lunedì 17 aprile 2023

Da Vittoria a Carlo III, gli ultimi sette re (e regine) del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.





Chi sono stati i predecessori più recenti di Carlo III? Ovviamente tutti sanno che prima di lui c'era sua madre, Elisabetta II l'Eterna, di cui ormai conosciamo tutto, anche grazie a "The Crown", che comunque è la versione di Netflix sui settant'anni di regno della sovrana più longeva di tutti i tempi.
Proprio a causa della longevità di Elisabetta II, i re che la precedettero ci appaiono molto lontani nel tempo, tanto che ormai nemmeno i nostri nonni se li ricordano. Ma anche qui ci ha pensato il cinema a colmare i vuoti di memoria, inserendo versioni molto edulcorate della vita dei precedenti sovrani.
Per esempio il padre di Elisabetta, re Giorgio VI, detto Bertie dai familiari, compare come personaggio in molti film e come protagonista ne "Il discorso del Re". Regnò dal 1936 al 1952, durante un periodo molto tormentato a causa della Seconda Guerra Mondiale, a fianco del premier Winston Churchill. Chi vuole rinfrescarsi la memoria al riguardo può farsi un'idea di tutto questo attraverso due film abbastanza fedeli al vero: "L'ora più buia" e "A royal weekend". 
Prima di Giorgio VI, per un periodo molto breve, pochi mesi nel 1936, regnò il suo fratello maggiore, Edoardo VIII, che viene ricordato per due ragioni fondamentali: il suo amore per Wallis Simpson e la decisione di abdicare pur di poter sposare Wallis. La loro storia d'amore è stata narrata in molti film e serie tv, e ognuno ce ne dà una versione diversa. Uno dei più recenti e interessanti è il film "W.E. Edward and Wallis", di cui la regista è Madonna, che ha concluso il suo matrimonio con Guy Richie e la sua non felice permanenza nel Regno Unito raccontando la vicenda dal punto di vista di Wallis, mettendone in risalto i lati positivi, che i britannici non riuscirono a vedere per la campagna denigratoria della stampa contro la "pluridivorziata americana" che stava per diventare regina e invece di dovette accontentare del titolo puramente formale di duchessa di Windsor. E proprio nel parco del castello di Windsor sia lei che Edoardo VIII sono sepolti, presso il cimitero reale di Frogmore, dove ha sede il mausoleo della regina Vittoria, che era la bisnonna di Giorgio VI ed Edoardo VIII.
Il loro padre era re Giorgio V che viene considerato come il primo dei Windsor perché durante la Prima Guerra Mondiale decise di cambiare il proprio cognome da Sassonia-Coburgo-Gotha, che suonava troppo tedesco, in Windsor, che invece evocava una millenaria tradizione inglese. Il castello di Windsor, infatti, fu fondato da Guglielmo I il Conquistatore negli anni immediatamente successivi al 1066, quando i Normanni sconfissero i Sassoni ad Hastings.
Le dinastie che si sono succedute da allora sono state le seguenti: Normanni, Plantageneti, Tudor, Stuart, Hannover, Sassonia-Coburgo e Windsor.
Il padre di Giorgio V, re Edoardo VII, fu sostanzialmente l'unico sovrano a portare per tutto il suo regno il cognome del padre Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, marito della regina Vittoria, ultima sovrana della dinastia Hannover, per quanto i Windsor la considerino come la fondatrice "morale" dell'attuale casa regnante, essendo stata la prima a scegliere Buckingham Palace come residenza ed avendo regnato a lungo nel momento più glorioso dell'Impero Britannico (1837-1901).

Il 6 maggio non perdetevi l'Incoronazione di re Carlo III !








Qui sopra possiamo vedere, partendo da in alto a sinistra e procedendo in senso orario:
1) la Corona di Sant'Edoardo il Confessore, che si usa solo per l'Incoronazione dei sovrani;
2) la Corona Imperiale di Stato, che viene indossata dai sovrani nelle cerimonie più importanti, come l'apertura del Parlamento;
3) La corona delle Regine consorti
4) Il Globo, simbolo del potere temporale, utilizzato solo per l'Incoronazione e i ritratti ufficiali.












E infine ecco l'attuale re con i prossimi due


















giovedì 13 aprile 2023

Vite quasi parallele. Capitolo 194. Aprile è un mese crudele

 

"Aprile è il mese più crudele", scriveva Thomas Elliot ne "La Terra desolata", lasciando spiazzato il lettore, che legittimamente si chiede il perché di tale affermazione.
Roberto Monterovere l'aveva capito da tempo: Elliot non nega che aprile sia il mese della rinascita della natura, ma mette in contrasto il rigoglio della natura stessa con la desolazione dell'animo umano, perennemente insoddisfatto e frustrato nella sua precaria, vulnerabile e risentita condizione esistenziale. 
Qualcuno potrebbe obiettare che questa concezione pessimistica sia esagerata, ma se siamo davvero sinceri con noi stessi, dobbiamo ammettere il fatto che in noi albergano emozioni logoranti: paura, rabbia, oppure tristezza e disgusto.
Di fronte al trionfo della natura, noi ci sentiamo esclusi, bersagliati dalle avversità e dalla stanchezza.
Certo, abbiamo anche noi i nostri momenti di gioia e persino di euforia, ma non sono duraturi.
Forse alcuni di noi hanno raggiunto una serenità stabile, ma sono una sparuta minoranza.
La vita ci mette alla prova continuamente: ogni giorno c'è qualcosa che va storto, qualcosa di problematico che a volte possiamo risolvere, ma spesso dobbiamo semplicemente accettare.
Per Roberto, tuttavia, la situazione era ancora peggiore, perché la sua ipersensibilità lo esponeva in maniera pericolosa alle emozioni negative e alle loro conseguenze.
Fino ad allora il giovane Monterovere era riuscito in qualche modo a mantenere un precario equilibrio, seppur al prezzo di grandi sofferenze, ma in quell'aprile del lontano 1996 tale equilibrio si spezzò e tutti i problemi che per anni erano rimasti in sospeso deflagrarono improvvisamente, provocando un crollo interiore dal quale non si riprese mai più del tutto.
Cos'era successo? Cosa aveva scatenato all'improvviso questa tempesta che tanto contrastava con la gloria primaverile intorno a lui?
Tutto era incominciato per le festività pasquali: dopo mesi di assenza si era sentito in dovere di tornare al "natio borgo selvaggio", a quella città di Forlì che gli era sempre parsa così insignificante e nel contempo opprimente, come solo le piccole città possono essere, poiché in esse è così difficile mantenere la libertà dell'anonimato.
Non appena era giunto alla stazione, la città gli era parsa ancora più piccola e angusta, e quando poi era giunto al condominio dove si trovava l'appartamento dei suoi genitori, aveva provato un senso di estraneità, come se non riconoscesse più la sua stessa casa.
Durante il suo lungo periodo di assenza, si era abituato alla libertà di vivere da solo in una città grande, e si era dimenticato delle consolidate abitudini dei suoi, della curiosità pettegola dei condomini e della crudeltà dei falsi amici che lo avevano tradito ai tempi del liceo.
Ma nel momento stesso in cui aprì il portone del condominio e si ritrovò nelle scale, si ricordò improvvisamente di tutto quel male e un senso di profondo sconforto lo fece sentire esausto e disorientato.
Trovò i suoi genitori invecchiati e delusi da un figlio che non era stato all'altezza delle grandi aspettative che avevano nutrito nei suoi confronti, e si sentì in colpa per la propria inadeguatezza.
Quando entrò nella sua camera, la trovò spoglia e fredda, come la stanza di un albergo di bassa categoria. E mentre crollò estenuato sul letto di cui aveva dimenticato la scomodità, e, per dirla con le parole di uno dei suoi scrittori più amati, Tolkien, tutta la sua vita gli parve contrarsi e le pareti della sua stanza gli si strinsero addosso come sbarre di una gabbia per intrappolare qualcosa di selvaggio.
Gli sembrò di soffocare per il senso di estraneità, e rimase tramortito per un tempo indefinibile, mentre il suo umore precipitava negli abissi.
Quando si rialzò, un senso di stordimento e di vertigine lo fecero barcollare.
Sua madre se ne accorse:
<<Roberto, ma cosa ti sta succedendo?>>
Lui non sapeva cosa rispondere:
<<Sono stanco, il viaggio è stato lungo e scomodo. In treno ci si pestava i piedi>>
Ma lei sapeva che c'era altro:
<<Non è solo quello. Non ti ha fatto bene stare a Milano. Lo zio Lorenzo ci ha detto che ti ha trovato cambiato, e non in meglio>>
Roberto ebbe un moto di stizza:
<<E da quando in qua dai retta a cosa dice Lorenzo?>>
Lei lo osservò con aria preoccupata, come solo le madri sanno fare:
<<Io non volevo crederci, ma adesso che ti vedo. Sei pallido come un morto, hai un'aria stralunata. Non vorrei che ti stessi esaurendo...>>
Negli anni Novanta non si parlava ancora di depressione, ma di "esaurimento nervoso", e il solo pronunciare quell'espressione era come constatare con terrore una specie di possessione demoniaca, la quale implicava un pellegrinaggio a Sarsina a farsi benedire.
<<E' un'università difficile. Le lezioni, gli studi, gli esami... sono molto stanco...>>
Silvia scosse il capo:
<<Sono preoccupata. Lo so che posso sembrarti troppo apprensiva, ma ricordati una cosa: nessun tipo di amore al mondo è più grande di quello di una madre per il proprio figlio. Io potrò anche essere una rompiscatole, ma ti vorrò sempre bene, qualunque cosa tu faccia. L'amore di una madre è totalmente incondizionato. A me importa che tu stia bene, questo è l'unico motivo per cui vorrei sapere come ti senti realmente>>
Roberto allora si sciolse e la abbracciò:
<<Lo so. E' solo che mi dispiace dirti cose che potrebbero deluderti>>
Lei allora gli sussurrò:
<<L'unica delusione sarebbe se tu non ti confidassi più con me o con tuo padre. Non importa la distanza fisica, quella possiamo accettarla, ma il silenzio e la mancanza di fiducia verso di noi ci farebbero star male. Prometto di non intromettermi con consigli non richiesti, ma se ti trovi in difficoltà, non esitare mai nemmeno un secondo a chiederci aiuto: noi non ti giudichiamo, siamo qui solo per risolvere i tuoi problemi, se ci sono. E a me pare che ce ne siano...>>
Lui, commosso, si lasciò andare:
<<Sì, ce ne sono molti. In sintesi credo di aver sbagliato tutto, in questi ultimi due anni, e sento che l'ansia, la stanchezza, la tristezza, la paura di fallire stiano avendo il sopravvento. 
Non sono tornato e non ve ne ho parlato prima per non farvi preoccupare e anche perché non voglio che si sappia qui a Forlì, non voglio che i nostri nemici godano nel vedere che io sto trascinando nel baratro non solo me stesso, ma tutta la mia famiglia e il suo buon nome>>
Silvia fece un gesto come per mandar via quelle preoccupazioni:
<<A questo punto a me del "buon nome" dei Monterovere o dei Ricci-Orsini non importa assolutamente niente. Ho riflettuto molto, mentre tu eri via, e mi sono accorta che ho dato troppa importanza all'apparenza e alla reputazione, a discapito della salute e del benessere.
Io capisco che tu non voglia dare una soddisfazione ai tuoi nemici, ma mi chiedo se valga la pena correre il rischio di un esaurimento nervoso soltanto per salvare le apparenze>>
Roberto notò che in sua madre c'era stata una maturazione in quegli anni, un approdo verso una saggezza superiore:
<<Hai ragione. Il problema è che non sento di aver le forze e il coraggio per fare tutti i cambiamenti necessari. Ogni cambiamento mi spaventa, persino quelli che in teoria dovrebbero portarmi a stare meglio. C'è sempre stata una forza d'inerzia nella mia vita, una persistenza ostinata a proseguire lungo una specie di "moto rettilineo uniforme". E' come se fossi un treno su un binario unico e al di fuori ci fosse soltanto il deragliamento. 
Fuor di metafora, quello che mi chiedo è: se abbandono Milano, la facoltà, l'università e anche la mia ragazza, che vuole rimanere là, poi dopo cosa faccio? Qual è l'alternativa?
Lo so che lo zio Lorenzo mi attende a Bologna a braccia aperte con una strada spianata, ma ho paura di diventare una sua pedina nel gioco degli Iniziati a cui lui appartiene>>
La madre se ne rendeva conto:
<<Sì, questa paura la condivido anch'io. Ma credo che comunque lui ti proteggerebbe dagli altri Iniziati. Non credere che a Milano non ti controllino. Non può essere un caso se nella tua vita sono entrate due donne che appartengono a famiglie straniere molto potenti. Io ho più paura della famiglia Burke-Roche e dei Mizuhara piuttosto che di Lorenzo, che comunque è sangue del nostro sangue e ha condiviso con noi il pane e il sale>>
Era un ragionamento valido:
<<E il babbo cosa dice, di tutto questo?>>
Silvia sorrise:
<<Be', ne parlerai direttamente con lui, ma la sua idea è sempre stata quella di non cercare di influenzare le tue decisioni. Vuole che tu sia libero di scegliere secondo quello che ti dice la tua coscienza. Mi ripete sempre: "E' una scelta che spetta a lui. Nessun altro deve interferire">>
Roberto era grato a suo padre per la libertà che gli aveva sempre garantito:
<<Sì, è una scelta che spetta a me. Ma prima voglio comunque parlarne con voi. E naturalmente anche con la nonna. Lei cosa pensa?>>
Silvia era sempre stata un po' gelosa dell'influenza che sua madre Diana aveva avuto su Roberto, ma negli ultimi tempi questo sentimento si era stemperato, fin quasi a scomparire:
<<Lei ti ha sempre visto come un letterato, uno storico, uno scrittore, un insegnante, qualunque cosa, ma non un bancario, un contabile o un economista>>
E aveva ragione a pensarlo:
<<Avrei dovuto ascoltarla, e invece ho dato più peso al giuramento fatto al nonno quando era in punto di morte. Credevo di poter diventare un bravo dirigente dell'azienda di famiglia, ma tutte quelle scartoffie, quei bilanci, quelle cambiali, quelle regole... non mi vanno in testa. La mente mi si chiude... sono terrorizzato dall'idea di dover passare il resto della vita in mezzo a quella burocrazia e a quella noia! Eppure nello stesso tempo la paura del cambiamento mi paralizza l'azione, lasciandomi sospeso in un limbo senza fine. 
C'è qualcosa che non va nella mia mente. E' giunto il momento di ammetterlo a me stesso e a voi. Dovrò trovarmi uno psicoterapeuta... le gocce e le pillole attutiscono i sintomi, ma non risolvono i problemi>>
La madre annuì:
<<Sono d'accordo. Spero che tu non abbia abusato di quegli ansiolitici e antidepressivi. Tua cugina, Serena, me ne ha parlato. Lorenzo poi ha fatto riferimenti a un altro farmaco, e questo mi preoccupa. Ricordati che il passo tra gli stimolanti e le anfetamine è molto breve, così come quello tra i calmanti e gli oppiodi. Una volta che si crea una dipendenza, le conseguenze possono essere molto gravi. Conto sul tuo senso di responsabilità e sulla tua intelligenza: abbi cura della tua salute. Non ti chiedo altro>>
Ormai ogni segreto era caduto:
<<Metterò la salute al primo posto. Non ci sono scorciatoie verso la felicità>>
Eppure non era facile abbandonare farmaci come il Deadyn o il Tachidol. Il primo gli dava l'engergia e il secondo, oltre a lenire il mal di testa, annullava l'ansia e donava una specie di serenità olimpica.
In ogni caso non ne era dipendente, nel senso che non ne assumeva a dosi tali da creare la dipendenza, e comunque non li assumeva tutti i giorni. Ma bisognava comunque rivolgersi a un medico meno spregiudicato nelle prescrizioni.
Alla fine tutti i nodi stavano venendo al pettine, come Roberto aveva temuto: non sarebbe mai stato capace di nascondere qualcosa a sua madre.
Aver parlato di quelle cose ad alta voce lo aveva messo di fronte ad una paura che sovrastava le altre.
"E' questo che sto rischiando di diventare? Un nevrotico e un drogato? Finirò in una clinica psichiatrica?"
Una voce interiore, quella delle premonizioni, aveva già la risposta pronta:
"Se resti a Milano e prosegui fino alla laurea, frequentando Aurora e i suoi giri, finirai proprio là".
Un'altra voce gli ricordò:
"Gli Iniziati ti guariranno e tu evolverai verso una conoscenza superiore. Non puoi sottrarti, è il tuo destino".
D'istinto, chiese a sua madre:
<<Gli Iniziati potrebbero aiutarmi. Farmi avere il migliore tra i loro medici. Controllano un'intera impresa medico-farmacologica, la Tessier-Ashpool Corporation. Forse loro potrebbero farmi diventare ciò per cui sono nato: un essere umano evoluto verso un livello di comprensione superiore della realtà>>
Lei aveva riflettuto molto su questo punto:
<<Forse è così. In fondo io ho sempre sospettato che tu avessi come un sesto senso in grado di percepire qualcosa che gli altri non comprendono. 
La mia preoccupazione però è che questa percezione potrebbe essere scambiata per una forma di disturbo mentale. Dovrai tenere per te le premonizioni e tutto il resto. Gli altri non capirebbero. Tuttavia, tra gli Iniziati, potresti fare strada e diventare davvero il successore di Lorenzo>>
La via sembrava essere ormai inevitabilmente quella:
<<Avrei preferito una vita normale, ma per quanto abbia cercato di rimanere anonimo, non ci sono riuscito. Diventare il successore di Lorenzo significherebbe diventare un personaggio pubblico, con tutte le conseguenze che ne derivano, in particolare un drastico ridimensionamento della mia privacy e della mia libertà>>
Silvia sapeva che suo figlio non avrebbe retto a una simile pressione:
<<E' indubbiamente un prezzo molto alto, forse troppo alto. E tutto questo non è un bene per il tuo equilibrio interiore>>
Roberto annuì:
<<Concordo. Tutto questo non è un bene. Eppure temo che sia tutto il bene che mi sarà concesso>>
Sua madre, per una volta, cercò di non essere troppo fatalista:
<<Ci possono essere altre strade. La forza che domina il mondo è il Caso, come dice sempre tuo padre, e questo ti offre un maggiore margine di libertà. L'importante è che tu sia pronto per cogliere la giusta occasione>>
Roberto apprezzò il cambiamento che aveva visto in lei, la mentalità più aperta, la maggiore flessibilità nell'affrontare le situazioni impreviste:
<<Cercherò di farmi trovare preparato, se mai quell'occasione dovesse incrociare la mia strada. La fortuna può assumere forme impreviste, e non tutti i mali vengono per nuocere. 
Un minuscolo cambiamento in un sistema può stravolgere tutto.
Sì, il babbo ne parla sempre. Doveva essere lui il docente universitario, non suo fratello, ma una cosa è certa: ci aspetta una fase di grandi cambiamenti, e noi dovremo informarci bene, e stare attentissimi ad ogni dettaglio, per cogliere l'attimo e per adattarci, perché solo chi sta attento non s'inganna e solo chi si adatta sopravvive>>
Silvia lo fissò attentamente:
<<Sì, ma non sarà affatto facile. Ricordati che il Caso può cambiare le carte in tavola da un momento all'altro. Non si può mai abbassare la guardia, e questo è estenuante. Sei sicuro che i tuoi nervi reggeranno?>>
Il figlio scosse il capo:
<<No, non ne sono affatto sicuro. Anzi, credo che questo sia il punto cruciale. Io percepisco tutto e questo mantiene sempre in allarme il mio sistema nervoso. La tensione è sempre alta: è il famoso "stress", il padre di tutte le malattie. Per questo dovrò rivolgermi a un terapeuta che mi insegni come gestire questo stress. Ma trovarne uno adatto richiederà del tempo. E' necessario, anche questa volta, procedere per gradi. Ne parlerò anche con il babbo e con la nonna, e potranno essere informati solo i membri più affidabili della famiglia. Lorenzo non deve saper niente: non mi perdonerebbe mai di aver preferito uno psicoterapeuta al suo addestramento iniziatico>>
La madre fu d'accordo:
<<Sì, sono d'accordo su tutto. Ma Lorenzo ha spie ovunque, persino tra i terapeuti. Primo tra tutti il professor Hagauer. A Milano tutto passa attraverso di lui, una ragione in più per lasciare la città, ma questa è una decisione che spetta a te>>

martedì 11 aprile 2023

Stemmi e simboli della Lituania e della Bielorussia

 



Il cavaliere Vytis con la croce patriarcale sullo scudo è l'attuale stemma della Lituania e trae origine dal cavaliere che in lingua rutena (simile alla lingua bielorussa) era detto Pahonia, ed era lo stemma del Granducato di Lituania, che comprendeva, oltre alla Lituania propriamente detta, anche l'attuale Bielorussia (conosciuta storicamente anche come Rutenia Bianca) ed era unito al Regno di Polonia sotto la dinastia degli Jagelloni. 

Il Vytis lituano, come scudo araldico, sia storico che attuale, presenta un campo rosso con un cavaliere corazzato su di un cavallo bianco. Impugna una spada d'argento nella mano destra che gli passa sopra la sua testa. Uno scudo d'argento viene tenuto sulla spalla sinistra del cavaliere. Nello scudo appare una doppia croce dorata, con due barre trasversali di eguale lunghezza, altro simbolo lituano.





Sotto, lo stemma del Presidente della Lituania




Sotto, lo stemma del Parlamento della Lituania


Sotto, lo stemma con cimiero della Lituania








In alcuni casi, nello stemma, e in particolare nello scudo del cavaliere, compare un simbolo alternativo, chiamato "le Colonne di Gediminas" o "Pilastri di Gediminas" in riferimento ad un grande sovrano medievale lituano di epoca anteriore alla cristianizzazione. Soltanto dopo la cristianizzazione la doppia croce patriarcale sostituì le Colonne di Gediminas nello scudo del Vytis.

Le colonne di Gediminas sono  uno dei primi simboli della Lituania e uno degli stemmi storici più celebri della nazione. Tale arma gentilizia fu adoperata nel Granducato di Lituania inizialmente dai soli sovrani e poi dallo stato intero, oltre che da alcune famiglie aristocratiche. Durante il periodo interbellico furono usati dalla Repubblica lituana come simbolo di stato minore (ad esempio sui litas e sulle attrezzature militari).
Dal punto di vista araldico appare come uno pseudo-tridente con base quadrata nel pilastro centrale parzialmente simmetrico rispetto ai due verticali laterali.





Il blasone è conformato nella seguente maniera: una linea orizzontale in basso e delle linee verticali che si estendono su entrambe le estremità. Il quadrato al centro della linea orizzontale è alto circa la metà delle linee verticali. Un'altra linea verticale si alza dal centro del quadrato centrale, conferendo allo stemma una certa somiglianza con un tridente. È questa la forma con cui l'emblema è pervenuto fino ad oggi e talvolta veniva disegnato su muri e recinzioni come protesta durante l'occupazione sovietica della Lituania.

È da notare che gli antichi simboli precristiani della Lituania non seguivano gli stessi rigidi canoni dell'araldica delle loro controparti occidentali. Perciò le colonne venivano dipinte indifferentemente in oro e in argento, di solito su uno sfondo rosso, su bandiere, stendardi e scudi.

Gediminas (1275-1341), fu un importante Granduca di Lituania, nel Medioevo, e a lui è riconosciuto il merito di aver plasmato un'identità più consapevole e stabile del Granducato di Lituania, divenuto sotto il suo dominio una delle principali potenze dell'Europa orientale.

Grazie alle efficaci campagne militari intraprese durante la sua parentesi al potere durata un quarto di secolo, Gediminas riuscì a espandere i suoi possedimenti verso est e verso sud, raggiungendo quasi le coste del Mar Nero. Si guadagnò numerosi alleati grazie a un'attenta politica matrimoniale, che coinvolse i propri figli, attuata con potenze limitrofe ostili all'Ordine teutonico.

A lui si deve la costruzione della città di Vilnius, capitale della Lituania, da cui la sua dinastia, quella dei Gediminidi, esercitò il potere nei decenni successivi e che in seguito giunse a governare anche la Polonia, l'Ungheria e la Boemia.

Un ultimo lascito riguardò il campo religioso, in quanto, tramite il ricorso a una strategia caratterizzata da temporeggiamenti e ambigue promesse di conversione indirizzate alla Santa Sede e ad altri sovrani cristiani, Gediminas permise al paganesimo, in particolare alla mitologia lituana, di sopravvivere ancora nel XIV secolo, ritardardando i tentativi di cristianizzazione della Lituania.




Nella mappa sottostante si possono vedere le province in cui era suddivisa la Lituania nel 1654, con i rispettivi stemmi che derivano tutti da quelli già presentati nelle immagini precedenti. All'epoca la Lituania, come parte della Confederazione Polacco-Lituana-Rutena, comprendeva anche buona parte della Bielorussia.




Nell'ambito del movimento pagano e pre-cristiano Romuva compare un terzo simbolo, detto l'albero del mondo Austras Koks ("albero del crepuscolo"), diffuso anche tra gli altri popoli baltici, i Prussi e gli abitanti di quella che è l'attuale Lettonia. 
I termini Romuva, Romove e Ruomuva derivano dal vocabolo antico prussiano Romowe, che significa "tempio" o "santuario". La radice del termine ram-/rām-, nelle lingue baltiche significa "calma, serenità, quiete", e deriva dal protoindoeuropeo *(e)remǝ-, "stare in quiete".
Nell'ambito del movimento neo-pagano che riprende il nome di Romuva, il simbolo stilizzato è il seguente:


Ma, considerando che il Granducato di Lituania conquistò la Rutenia Bianca o Bielorussia, i loro stemmi divennero molto simili.

Al posto del Vytis lituano c'è il Pogon bielorusso, che si contraddistingue per il fatto che il cavaliere rappresentato su sfondo rosso è completamente bianco (o argento, se si considera la blasonatura tradizionale araldica) e soltanto la croce patriarcale è dorata e si distingue da quella del Vytis perché ha la seconda barra trasversale più lunga, come negli stemmi della Slovacchia o dell'Ungheria.

Lo scudo araldico presenta un campo rosso con un cavaliere corazzato su di un cavallo bianco. Impugna una spada d'argento nella mano destra che gli passa sopra la sua testa. Uno scudo d'argento viene tenuto sulla spalla sinistra del cavaliere. Nello scudo appare una croce patriarcale dorata.




Nello stemma qui sopra si fa riferimento a tutte le città e province della Bielorussia e ai loro tradizionali stemmi, tra cui quello della Vergine di Minsk.

Negli anni precedenti al dominio sovietico, la Bielorussia fece parte dell'Impero russo e il suo stemma maggiore era comune a quello della Lituania, 

Lo stemma della Lituania-Bielorussia fu quello del Governatorato di Vilna che si distingueva dal Vytis per lo stemma patriarcale ortodosso con una terza barra trasversale più piccola e obliqua in fondo.



La descrizione seguente riguarda il Grande Stemma di Lituania e Bielorussia del 1882.

Principati e regioni della Bielorussia e della Lituania sul Grande stemma dell'Impero russo. 1882. Descrizione: • lo stemma della Lituania-Bielorussia: in campo scarlatto un cavaliere d'argento con una spada su un cavallo d'argento coperto da un tappeto scarlatto a tre punte con un bordo d'oro, una croce a otto punte sullo scudo del cavaliere; 

lo stemma di Bialystok: lo scudo è sezionato, nel primo campo scarlatto emerge un'aquila d'argento, nel secondo campo d'oro un cavaliere azzurro con una spada su un cavallo nero coperto da un tappeto scarlatto con un bordo d'oro, sul cavaliere scudo d'argento rotondo c'è una croce scarlatta a otto punte; 

stemma di Samogitsky: in campo dorato, un orso nero in piedi sulle zampe posteriori con occhi e lingua scarlatti; • stemma di Polotsk: in campo d'argento un cavaliere in armatura nera su un cavallo nero coperto da un tappeto scarlatto con un bordo d'oro, che impugna una spada scarlatta con manico d'oro, una croce a otto punte sullo scudo d'argento del cavaliere; 

stemma di Vitebsk: in campo scarlatto un cavaliere d'argento con una spada a cavallo, sullo scudo rotondo del cavaliere c'è una croce a otto punte; • 

Mstislavsky: in campo d'argento, testa di lupo scarlatta a sinistra. Nota: nella descrizione del cavaliere sullo stemma di Polotsk, lo scudo è d'argento e nella figura è rosso, come nello stemma della città. Dalla descrizione dello stemma di Polotsk nel 1781: "... in un campo d'argento c'è un vecchio stemma: a cavallo un guerriero che tiene una sciabola nella mano destra; nella mano sinistra indossa un rosso scudo con una doppia croce su di esso."



Seguono le variazioni storiche dello stemma della Bielorussia (spesso unito a quello della Lituania) nella Storia, come componente della Confederazione Polacco-Lituana e successivamente dell'Impero Russo.

Sotto, lo stemma di uno stato mai realizzato, ma concepito nell'ambito del cosiddetto progetto "Trimarium", in cui si vede l'Aquila Bianca della Polonia; il cavaliere della Lituania-Bielorussia; l'arcangelo Michele di Minsk come simbolo della Rutenia o Ucraina e infine lo stemma della Crimea, che però non aveva mai fatto parte della Confederazione polacco lituana in quanto era un Khanato tataro.

Galleria d'immagini 

Emblemi e stemmi storici della Bielorussia