddo nei paesi di lingua inglese), fu il 1816, anno durante il quale gravi anomalie al clima estivo distrussero i raccolti nell'Europa settentrionale, negli stati americani del nord-est e nel Canada orientale[1]. Lo storico John D. Post lo ha battezzato "l'ultima grande crisi di sopravvivenza nel mondo occidentale".

Oggi si ritiene che le aberrazioni climatiche furono causate dall'eruzione vulcanica del Tambora, nell'isola di Sumbawa dell'attuale Indonesia (allora Indie orientali olandesi), avvenuta dal 5 al 15 aprile 1815, eruzione che immise grandi quantità di cenere vulcanica negli strati superiori dell'atmosfera. Il vulcano Soufrière nell'isola di Saint Vincent nei Caraibi nel 1812, e il monte Mayon nelle Filippine nel 1814, avevano già eruttato abbondanti polveri e gas pesanti nell'atmosfera. Come è comune a seguito di grandi eruzioni vulcaniche, la temperatura globale si abbassò poiché la luce solare faticava ad attraversare l'atmosfera. Tali fenomeni si sovrapposero ad un periodo in cui si verificò il minimo di Dalton, durante il quale si ritiene che il Sole abbia emanato meno energia. In quel periodo, inoltre, era ancora in corso la cosiddetta piccola era glaciale, periodo di raffreddamento generale del pianeta che, dal medioevo, si protrasse fino al 1850.

Le inusuali aberrazioni climatiche del 1816 ebbero l'effetto peggiore nell'America del nordest, nelle province canadesi del Maritimes e di Terranova e nel nord dell'Europa. Tipicamente la tarda primavera e l'estate in quelle regioni americane sono sì relativamente instabili, ma mai fredde: le temperature minime raramente scendono sotto i 5 °C, praticamente mai in Europa, e la neve d'estate in quelle zone del Nord America è estremamente rara, sebbene a maggio talvolta cada del nevischio.

Nel maggio 1816, invece, il ghiaccio distrusse la maggior parte dei raccolti; a giugno, nel Canada orientale e nel New England si abbatterono due grandi tempeste di neve che provocarono numerose vittime; inoltre, all'inizio di giugno quasi trenta centimetri di neve ricoprirono Québec, e a luglio ed agosto i laghi e i fiumi ghiacciarono in Pennsylvania e altre tre gelate colpirono il New England distruggendo tutti gli ortaggi, tranne quelli poco sensibili al freddo. Furono comuni rapide ed improvvise variazioni di temperatura.

Come risultato, vi fu un notevole incremento dei prezzi dei cereali. Grandi tempeste, piogge anomale e inondazioni dei maggiori fiumi europei (incluso il Reno) sono attribuite all'eruzione, così come la presenza di ghiaccio nell'agosto del 1816. L'eruzione del Tambora fu anche la causa, in Ungheria, della caduta di neve "sporca", e qualcosa di simile accadde anche in Italia, dove per un anno circa cadde della neve rossa, si crede dovuta alle ceneri presenti nell'atmosfera.

Effetti

L'Europa, che stava ancora riprendendosi dalle guerre napoleoniche, soffrì per la mancanza di cibo: in Gran Bretagna e in Francia vi furono rivolte per il cibo e i magazzini di grano vennero saccheggiati. La violenza fu peggiore in uno Stato senza sbocchi sul mare come la Svizzera, il cui governo fu costretto a dichiarare un'emergenza nazionale. La mancanza di foraggio ispirò Karl Drais, allora ancora un barone, a cercare nuovi modi di trasporto senza cavalli, il che portò all'invenzione della draisina, detta anche Dandy horse o velocipede, il prototipo della moderna bicicletta (e della motocicletta), e diede un impulso decisivo ai successivi mezzi di trasporto personale a motore.

Le "incessanti nevicate" del luglio 1816 durante un'"estate umida e non congeniale" costrinsero Mary Shelley, John Polidori e i loro amici a restare al chiuso durante le loro vacanze svizzere. Essi decisero di gareggiare a chi avrebbe scritto la storia più spaventosa, e così Mary Shelley scrisse Frankenstein, or The Modern Prometheus e Polidori Il vampiro. Gli alti livelli di cenere nell'atmosfera resero spettacolari i tramonti di quell'anno, tramonti celebrati nei dipinti di Turner.

Secondo un'ipotesi formulata da J.D.Post della Northeastern University, il freddo fu responsabile, in qualche modo, della prima pandemia colerica del mondo.[2] I testi medici descrivono che, prima del 1816, il colera era circoscritto alla zona del pellegrinaggio sul Gange, mentre la carestia di quell'anno contribuì alla nascita di una epidemia nel Bengala, che si diffuse poi in Afghanistan e nel Nepal. Dopo aver raggiunto il Mar Caspio, l'epidemia si trasferì in occidente toccando il mar Baltico ed il Medio Oriente. La diffusione della malattia fu lenta, ma costante.

Un esempio: la carestia a Heiligenstein. Iscrizione su di un muro a ricordo della carestia.

Sul muro di una casa a Heiligenstein, in Alsazia, si legge:

(DE)

«Im Jahr 1817 ist diese Hütte gebauet worden, in welchem Jahr man für ein Furtel Waißen bezahlte 120 fr für ein Sack Erdapfel 24 fr für ein Ohmen Wein 100 fr»

(IT)

«Nell'anno 1817 è stato costruito questo cottage; quell'anno abbiamo pagato 120 franchi per una misura di grano, 24 franchi per un sacchetto di patate, 100 franchi per un Ohmen (50 litri) di vino»

(secondo i dati di Jacob Stiedel)