venerdì 29 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 32. Le relazioni pericolose

Ben presto Ettore Ricci tornò alla carica con la "questione del figlio maschio".
Sua moglie Diana aveva ormai trentasette anni e nessuna voglia di affrontare una quarta gravidanza, pertanto cercò di prendere tempo:
<<Senti Ettore, quando è nata Isabella io ho rischiato di morire. Il medico ha detto che sarebbe un grande rischio per la mia salute una nuova gravidanza. Ora io potrei anche essere disposta a correre questo rischio, ma soltanto se tu dimostrassi di esserne degno. Se tu dimostrassi fedeltà e rispetto nei miei confronti e amicizia vera nei riguardi di mio fratello, allora forse...>>
Sapeva bene di avere posto due condizioni impossibili: Ettore era troppo sensibile al fascino femminile per esserle fedele, e detestava troppo Arturo Orsini per poter anche fingere di trattarlo amichevolmente.
Tutto questo faceva sentire Diana al sicuro dagli assalti di quel marito che aveva sposato controvoglia e che non era mai riuscita ad amare.
Eppure sentiva un grande vuoto farsi largo nel suo cuore.
Più si avvicinava il giro di boa dei quarant'anni, e più Diana si chiedeva se il resto della sua vita dovesse essere interamente dedicato alla famiglia, oppure se avesse ancora il diritto di sperare in qualcosa di più.
Aveva paura di confessare persino a se stessa i propri desideri.
Forse la sua riservatezza, la sua discrezione e la sua ritrosia derivavano anche dall'aver sempre pensato che ci fosse qualcosa di patetico nelle belle donne che invecchiano, specie quando hanno fatto troppo affidamento sulla bellezza come arma per stabilire una posizione dominante nei rapporti di coppia.
Diana riteneva che molte ex belle donne, sentendosi private del loro "potere contrattuale" nei confronti degli uomini, si ritrovassero in una condizione di vulnerabilità proprio nel momento in cui arrivava, su molte vicende della vita, la resa conti, con tutti i rimpianti, i rimorsi e i fantasmi che essa si portava dietro. Esisteva il rischio, allora, per molte di loro, di entrare in crisi e far fronte a quella crisi in vari modi, che spesso si rivelavano uno peggiore dell'altro.
Le dipendenze, comprese quelle affettive; il rivolgersi ad amanti più giovani illudendosi che non lo facessero per secondi fini; il ricorrere in modo eccessivo alla cosmetica (e in seguito alla chirurgia estetica); l'esternare il proprio dolore in maniera vittimista, aggrappandosi alla falsa consolazione di poter dare agli altri tutta la colpa della propria infelicità, il che troppo spesso è l'ultima spiaggia dei disperati.
Niente di tutto questo per Diana.
Va detto che, come per magia, o per clemenza del destino, nel suo caso il tempo si era fermato.
Nonostante i drammi vissuti durante la guerra, le gravidanze, i lutti e i problemi di salute, il suo corpo si era mantenuto insolitamente giovane.
Insomma, era ancora una donna attraente, e di questo si erano accorti molti uomini, specie tra gli amici del giovane fratello di lei, Arturo.
Quest'ultimo, con il suo fascino, aveva permesso agli Orsini di riprendere i contatti con le famiglie nobili della Romagna, tra cui i Traversari di Ravenna.
Federico Traversari, in particolare, era un grande amico di Arturo Orsini e un ospite fisso alla Villa, così come sua sorella Anastasia.
Fin dall'inizio fu chiaro che Anastasia Traversari era la prediletta di Arturo, che non faceva mistero di avere intenzioni serie nei suoi confronti.
Meno chiaro, ma non per questo meno vero, era l'interesse di Federico nei confronti di Diana.
Ancor meno probabile era il destino che avrebbe legato in un'unico intreccio di Liaisons Dangereuses  i fratelli Orsini, i fratelli Traversari ed Ettore Ricci, che era stato letteralmente folgorato dalla bellezza di Anastasia.
Ce n'era abbastanza per creare la più esplosiva delle miscele.
Un nuovo scandalo era nell'aria, ma nessuno poteva prevedere fino a che punto sarebbe stato gravido di conseguenze tremende per chiunque ne fosse stato coinvolto.
L'ennesima tragedia della famiglia Orsini-Ricci era nell'aria, mentre gli avvoltoi, come la famiglia Braghiri, la famiglia De Gurbernatis e i loro parenti, stavano già roteando intorno al Feudo Orsini e alla Contea di Casemurate.

giovedì 28 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 31. La rivalità tra Arturo Orsini ed Ettore Ricci

Il Conte Achille Orsini di Casemurate votò naturalmente per la Monarchia, nel referendum del 1946 e visse la sconfitta del giovane re Umberto e della bella "regina di maggio", Maria José, come un lutto personale.
Come se non bastasse, l'Assemblea Costituente votò il "non riconoscimento dei titoli nobiliari" come primo comma della XIV disposizione transitoria della Costituzione Italiana, entrata poi in vigore il 1° gennaio 1948.
Certo, il "disconoscimento" non implicava l'abolizione dei titoli, come chiarì una sentenza della Cassazione nel '51, ma semplicemente il fatto che, a livello di cittadinanza anagrafica non erano più registrati come elemento distintivo, a differenza del nome e del cognome.
Quasi tutti i nobili comunque, avevano molto piacere ad essere chiamati col loro titolo, oltre che col cognome che indicava il feudo di origine.
I Conti Orsini di Casemurate tenevano moltissimo sia al titolo comitale che al feudo casemuratense, e confidavano nell'unico loro figlio maschio, Arturo, per risollevare le sorti della dinastia e sbarazzarsi della sudditanza nei confronti della ricca famiglia Ricci.
Dei sei figli avuti da Achille ed Emilia Orsini, tre erano morti prematuramente (Eugenio, Giovanna e Isabella) e dunque restavano due figlie, Diana coniugata Ricci e Ginevra coniugata De Gubernatis, e naturalmente Arturo, che era ancora celibe, ma aveva mostrato di essere un dongiovanni.
I mariti di Diana e Ginevra Orsini, e cioè l'imprenditore agricolo Ettore Ricci e il giudice istruttore Guglielmo De Gubernatis, erano perfettamente consapevoli del fatto che l'unica loro possibilità di rimanere a capo del Feudo Orsini era che il giovane Arturo Orsini non riuscisse a mettere insieme abbastanza soldi per pagare i debiti della famiglia.
L'educazione di Arturo era avvenuta secondo gli schemi della tradizione aristocratica, dando molta importanza alla cultura classica, agli sport e alle pubbliche relazioni, a cui si aggiunse, con l'andare del tempo, la passione del ragazzo per i motori e la tecnologia.
Arturo guidava sia la motocicletta che l'automobile, con le quali si faceva vedere in giro dappertutto, aggiungendo ulteriore fascino alla sua persona.
Era infatti molto bello, pieno di fascino, perfettamente coordinato nei movimenti e nei gesti, elegante in maniera classica, con grande stile, e infine anche molto gentile nei modi e simpatico nelle interazioni con gli altri.
Tutte le ragazze si innamoravano di lui.
C'erano molte fanciulle di ottima famiglia che avevano mostrato la loro disponibilità a sposarlo, portandogli in dote una quantità di denaro che sarebbe stata utilissima ai Conti Orsini per incominciare a riprendere il controllo del Feudo.
Augusto era molto galante con tutte e aveva incominciato a valutare quale scegliere, anche se sua sorella Diana gli aveva detto "sposati solo se sei innamorato, altrimenti rischierai di soffrire come me. E non fidarti mai di Ettore e dei suoi amici: tu sei l'ultimo ostacolo che si frappone tra loro e il controllo esclusivo del Feudo".
La famiglia Ricci aveva ancora in mano numerose ipoteche sui campi, sulle case coloniche e sui capannoni del Feudo Orsini, e soltanto in minima parte aveva accettato di ritirarle.
Ci sarebbero voluti molti anni e moltissimi soldi per pagare quelle ipoteche, ma esisteva il rischio che Arturo Orsini, ora che aveva incominciato a lavorare come dirigente nell'azienda meccanica di Oreste Ricci (il quale era ancora all'estero in attesa della grazia ai gerarchi fascisti) potesse rivelarsi un abile uomo d'affari.
Tutto questo era ben evidente alla famiglia Ricci.
Ma c'era di più.
Ettore Ricci provava, nei confronti del cognato Arturo, un'invidia destinata a crescere nel tempo.
Ci sono due tipi di invidie: quella positiva, che si trasforma in ammirazione ed emulazione, e quella negativa, che si traduce in rancore e ostilità.
Purtroppo Ettore, che prima di allora non aveva mai invidiato nessuno, ora che si trovava di fronte all'astro nascente del rampollo Orsini era animato dal secondo tipo di invidia.
Una volta un contadino che lavorava nel Feudo era venuto alla Villa per "parlare col padrone".
Ettore aveva risposto: <<Ditemi pure, buon uomo>>
E lui: <<No, io cercavo il figlio del Conte: è così gentile con noi>>
Ettore aveva voglia di prendere a calci quel "maledetto villano", ma si trattenne, perché sapeva che la sua autorità ne sarebbe stata sminuita ulteriormente:
<<Sono io il padrone qui! E lo sarò sempre! Mettetevelo bene in testa!>>
Il contadino allora se ne andò senza dire nulla.
A Ettore tornò in mente tutta la serie di figuracce che aveva fatto da ragazzo nel Salotto Liberty, e ripensò a tutta la gente che aveva riso di lui, dei suoi modi grezzi, del suo eloquio volgare, della sua mancanza di stile e di bellezza.
Per la prima volta in vita sua si sentì respinto dalla Fortuna e defraudato dei suoi diritti.
Perché Arturo Orsini aveva avuto in sorte tante doti che lo rendevano vincente in tutto e amato da tutti, mentre lui, Ettore Ricci, consapevole della propria goffaggine, doveva stare sempre in guardia e combattere continuamente, anche con mezzi sleali, per mantenere il controllo di ciò che aveva conquistato (e non era poco) in anni di sforzi e di combattimenti?
L'unica risposta che riusciva a darsi era che si trattava di un'ingiustizia e bisognava fare in modo di contrastare, anche barando, l'ascesa sociale del giovane rampollo.
Ma fino a che punto Ettore sarebbe arrivato pur di ottenere il suo obiettivo? 
Questo era un interrogativo a cui lo stesso Ettore non era ancora in grado di rispondere, ma c'era da scommettere che, dal momento che la posta in gioco era molto alta, la famiglia Ricci avrebbe fatto di tutto pur di evitare ogni rischio che la famiglia Orsini rialzasse la testa.

martedì 26 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 30. Il dopoguerra dei Monterovere

Già negli ultimi mesi del '45 l'Azienza Escavatrice e Idraulica Fratelli Monterovere tornò in attività e si inserì in un gruppo di cooperative, ottenendo vari appalti per opere di canalizzazione e scolo nelle campagne del faentino.
La sede legale fu spostata a Faenza, dove già abitavano Romano Monterovere, sua moglie Giulia Lanni e i loro tre figli Francesco, Enrichetta e Lorenzo.
L'alloggio era in condizioni precarie, ma aveva un vantaggio, seppur discutibile: si trovava nelle vicinanze della residenza di un'anziana Dama di San Vincenzola marchesa Matilde Zucconi di Vignola, una specie di "Donna Prassede" in chiave novecentesca, che aveva dedicato la propria vita alla missione di "salvare i bambini dal comunismo".
Inizialmente si era fatta l'idea che i Monterovere fossero devoti cattolici, dal momento che li aveva notati varie volte a messa, poi però il parroco l'aveva informata che, per quanto il signor Romano fosse credente, la maggioranza dei suoi fratelli non lo erano e anzi professavano idee di sinistra, per non parlare del vecchio capofamiglia, Enrico, considerato "una testa calda", nonostante l'età.
Il vecchio Enrico Monterovere ripeteva a figli e nipoti che lui era "per un socialismo democratico" e aveva preso le distanze da Stalin.
Romano  invece non parlava mai di politica, anche se la marchesa Matilde lo aveva etichettato come catto-comunista. In compenso suo suocero, l'ingegnere Lanni, esprimeva fin troppo spesso la sua fede nel progresso e si definiva un radicale progressista.
Ferdinando, il primogenito e capo dell'Azienda, aveva sposato una donna molto religiosa, per cui manteneva un basso profilo.
I rapporti con la politica locale e regionale furono affidati a Edoardo Monterovere, tornato dalla Francia, dove, così almeno diceva lui, aveva combattuto in prima linea nella resistenza contro l'occupazione nazista. Con queste credenziali mai del tutto provate, Edoardo si iscrisse al  PCI e riuscì rapidamente a fare carriera politica nelle amministrazioni locali.
Più defilata era la posizione di Anita, da un lato per il fatto di aver avuto il suo assaggio di socialismo jugoslavo mentre fuggiva da Fiume, scampando per un soffio alle foibe, e dall'altro, come insegnante riteneva professionalmente più giusto mantenere un atteggiamento super partes.
Anita Monterovere era nubile e viveva con i genitori e i figli di una sorella morta di tisi.
Aveva una certa simpatia anche per i figli di Romano, in particolare Francesco, che però era anche il preferito della marchesa Matilde.
Le due zitelle finirono così per interagire, a volte in maniera competitiva, a volte cooperativa.
In ogni caso, quando il bambino compì dieci anni, nel 1948, sia Anita che la Zucconi concordarono sul fatto che dovesse proseguire gli studi.
La famiglia non si oppose, ma per il momento non poteva ancora permettersi di sostenere le spese per un'educazione superiore.
La marchesa Zucconi manifestò allora l'idea che le era venuta fin dall'inizio e cioè che avrebbe provveduto lei stessa alle spese, purché Francesco si iscrivesse al collegio dei Salesiani, dove sicuramente "si sarebbe salvato dai miasmi del comunismo".
Questa proposta fu all'origine del secondo grande trauma dell'infanzia di Francesco (dopo gli anni della guerra e i periodi trascorsi nella stia dei polli).
Il bambino infatti non era portato per la vita da collegio, dove alle regole rigide si sommava un forzato spirito comunitario che non lasciava spazio alla libertà, alla privacy e alle predisposizioni individuali.
In seguito non seppe mai dire se questo fu un bene o un male, alla luce degli sviluppi successivi della sua vita, ma una cosa era certa, e cioè che fin dal primo giorno in cui mise piede in collegio, Francesco Monterovere si sentì come rinchiuso in una prigione e passò il resto del tempo ad escogitare un modo per evadere.

martedì 19 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 29. Regolare i conti e nascondere le crepe

Diana non avrebbe dimenticato mai più i mesi che seguirono.
Dopo un periodo di grandi incertezze, in un mattino di pallida primavera ancora legato al gelo dell'inverno, vide dalla finestra della propria stanza una fila interminabile di camion tedeschi che si dirigevano verso nord, dall'Adriatica alla Cervese e dalla Cervese alla via Emilia.
Si stavano ritirando. La Linea Gotica stava cedendo e il fronte si stava riposizionando lungo il fiume Senio, oltre Faenza e Argenta, ma era chiaro che ormai, per il Reich e la RSI, era la fine.
Li osservava dalla finestra della propria camera da letto, consapevole di assistere ad un evento storico.
Nel loro crollo, le forze dell'Asse si erano trascinate dietro tutto ciò che non risultava più utile al nuovo assetto del mondo, spartito tra il liberal-capitalismo anglosassone e il comunismo sovietico.
L'Italia si trovava alla frontiera tra questi due blocchi e per quanto fosse stata militarmente conquistata dagli Alleati occidentali, le forze repubblicane, socialiste e comuniste che avevano partecipato alla Resistenza partigiana, difficilmente avrebbero accettato un ritorno allo Stato Liberale e monarchico precedente al ventennio fascista.
Non ci voleva un genio, dunque, per capire che il vecchio ordine economico-sociale era in frantumi tanto quanto quello politico e internazionale.
L' ancien regime , o almeno quel "piccolo mondo antico" che nella Contea di Casemurate era sopravvissuto alle Rivoluzioni, a Napoleone, al Risorgimento, alla Grande Guerra, stava ora franando, nell'aprile 1945, di fronte al finale dell'ecatombe più devastante della storia umana: la Seconda Guerra Mondiale.
Anche gli occupanti stranieri di Villa Orsini si stavano ritirando.
Il primo levare le tende era stato il Professor Von Tomaten, non senza un severo ammonimento:
<<Se voi Italiani mangia-spaghetti pasta pizza e mandolino pensate di esservi liberati per sempre di Grande Cermania, vi sbagliate di gross!! Ricordate qvuesto che io dice: "Prima o poi ritorneremo!">>
Diana non poteva certo immaginare che sarebbe vissuta così a lungo da vedere avverarsi quella profezia, seppure sotto una diversa bandiera, e con un diverso volto: al posto dei baffetti di Hitler ci sarebbe stato il faccione fintamente materno di Angela Merkel.
Ma per il momento i Tedeschi erano in fuga.
I fratelli di Ettore Ricci avevano deciso di seguire i fedelissimi della RSI fino a Salò.
Lui non aveva fatto nulla per trattenerli, forse sperava che fosse l'occasione buona per sbarazzarsene una volta per tutte.
Ma un evento causò grande preoccupazione in famiglia: il Conte Orsini e il Tenente Mueller erano spariti.
Soltanto quando la ritirata tedesca fu completa, il cadavere di Mueller, con le gambe azzoppate da colpi di fucile e le vene tagliate, fu ritrovato nelle vicinanze di un capanno da caccia, ai margini di uno stagno.
Il giorno dopo il Conte Orsini ricomparve in pubblico, adducendo il suo periodo di assenza ad una serie di impegni politici per la ricostruzione.
Ricomparve anche il suo fucile da caccia e il pugnale con il rubino rosso sull'elsa, antico cimelio di famiglia.
Quando passò a salutare Diana, le disse:
<<Ora Isabella potrà riposare in pace>>
Lei sospirò:
<<Avremmo potuto salvarla. Avremmo dovuto proteggerla. Lei cercava comprensione, affetto, e noi eravamo troppo presi dai nostri guai per accorgerci di quanto grave fosse la sua situazione. 
Io non riuscirò mai a perdonarmi e non credo che la vendetta privata sia stata un atto di giustizia.
Comunque il tenente Mueller era un aguzzino e meritava di fare la fine che ha fatto: in tanti lo volevano morto e immagino sia anche per questo che il tuo piano ha funzionato>>
Lui sollevò le spalle, come se se si fosse trattato di una cosa da niente, e comunque non avrebbe mai rivelato i dettagli di quel regolamento di conti.
Si appoggiò al davanzale della finestra e fissò il tramonto:
<<Il mio piano? Io non lo definirei così. E comunque non credo nei piani. 
Le cose non vanno mai secondo i piani. So bene di avere sbagliato tutto con Isabella, così come ho sbagliato con te. E mi porterò questo macigno nella tomba.
Ho imparato tardi la lezione. 
Solo ora mi rendo conto che basterebbe solo un po' di buon senso, e vivere un giorno alla volta.
E tenere a mente che questo giorno non ritornerà più>>
Era una sorta di epitaffio a quello che era stato il mondo in cui era cresciuto e dunque era anche un epitaffio per se stesso, ora che la sua vita volgeva al tramonto.
<<Per me è motivo di sollievo>> rispose Diana <<pensare che i giorni non si ripetano, perché se dovessi rivivere ciò che ho vissuto, credo che impazzirei per il dolore. L'unico pensiero che mi conforta è la speranza che dopo la morte non ci sia più nulla. Fino ad allora, troverò pace soltanto nell'oblio, poiché l'unica felicità che mi è concessa è data da ciò che mi permette di dimenticare, anche solo per brevi istanti, la spaventosa sorte del vivere>>
Il padre la guardò, rattristato:
<<E dunque dovrò chiederti perdono anche per averti generata?>>
<<In questo, almeno, eri in buona fede. Ma lasciamo da parte il passato. La guerra è finita, ma non per la nostra famiglia. I pericoli verranno sia da dentro che da fuori, e credo che tu sappia a cosa mi riferisco>>
Il Conte annuì, consapevole del significato di quelle allusioni, e determinato a utilizzare il poco tempo che ormai gli restava a rimediare a tutti i suoi errori passati, per il bene dei suoi figli.
Ormai il capofamiglia indiscusso era Ettore Ricci, di fronte a cui il giovane cognato Arturo Orsini, erede del titolo comitale, sembrava poco più di un valletto in livrea.
Ettore trovava comunque fastidiosa la presenza di Arturo, l'unico che ancora si permetteva, in famiglia di mostrare disprezzo nei suoi confronti.
La stessa sera in cui il Conte osservava il tramonto nella camera di Diana, Ettore mise in riga alquanto brutalmente il giovane cognato.
<<Ascoltami bene: ogni volta che hai avuto bisogno di denaro per una nuova macchina o una nuova motocicletta o un abito di sartoria, io ti ho sempre finanziato senza chiederti nulla in cambio se non il tuo rispetto. Ora però i tempi sono cambiati: ha vinto l'America e questo vuol dire che hanno vinto gli uomini come me, quelli che sanno fare i soldi, mentre tu sei solo capace di spenderli. Se vorrai ancora attingere dalle mie casse, dovrai rispettarmi in maniera convincente, non so se mi spiego>>
Arturo soppesò quelle parole e alla fine rispose:
<<Se tu mi facessi avere un lavoro di un certo prestigio, ben remunerato, nell'azienda di tuo fratello Oreste, quella che produce macchinari per l'agricoltura, te ne sarei eternamente grato e mostrerei a tutta la famiglia Ricci i miei rispetti>>
Ettore sorrise:
<<Mi pare un'ottima idea. Ti daremo l'occasione di mostrare a tutti quello che vali>>
Si strinsero la mano per suggellare il patto, credendo, ognuno, di aver ottenuto molto di più dell'altro.
Ma Ettore aveva altre questioni da risolvere.
I regolamenti di conti tra gli antifascisti e i loro nemici stavano diventando una specie di guerra civile.
Una mattina, durante la quotidiana passeggiata con le figlie, nel bosco retrostante a Villa Orsini, trovò di fronte a sé, in mezzo al sentiero, una scena macabra, che rimase impressa nella memoria e negli incubi delle bambine, che già avevano visto fin troppe atrocità.
Il maresciallo dei carabinieri era stato ucciso, quasi sicuramente dai partigiani, e il suo corpo giaceva a terra, con il teschio sfracellato.
Poco distante, altri corpi dilaniati e ammucchiati formavano una specie di avvertimento contro coloro che avevano collaborato con i tedeschi e con la RSI.
Un contadino con cui Ettore Ricci aveva litigato, e che era soprannominato "Baracca" per il luogo dove viveva, passava da un'osteria all'altra, ubriaco fradicio, a denunciare i Ricci-Orsini come dei voltagabbana.
Ma se questo era vero per gli Orsini, non era ancora vero per tutti i Ricci, tanto che Adriana, sorella di Ettore, era stata fermata dai partigiani sulla via di Salò e rapata a zero. 
Il vecchio Giorgio "Zuarz" Ricci era riuscito comunque a cavarsela versando un'enorme quantità di denaro nelle casse di tutti i gruppi che avevano fatto la Resistenza e aveva scritto ai figli Oreste e Roderico (riparati in Svizzera) che presto l'ordine sarebbe tornato a Casemurate.
Ettore Ricci fece valere il sostegno fornito ai partigiani cattolici e liberali, ma c'era da fare i conti con i repubblicani, i socialisti e i comunisti.
E qui si presentò la prima grande occasione per il braccio destro di Ettore, Michele Braghiri, che durante il periodo della RSI era rimasto defilato in secondo piano, ma nei giorni immediatamente precedenti la Liberazione aveva preso contatto con i comunisti e aveva offerto il proprio sostegno.
Da quel momento, seppur in modo informale, Braghiri divenne il protettore e il punto di riferimento del Partito Comunista nella Contea di Casemurate.
Ettore vedeva i comunisti come il fumo negli occhi, ma sapeva che, per alcuni anni, avrebbe dovuto tenere a freno le proprie opinioni in merito.
Per questo accettò il ruolo di mediazione del suo amministratore.
Michele Braghiri, che faceva il doppio gioco, come sempre, gli disse che il Partito intendeva creare in Emilia-Romagna un modello di socialismo compatibile con la proprietà privata, e dunque consigliava alla famiglia Ricci-Orsini di far entrare il Feudo in una Cooperativa, una mossa che avrebbe permesso in prospettiva anche un notevole risparmio fiscale.
Nel frattempo quel che restava della dinastia Orsini Balducci di Casemurate e delle famiglie ad essa legate da vincolo di parentela, ci furono molte altre "grandi manovre" per cercare coperture politiche.
Il conte Achille, come suo ultimo atto politico, ebbe un colloquio molto costruttivo col neo-eletto segretario provinciale della Democrazia Cristiana, l'avvocato (e futuro deputato) Edoardo Baroni e gli spiegò perché, tutto sommato, anche se l'Italia fosse diventata una repubblica, l'aristocrazia avrebbe comunque mantenuto un suo ruolo, il politico chiese: <<E quale ruolo sarebbe?>>
<<Voi vi rivolgerete ad un elettorato anticomunista che richiede stabilità e solidità in un edificio sociale pieno di crepe. Il compito di una sobria e virtuosa aristocrazia sarà quello di nascondere queste crepe mostrandosi tranquilla e serena e infondendo tranquillità e serenità a tutto l'elettorato conservatore, che in Italia è quasi sempre maggioritario>>
Il futuro onorevole Baroni, che era anche marito di Caterina Ricci, sorella di Ettore, e dunque conosceva bene i segreti di famiglia, ebbe un'unica obiezione:
<<Quando parlate di sobria e virtuosa aristocrazia, esprimete un lodevole proposito, più che, se mi è permesso, un fedele ritratto di famiglia>>
In gioventù il conte Orsini aveva sfidato a duello persone ben più importanti per frasi assai meno vere. Ma i tempi erano cambiati, ed era cambiato anche lui.
<<Voi siete un uomo religioso, avvocato Baroni, quindi saprete che l'aristocrazia fonda spiritualmente i suoi privilegi su due concetti: la Grazia di Dio e gli obblighi che ne conseguono. La Grazia non è un capriccio, è parte di un disegno superiore, ossia quella che chiamiamo Divina Provvidenza. Ora, io ammetto di non essere stato all'altezza di tutto ciò, e sono pronto a farmi da parte, purché sia consentito ai miei figli superstiti di compiere il loro destino>>
L'avvocato accennò un lievissimo sorriso:
<<Vostra figlia Diana è mia cognata, e dunque il suo destino è legato al mio dallo stesso Grande Disegno, perché vedete, signor Conte, il disegno che io ho in mente per la mia carriera politica è decisamente molto grande. Pertanto io farò la mia parte per sostenere il prestigio degli Orsini di Casemurate e in particolare del clan Ricci-Orsini, ma voi dovrete fare in modo che i vostri familiari si attengano a comportamenti più consoni a quelli di un devoto cattolico che intende permanere nella Grazia di Dio>>
Il conte Achille l'avrebbe volentieri preso a schiaffi e invece gli tese la mano, con l'aria solenne e compunta di colui che sta percorrendo un salvifico cammino di espiazione e redenzione.
Ma in tutto questo avvicendarsi di patti e di riposizionamenti politici e strategici, la sorpresa fu grande un'altra.
Improvvisamente, così com'erano spariti, i De Toschi, padre e figlia, ricomparvero nella loro dimora.
Raccontarono una storia tanto commovente quanto inventata secondo cui il Generale, due anni prima, alla vigilia dell'8 settembre, era accorso a Roma ad offrire al Re in persona la propria vita e la propria spada, per poi scortarlo a Brindisi ed essere sempre presente per difenderlo, consigliarlo e confortarlo.
La Signorina mostrò a tutti le lettere grondanti di affetto e gratitudine (oltre che di contraffazione) che Sua Altezza Reale Maria José, Principessa di Piemonte, le avrebbe scritto in quei due anni di profonda amicizia e corrispondenza.
Per fare da contrappeso alla fede monarchica dei De Toschi, Ettore Ricci convinse il cognato giudice De Gubernatis, a iscriversi al Partito Repubblicano, che in Romagna poteva contare su molti voti.
Il Conte approvò: dal momento che De Gubernatis era sposato con Ginevra Orsini, la dinastia poteva considerarsi coperta anche sul fianco sinistro, nel caso non ci fosse più la Corona a garantire la solidità dei titoli nobiliari.
Solo qualche anno dopo, quando l'Italia era divenuta ormai saldamente una Repubblica, la Signorina De Toschi confessò alla contessa Emilia Orsini che lei e suo padre, tra il '43 d il '45, avevano trovato protezione in Vaticano, grazie all'interessamento dell'onorevole Baroni, e dunque il loro sostegno al partito monarchico era solo di facciata, mentre nei fatti votavano la Democrazia Cristiana.
Alla fine, quando nel dicembre del 1945 De Gasperi divenne Presidente del Consiglio, anche Ettore Ricci tenne un discorso all'intera famiglia allargata, citando le parole del grande statista democristiano:
<<Solo se saremo uniti saremo forti. Solo se saremo forti, saremo liberi>>
Tutti i dissapori interni vennero dunque, temporaneamente, messi da parte.
E così i Ricci-Orsini riuscirono a salvare, almeno per un altro po' di tempo, la vita, la famiglia, la Villa, il Feudo e la Contea.

mercoledì 13 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 28. La Linea Gotica

Dopo lo sfondamento della Linea Gustav nel maggio '44, ottenuto in seguito mesi di combattimenti, col supporto dell'aviazione e delle nuove truppe sbarcate ad Anzio, alla fine la 5ª Armata statunitense comandata dal generale Clark prese il controllo di Roma il 4 giugno 1944.
Per il Reich e la Repubblica Sociale fu un duro colpo.
Il feldmaresciallo Kesselring si trovava a dover ricompattare un esercito demoralizzato e disorganizzato, scarsamente mobile e in condizioni d'inferiorità numerica.
Per cercare di porre rimedio a questa situazione, Kesselring sostituì il generale Von Mackensen, indicato come responsabile del mancato coordinamento tedesco contro la testa di ponte di Anzio, con il generale Joachim Lemelsen, e nel settore della 14ª Armata mandò cospicui rinforzi.
Nel progettare la strategia difensiva per ritardare il più possibile l'avanzata anglo-americana prima che giungesse l'inverno, Kesselring fece terra bruciata di tutte le linee di comunicazione tra Roma e il nord, facendo saltare in aria strade e ferrovie, peraltro già danneggiate dai bombardamenti alleati.
 A nord di Roma il fronte indietreggiò temporaneamente lungo la Linea del Trasimeno, ma senza l'intenzione di svernarvi. Kesselring proseguì la ritirata strategica e l'interruzione delle infrastrutture attraverso una serie di azioni ritardatrici fino a raggiungere il fiume Arno, sul quale intendeva opporre l'ultima resistenza prima di ritirarsi lentamente sulla cosiddetta Linea Gotica, che nei piani doveva essere il vero fronte progettato per l'inverno.
Il problema, per Kesserling, fu che la superiorità dell'aviazione alleata gli impedì di portare a termine le azioni ritardatrici previste dal piano strategico e lo costrinse infine a ritirarsi lungo la Linea Gotica già nell'agosto del '44.
La Linea Gotica (in tedesco Gotenstellung) era una poderosa struttura difensiva fortificata che si estendeva dal versante tirrenico dell'attuale provincia di Massa-Carrara (allora denominata provincia di Apuania) fino al versante adriatico della provincia di Pesaro e Urbino, seguendo un fronte di oltre 300 chilometri sui rilievi appenninici.

Gothic Line - Concept of OperationOlive 1944.png

Non era stata scelta solo per ragioni tattiche e militari, ma che alla luce di considerazioni storiche e culturali.
A spiegare tutto questo alla famiglia Ricci-Orsini, nel momento in cui la loro casa si apprestava a diventare parte integrante della stessa Linea Gotica, ospitando la 162esima divisione della Decima Armata Wehrmacht nella RSI,  fu ovviamente il Professor Erich von Tomaten:
<<A voi concesso crande honore di essere parte di qvesta gloriosa linea di confine tra il Reich nordico e tutto inferiore mondo mediterraneo africano di sud, ja!>>
Il conte Orsini ormai non interloquiva più con il vecchio ideologo dell'Ahnenerbe-SS.
Da quando era morta Isabella, il Conte si era convinto che fosse stato il tenente Mueller ad ucciderla e l'unico motivo per cui non gli aveva ancora sparato era la certezza che la rappresaglia si sarebbe abbattuta sul resto dei suoi familiari.
Ma poiché le sorti della guerra erano ormai segnate, la vendetta era soltanto rimandata.
"Sono il discendente della Casa di Bertoldo Orsini, Conte di Romagna dal 1278: perciò ho camminato, e perciò presto riposerò. 
Ma prima di lasciare questa valle di lacrime, trascinerò con me all'Inferno i carnefici di mia figlia. 
Volgi le spalle, Tedesco, e quando tornerà la primavera, all'alba di un giorno di aprile, guarda ad est, perché io ti aspetterò al varco, al mutare della marea".
Con il suocero in quelle condizioni, spettava ad Ettore Ricci l'ingrato compito di moderatore e mediatore, al quale ormai era allenato, dopo anni di permanenza alla guida del clan Ricci-Orsini della Contea di Casemurate:
<<Naturalmente, Professore, siamo onorati di essere parte di questo grande mondo nordico>> iniziò, per blandire il teutonico culture dell'eredità ancestrale "ariana" <<Del resto lo sanno tutti che l'Italia del Nord è molto diversa dal resto del paese, anche per merito dei Galli, dei Goti e dei Longobardi, di cui tanto ci avete parlato>>
Il Professore sogghignava soddisfatto:
<<Jawohl, Herr Ricci! Questa nuova Ostgothien Provinz sarà crande baluard di Linea Gotica per mille e mille anni!>>
E qui la Contessa Emilia, che dalla morte della figlia Isabella si trovava in stato di ubriachezza cronica, non poté fare a meno di ironizzare, sollevando il calice di vino rosso sangue:
<<Diecimila anni, al Reich della Grande Germania!>>
Von Tomaten era totalmente privo di senso dell'umorismo e quindi non capì che si trattava di una presa in giro e rispose con un saluto romano e un tonante: <<Sieg Heil!>>
L'eco di questi discorsi, come quello di un sabba di indemoniati nella sera della loro tregenda, arrivava a malapena al piano superiore della cadente Villa Orsini.
Diana non usciva quasi più dalla sua stanza
Il dolore e il senso di colpa per la morte di Isabella acuivano l'ennesima depressione post-partum e la perenne emicrania. La sua volontà di vivere ormai si stava esaurendo, ritraendosi e scomparendo come acqua nella sabbia.
Eppure, come sempre, rimaneva sospesa nell'indecisione.
Sparire non so, né riaffacciarmi. 
Le figlie le facevano compagnia, senza meravigliarsi per la sua condizione.
Erano nate nel dolore e cresciute nella guerra: non avevano visto altro nella vita, e i loro occhi erano già colmi di una comprensione profonda.
Diana allattava la piccola Isabella, mentre Margherita e Silvia giocavano con bambole di pezza, perché le altre erano andate distrutte durante una serata etilica degli occupanti.
Margherita e Silvia uscivano di casa soltanto quando si doveva correre nei rifugi.
I Tedeschi avevano scavato una trincea dove prima c'era un vialetto che affiancava il torrente Bevano.
Una notte, mentre si trovavano con la madre, un bombardamento particolarmente intenso le costrinse tutte a correre fuori, col cielo illuminato a giorno.
Diana teneva in braccio Isabella e per mano Silvia. Margherita correva dietro di loro, ma a un certo punto era scivolata in una trincea.
L'istinto materno di Diana, così difficile da percepirsi nella normalità, diveniva fortissimo nel momento del pericolo.
Era scesa nella trincea piena di soldati, che già si facevano beffe sia della bambina che della madre in camicia da notte, e aveva difeso la figlia con le unghie e con i denti.
Alla fine, la paura dei bombardamenti aveva reso mansueti i tedeschi, e Diana ne aveva approfittato per mettere al sicuro se stessa e le figlie.
Ecco, questo era il suo paradosso: pur essendo perseguitata dal desiderio di morire, quando la morte si avvicinava, Diana si aggrappava alla vita con tutte le sue forze.
Qualche rara volta Margherita e Silvia uscivano col padre, ma quella concessione terminò quando, in un giorno d'autunno del 1944, assistettero ad una scena terribile, destinata a rimanere impressa nella loro memoria.
Si trovavano nei pressi del ponte del Bevano, lungo la via Cervese.
Lì era stato istituito un posto di blocco dei tedeschi, che temevano l'infiltrazione di partigiani provenienti dalla direttrice adriatica.
Dall'altra parte del ponte c'era il vecchio prozio Remigio, quello che in tempi migliori aveva osato prendere in giro il gerarca Baroncini in sua presenza.
Non era mai stato del tutto lucido ed era diventato completamente sordo.
Per questo non sentì l'alt pronunciato dai tedeschi, e continuava a proseguire lungo il ponte col suo solito sorriso sbilenco.

Ettore cercò in tutti i modi di avvertire lo zio:
<<Remigio fermati! >> urlava, indicando i soldati con la mitragliatrice <<Remigio, torna indietro!>>
Non ci fu nulla da fare: il vecchio proseguì, sempre sorridendo, e fu falciato da una raffica di proiettili, davanti agli occhi inorriditi di Ettore e delle sue figlie.
Da quel giorno, le bambine rimasero in camera con la madre, e sembrava che fossero loro a dare coraggio a lei, e a offrirle una ragione di vita, quando ogni altra luce sembrava essersi spenta.
Nonostante le offensive alleate, la Linea Gotica resse gli assalti del dicembre 1944, il che portò alle stelle l'umore del Professor Von Tomaten:
Una sera, ebbro di birra, il Professore si era messo a cantare Deutschland uber alles.
Il Conte, che si era appisolato sul divano, fu svegliato dai latrati del vecchio pazzo.
Von Tomaten era certo della vittoria:
<<Noi presto vincere guerra ed io tornare in patria. Là mi riaccoglieranno come un eroe!>>
Il conte Achille, ancora mezzo addormentato, borbottò:
<<Forse. Io non ho mai avuto molto tempo per gli eroi>>
Il Professore di Jena divenne rosso come i pomodori evocati dal suo cognome:
<<Tu avere deluso mie speranze di germanizzarti. Il tenente Mueller già deciso che tu essere kaputt.
Ma prima tu avere giusta dose di tortura...>> annuì e cercò di formulare il finale della frase in italiano corretto, per aggiungere epicità alle sue minace: <<e quando Mueller avrà finito con te, tu lo supplicherai di darti la morte, e lui, da signore misericordioso, te la concederà>>

sabato 9 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 27. Uno scandalo dietro l'altro

La terza figlia di Diana Orsini ed Ettore Ricci fu chiamata Isabella, in memoria della sorella minore di Diana, che la notte precedente si era tolta la vita.
Questa volta Ettore evitò di lamentarsi per il fatto che il tanto sospirato erede maschio continuava a non arrivare.
Ma quella non era certo la sua unica preoccupazione.
Le indagini sulle circostanze della morte di Isabella Orsini furono molto discrete.
L'ispettore Onofrio "Compagnia Bella" Tartaglia fu incaricato del caso, e il giudice istruttore Giuseppe Papisco presiedette alle indagini preliminari. 
Entrambi erano cognati di Ettore Ricci.
Alla fine il medico legale disse che non c'era bisogno di autopsia e si limitò a constatare le cause del decesso, ossia il taglio delle vene dei polsi, senza riportare la descrizione di altre particolari lesioni, che pure alcuni avevano creduto di vedere.
Il referto non fece cenno a un altro elemento, riscontrabile anche ad occhio nudo, ossia che la defunta era all'incirca al terzo mese di gravidanza.
Suo fratello Arturo, l'unico con cui si era confidata, non poté far altro che confermare tutto.
<<Ma perché non ce l'hai detto?>> chiedeva continuamente il conte Achille.
<<Perché Isabella mi aveva fatto giurare di mantenere il segreto. Mi aveva promesso che non avrebbe commesso sciocchezze e che anzi, il giorno dopo, avrebbe annunciato a tutti la sua gravidanza e avrebbe rivelato il nome del padre. Io le chiesi chi era, ma si rifiutò di dirmelo>>
Ci fu un attimo di gelo.
Poi tutti gli occhi si rivolsero prima verso il tenente Muller, impassibile, e subito dopo verso Ettore Ricci, profondamente addolorato.
Entrambi non avevano mai fatto mistero della loro attrazione nei confronti di Isabella Orsini, ma
Ettore sapeva che, mentre le sue avances erano rifiutate dalla giovane cognata, quelle del tenente Muller, un "ariano" biondo e dal fisico scolpito, erano state accettate.
Peccato che il tenente fosse un uomo sposato e che in patria fosse considerato un marito e un padre irreprensibile.
Il caso fu chiuso in fretta e archiviato come suicidio, anche se Diana e i Conti Orsini sostenevano che Isabella, se mai avesse voluto togliersi la vita, non l'avrebbe fatto in quel modo. 
Aveva orrore del sangue e piuttosto avrebbe ingerito delle pillole.
La tragedia, gli scandali e le conseguenze della guerra acuirono l'alcolismo della Contessa Emilia e la gastrite corrosiva del Conte Achille, ma quella che reagì peggio fu Diana, per i dissapori che c'erano stati con la sorella.
Dopo aver passato settimane a letto con un'emicrania lancinante e una febbre che persisteva, attraversò prima una fase di depressione profondissima e poi un accesso di rabbia, in cui attaccò frontalmente il marito:
<<Se tu non avessi fatto il cascamorto con Isabella io e lei non avremmo litigato e lei si sarebbe confidata con me e forse io avrei potuto salvarla.
E invece...
Non riuscirò mai a perdonare me stessa, e ogni volta che ti guarderò negli occhi, sarà solo per ricordarti che abbiamo tutti e due una vita sulla coscienza.
E infine ti giuro che non metterai più piede nel mio letto! Se lo farai, ti strapperò gli attributi a morsi... sei avvisato...>>
Lui bofonchiò qualcosa relativo al "figlio maschio" che lei aveva il dovere di dargli, ma poi decise di lasciar passare la crisi e se ne andò con la coda tra le gambe, come un leone ferito.
Diana tornò al suo personale inferno: dopo la rabbia tornò la depressione, acuita dal recente parto in condizioni estreme.
Ma la cosa peggiore, in tutta quella vicenda, fu la mancanza di ogni forma di solidarietà da parte dei compaesani.
Il funerale si tenne in forma strettamente privata, anche perché il parroco, don Guido Ricci, cugino di Ettore, pur avendo ottenuto, anche grazie all'appoggio di Edoardo Baroni, il permesso della Curia di seppellire Isabella Orsini nella cappella di famiglia, in terra consacrata, si trovava in imbarazzo a dover giustificare una simile disparità di trattamento rispetto ad altri parrocchiani che si erano tolti la vita.
Nei giorni seguenti, nel buio dei rifugi, per passare il tempo, la gente chiacchierava dell'argomento più scandaloso mai accaduto da quelle parti dai tempi in cui Lucrezia Spreti aveva tradito il marito Orsini con un taglialegna venuto dai monti.
Le maggiori cattiverie furono messe in giro dalla governante Ida Braghiri, all'insaputa sia dei Ricci che degli Orsini.
Dopo aver instillato nei compaesani della Contea di Casemurate il sospetto che la colpa del suicidio di Isabella fosse di Ettore Ricci, aveva confidato al marito:
<<Io te lo dicevo che non bisognava confondersi con i Ricci e con gli Orsini. E' gente strana, pazza. 
La loro storia, la loro vita, tutta la loro esistenza non è altro che uno scandalo dietro l'altro!>>
Michele però, la cui perfidia era calmierata da una maggiore dose di razionalità, la riportò al pragmatismo:
<<Non bisogna sputare sul piatto in cui si mangia. Gli scandali stanno indebolendo la famiglia Ricci-Orsini, ma noi non siamo ancora così forti da poter prendere il controllo del Feudo. 
Per il momento è meglio cercare di salvare le apparenze, accumulare denaro e potere e, quando saremo finalmente pronti, aspettare il momento adatto per colpire. 
Tanto, se è vero che la loro vita è uno scandalo dietro l'altro, le occasioni future non mancheranno>>
Ida lodò la sagacia del marito e fece proprio il suo piano, appollaiandosi come un avvoltoio intorno alla decadente dinastia dei Ricci-Orsini e sperando che le evoluzioni della guerra avrebbero contribuito a dare agli odiati padroni il colpo di grazia.

giovedì 7 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 26. Il Rosso e il Nero

Ormai a Villa Orsini c'erano due fazioni.
Quella che detestava gli occupanti tedeschi, che comprendeva i conti Orsini e i loro figli, tranne Isabella e quella che cercava di farseli amici, che comprendeva il marito di Diana, Ettore Ricci (seppure in maniera moderata), i suoi fratelli Roderico e Adriana (sostenitori della RSI), la governante Ida Braghiri e suo marito Michele, amministratore del Feudo Orsini, e infine, per motivi non chiari, Isabella Orsini, la più giovane tra le figlie del Conte.
Dal momento che i sostenitori di Isabella erano per lo più nostalgici delle "camicie nere", chi si poneva contro di loro veniva catalogato come "rosso", per quanto Diana, i suoi genitori e suo fratello non fossero di certo comunisti o socialisti, quanto piuttosto liberali laici, ormai solo tiepidamente monarchici, dopo i disastri combinati da Vittorio Emanuele III nel suo fin troppo lungo regno.
Eppure, per quanto Isabella fosse annoverata tra i "neri", non aveva alcun interesse per la politica, ma era mossa da una passionalità che forse sarebbe stata resa più fedelmente attribuendole il colore rosso, così come l'eterna depressione di Diana sarebbe stata più vicina psicologicamente al nero.
Questa confusione tra i due colori avrebbe dato del filo da torcere persino a Stendhal, nel caso avesse voluto riapplicare il titolo del suo romanzo alla storia di guerre e di amori che si svolgeva un secolo dopo nella stessa regione italiana dov'era ambientata "La Certosa di Parma".
Diana era ormai vicina al compimento del nono mese di gravidanza, quando le difficoltà di difesa della Linea Gustav, nel marzo del '44, fecero scendere più divisioni tedesche nella RSI.
Dalla finestra Diana vedeva passare innumerevoli furgoni teutonuci lungo la Cervese, diretti al versante adriatico.
Alcuni si fermarono a Villa Orsini per ampliare la guarnigione del tenente Mueller.
Erano soldatacci molto più prepotenti e arroganti di quelli arrivati in precedenza, e le conseguenze furono piuttosto pesanti.
In primo luogo fu issata sulla villa la Kriegsflagge, la bandiera di guerra del Terzo Reich, quadripartita, con svastica al centro e croce di ferro teutonica nel riquadro più in alto.
Venuti a sapere che il Conte e la Contessa erano liberali, li accusarono di far parte del complotto giudaico-massonico e plutocratico e per punirli fecero razzia dei loro beni all'interno della Villa.
In particolare la Contessa vide, con orrore, il saccheggio della sua cantina di preziosissimi vini d'antan e l'utilizzo di capi pregiati del suo guardaroba per pulirsi il fondoschiena.
Quando però tentarono di appropriarsi dei gioielli della Contessa Emilia, intervenne Ettore Ricci in persona, dicendo che quelli facevano parte dell'eredità di sua moglie e che quindi non andavano toccati.
Il tenente Mueller, contrariato dall'intervento di Ettore, borbottò qualche oscenità in tedesco al professor Von Tomaten, in quale poi riferì:
<<Herr Ricci, vostra Frau ist parte di complotto di massoneria pluto-liberaldemocratica e giudeo-bolscevica per rovesciare nazional-sozialismus.
Familie Orsini del resto ist noten in Roma come papista e quindi non del tutt affidabil. 
Per ora non ci saranno rappresaglie, ma una volta nato bambino dovrà cambiare atteggiament e mostrare rispett per Grande Volk Tedesck e suo Reich millenario national-sozialista.
Tu capiten, jawhol?>>
Ettore annuì, con un lieve inchino.
Ma c'era un'altra questione che lo preoccupava e di cui solo lui, Isabella e il tenente Mueller erano a conoscenza.
In realtà Diana aveva capito che Isabella si fosse infatuata dell'ufficiale tedesco, e avrebbe voluto proteggerla da quell'uomo, ma dopo gli ultimi diverbi, Isabella non era più venuta a trovarla nella stanza da letto in cui si trovava confinata a causa della problematicità della sua gravidanza.
Il Conte e la Contessa si alternavano a farle compagnia.
Più volte Diana era stata sul punto di informarli delle sue preoccupazioni riguardo a Isabella, ma temeva che suo padre, se avesse capito che tra Isabella e il tenente potesse esserci qualcosa, avrebbe reagito in maniera plateale, mettendo in pericolo la vita di tutti.
Il conte Achille, un giorno di inizio aprile, trovò Isabella in lacrime e le chiese il motivo.
Lei però non volle confessare il segreto che la turbava.
Il padre cercò comunque di confortarla:
<<Questa guerra ti ha privato della tua giovinezza, ma presto sarà tutto finito e dopo avrai tutta la vita davanti. Io sono il passato, tu sei il futuro. Dunque, non piangere per coloro per cui è giunta l'ora. Tu vivrai per vedere questi giorni rinnovati. Basta con la disperazione>>
Lei ricambiò l'abbraccio, poi per un instante parve sul punto di dire qualcosa, ma alla fine si limitò ad annuire.
Il giorno successivo, il 4 di aprile, Isabella non si presentò a colazione.
Suo padre andò nella sua stanza e bussò con discrezione: la porta era solo socchiusa, le persiane ancora abbassate.
Nella penombra, il Conte la vide distesa nel letto, ma c'era qualcosa di strano: la postura insolita, supina e rigida, e uno strano odore ferroso.
Accese la lampada e ciò che vide confermò il suo terribile sospetto: c'era sangue dappertutto, che colava dai polsi di Isabella.
Il padre le mise una mano sul collo e una sulla bocca, per captare un eventuale segno di vita, ma il sangue perduto era troppo, il corpo era gelato al tatto, e rigido.
Una delle mani di lei era posata sul ventre.
Solo allora il Conte si accorse che era leggermente rigonfio, il che era contrario alla magrezza del resto del corpo.
Ci vollero tutte le sue forze per dominarsi e non mettersi a urlare.
Scese di corsa le scale e rientrò in sala traballando.
Si rivolse per prima alla governante, con un fil di voce:
<<Signora Ida, c'è bisogno di un medico, il prima possibile, per Isabella, dica che si tratta di una questione urgentissima, di vita o di morte. Vada subito, la prego!>>
Una luce gioiosa illuminò gli occhi color fango della signora Braghiri, per la quale ogni disgrazia degli Orsini era come una vittoria personale.
Mentre lei correva a casa del medico, tutti gli altri si alzarono in piedi.
<<Vi prego di rimanere qui. Non potete esserle di alcun aiuto, ve lo garantisco, quindi non muovetevi e ascoltatemi. 
Isabella si è confidata con qualcuno di voi, ultimamente?>>
Lo sguardo del tenente Mueller era teso, mentre quello di Ettore appariva molto preoccupato.
<<Ha parlato con me, padre>> risposte Arturo <<Proprio ieri. Ma si tratta di una confidenza privata>>
La contessa Emilia scattò verso la porta: <<Voglio vedere mia figlia, subito!>>
Il Conte cercò di fermarla ed Arturo gli venne in aiuto, ma lei si fece largo a gomitate, con le unghie e con i denti, urlando come un'ossessa.
<<Emilia, ti prego, risparmia a te stessa questo sconvolgimento! I tuoi nervi sono già così fragili!>> le gridò il marito, seguendola lungo le scale e i corridoi, tentando inutilmente di fermarla.
Arturo, che aveva capito, corse a sua volta verso la camera di Isabella.
Quelli rimasti nella sala si scambiarono occhiate dubbiose, poi un urlo terribile, quello della Contessa, fece accapponare loro la pelle.
A quel punto Ettore scattò in piedi e si diresse a sua volta verso la stanza, seguito dal fratello e dalla sorella.
Michele Braghiri si sentì in dovere di trattenere le bambine, le figlie di Ettore e Diana.
I tedeschi rimasero al loro posto.
Tutto quel tramestio svegliò Diana, la quale tese l'orecchio per capire cosa stava succedendo.
Sua madre urlava che la camere di Isabella era tutta rossa di sangue, un sangue scuro, quasi nero.
Diana comprese all'istante e scese dal letto.
Aprì la porta, proprio mentre il medico stava entrando nella stanza di Isabella.
In quel momento sentì una fitta terribile al basso ventre, si accasciò a terra e capì che il travaglio era iniziato.
Il primo ad accorgersene fu Ettore:
<<Diana, resisti, ora il dottore viene da te. Dottore! Dottore! Mia moglie sta partorendo, venite subito, tanto ormai di là non c'è più niente da fare>>
Queste furono le ultime parole che Diana sentì, prima di perdere i sensi.

lunedì 4 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 25. Gli oracoli di Diana

Nella settimana successiva la gravidanza di Diana si complicò a tal punto da costringerla a letto.
Il medico disse che ogni spostamento avrebbe potuto causare un aborto, con rischio grave anche per la madre.
<<E se ci sono i bombardamenti cosa faccio, resto qui ad aspettare le bombe?>> protestò Diana.
Il dottore, incerto su cosa rispondere, guardò il marito della signora.
Ettore espresse a chiare parole il dilemma che lo tormentava:
<<Potrebbe essere un maschio, capite? La mia ultima occasione di avere un erede>>
Il medico allora non ebbe più dubbi:
<<Se la signora corre al rifugio, certamente perderà il bambino e rischierà di morire. Se invece rimarrà qui, esistono possibilità di sopravvivenza per entrambi>>
Diana rise amaramente:
<<Siete davvero di grande conforto, dottore>> era ironia sprecata, ma ormai era l'unico mezzo per esprimere il suo disappunto <<Mi avete portato almeno delle medicine che mi aiutino a stare meglio?>>
<<Quelle che mi avete richiesto potrebbero mettere a repentaglio la salute del nascituro. Ormai siete all'ottavo mese. Si tratta soltanto di sopportare un altro po'. E, naturalmente, il parto dovrà avvenire in casa. Vi garantisco che avrete tutta l'assistenza necessaria, a partire da me e dalle levatrici più esperte>>
Diana era troppo debole per protestare, per cui nessuno colse l'antifrasi implicita nella sua risposta:
<<Ah, adesso sì che mi sento tranquilla>>
Ettore accompagnò il medico alla porta, mentre nella stanza rimase soltanto Isabella, la sorella più giovane di Diana.
<<Ti aiuterò io. Farò tutto quello che posso>>
<<Il tuo cuore è generoso, Isabella, ma è troppo rischioso che tu rimanga qui. Ho visto come ti guarda il tenente Mueller, e non credo che la protezione di Ettore sia sufficiente, a questo punto>>
Isabella si rabbuiò:
<<Ti garantisco che Mueller è sempre stato molto gentile con me>>
Diana rimase perplessa:
<<I finti buoni sono quelli che mi fanno più paura, dopo i fanatici della bontà.
A volte penso che non ci sia nulla di più spaventoso, a questo mondo, di un uomo integerrimo>>
Sua sorella era confusa:
<<Io non ti capisco. Fai sempre dei discorsi strani, paradossali... non si capisce mai se stai scherzando o se pensi sul serio quello che dici. Ti esprimi in maniera oracolare, come se solo tu avessi compreso il vero senso della vita. E questo non fa che accrescere il tuo dolore, perché il tuo modo di fare tiene gli altri a distanza>>
Diana sospirò:
<<Quel dolore è soltanto mio, e nessun altro potrebbe farsene carico, nemmeno se io lo permettessi . E' come un sesto senso che mi permette di percepire un altro mondo, ovunque, intorno a me. A volte mi sembra che questa sensibilità eccessiva sia come una sorta di chiaroveggenza, una specie di "sindrome di Cassandra", l'oracolo a cui nessuno credeva. 
E infatti è una lama a doppio taglio.
 Ci sono cose che nessuno vuole sentirsi dire, per questo essere un oracolo sincero significa essere soli>>
Isabella allora la sfidò:
<<E allora, se sei davvero un oracolo, dimmi quale sarà il mio futuro>>
Diana sospirò:
<<Sempre in movimento è il futuro. E le premonizioni sono come sogni difficili da ricordare. L'oracolo è colui che "ricorda il futuro". Ma attenzione, la chiaroveggenza che deriva dall'ipersensibilità non è un potere paranormale, pertanto le mie previsioni si basano semplicemente su ciò che ho intuito; tanti piccoli tasselli che ho cercato di rimettere insieme.
Ma se proprio vuoi conoscere il mio parere, te lo dirò in tutta franchezza: tu stai scherzando col fuoco: possibile che non ti renda conto che tra poco qui non esisterà più alcuna legge, alcuna regola del vivere civile? Io apprezzo la tua volontà di aiutarmi, ma ti esorto a trasferirti il prima possibile in città, a casa di Ginevra. Lì sarai certamente più al sicuro che qui>>
Isabella parve spazientita:
<<Tu non pensi ad altro che alla sicurezza, alla calma, all'ordine... ma io sono diversa da te. 
Ho sempre sognato di vivere le avventure che leggevo nei romanzi, di sfidare il pericolo a fianco di uomini coraggiosi. E ti dirò di più: io prima della guerra mi annoiavo a morte, mentre adesso finalmente mi sento viva, provo delle emozioni intense...>>
Diana la interruppe:
<<Avventure? Romanzi? Uomini coraggiosi? Credi che io non abbia capito cosa sta succedendo da un anno a questa parte? Pensi che gli occhi mi siano rimasti soltanto per piangere? 
Stai facendo un cattivo uso della bellezza che ti è stata data in sorte , ma ti avverto: non ne verrà fuori niente di buono. Io posso anche far finta di niente, ma la governante non vede l'ora di far scoppiare uno scandalo per rovinare una volta per tutte il buon nome degli Orsini>>
Isabella le rivolse uno sguardo infuocato:
<<Il buon nome degli Orsini! Sei diventata peggio di nostra madre! Non te ne importa niente di me, ti interessa solo evitare gli scandali. E c'è dell'altro: tu sei invidiosa di me, perché io sono ancora giovane e bella e posso farmi una vita come desidero io, con chi desidero io, e magari essere felice.
Tu invece vuoi imporre agli altri il lutto che hai imposto a te stessa quando ti hanno costretto a sposare Ettore, un uomo che tu non hai mai capito, che non mai saputo valorizzare>>
Diana sbiancò:
<<Non dire altro. Non occorre. Ma ti sbagli sul mio conto: io non provo invidia per te, ma solo preoccupazione. Tu non capisci il rischio che stai correndo. Ti stai fidando di persone che poi ti feriranno. Tu vuoi una vita intensa, e io posso anche capirlo, ma è mio dovere avvertirti che vivere intensamente può essere pericoloso, ora più che mai. Ricorda le mie parole: chi vive molto campa poco e viceversa>>
Isabella si diresse verso la porta e prima di uscire si voltò:
<<Io ho già fatto la mia scelta. E' meglio aggiungere vita ai giorni che giorni alla vita>>
Diana rimase sola nella stanza fredda e buia in cui si trovava ormai confinata.
Una senso di profonda angoscia le toglieva il respiro.
Nel dormiveglia e nella penombra pomeridiana, così come nelle amare veglie notturne, tutta la sua vita sembrava contrarsi, e le pareti della sua stanza le stringevano addosso, come una gabbia per intrappolare qualcosa di selvaggio. Lei, che era stata così bella un tempo, prima che i lunghi anni fossero calati ad ovest, oltre l'orizzonte, nell'ombra.
Aveva solo quarantun anni, ma le sembrava di essere vissuta almeno il doppio.
Se solo ne avesse avuto le forze e il coraggio, avrebbe fatto in modo di porre fine a quello strazio e di risparmiare a se stessa e alla creatura che aveva in grembo tutta la crudeltà della vita e di un mondo privo di senso.
Ma sia la forza che il coraggio le mancavano, le erano sempre mancati.
Odiava la vita, eppure aveva il terrore del suicidio.
Ricordò i passi finali del Fedone, studiato ai tempi del liceo.
Socrate, condannato a morte, non aveva esitato a bere la cicuta, un veleno lento e molto doloroso.
Aveva sopportato con dignità quell'ultima sofferenza, descrivendone gli effetti come se stessero accadendo a qualcun altro.
Il freddo della morte incominciava dalle estremità, dai piedi, per poi risalire.
"Io non ho bevuto la cicuta" pensò Diana "eppure il freddo mi sale fino al cuore".





venerdì 1 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 24. L'Impero dei Mille Anni

Nei mesi successivi, le lezioni di "germanesimo" del professor Erich Von Tomaten, temutissimo consulente linguistico della SS-Ahnenerbe, alla sua vittima prediletta, ovvero il conte Achille Orsini di Casemurate, proseguirono implacabili secondo un ferreo programma e una severa disciplina di tipo prussiano, ancor prima che nazional-socialista.
Innanzi tutto c'erano le lezioni di lingua tedesca e filologia germanica.
Il Professore era rimasto scandalizzato per il fatto che il Conte di Casemurate conoscesse solo il francese come lingua straniera.
La sua requisitoria contro la lingua d'oil fu implacabile:
<<Francese essere lingua decadent di degenerati rammolliten che noi conquistato in un secondo, ja.  Unica differenz tra francese e tua lingua di dialetto gallo-italico è che francesi tutti effeminati invertiti, mentre voi gallo-italici virili anche se rozzi contadini e pecorai>>
Le lezioni di lingua partivano da lezioni di grammatica e immediati esercizi:
<<In tedesk il soggetto va sempre espress, ed ora tu mi traduce qvesta expressione: "Lo scolaro e la sua matitt">>
Le lezioni di filologia e letteratura erano meno pedanti, ma non meno assurde:
<<In literatura tedesk si riflette la tenzionen zum infinitt di popolo di Krande Cermania national-sozialist e bisogno di Lebensraum und Ostsiedlung di grande razza ariana nordica. 
E' evident che popolo tedesk essere destinatt a conqvistare mondo. 
Heute Deutschland und morgen die ganzen Welt! Tu mi capire, jawhol?>>
Il conte incominciava ad averne abbastanza di quelle buffonate, ma sapeva che l'amicizia del Professore era l'unico argine che impediva ai sempre più numerosi soldati del tenente Mueller di impadronirsi di Villa Orsini.
<<Sì, ho capito. Oggi la Germania e domani il mondo intero. Ma, mi tolga una curiosità, Professore. Se davvero lei disprezza tanto la lingua e la letteratura italiana, come mai si è laureato in queste discipline?>>
Questo interrogativo toccò un tasto dolente nell'ego smisurato di Von Tomaten:
<<Ovviament per dimostrar scientificament superioritaet di lingua und literatura tedesk su tutte altre lingue und literature ariane, specialment quelle di sud Europa come latino e lingue neolatine>>
Ma c'era qualcosa nel suo sguardo che tradiva una segretissima ammirazione per i classici e gli italiani, e il Conte volle far leva su questo punto, partendo da una domanda apparentemente retorica:
<<Quindi per lei Dante è inferiore al Canto dei Nibelunghi?>>
La faccia del Professore divenne dura e scura come il legno:
<<Naturalment! Tuttavia, ci sono alcuni element, in Dant, che possono essere salvat, per esempio la sua fedeltà a Sacro Romano Impero di Nazionalità Tedesk: das Heilige Romische KaiserReich Deutscher Nation.
Questo principio di universale monarchia è lo stessen che ha animaten tutti e tre gli imperi tedesk: quello di Friedrich Rotbart von Hohenstaufen, Herzog von Schwaben; quello rifondato da grande Kanzler Otto von Bismark und Kaiser Wilhelm von Hohenzollern; ed infine krande Terzo Reich di nostro supremo Fuhrer, che secondo mein freund Heinrich Himmler essere destinato a durare mille anni.
Das tausendjahrige Reich! 
L'impero millenario!
A proposito di Grande Reich von Grossdeutschland, io voglio mostrare lei grande procetten di germanizzazione di Italia
Ecco mappa che io contribuito disegnare e scrivere con miei colleghi di Università di Jena.



Come tu può vedere, mein freund Graf von Orsini, il nord di Soziale Republick diventerà parte integrante di Grossdeusche Reich!
Io avere istituito alcuni Gau, tra cui questo dove c'è sua contea o come noi dire Landgraviat.
Nuovo nome sarà Ostheim in onore di valoroso Volk von Ostgothen, i Goti di Est, e vostra città di Ravenna sarà chiamata Theoderichstadt in onore di grande re di Ostrogoti.
Ho pensato persino a vostro piccolo Landraviat di Casemurate che diventerà Deutschenhausen, ossia Case Tedesche, molto meglio, ja? E vostro torrente Bevano diventa Trinkenfluss... ja, grande nome tedesk und teutonik von Deutscher Nation!
Il centro-sud invece andrà a costituire il Reichskommissariat Italien - Ostgothien>>
Tra un vaneggiamento e l'altro, accadeva tuttavia che il Professore fosse sfiorato dalle notizie provenienti dalla realtà.
E la realtà era che, dopo lo sbarco degli Alleati a Salerno, le varie "linee" che il Reich aveva stabilito come difesa invalicabile avevano finito per cedere, sotto i colpi dei costanti bombardamenti alleati.
L'1 ottobre 1943 gli Alleati erano entrati a Napoli e i tedeschi avevano ripiegato lungo la Linea del Volturno, per poi arretrare ulteriormente verso nord presso la Linea Barbara e la Linea Bernhardt.
Alla fine di ottobre il fronte si stabilizzò lungo la Linea Gustav



Tale fronte si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero a sud di Pescara, passando per Cassino, nel frusinate, le Mainarde, gli Altopiani Maggiori d'Abruzzo e la Majella. La sua funzione, che sfruttava il tratto più stretto della penisola italiana e gli ostacoli naturali costituiti dalle montagne appenniniche, era quello di ritardare l'avanzata degli Alleati e di tenerli impegnati affinché non potessero rinforzare la pressione sui fronti orientale e settentrionale.
Von Tomaten lodava il genio di Rommel e Kesselring;
<<Mentre sciocchi inglesi e americani concentrarsi invano su Linea Gustav, nostro grande Reich sferrerà enorme controffensiva su fronte orientale che annienterà Stalin una volta per tutte>>
Il Professore fu però nuovamente smentito dai fatti.
Gli Alleati, in preparazione dello sbarco ad Anzio, che era stato segretamente fissato per la fine di gennaio del 1944, decisero che era tempo di sfondare la Linea Gustav una volta per tutte, attaccandola nel suo punto più debole, la valle del fiume Rapido nei pressi di Montecassino.
Si dice che il fine giustifica i mezzi, ma in questo caso si andò oltre.
I bombardamenti alleati mostrarono scarso rispetto per gli antichi monumenti della civiltà italiana e occidentale: l'abbazia di Montecassino fu quasi rasa al suolo, insieme ad altri monumenti e paesi, e nelle battaglie di terra, un gran numero di civili morirono o subirono violenze di ogni genere, specie dalle truppe di terra francesi reclutate in Marocco.
Il Conte Orsini, pur non essendo informato della reale gravità dei fatti, era consapevole che da quel momento in avanti ci sarebbero state vittime di serie A (uccise, ferite o molestate dai Tedeschi) e vittime di serie B (uccise, ferite o molestate dagli Alleati, di cui non bisognava parlare e anche adesso è considerato un argomento tabù).
Ovunque guardasse vedeva solo il Male, maggiore o minore, ma comunque Male, comunque grande e terribile, che pioveva dal cielo o procedeva via terra, e colpiva chiunque, buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, senza distinzioni, senza regole, senza pietà.
In quei momenti, più che mai, sentiva che avevano torto tutti coloro che credevano che nel mondo operasse una qualche giustizia divina o esistesse una provvidenza o un destino finalistico, e che gli unici principi operanti nell'universo fossero l'entropia e il caso.
La Contessa Emilia, che parteggiava in segreto per gli Alleati, gli diceva:
<<E' inutile che ti scandalizzi. Questa è una guerra e le guerre non si vincono con le buone maniere>>
Diana, la cui gravidanza, ormai al settimo mese, si stava rivelando più problematica delle precedenti, incominciava a temere l'avanzata del fronte, ma il fratello Arturo la rassicurava:
<<Devono ancora prendere Roma! E il grosso delle forze è comunque dispiegato nella Manica: ho degli amici che ascoltano Radio Londra e dicono che presto gli Alleati sbarcheranno in Normandia>>
<<Sì, ma ormai anche i tedeschi sanno che la guerra è perduta: hai visto Rommel? Ormai è chiaro che persino lui non sopporta più Hitler e i suoi collaboratori, che sono più pazzi di Erich Vob Tomaten. Adesso che in Italia comanda Kesserling, non ci saranno più freni alle violenze. 
E vedrai che presto si prenderanno anche casa nostra e tutto ciò che abbiamo di più caro.
No, io non starò qui a guardare, tanto più adesso che sto per mettere al mondo un figlio.
Io vado a stare in città da Ginevra! Ettore me lo dice da mesi e anche il babbo è d'accordo. Sarebbe meglio che venisse anche Isabella. I soldati non le tolgono gli occhi di dosso... cerca di convincerla a venire con me>>
Poi, colta da un irrefrenabile impulso, incominciò subito a preparare gli ultimi bagagli (gli altri erano già pronti da tempo).
Isabella si rifiutò categoricamente di venire con lei, e così anche il fratello e i genitori.
Il Conte in particolare, sostenne che <<Ci sarà sempre un Orsini a Villa Orsini>>.
Diana scrollò le spalle:
<<Fate come volete. Io e le mie figlie ce ne andiamo. Avanti Margherita, sali in macchina e controlla che Silvia stia seduta per bene, ecco, così>>
L'automobile era una Balilla acquistata da Ettore Ricci per le emergenze.
Poi si rivolse all'autista:
<<Andiamo a Forlì, alla residenza dei De Gubernatis>>
Infine rivolse un saluto ai suoi parenti, che la guardavano con aria stupefatta.
Ma il viaggio era destinato a durare poco.
Quando si trovarono poco prima del ponte del Ronco iniziò a suonare la sirena che avvisava l'arrivo dei bombardamenti.
L'autista chiese istruzioni.
Diana non voleva tornare indietro:
<<C'è un rifugio subito dopo il ponte! Accelera!>>
Ma il destino o il caso vollero diversamente.
Nel giro di pochi secondi il cielo divenne rosso. 
Non si era mai visto un bombardamento del genere.
Le bambine guardavano a bocca aperta, come se fossero fuochi d'artificio.
Per Silvia quello fu uno dei primi ricordi: vedeva sua madre stagliarsi di profilo, con gli occhi tesi verso la strada che portava al ponte, e dietro di lei, fuori dal finestrino, il cielo infuocato dalle bombe e i campi sventrati dalle mine.
Quella scena sarebbe rimasta per sempre nella sua memoria.
A un certo punto una bomba più vicina delle altre esplose proprio nella direzione del ponte.
L'esplosione causò un enorme lampo di luce e poi una detonazione tale da spaccare i timpani.
<<Hanno fatto saltare il ponte!>> urlò l'autista <<dobbiamo tornare indietro, mi dispiace signora, ma non c'è altra scelta. Ci dirigiamo al rifugio della Rotta, dopo Carpinello>>
E fece immediatamente inversione.
Diana non si oppose. Per quanto ci fossero altri ponti, non era il caso di rischiare oltre.
Persino il bosco di Carpinello era stato colpito: un incendio divampava tra quei carpini centenari, che da sempre avevano offerto ombra e ristoro ai viaggiatori.
Ora restavano solo i tronchi anneriti, in fiamme.
Mentre la macchina sfrecciava verso il rifugio e le bombe degli anglo-americani continuavano a piombare ed esplodere dappertutto, Diana non poté fare a meno di pensare ai deliri di Von Tomaten:
<<Ecco il tuo Impero dei Mille Anni... alla fine non resterà altro che cenere>>