lunedì 1 luglio 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 4. Noblesse oblige

Nel 1936, all'età di 21 anni, la contessina Diana Orsini Balducci di Casemurate non era ancora ufficialmente fidanzata.
E questo era strano, perché oltre che nobile era anche bella: aveva grandi occhi neri e penetranti, che conferivano notevole intensità e fascino al suo sguardo, così come il profilo leggermente e aristocraticamente aquilino e i lunghi capelli neri pettinati come quelli di Vivien Leigh in Via col vento, che risaltavano maggiormente sulla pelle chiara. 
Abbastanza alta, magra, aveva un portamento aggraziato, armonioso, che ben si addiceva ai modi  gentili e un garbati e ad una personalità che presentava numerosi pregi, come il buon gusto, la capacità di conversare in maniera interessante, seppur con una certa riservatezza che permetteva soltanto in un secondo momento di conoscere anche l'intelligenza e la tenacia che caratterizzavano la sua personalità.

Non mancavano tuttavia i difetti come l'ironia un po' troppo corrosiva, la permalosità, la tendenza a non perdonare facilmente un torto subito, e i cambiamenti di umore troppo repentini, specie quando le emozioni oscillavano tra una malinconia esistenziale e una rabbia contro tutte le ingiustizie del mondo e della vita.
Erano questi i sintomi di una tara ereditaria dei Conti di Casemurate, una patologia che oggi potremmo definire disturbo bipolare, anche se nella contessina Diana, tutto questo veniva mascherato da un altro disturbo di cui pure soffriva, e cioè una terribile emicrania, che avrebbe poi trasmesso ad alcuni dei suoi discendenti.

Aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine, con tanto di diploma di liceo classico, (e quindi conoscenza di greco, latino e francese), di canto, di danza, di equitazione
 e altre simili attività aristocratiche di elevata inutilità sociale, che si univano a quelle tradizionali di una signorina di quei tempi: sartoria, giardinaggio, erboristeria e cucina.

Tre anni prima aveva ufficialmente adempiuto al primo grande rito iniziatico delle ragazze "di buona famiglia", ossia il Debutto in Società.
Nella Contea di Casemurate il luogo deputato a questo evento memorabile non avveniva più, da tempo, in una proprietà degli Orsini, dal momento che la loro precedente e ben più antica abitazione era stata acquistata ballo dai facoltosi marchesi Spreti di Serachieda, insigne dinastia ravennate che vantava discendenze persino dagli Esarchi bizantini.


Gli Orsini e gli Spreti erano comunque legati da rapporti di parentela, in quanto, qualche secolo prima, una Lucrezia Spreti aveva sposato un conte Orsini, e dunque il nobile sangue degli Esarchi era entrato nelle vene dei discendenti di Orsino Fabio Massimo, mitico fondatore della famiglia Orsini e discendente dell'antichissima e patrizia gens dei Fabi Massimi dell'antica Roma.


Ma quei tempi erano passati ed ora gli Spreti erano indubbiamente i più ricchi e i più elevati come status sociale.
Il prestigio di Villa Spreti, dotata persino di un'alta torre merlata risalente al XV secolo e detta "Torre di Casemurate", era tale da far sì che la strada di fronte a quel notevole maniero, sorto vicino alla chiesa parrocchiale, avesse preso il nome di Via Spreti, e così è chiamata ancor oggi.

L'appendice "di Serachieda", derivava invece da un torrentello che scorreva proprio accanto alla Torre.

Inoltre, per dirla tutta, mentre Villa Spreti era una residenza di villeggiatura, la Villa Orsini era l'ultima residenza rimasta alla famiglia dei Conti di Casemurate,  e per giunta era gravata da imbarazzanti ipoteche dovute ad una serie di questioni di cui parleremo tra poco.


A causa di tali ristrettezze Villa Orsini versava in condizioni decisamente peggiori di Villa Spreti, sebbene quest'ultima fosse molto più antica.
Villa Orsini era stata costruita soltanto agli inizi del '900, seguendo i criteri dello stile liberty, che trovavano il loro massimo trionfo in quello che non a caso era stato battezzato come il Salotto Liberty,
dove la contessa Emilia riceveva alle 5 pomeridiane, per un tè,  tutte le dame altolocate della zona.
Queste visite tuttavia era tuttavia andate scemando, man mano che le fortune economiche degli Orsini si erano a tal punto aggravate da minacciare la proprietà stessa non solo della casa, ma anche delle terre rimanenti che costituivano il cosiddetto Feudo Orsini, che negli anni d'oro, secoli prima, comprendeva quasi l'intera Contea.

L'unica speranza per salvare la dinastia dalla rovina consisteva nel combinare matrimoni adeguati per i figli.
Il Conte Achille Orsini Balducci di Casemurate e sua moglie Emilia Paolucci de' Calboli avevano avuto sei figli.
Eugenio (1913-1916) morto precocemente di meningite.
Diana nata nel 1915, la cui lunga vita sarà ampiamente narrata in questo romanzo.
Annalisa (1917- 1919) morta precocemente di febbre spagnola.
Ginevra, nata nel 1921, pallida, magra, rossa di capelli, lentigginosa, ma di carattere gentile, destinata a sposare il magistrato Giuseppe Papisco, da cui avrà numerosi discendenti, alcuni dei quali ricopriranno un certo ruolo in questa nostra storia. Ma proseguiamo con gli ultimi due figli.
Isabella, nata nel 1924, prometteva di diventare persino più attraente di Diana.
Arturo, nato nel 1926, erede formale della Contea, era un grande appassionato di motociclismo e automobilismo.


Dal momento che Diana, all'epoca, era l'unica figlia in età da marito, tutte le trattative segrete per i matrimoni combinati erano concentrati su di lei.
L'unica soluzione per evitare la catastrofe era fare in modo di imparentarsi, tramite matrimonio, con qualche famiglia ricca.
Purtroppo, considerando l'enormità dei debiti che gravavano sulla famiglia dei Conti di Casemurate, e il rischio probabile di una completa rovina, seguita dal disonore sociale, spaventavano anche i più ricchi borghesi della zona.
Rimaneva comunque un consistente numero di corteggiatori che il Conte sprezzantemente giudicava di rango inferiore e "squattrinati", come se lui fosse meno squattrinato di loro.


Tuttavia non proprio tutti i corteggiatori di Diana erano senza soldi: uno i quattrini ce li aveva, ma le origini agresti della sua famiglia, nonché la nomea di prestatori di denaro a tassi usurari,  erano state considerate, almeno in un primo momento, troppo sconvenienti.


Questo corteggiatore, come si era anticipato in precedenza, era il ruspante Ettore Ricci, figlio dell'ancor più ruspante Giorgio, detto Zùarz, nel locale dialetto gallo-romanzo.


La famiglia Ricci, nota in quel dialetto celtico come "Ca' ad Zùarz", era la principale creditrice della famiglia Orsini Balducci di Casemurate, detta "la Ca' de Count", con un tono nel quale rimaneva ben poco dell'antica reverenza, mentre dominava un senso di ironia che portava lo stesso Giorgio Ricci a parlare del suo debitore come di "un Count scunté".

Certo, agli occhi del Conte Achille,  i Ricci rimanevano comunque "dei villani e degli zotici", ma quest'argomentazione passava in secondo piano di fronte alla considerazione che proprio i suddetti zotici si trovavano in possesso delle ipoteche  di cui si è detto.


Invano il Conte Orsini si era rivolto ai parenti di sua moglie
Per troppo tempo avevano prestato, a fondo perduto, molti danari ai cognati di campagna, e non avevano nessuna intenzione di rinnovare un legame che in fondo non li riguardava più di tanto, appartenendo la contessa Emilia, per nascita, soltanto a un ramo collaterale e meno importante dei Calboli.

Ogni volta che il Conte Achille si trovava a meditare su quell'argomento, non poteva fare a meno di condannare la leggerezza con cui in gioventù, tra investimenti sbagliati, spese folli, vizi inconfessabili e altre dissipatezze aveva dato il colpo di grazia ad una famiglia già in declino, che ormai si stava trasformando in un crollo totale.

In qualità di creditori ipotecari, i Ricci stringevano lentamente, ma inesorabilmente il cappio intorno al collo lungo e pallido del Conte Orsini, il quale tentava di tener buoni quei "bifolchi" ricevendo spesso l'unica componente presentabile di quel clan, ossia la Maestra Clara Marinelli Ricci, moglie del capofamiglia e, come già si era accennato, autrice delle Cronache casemuratensi.


L'apporto della maestra Clara e della sua famiglia d'origine, i borghesi Marinelli, aveva contribuito a almeno un po' a dirozzare le rudi maniere contadine dei Ricci, per non parlare del loro temperamento sanguigno, irascibile e assai poco propenso alle sottigliezze del galateo.


E tuttavia, raggiunta finalmente una certa agiatezza, il vecchio Giorgio Ricci si atteggiava ormai a riverito possidente.
Tra i suoi numerosi figli, Ettore era di sicuro il più intraprendente, e aveva fama di instancabile lavoratore. In lui l'indole bizzarra, focosa e irascibile dei Ricci, era compensata da una simpatia derivante da un talento istrionico e dalla capacità di avere sempre la battuta pronta.


Fisicamente non era un gran che: basso, irsuto, dai lineamenti duri,
contrastava in maniera evidente con la bellezza di Diana Orsini.
Ma, come diceva Zsa Zsa Gabor: "Un uomo ricco è sempre bello".
Peccato che Diana Orsini non la pensasse affatto allo stesso modo.

Non si trattava solo di un capriccio: la contessina era consapevole che la personalità di Ettore Ricci e la propria erano agli antipodi.
Naturalmente nessuno si era minimamente preoccupato di informare per tempo Diana del fatto che, nonostante la sua opposizione, le trattative per un eventuale matrimonio con Ettore stavano proseguendo in maniera febbrile e concitata.


Le uniche allusioni a tal proposito provenivano dall'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, una certa Ida Braghiri, moglie del fattore degli Orsini, che era già segretamente a libro paga della famiglia Ricci.
La signora Ida non faceva altro che tessere le lodi di Ettore Ricci.
Diana, che non era una stupida, capì quello che c'era da capire.
<<Non lo sposerò mai!>> dichiarò apertamente ai genitori <<Non potete costringermi>>
La Contessa Emilia assunse un'espressione affranta: <<Senti, la vita reale non è come un romanzo di Jane Austen, dove alla fine la ragazza bella e intelligente sposa l'uomo bello e ricco di cui è pazzamente innamorata. No, qui siamo nel mondo reale e...>>

Diana interruppe la madre:
<<Lo so benissimo! Ma credevo che il mondo, dai tempi di Jane Austen, fosse migliorato! Sono passati più di cent'anni e ne abbiamo fatti di passi in avanti...>>
<<Verso il basso!>> concluse la madre <<Cent'anni fa la nostra famiglia era ricchissima, ora non più, per cui, se tu non sposerai Ettore, finiremo tutti sul lastrico>>
<<Vorrà dire che lavoreremo, io ho il diploma magistrale>> sottolineò Diana <<e dunque posso insegnare e voi troverete qualcosa di adatto...>>
Questa volta fu il Conte in persona a intervenire: 

<<Piuttosto mi sparo un colpo di rivoltella! La nobiltà ha i suoi obblighi, e tra questi c'è il matrimonio combinato. Ma il lavoro... no, meglio la morte. Nessuno potrà mai dire di avere il Conte Orsini sul libro paga! 
Ma tu, figlia mia, potresti finire per avermi sulla coscienza. Hai avuto un'educazione di prima classe. Sei cresciuta nei privilegi. E' tempo che tu faccia il tuo dovere>>
La Contessa Emilia approvò:
<<Tuo padre ha ragioneIn fin dei conti, noblesse oblige>>
Diana scosse il capo con tutte le sue forze:
<<Mai! Avete capito? Mai e poi mai!>>
Le ultime parole famose...