Il crollo della famiglia Prinsivalli, per quanto dovuto alle colpe di alcuni dei suoi componenti maschili, ebbe inizio con una sorta di guerra tra primedonne scoppiata in relazione agli eventi di cui si è parlato in precedenza.
All'epoca dei fatti c'erano tre "signore Prinsivalli", ossia due di troppo, secondo la famosa battuta di lady Gloria.
Questo tipo di problema si viene a creare quando l'eccessiva longevità della prima generazione, infinitamente sopravvissuta a se stessa, si riflette poi sulle dinamiche delle generazioni successive.
La prima signora Prinsivalli, nata Adelaide Cavriani Vimercati di Montescudo, 92 anni, era la moglie del Patriarca, il vecchio cavalier Umberto, novantaseienne leader indiscusso della famiglia, ancora attivo e con la fama d'essere feroce e indistruttibile.
Donna Adelaide, glaciale e inflessibile come un'antica abbadessa, gli aveva portato in dote, oltre al sangue blu, soltanto un immobile che era "solo un debito", come più volte lo stesso consorte le aveva rimproverato, ossia il castello di Montescudo sul Segrino.
Donna Adelaide, glaciale e inflessibile come un'antica abbadessa, gli aveva portato in dote, oltre al sangue blu, soltanto un immobile che era "solo un debito", come più volte lo stesso consorte le aveva rimproverato, ossia il castello di Montescudo sul Segrino.
Ospite fissa al salotto di Clelia Topazia "Crudelia" Valentini Hagauer, madre del professore di Estetica all'Accademia di Brera e nonna della giornalista dalla penna velenosa, Marina, donna Adelaide aveva comunque avuto un disaccordo con le Quattro Streghe che davano nome a quella congrega di giocatrici di canasta e di pettegolezzo aristocratico di puro sangue blu.
La prima signora Prinsivalli riteneva ingiusto, infatti, che l'avito castello di suo padre fosse stato giudicato dal professor Hagauer "una mostruosità neogotica in rovina, per quanto non priva di fascino".
La prima signora Prinsivalli riteneva ingiusto, infatti, che l'avito castello di suo padre fosse stato giudicato dal professor Hagauer "una mostruosità neogotica in rovina, per quanto non priva di fascino".
E tale fascino aveva una sua attrattiva per l'unico figlio maschio di donna Adelaide, Carlo, che spesso vi si ritirava nei momenti in cui l'eccessiva longevità del padre, e la logorante ambizione del figlio, lo schiacciavano ancor più del solito, per non parlare dei disaccordi con la moglie.
Ma ogni volta l'anziana madre Adelaide, "suo dì tardo traendo", lo avvertiva riguardo ai pericoli insiti nel cadente maniero, con un indice sollevato come un artiglio:
<<Il castello di Montescudo ha una lunga storia, non sempre piacevole.
<<Il castello di Montescudo ha una lunga storia, non sempre piacevole.
E' meglio non addentrarsi nei suoi meandri, specialmente di notte. E' un edificio vetusto, con molte zone malsicure, e piene di tristi ricordi>>
Ma donna Adelaide sospettava che fossero proprio i tristi ricordi del passato ad attirare suo figlio in quel luogo tetro e spettrale: erano meglio i fantasmi del remoto passato piuttosto che quelli del presente.
La seconda signora Prinsivalli, nata Gloria Aldobrandi di Pusiano, 65 anni, era detta "lady Gloria" poiché era unica figlia del Conte di Pusiano, da cui aveva ereditato soltanto la villa sul lago, con vista sull'Isola dei Cipressi, poiché ogni altro bene mobile o immobile del padre era passato al marito, Carlo Prinsivalli, insieme ai numerosi debiti che il Conte aveva in sospeso con mezzo mondo. Carlo sperava di ereditare il titolo di Conte, ma la Nuova Consulta Araldica non si lasciò convincere né corrompere. Del resto da anni, Gloria era tornata a vivere a Pusiano in seguito allo scandalo di cui si è tanto parlato.
Carlo non aveva mai chiesto il divorzio, e nemmeno Gloria, perché nonostante i reciproci tradimenti e la mancanza di passione o di romanticismo, tra loro era rimasta quella strana amicizia che si forma, a volte, persino nei matrimoni più infelici.
Gloria aveva confessato a Marina Hagauer che ormai non c'era più rancore: "Litigavamo, è vero, e abbiamo avuto delle storie, ma quanto rispetto, quanta stima!"
Carlo non aveva mai chiesto il divorzio, e nemmeno Gloria, perché nonostante i reciproci tradimenti e la mancanza di passione o di romanticismo, tra loro era rimasta quella strana amicizia che si forma, a volte, persino nei matrimoni più infelici.
Gloria aveva confessato a Marina Hagauer che ormai non c'era più rancore: "Litigavamo, è vero, e abbiamo avuto delle storie, ma quanto rispetto, quanta stima!"
E il tutto aveva sfiorato persino i sentimenti mai esistiti. Ma in fondo: com'era possibile non amare lady Gloria?
E se c'è l'amore, c'è anche la mancanza. L'amore non sarebbe amore senza la mancanza.
E' la prova del nove.
Ami una persona? La ami davvero? Allora ogni singolo istante senza di lei è gravato dalla mancanza.
E' la prova del nove.
Ami una persona? La ami davvero? Allora ogni singolo istante senza di lei è gravato dalla mancanza.
Carlo Prinsivalli l'aveva capito, come sempre, troppo tardi.
Ma era davvero così tardi? Era tutto perduto?
Nel suo delirio di solitudine, il settantenne erede presuntivo era comunque giunto a una conclusione.
L'assenza è un "non esserci", ma la mancanza è peggio, perché è un venir meno, un "non esserci più".
Ma era davvero così tardi? Era tutto perduto?
Nel suo delirio di solitudine, il settantenne erede presuntivo era comunque giunto a una conclusione.
L'assenza è un "non esserci", ma la mancanza è peggio, perché è un venir meno, un "non esserci più".
Però Gloria era ancora viva, per quanto su di lei fosse calata la "morte civile" e la damnatio memoriae.
Perché ci accorgiamo di amare qualcuno soltanto quando lo perdiamo?
Perché ci accorgiamo di amare qualcuno soltanto quando lo perdiamo?
Era una perdita a cui non poteva rassegnarsi.
Nel suo goffo, ma sincero tentativo di comunicarle che non era troppo tardi, le aveva persino regalato il cd di una canzone, "Mi manchi", e aveva riportato di suo pugno un passaggio poetico che ben poco si addiceva ai Prinsivalli, ma forse il dolore e l'attesa avevano segnato persino lui:
"Mentre cammino a piedi nudi dentro l'anima".
"Mentre cammino a piedi nudi dentro l'anima".
La terza signora Prinsivalli, nata Eleonora Visconti di Modrone, 46 anni, era stata complice di Adelaide (secondo la logica per la quale "il nemico del tuo nemico è tuo amico") nel rivelare l'adulterio di lady Gloria, poi pubblicato dalla rivista di Marina Hagauer, "Questione di Stile".
Eleonora aveva dato ben sei figli al marito Gianluca, cinque femmine e un solo maschio, l'unico Prinsivalli della storia ad avere occhi neri, capelli corvini e pelle olivastra in un clan che da generazioni sfornava solo individui biondi e con gli occhi azzurri.
Tali premesse ci saranno d'aiuto nel comprendere ciò che poi venne scritto nero su bianco dalla stessa Marina Hagauer, nell'articolo del giorno successivo.
Mentre l'ennesimo taxi la trasportava verso Palazzo Prinsivalli, nel centro di Milano, in via Mozart, Marina Hagauer ripassava le domande che avrebbe posto ai vari membri della famiglia, a partire da Eleonora.
"Anche le altre erano infedeli ai loro mariti, ma io avevo ai loro occhi una colpa ben più grave, io ero l'unica che riusciva a brillare di luce propria. Tu lo sapevi, Marina, e ti infastitiva il fatto che io fossi ciò che tu non avevi il coraggio di essere, pur avendone le qualità. Ma non è troppo tardi: per te posso fare un'eccezione, se mi aiuterai nel fare ciò che va fatto. Vedi, se gli anatemi dei salotti avessero riguardato solo me, avrei anche potuto perdonare, ma quando hanno iniziato ad infangare Vittoria, la mia nipote preferita, mi sono detta che il tempo della pazienza era scaduto. Tutti questi ipocriti che si scandalizzano per un fidanzamento interrotto, hanno commesso atti ben peggiori. Reati, crimini, forse anche delitti. E poiché la giustizia non ha fatto il suo corso, adesso è giunto il tempo della vendetta. Se tu sei con mia nipote e con me, Marina, considererò compiuta la tua ammenda e avrai il mio perdono.
Avrebbe anche potuto risparmiare Eleonora, se non si fosse schierata dalla parte sbagliata, contro la sua stessa figlia.
"Del resto se non ci aiutiamo tra noi è finita" aveva detto Eleonora con quella sua fastidiosa convinzione che lei e Marina potessero davvero essere poste sullo stesso piano per costituire un "noi".
Se non ci aiutiamo tra noi.
Ma noi chi?
Nel momento in cui le vennero aperti i portoni del Palazzo Prinsivalli di via Mozart, Marina Hagauer provò una sensazione simile a quella di un assassino che torna sul luogo del delitto.
Mentre l'ennesimo taxi la trasportava verso Palazzo Prinsivalli, nel centro di Milano, in via Mozart, Marina Hagauer ripassava le domande che avrebbe posto ai vari membri della famiglia, a partire da Eleonora.
Le aveva assicurato che i quesiti sarebbero stati semplici e compiacenti.
Forse potevano anche sembrare tali, in apparenza, ma erano tutte trappole in cui Eleonora sarebbe caduta, non sospettando che Marina aveva concordato ogni passaggio di quell'intervista con lady Gloria, la suocera di Eleonora, di cui quest'ultima si era sbarazzata confinandola nell'esilio dorato di Pusiano.
In tutti quegli anni, Gloria si era conservata incredibilmente bene, mantenendo integra quella bellezza elegante che, saltando una generazione, aveva trasmesso a sua nipote Vittoria, "oltre alla tendenza a dare scandalo", avevano sentenziato le "Quattro Streghe".
Lady Gloria forse non avrebbe desiderato più soltanto facili ammende o lievi espiazioni da parte di chi l'aveva diffamata, non dopo che avevano osato servirsi di Vittoria per fare i propri interessi.
Lady Gloria forse non avrebbe desiderato più soltanto facili ammende o lievi espiazioni da parte di chi l'aveva diffamata, non dopo che avevano osato servirsi di Vittoria per fare i propri interessi.
La più discussa tra le "signore Prinsivalli" era pronta a vendicarsi sulle altre e sui loro mariti.
Nessuna pietà ci sarebbe stata, salvo rari casi.
Nessuna pietà ci sarebbe stata, salvo rari casi.
"Anche le altre erano infedeli ai loro mariti, ma io avevo ai loro occhi una colpa ben più grave, io ero l'unica che riusciva a brillare di luce propria. Tu lo sapevi, Marina, e ti infastitiva il fatto che io fossi ciò che tu non avevi il coraggio di essere, pur avendone le qualità. Ma non è troppo tardi: per te posso fare un'eccezione, se mi aiuterai nel fare ciò che va fatto. Vedi, se gli anatemi dei salotti avessero riguardato solo me, avrei anche potuto perdonare, ma quando hanno iniziato ad infangare Vittoria, la mia nipote preferita, mi sono detta che il tempo della pazienza era scaduto. Tutti questi ipocriti che si scandalizzano per un fidanzamento interrotto, hanno commesso atti ben peggiori. Reati, crimini, forse anche delitti. E poiché la giustizia non ha fatto il suo corso, adesso è giunto il tempo della vendetta. Se tu sei con mia nipote e con me, Marina, considererò compiuta la tua ammenda e avrai il mio perdono.
Ma per tutti gli altri, niente!"
Il tono in cui l'aveva detto aveva fatto rabbrividire Marina Hagauer.
Lei, la figlia del professor Hagauer, cresciuta respirando cultura e raffinatezza, lei che si credeva così abile nell'analizzare e giudicare le persone, aveva creduto, come tutti gli altri, che Gloria fosse una persona innocua, fragile, ormai ridotta all'irrilevanza.
Il tono in cui l'aveva detto aveva fatto rabbrividire Marina Hagauer.
Lei, la figlia del professor Hagauer, cresciuta respirando cultura e raffinatezza, lei che si credeva così abile nell'analizzare e giudicare le persone, aveva creduto, come tutti gli altri, che Gloria fosse una persona innocua, fragile, ormai ridotta all'irrilevanza.
Marina non riusciva a capacitarsi di questa propria superficialità di giudizio.
Gloria era pericolosa.
E ciò che Marina le aveva fatto, tanti anni prima, era stato peggio che un crimine: era stato un errore.
E ciò che Marina le aveva fatto, tanti anni prima, era stato peggio che un crimine: era stato un errore.
In una famiglia come quella dei Prinsivalli, piena di persone esteticamente troppo perfette, che amavano ammirarsi agli specchi e sentirsi parlare mentre insegnavano agli altri come si stava al mondo, lady Gloria era l'unica che fin dall'inizio si era limitata a qualche battuta ironica talmente sottile che molti non si rendevano nemmeno conto del fatto che lei li stesse demolendo.
Persino Marina, con tutte le sue sottigliezze, non si era accorta che colpire quella donna era stato come attivare una bomba ad orologeria che non poteva essere più disinnescata.
A quel punto, l'unica cosa da fare era assicurarsi di essere nel posto giusto, e dalla parte giusta, quando la deflagrazione sarebbe esplosa.
A quel punto, l'unica cosa da fare era assicurarsi di essere nel posto giusto, e dalla parte giusta, quando la deflagrazione sarebbe esplosa.
Per questo l'unica risposta possibile, da parte della direttrice Hagauer era stata:
"Tra i Prinsivalli, tu sei stata l'unica vera Signora. Tua nuora è una testa vuota, ma è pericolosa come un'auto in corsa senza il guidatore. E tua suocera è una vecchia strega come tutte le altre che frequentano il salotto di mia nonna. Io sono qui per fare ammenda. Loro dovranno fare qualcosa di più: un'espiazione."
E, come prova tangibile della propria buona volontà, Marina doveva prendere le distanze dai membri più sgradevoli della famiglia Prinsivalli, e nel farlo doveva rispettare l'ordine metaforico riservato ai suoi nemici personali: prima di tutto colpirli di sopresa, poi, fuggendo, tagliare i ponti e avvelenare i pozzi.Avrebbe anche potuto risparmiare Eleonora, se non si fosse schierata dalla parte sbagliata, contro la sua stessa figlia.
"Del resto se non ci aiutiamo tra noi è finita" aveva detto Eleonora con quella sua fastidiosa convinzione che lei e Marina potessero davvero essere poste sullo stesso piano per costituire un "noi".
Se non ci aiutiamo tra noi.
Ma noi chi?
Se anche fossero state moralmente e socialmente sullo stesso piano, non lo erano mai state a livello culturale: questo almeno Marina sentiva di poterlo concedere a se stessa.
Nessuno poteva permettersi impunemente di associarla ad una categoria: "una di noi, una di loro, una come noi, una come te", no, non esisteva nessuna come lei. C'era lei, e basta!
Eleonora non poteva capirlo, così come non riusciva a dare un nome esatto alle cose, persino ai sentimenti e alle emozioni.
Eleonora non poteva capirlo, così come non riusciva a dare un nome esatto alle cose, persino ai sentimenti e alle emozioni.
Come tutti i suoi simili, la terza signora Prinsivalli riteneva che gioia e piacere fossero la stessa cosa. La sua filosofia tascabile non poteva andare oltre.
A tutti loro, Marina doveva sottolineare le differenze.
Vi assicuro che il piacere è molto diverso dalla felicità.
Ed Eleonora Prinsivalli stava per rendersene conto.
Il suo duplice errore era stato quello di sottovalutare sia lady Gloria che Marina Hagauer, e di dare per scontato che non avrebbero mai unito le loro forze.
Marina aveva sempre amato le saghe familiari e sapeva che finivano tutte allo stesso modo: nel dolore o nel disonore o in entrambi i modi.
Ricordava l'ennesima lectio magistralis che suo padre, il chiarissimo professor Hagauer, aveva tenuto sull'argomento: "Nel romanzo di García Márquez, Ursula Iguaràn Buendìa muore più che centenaria prima di vedere avverarsi la maledizione profetizzata da sua madre. L'ultimo dei Buendìa, frutto dell'ennesimo incrocio tra consanguinei, era nato con la coda di maiale ed era vissuto meno di un giorno, e il suo corpo venne divorato dalle formiche. E così la dinastia si estinse nel dolore e nel disonore, ed è così da sempre e per sempre, perché alle stirpi condannate a cent'anni di solitudine non viene concessa una seconda opportunità sulla terra"
Per evitare che questo accadesse anche agli Hagauer, Marina aveva accettato l'incarico di lady Gloria, che voleva ricambiare lo "scherzo" che sua nuora le aveva riservato vent'anni prima.
Il problema non era il fatto che Eleonora Prinsivalli avesse avuto un figlio da un uomo che non era di certo suo marito, ma l'assoluzione che la società dei salotti buoni le aveva concesso, proprio dopo che lei stessa aveva esiliato la suocera per una colpa molto minore.
Il problema non era il fatto che Eleonora Prinsivalli avesse avuto un figlio da un uomo che non era di certo suo marito, ma l'assoluzione che la società dei salotti buoni le aveva concesso, proprio dopo che lei stessa aveva esiliato la suocera per una colpa molto minore.
Nel momento in cui le vennero aperti i portoni del Palazzo Prinsivalli di via Mozart, Marina Hagauer provò una sensazione simile a quella di un assassino che torna sul luogo del delitto.
Come tutti i palazzi tradizionali delle famiglie aristocratiche, anche in quello dei Prinsivalli il piano terra era riservato a funzioni di servizio, gestione e rappresentanza esterna, mentre il primo piano, quello "nobile", era la residenza del Patriarca e della Prima Signora Prinsivalli, Adelaide, e i piani successivi erano ripartiti tra Carlo Prinsivalli, l'eterno e settantenne "erede al trono", nonché marito di lady Gloria - per quanto separato - e il figlio di costoro, Gianluca, il marito di Eleonora, che dunque ricevette Marina al terzo piano.
Il terzo piano di via Mozart trasudava un’eleganza nervosa, quel tipo di perfezione che si esibisce quando tutto il resto sta crollando.
Eleonora accolse Marina con un sorriso studiato, ma l’abituale condiscendenza della padrona di casa era incrinata da una stanchezza che il fondotinta non riusciva a coprire del tutto.
Gianluca era lì, in piedi davanti alla finestra che dava sulla cupola della Passione, con le spalle rigide di chi è stato appena espulso dal Paradiso. Il licenziamento dal Gruppo Aragonesi era stato una ghigliottina: non solo aveva perso il potere, ma era stato pubblicamente ripudiato dalla famiglia che, fino a poche settimane prima, doveva suggellare la potenza dei Prinsivalli attraverso Vittoria.
Gianluca era lì, in piedi davanti alla finestra che dava sulla cupola della Passione, con le spalle rigide di chi è stato appena espulso dal Paradiso. Il licenziamento dal Gruppo Aragonesi era stato una ghigliottina: non solo aveva perso il potere, ma era stato pubblicamente ripudiato dalla famiglia che, fino a poche settimane prima, doveva suggellare la potenza dei Prinsivalli attraverso Vittoria.
«Marina, cara. È un momento di tale confusione!» esordì Eleonora, accomodandosi su una poltrona di seta di San Leucio. «Siamo felici che sia tu a rimettere ordine tra le voci. La famiglia è il nostro unico vero valore, dopotutto!»
Marina sorrise, un movimento di labbra che non coinvolse gli occhi. Aprì il taccuino.
«Certamente, Eleonora. Vogliamo mostrare come la solidità dei Prinsivalli resista anche alle scelte… originali della gioventù.»
«Certamente, Eleonora. Vogliamo mostrare come la solidità dei Prinsivalli resista anche alle scelte… originali della gioventù.»
Le domande scivolarono via come seta, apparentemente innocue: il legame con la tradizione, la saggezza del Patriarca Umberto, la serenità domestica. Marina osservava Gianluca. Pensò a suo padre Carlo, l’eterno erede settantenne che ancora attendeva un trono occupato da un novantaseienne che campava a caffè e spremute d’arancia, marciando ogni giorno come un soldato prussiano nei giardini di campagna.
Una stirpe di uomini bloccati in un’attesa patetica, schiacciati tra la longevità mostruosa di Umberto e l’ambizione fallimentare dei successori.
Una stirpe di uomini bloccati in un’attesa patetica, schiacciati tra la longevità mostruosa di Umberto e l’ambizione fallimentare dei successori.
«Gianluca, un commento sulla sua nuova disponibilità di tempo?» chiese Marina, colpendolo con una domanda che Eleonora credeva concordata per parlare di "nuovi orizzonti professionali".
Gianluca si voltò, lo sguardo cupo. «Gli Aragonesi hanno mostrato la loro vera natura: mercanti. Non sanno cosa sia il blasone.»
O forse sanno fin troppo bene quando un investimento smette di fruttare pensò Marina, ma si limitò a un cenno d'intesa.
Fu in quel momento che la porta si aprì. Enrico entrò nel salone con la sfrontatezza dei suoi sedici anni e la bellezza scura, mediterranea, che era un insulto vivente alla genealogia dei biondi Prinsivalli.
In quella stanza di stucchi bianchi e antenati dagli occhi cerulei, Enrico appariva come un’interferenza, un errore di stampa in un volume di pregio.
Gianluca non lo guardò nemmeno; Eleonora ebbe un sussulto, una frazione di secondo in cui il terrore di essere scoperta brillò nelle sue pupille.
In quella stanza di stucchi bianchi e antenati dagli occhi cerulei, Enrico appariva come un’interferenza, un errore di stampa in un volume di pregio.
Gianluca non lo guardò nemmeno; Eleonora ebbe un sussulto, una frazione di secondo in cui il terrore di essere scoperta brillò nelle sue pupille.
«Il futuro della casa» commentò Marina con una punta di veleno che Eleonora scambiò per un complimento. «Voglio una foto. Tutti insieme. Un’immagine di unità contro le maldicenze!»
Si misero in posa davanti al camino, sotto il ritratto del trisavolo Vittorio, decorato con l'Ordine della Corona d'Italia. Marina si soffermò un istante sul vecchio diploma in pergamena, che pendeva in un angolo meno illuminato.
Era appartenuto al padre di Umberto, ma la leggenda familiare — quella che si raccontava a mezza voce per ridicolizzare il Patriarca — narrava di un Umberto sedicenne che, nell’autunno del ’43, invece di scegliere la montagna, aveva scelto Brindisi. Lì, tra i corridoi angusti del potere in fuga, si era trasformato in un improbabile valletto per Vittorio Emanuele III, assecondando la mania numismatica del vecchio sovrano, più che i destini della nazione.
Si diceva che Umberto II, poco prima di involarsi per l'esilio, avesse concesso quel cavalierato al padre di Umberto quasi per sfinimento, per liberarsi di quel giovane ambizioso che mendicava titoli e cognomi materni. Il Re gli aveva negato il predicato nobiliare della madre — i Bonaccorsi di Galbiate, il cui nome restava legato alla villa di famiglia — lasciandolo solo con quel 'Prinsivalli' che avrebbe suonato meglio in compagnia di un secondo cognome e di un toponimo.
Persino l'incontro fortuito con il Conte Domenico Agusta, che in quei giorni concitati già sognava motori e corone, non era servito a nobilitarlo. Umberto era rimasto un Cavaliere senza spada, un partigiano immaginario con l'anima da cameriere reale.
Eleonora cercò di apparire la "Terza Signora", Gianluca tentò una postura da Amministratore Delegato che non era più, ed Enrico rimase lì, un corpo estraneo che portava nel sangue il segreto del disonore.
Era appartenuto al padre di Umberto, ma la leggenda familiare — quella che si raccontava a mezza voce per ridicolizzare il Patriarca — narrava di un Umberto sedicenne che, nell’autunno del ’43, invece di scegliere la montagna, aveva scelto Brindisi. Lì, tra i corridoi angusti del potere in fuga, si era trasformato in un improbabile valletto per Vittorio Emanuele III, assecondando la mania numismatica del vecchio sovrano, più che i destini della nazione.
Si diceva che Umberto II, poco prima di involarsi per l'esilio, avesse concesso quel cavalierato al padre di Umberto quasi per sfinimento, per liberarsi di quel giovane ambizioso che mendicava titoli e cognomi materni. Il Re gli aveva negato il predicato nobiliare della madre — i Bonaccorsi di Galbiate, il cui nome restava legato alla villa di famiglia — lasciandolo solo con quel 'Prinsivalli' che avrebbe suonato meglio in compagnia di un secondo cognome e di un toponimo.
Persino l'incontro fortuito con il Conte Domenico Agusta, che in quei giorni concitati già sognava motori e corone, non era servito a nobilitarlo. Umberto era rimasto un Cavaliere senza spada, un partigiano immaginario con l'anima da cameriere reale.
Eleonora cercò di apparire la "Terza Signora", Gianluca tentò una postura da Amministratore Delegato che non era più, ed Enrico rimase lì, un corpo estraneo che portava nel sangue il segreto del disonore.
Marina sollevò l’obiettivo, inquadrò quella perfezione simulata e scattò. Mentre il flash illuminava per un istante l'ipocrisia di quel salotto, la voce di suo padre risuonò nella sua mente con la precisione di una condanna nei confronti di Enrico, così diverso, così irrimediabilmente "altro": il professor Hagauer, paragonando i Prinsivalli con i Buendìa, avrebbe commentato: "Ecco la coda di maiale".
Ma lì problema non era affatto l'unione tra consanguinei, ma proprio la mancanza della continuità genetica della dinastia.
La stirpe dei Prinsivalli era finita. Non restava che pubblicare il necrologio.







