lunedì 22 giugno 2026

L'Ultima Dama del Lago. Capitolo II. L'estate è una stagione crudele. Tutto il male che c'è, tutto il bene che c'è, chiuso dentro di me.




Dopo un sonno breve e agitato, per ritrovare un po' di forze dopo il lungo viaggio, al risveglio, Edoardo si sentiva più stanco di prima e il suo umore era più depresso del solito. 
Non era una novità, però c’era qualcosa, nell’aria di quel luogo, che peggiorava la situazione.
E quel malumore non era dovuto soltanto alla scomodità di quell'alloggio spoglio e spartano, c'era di più, un sentimento di cui credeva di essere divenuto immune, e che lo aveva afflitto prevalentemente d'estate: l'infatuazione per donne angelicate inarrivabili, sotto l'influsso del demone meridiano.
Vittoria mi ha stregato, ma se crede di rendermi un suo schiavo, si sbaglia di grosso.
Ebbe la tentazione di bere qualcosa di forte, poiché si portava sempre dietro una discreta scorta di fiaschette, per aiutarsi a sopportare una vita che non gli piaceva più, ma decise di resistere alla tentazione: non era ancora diventato un alcolista e non voleva cedere, specialmente non nella sua ultima occasione per salvare la sua carriera, e forse persino per rilanciarla e tornare a vivere, dopo tutte le disgrazie che gli erano accadute negli anni precedenti.
Ben pochi sarebbero riusciti a sopravvivere senza impazzire alla serie di eventi drammatici e luttuosi che avevano colpito lui e la sua famiglia.
Cercò di scacciare quel pensiero.
E' inutile fare l'inventario delle cose perdute, mentre tutto frana intorno.
Si preparò per la cena cercando di rendersi almeno vagamente presentabile.
Un tempo era stato un uomo elegante, e dato il suo nome, gli amici di allora, quelli che spariscono quando le cose si mettono male, lo chiamavano lord Edward, Duca di Windsor.
Ora il suo meraviglioso guardaroba era inutile: il suo girovita non era più quello di una volta e lui non poteva più permettersi spese voluttuarie, dopo i rovesci di fortuna.
Aveva un solo ricambio d’abito, e doveva farselo bastare.


In fondo, nella Marca di Bevania, nessuno si era mai distinto per una particolare eleganza, tranne i Prinsivalli, ovviamente: loro erano sempre perfetti e inappuntabili.
E tra loro, Vittoria era colei che, per fotogenia, portamento, signorilità e brillantezza ironica, fungeva da responsabile delle "pubbliche relazioni", non solo all'interno della Marca di Bevania e del Ducato di Senonia Gotica, ma anche in tutti gli altri Ducati della zona basso padana del Regno Confederato d'Italia, Gotia, Lombardia e delle Due Sicilie.







In ogni caso, Edoardo era convinto che due abiti formali fossero anche troppi in quella terra di paludi, boschi, praterie umide e selvagge, fiumi, fossi e canali di ogni genere.
Era sua intenzione visitare quel territorio, con la dovuta prudenza, ma per il momento rivolse l'attenzione soltanto alla preparazione psicologica per la Cena dei Notabili, dove i vari personaggi di spicco di Bevania l'avrebbero non solo esaminato, ma addirittura, metaforicamente, "radiografato".

La governante Elvira bussò due minuti prima delle otto di sera, mantenendo il suo sguardo enigmatico e il suo silenzio che si sarebbe potuto definire “professionale”
Ma Edoardo intuiva che tra la bellissima marchesa Vittoria e il suo personale domestico i rapporti non fossero del tutto cordiali.
Tornarono al piano signorile dell’antica magione, quello che ancora conservava un’aria che poteva, con una certa elasticità mentale, essere definita “accoglienza”, una dote che la famiglia dei Marchesi di Bevania non coltivava più da molto tempo, per ragioni di cui nessuno aveva la più pallida idea.

Il salone d’onore del maniero dei Prinsivalli era imponente, aveva soffitti alti, pareti con una base in pietra grezza e sopra un rivestimento in legno, e su di esse poggiavano trofei di caccia, armature medievali, arazzi pregiati, vetrate a mosaico nelle finestre ogivali, ritratti arcigni degli antenati tutti di una bellezza aristocratica e sicura di sé. I camini erano tutti accesi, così come i numerosi candelabri d’argento. I pavimenti erano ricoperti di tappeti molto spessi, di magnifica fattura, ma che avevano decisamente visto tempi migliori.
L’impressione generale era che quell’edificio non fosse la vera residenza dei Marchesi di Bevania, ma soltanto un antico baluardo, posto al confine della loro immensa proprietà, come avamposto, e che il reale centro del potere si trovasse altrove.







Il lungo tavolo in legno di quercia della sala da pranzo era riccamente imbandito con abbondanza di selvaggina e di pietanze locali, anche se l’odore dei cinghiali arrosto lottava contro l’aroma dolciastro della cera consumata e l’aria era resa opprimente dal fatto che le finestre erano tutte ermeticamente chiuse e coperte da pesanti tende di velluto. 
I commensali erano numerosi e degni di nota, ma lo sguardo di Edoardo cadde subito su Vittoria, la cui bellezza gli provocava una specie di stretta al cuore, anche se non avrebbe mai lasciato trapelare nulla dell’effetto che la sola vista di lei aveva sul suo umore già molto depresso.

Non poté tuttavia fare a meno di notare che la giovane e snella pronipote del Marchese di Bevania indossasse un abito molto leggero e aderente, dello stesso colore grigio-azzurro dei suoi occhi, e che apparisse fin troppo fiera e vanitosa nell’affermare con un vestiario non consono alla stagione e all’occasione formale, la propria indiscutibile superiorità estetica.
Questo lo fece sentire distante da lei. Si vedeva che Vittoria apparteneva alla categoria di persone che amavano l'estate e avrebbero voluto inseguirla passando da un emisfero all'altro della Terra.
Lui invece odiava l'estate da sempre, persino quando aveva ancora un fisico snello, perché accentuava il suo senso di estraneità rispetto agli altri, che si divertivano e viaggiavano e non si stancavano mai.

Tutto sommato l'atmosfera gotica e neogotica della Marca di Bevania era più vicina ai suoi gusti che a quelli di Vittoria, la quale forse voleva ribellarsi al modo in cui il suo bisnonno ancora gestiva il feudo di famiglia. Ma non era ancora il momento di formulare ipotesi, specialmente a stomaco vuoto e con una serie di persone estranee da affrontare.

Poiché Edoardo era piuttosto confuso dal numero degli ospiti e dalla lunghezza del desco, fu la Governante a indicargli il suo posto e a invitarlo a sedersi al centro della tavola.
In quel momento il De Rovere, seppur affamato, dovette affrontare la presentazione ai vari Notabili della Marca, sentendosi addosso i loro occhi ambigui, diffidenti o apertamente ostili come spilli gelati, specialmente quelli dell'alto prelato che aveva già avuto la sfortuna di vedere, seppure a distanza.

Di fronte a lui, infatti,  sedeva pomposamente l’Arciprete monsignor Petronillo Chiodini — un uomo magrissimo, anziano, dal collo lungo, dal naso a becco e dalla voce stridula e petulante, che ricordava certi alti prelati romani abilissimi nel muovere i fili del Regno Confederato, ben oltre il Patrimonium Sancti Petri.





 Aveva un sorriso mellifluo, che però non arriva mai agli occhi vigili e penetranti, e movenze effeminate che contraddicevano le sue invettive in cui condannava alle pene dell’Inferno gli atti impuri “e in particolare i peccati contro natura”.
La sua fama del resto andava ben oltre il confini della Marca di Bevania, poiché, nelle sue numerose dichiarazioni presso la Curia di Ravenna e il Vaticano, aveva esortato alla severità nel rispetto letterale delle regole, negando sepoltura cristiana ai morti suicidi e sostenendo l’accanimento terapeutico anche nei casi di sofferenza più atroce “perché le sofferenze terrene hanno un valore di redenzione dell’anima dal peccato, anche per i miscredenti, gli scettici, gli agnostici, gli eretici, gli infedeli, gli apostati e tutti quelli che commettono peccato contro Nostro Signore”. Fortunatamente le sue sadiche idee erano criticate persino all’interno della Chiesa Cattolica, che aveva assunto posizioni più moderate e di umana comprensione.
All’Arciprete era bastato uno sguardo per aver capito di aver a che fare con un personaggio potenzialmente scomodo, e allo stesso modo, Edoardo aveva provato un’immediata antipatia nei confronti di quel soggetto che pareva dominare i Notabili con l’aria di chi non è abituato ad essere contraddetto.
«La nostra Senonia è terra di silenzi, dottor de Rovere» fu il primo monito dell'Arciprete «Qui l’ordine naturale e soprannaturale delle cose non si cambia. Chi ha tentato di farlo... beh, ora giace in terra sconsacrata» e si fece il Segno della Croce, imitato da tutti i Notabili, seppure alcuni paressero meno zelanti di altri.





Per quanto fosse opinione diffusa che nella Marca di Bevania si continuassero a celebrare riti pagani basati sulla religione celtica dei Galli Senoni e dei Druidi, esistevano ben tre edifici di culto cristiani, tutti e tre in stile gotico. La parrocchia cattolica rifletteva, con i suoi restauri, le sue rifiniture, i giardini ben curati vicino al piccolo cimitero, l'importanza che l'Arciprete aveva preteso per la propria sede e, non ultima, la propria persona.
C'erano poi altre due chiesette: una era la capella privata dei Prinsivalli, di piccole dimensioni, semi-diroccata e poco distante dal maniero.
Infine c'era la pieve ariana frequentata dai discendenti degli Ostrogoti, che però era caduta ormai completamente in rovina ed era invasa dalle piante.
 





A interrompere il silenzio che si era creato dopo le parole del sacerdote, fu il Medico condotto di Bevania, Goffredo Stecchino, un ometto minuto, pelato, con un ampio cranio e un piccolissimo viso da furetto, adornato da una barba caprina. Portava occhialini tondi ed era vestito di scuro, quasi a voler far concorrenza al monsignore, ma sfoggiava un ridicolo farfallino rosso.
Aveva un'aria severa e austera, come il fattore del quadro "Gotico americano", e le sue mani bitorzolute in quel momento erano chiuse a pugno a causa della rabbia dovuta a una questione con aveva nulla a che fare con ciò che era stato detto prima. 
Stava infatti fissando con disgusto la fetta di piadina e prosciutto che Edoardo stava per portare alla bocca. «Lei sta mettendo a repentaglio la sua vita, con questa alimentazione», sentenziò il medico con certezza lapidaria al limite del fanatismo: «Non sa che i carboidrati sono la causa di tutte le malattie? E le carni rosse sono fuori dalla piramide alimentare? Tutti i mali hanno inizio dalla golosità gaudente di questa terra gallica. I nostri cari villici continuano a chiedermi rimedi contro i loro malanni, quando sanno benissimo che l’unico rimedio è smettere di ingerire carboidrati e carni rosse, che oltre a devastare il corpo, infiammano l'anima e appesantiscono il passo. A tutti loro io prescrivo la mia celeberrima dieta a base di cavolfiore, piselli, pesci di palude, formaggio con i vermi, farina di insetti al posto di quella derivata ai cereali, una spremuta d’arancia o limone, un condimento con aceto di mele e una tazza di caffè amaro.
E sa cosa si permettono di dirmi quegli zotici villani? Che la mia dieta provoca loro la gastrite!
E’ incredibile come quegli analfabeti possano permettersi di insegnare il mestiere a me!
Non per vantarmi, ma il mio nome è conosciuto ovunque non solo nel Regno Confederato, ma anche in tutto l'Impero, nel Regno di Francia e persino nel Regno Unito!
Lei certamante avrà sentito parlare di me, vero dottor De Rovere? Io scrivo nella Gazzetta di Bevania, lo sa? I miei articoli sono sempre in prima pagina e il mio parere viene richiesto ampiamente da tutti coloro che desiderano vivere almeno 120 anni. 
Ma, come si suol dire, nemo profheta in patria, per cui i miei pazienti contadini si lamentano perché non trovano benessere dalla camminata di cinque miglia all'alba, respirando la nostra aromatica aria di palude, che io prescrivo a tutti loro. Comunque, da quel che vedo, mi pare che anche lei si permetterebbe di confutare il rigore scientifico delle mie cure».








Edoardo, che ne aveva già avuta abbastanza di quelle prediche, ma che era un conoscitore fin troppo abile dell’animo umano, continuò a mangiare e si limitò a rispondere con aria indecifrabile:
 <<Mi hanno detto che lei ha un bel parco attorno alla sua villa, dottor Stecchino. Immagino che la sua salutare camminata nel parco privato, protetto dalle solide mura e inferriate della sua residenza sia più salutare e prudente dello sfidare i miasmi della Vallis Candiana>>

La stoccata di Edoardo lasciò il dottor Stecchino con la bocca sdegnosamente aperta, ma prima che il medico potesse replicare, una risata cristallina e profonda come il suono di un metallo antico risuonò dal fondo del tavolo.
Ad aver riso era stata una signora di grande fascino, la dottoressa Robinia Mancini, che era una Notabile in quanto unica Farmacista di Bevania
Era una donna dall'età difficilmente individuabile, forse sui trentacinque anni, dotata di una bellezza magnetica e puramente celtica: una cascata di capelli color rame incorniciava un viso pallido, su cui risaltavano due occhi verdi come le acque della Standiana, intensi e penetranti. 
A differenza degli altri Notabili, Robinia non era un personaggio macchiettistico, tutt'altro: emanava una forza e una saldezza d'animo che imponevano un rispetto immediato. Persino l'algida Vittoria, seduta poco distante, sembrava nutrire un sottile, rispettoso timore per la sua presenza.





«Condivido il suo parere, dottor de Rovere», esordì Robinia, facendo roteare il vino rosso nel calice di cristallo. I suoi occhi cercarono subito quelli dell'Arciprete e del Medico, e non certo per sostenerli, ma anzi per colpirlo dritto al cuore «C'è chi si barrica dietro le mura della propria parrocchia o della propria clinica, credendo che basti un dogma o una dieta a base di insetti per ingannare la morte. Ma la vera conoscenza, quella che scorre nelle vene segrete della Marca, sa che persino in un luogo umido e paludoso come questo il Sacro Fuoco di Atar si alimenta consumando ciò che è vecchio e corrotto.»
Monsignor Petronillo Chiodini contrasse il lungo collo da avvoltoio, fissando la farmacista con aperto disprezzo, non privo di un'ombra di timore:
 «Il Sacro Fuoco! Non dovresti nemmeno menzionare questi concetti pagani! Le tue suggestioni zoroastriane, manichee, gnostiche sono antiquate quanto le eresie dei Catari che questa terra ha sciaguratamente ospitato in passato, Robinia, ma che siamo riusciti ad estirpare» stridette l'Arciprete, battendo le dita nodose sul tavolo. «Il Malleus Maleficarum parla chiaro su chi confonde la farmacia con l'alchimia e la manipolazione delle erbe proibite.
La tua sicurezza si fonda sul nulla: c'è un solo Ordine, ed è quello santificato dal Cielo, e chi segue la Via della Mano Sinistra cammina già tra le pene dell'Inferno»

Edoardo comprese che il discorso non era più un semplice battibecco tra primedonne o galli in un pollaio: ciò che era stato citato, seppure di sfuggita, era qualcosa che mostrava una complessità insospettabile all'interno della classe dirigente di quel luogo la cui forza scaturiva da una fonte segreta.
I riferimenti storici, filosofici e religiosi implicavano un livello di conoscenza e di cultura molto più elevato di quel che ci si sarebbe potuti aspettare in quel luogo apparentemente marginale.
Hanno fatto in modo che nessuno riuscisse a scoprire i segreti di queste terre perché gli interessi in gioco sono molto più grandi di quello che ci hanno dato da credere. Qualunque cosa ci sia nascosto da queste parti, i Notabili hanno un Grande Disegno che sta per compiersi, anche se non sono d'accordo nei modi e nei mezzi, e a quanto pareva anche nelle sottigliezze riguardanti gli aspetti filosofico-religiosi.

«Il vostro Inferno, Monsignore, è solo la camera oscura in cui proiettate le vostre paure di perdere il controllo», replicò Robinia con un sorriso ironico, per nulla intimidita. «Voi e la vostra Aristocrazia Nera vi illudete di governare il Regno Confederato , ma dimenticate che il Vero Tesoro ha altri custodi, più degni, più vicini alla conoscenza, pronti a dimostrare che tutta la vostra grande costruzione è soltanto un guscio vuoto»
L'Arciprete Chiodini parve quasi sul punto di soffocare per la rabbia, le vene del lungo collo tese come corde: <<Quelle come te finivano al rogo, ai bei tempi!>>
Prima che potesse scagliare una nuova anatema, Robinia Mancini sollevò un solo dito, guardandolo con una flemma glaciale:
«Le attribuivo più finezza, Monsignore. Ma è più facile citare i grossolani dei vostri inquisitori che argomentare sulle sottigliezze del Corpus Hermeticus o degli Oracoli Caldaici
La tensione nel salone divenne d'un tratto soffocante, densa come la nebbia che assediava le finestre ermeticamente chiuse del maniero. Era evidente ormai che quei Notabili non stavano semplicemente discutendo di teologia o di scienza o di eresie. Si stavano minacciando a vicenda. Era una guerra civile sotterranea tra fazioni rivali in un momento in cui la guerra sembrava pronta ad esplodere.
Istintivamente rivolse lo sguardo verso Vittoria, che, come rappresentante ufficiale del potere supremo in quelle zone, sarebbe dovuta intervenire per impedire che i misteri, gli Arcani, divenissero qualcosa di comprensibile ad un soggetto esterno.
Lei pareva tranquilla e quasi divertita, con la tipica espressione di chi governa tramite il sempre valido consiglio del divide et impera.
Tuttavia Edoardo fece in tempo a cogliere un vago segnale di Vittoria, espresso muovendo il solo indice della mano sinistra, rivolto alla Governante.

Elvira si fece avanti per coordinare l'attività delle due cameriere che servivano la cena, e si mosse un'autorità che non apparteneva affatto a una semplice domestica.
Edoardo intuì in quel momento, osservandola, che molto probabilmente era anche lei una Notabile sotto mentite spoglie, e rappresentava una fazione potente. 

«Monsignore, signora Robinia, vi prego di non surriscaldare gli animi», fu la richiesta di Elvira, formulata con voce calma e ferma, e con un tono che non era quello di chi chiede qualcosa, ma di chi sta dando un ordine. E infatti il suo intervento impose un silenzio immediato alla tavola, che fu sigillato con altre parole in codice: «Belenos sorge per tutti, e tutti hanno bisogno di lui. Non c'è bisogno di evocare il fuoco o le tenebre, perché tanto alla fine la palude si riprende sempre tutto»


Vittoria Prinsivalli sorrise compiaciuta a quelle parole, mentre un brivido percorse nuovamente la schiena di Edoardo. Sotto quel tetto, dove la padrona e la governante si parlavano per enigmi e codici e scambiavano messaggi apocalittici con gli altri, sarebbe potuta succedere qualsiasi cosa.
Nessuno straniero è mai tornato vivo o sano di mente da queste terre. Nessuna indagine ha portato a qualcosa. Nessuna commissione parlamentare o missione delle forze armate è mai arrivata a smascherare questi cospiratori.
E lui, il giornalista esiliato, sarebbe stato la prossima vittima. 
Eppure sembra che Vittoria sia disponibile a darmi una possibilità. Non ho idea di quale potrebbe essere il mio ruolo, ma è come se le fazioni non aspettassero altro che la venuta di qualcuno con determinati requisiti per dare inizio alle danze.

I suoi pensieri furono interrotti da un cristallino scampanellio.
A capotavola, Vittoria Prinsivalli sollevò il calice in cristallo di Boemia e invitò tutti a brindare al nuovo ospite e a non turbarlo con un “eccesso di zelo” nelle proprie rispettive missioni di salvezza del corpo e dell’anima. 
Il profilo aristocratico di lei, sottolineato da un lievissimo pronunciamento del naso, per il resto assolutamente perfetto, la elevava sopra ogni bellezza comune. I suoi occhi color fiordaliso, per quanto a volte potessero apparire freddi, lasciavano trapelare un’intelligenza, un’ironia e un senso dell’umorismo forse un po’ troppo pungente, ma di sicuro arguto e mai banale.
Edoardo si mise in guardia.
La giovane Prinsivalli era il tipo di donna che nel contempo egli amava e temeva di più, perché, nonostante lui riuscisse a non farsi strumentalizzare o umiliare dal loro fascino manipolatore di principesse fin troppo baciate dalla fortuna e abituate al dominio assoluto, tendeva a infatuarsi di loro e questo lo faceva star male, come se avesse un sasso nello stomaco.

Il calice di vino rosso sollevato da Vittoria brillò alla luce delle candele.
Accanto a lei, il Capitano delle Guardie, un giovane di bell’aspetto, dal fisico muscoloso che sprizzava l’arrogante salute tipica di chi è sempre stato il primo in ogni attività sportiva, sorrideva beatamente, ostentando la sua prestanza fisica forse anche per umiliare il fisico fuori forma e il precoce invecchiamento di Edoardo.
Dall’espressione lievemente contrariata del suo splendido viso, si poteva intuire che Vittoria non condividesse l’atteggiamento del Capitano, che e fosse un po’ seccata anche dalle discutibili asserzioni dell’Arciprete e del Medico. Fissò il Capitano con uno sguardo indaco, freddo come le notti d’inverno di Bevania: 
«La salute fisica è un grande dono, e certo richiede impegno, che piaccia o no, ma resta pur sempre un dono effimero, come la bellezza», disse fissando severamente i Notabili, uno per uno, e la potenza emanata dal suo viso pareva far gelare la stanza. «A volte, basta un passo falso nella foresta Standiana perché la terra si riprenda ciò che ha così generosamente dato. Brindiamo quindi alla vostra salute e alla vostra capacità di soppesare le parole».





L'Arciprete non nascose un moto di stizza, il Medico rimase impassibile, mentre il Capitano reagì con stupore, come se non si aspettasse affatto quelle parole e le considerasse ingrate e minacciose.
Un brivido scese lungo la schiena di Edoardo.
Il sistema di potere nella Marca di Bevania non era quello che si poteva pensare fermandosi alle apparenze. C’erano molti sottintesi nei vari discorsi, e molti messaggi in codice, che suggerivano l’esistenza di fazioni interne e rivali, tenute insieme soltanto dal potere misterioso della famiglia Prinsivalli.
 In quel castello, la bellezza e il potere non si basavano soltanto sul privilegio e la fortuna, ma anche e soprattutto sul fatto che Vittoria, dotata di una intelligenza e una volontà che si traduceva in impegno costante, amministrava i suoi doni e i suoi affari con spietata precisione.
L’Arciprete Chiodini adagiò il calice sul tavolo con una lentezza studiata, quasi liturgica. Fissò Edoardo con le palpebre socchiuse, emanando un'aria spettrale, tipica di chi governa i destini degli uomini da dietro le quinte.
Edoardo gli volle dare una possibilità, un'occasione di riscatto, senza crederci troppo.
«Sapete, Monsignore...» esordì Edoardo, con il suo modo di fare che appariva imprevedibile persino a se stesso «Un tempo credevo nel futuro, speravo che il progresso avrebbe prevalso. Ora invece percepisco un'ombra che cresce lentamente. E questa percezione si sta accentuando. Pensavo che l'aria di campagna di questa oasi incontaminata mi avrebbe giovato. Ma, senza offesa per nessuno, s'intende, qui sento solo il peso di una grande, opprimente stanchezza che si aggiunge ad un dolore antico. Ve lo confesso: io non sono felice».
L’Arciprete non si scompose. La sua voce, quando infine giunse la risposta, aveva perso ogni tono melenso, diventando sibilante:
«E chi ha mai detto, dottor de Rovere, che siamo stati creati per essere felici?»
La frase, una domanda retorica che conteneva in sé qualcosa di terrificante, fu pronunciata con un tono talmente dogmatico da troncare ogni replica. Se anche ci fosse stata un'intenzione filosofica, in quella provocazione, Edoardo capì che il prelato si avvaleva di simili mezzi non solo per troncare i discorsi, ma per legittimare, tramite un "mandato celeste", la sottomissione degli altri, mentre lui, il Gran Sacerdote, veniva servito come un re.
Edoardo incassò il colpo, ma la sua mente, nutrita di dubbio e filosofia, non si arrese.
«Eppure il mondo è cambiato, anche se non come speravo io, monsignore. Qui forse è più difficile rendersene conto, ma il mondo corre veloce e a me sembra di restare indietro. Lei non ha mai questa impressione?»
L’Arciprete sollevò appena una mano affusolata, un gesto che esprimeva un misto di pietosa commiserazione e di severo ammonimento:
«No, io conosco ciò che ogni credente deve sapere: tutto è già stato detto. Nelle Sacre Scritture, nell'Esegesi, nell'Apologetica, nella Patristica, nella Scolastica e nelle Encicliche pontificie. Quelle sono le uniche letture di cui un buon cristiano ha bisogno», sentenziò l'ecclesiastico «Il credente non ha bisogno del futuro. Il futuro è solo una ripetizione del passato sotto mentite spoglie. Il compito degli uomini di scienza, secondo la corrente che io rappresento nella Curia, dovrebbe limitarsi ad una rigorosa, seppur sublime, ricapitolazione».

Edoardo ripensò a suo padre, che era stato un docente di Fisica e un appassionato di Filosofia, e si ricordò di una frase che lui ripeteva spesso: "La mente del credente ristagna, la mente del filosofo, invece, si nutre continuamente del dubbio, che è la fonte di ogni reale conoscenza". Ma era chiaro che per l'Arciprete, e non solo per lui, il mondo doveva rimanere immobile, come una palude eterna.

All'altro capo del tavolo, Vittoria Prinsivalli aveva sentito tutto.
«L'Arciprete dimentica una cosa», disse con una calma olimpica «Ogni forma di dogmatismo è pericolosa e in fin dei conti c'è sempre in gioco l'unico trofeo che tutti desiderano: il potere.
Ma è un'illusione. Gli uomini credono di poter imbrigliare la terra con le loro leggi, i loro disboscamenti e le loro bonifiche. Sono degli illusi. Ha ragione Elvira quando dice che la palude si riprende sempre tutto. Rompe gli argini, cancella le strade dove d'estate o nei fine settimana i tamarri vanno al mare e restituisce lo spazio agli aironi, come le saline lo restituiscono ai fenicotteri, e gli alberi alla notte, nel cuore della foresta. Vero, Capitano?»
Il Capitano delle Guardie, che fino a quel momento aveva continuato a bere birra, accennò un sorriso ammiccante, senza capire che la Dama del Lago stava condannando anche lui.






«Basta con queste schermaglie», intervenne allora una voce tonante, profonda e impastata di buon vino, proveniente dal lato destro del tavolo.
Ad aver parlato era il Magistrato di Forolivio, il dottor Filippo Borghi.
Era un uomo molto molto grasso e dalla stazza imponente, con un'aria paciosa da buongustaio, le guance rubiconde e gli occhi piccoli e mobilissimi che tradivano un'intelligenza formidabile dietro la maschera della giovialità. Inviato dal Tribunale di Forolivio come tramite diretto con il Marchese della città, Borghi sembrava incline a condividere le tesi di Robinia, ma con prudenza come se fosse un agente di rango segreto di qualche organizzazione che aveva a che fare con i segreti della Marca.
Il Magistrato vuotò il suo calice, asciugandosi le labbra con un fazzoletto di seta. Guardò le finestre sbarrate, oltre le quali la nebbia invernale stringeva il maniero come un sudario, e sospirò con soddisfazione.
«Ringraziamo il Cielo che siamo in pieno inverno», esclamò Borghi, offrendo a Edoardo un sorriso d'intesa. «Io amo questa oscurità gelida. Permettetemi di dirlo: l'estate è una stagione crudele. È una stagione crudele per quelli che sanno che gli altri si divertono, mentre il mondo si infiamma di una luce sfacciata che mette a nudo ogni miseria. L'inverno, invece, è onesto. Copre le paludi e costringe gli uomini a guardarsi dentro, o a perire nel fango della Standiana

«Parole sagge, Magistrato», si intromise il Capitano delle Guardie, ridendo con l'arrogante sicurezza di chi credeva di aver compreso ogni cosa. Allungò una mano massiccia verso il calice di Vittoria, sfiorandole deliberatamente le dita con un'intimità vistosa, quasi possessiva. «Ma l'inverno serve anche a ricordare che c'è chi ha bisogno di protezione. Vero, Vittoria? La foresta è piena di insidie, e certe stanze del maniero diventano troppo fredde la notte per una giovane donna da sola.»
Nel salone cadde un silenzio di piombo. L'allusione del Capitano al fatto che la Marchesa si trastullasse con lui a letto era di un'impudenza intollerabile, un rozzo tentativo di rivendicare un potere che non gli apparteneva.

Vittoria ritrasse la mano e i suoi occhi color fiordaliso mutarono di colpo, diventando indaco, freddi come le acque profonde della Vallis Candiana. Fissò il Capitano con aria gelida. Era chiaro che non era disposta a tollerare un amante che presumeva di poterla influenzare o comandare.
Era altrettanto evidente che si riteneva sicura che qualsiasi uomo sarebbe caduto in ginocchio davanti a lei, pur di ottenere i suoi favori.
Tutti, tranne uno.
Il suo sguardo si spostò lentamente su Edoardo de Rovere. Il giornalista, tuttavia, rimase impassibile. Sorseggiava il suo calice di vino con una cortesia formale e distaccata, gli occhi rivolti altrove, ignorando deliberatamente il fascino magnetico della donna. Era il suo modo di difendersi da ciò che lo faceva soffrire. Nessun corteggiamento, nessuna sottomissione. Preferiva mantenere la stima di se stesso piuttosto che cadere ai suoi piedi come gli altri.
E questa è solo la punta dell'iceberg, Vittoria. Non sei l'unica ad avere dei segreti. Se solo tu sapessi tutto il male che c'è, chiuso dentro di me.
Quella formale indifferenza indisponeva profondamente Vittoria, accendendo in lei una rabbia segreta e sapeva chi ne avrebbe pagato il prezzo. 
Non certo De Rovere, lui doveva vivere: vivere per soffrire, era questa la condanna che lei gli voleva infliggere. 

I Notabili iniziarono ad alzarsi dal lungo desco di quercia, mentre il fumo delle candele spente si mescolava ai miasmi della notte padana. 
Il Magistrato Borghi si congedò con un cenno gioviale ma greve; l'Arciprete Chiodini si allontanò come un'ombra affilata, mentre il Capitano delle Guardie, offeso per il fatto che la padrona di casa non l'avesse invitato a restare, lasciò il salone a grandi passi.
Edoardo fece per dirigersi verso la scala che conduceva ai suoi alloggi, quando una figura si parò sul suo cammino. 
Era il Notaio della Marca, il dottor Taliesin Valeriano. Se Robinia Mancini era la custode del fuoco positivo, Valeriano sembrava un Druido, il Merlino di quella terra: un uomo vecchissimo, logoro, che appariva consumato da lunghi viaggi e non solo nello spazio e nel tempo, ma anche nel labirinto ddella mente umana. Pareva un pellegrino giunto alla fine del mondo. 
Con un gesto rapido e furtivo, approfittando dell'oscurità del corridoio, il vecchio Notaio afferrò la mano di Edoardo. La sua stretta era debole ma tremante di una strana urgenza.
«Dottor de Rovere, un momento», sussurrò Valeriano, con voce rassicurante, autorevole, ma anche dolce e pastosa, come quella di un Bardo giunto all'estrema vecchiaia: «La verità di questa casa non si trova nei registri parrocchiali. Cerca ciò che è andato perduto. I Prinsivalli credono di possedere la valle, ma sono solo i custodi di un sangue antico. La madre di Vittoria, Amalia Atalarich... era l'ultima discendente della stirpe di Teodorico e Amalasunta. Ha portato in dote molte cose, non solo il suo retaggio. Aveva una visione diversa e migliore, e questa visione vive ancora in alcune delle fazioni di cui questa sera hai potuto intuire l'esistenza. Sappi che il potere di Vittoria si basa sull'esistenza di una rete di consensi trasversali, per cui sii cauto con lei. E' molto pericolosa, anche se io credo che esista in lei ancora del buono, e che un cammino di espiazione e redenzione la potrebbe ancora salvare»
Edoardo sentì di aver trovato un alleato fondamentale. Il Notaio scivolò la mano nella tasca della sua giacca logora ed estrasse un piccolo oggetto, premendolo contro il palmo del giornalista. Era un antico talismano di bronzo, un triskelion celtico solare i cui bracci intrecciati riflettevano debolmente la luce dell'ultimo candelabro.
«Prendi questo, Edoardo», disse il vecchio, e nei suoi occhi stanchi brillò una consapevolezza profonda, come se sapesse esattamente da dove il giornalista venisse e quale fosse il suo segreto retaggio. «perché le tue fatiche saranno gravi, e sempre questo talismano ti sosterrà, preservandoti dalla stanchezza. C'è la luce di Belenos e il fuoco di Atar in questo oggetto. Che possa essere per te una luce in questi luoghi oscuri, se ogni altra luce dovesse spegnersi»
Edoardo strinse l'oggetto, sentendo il metallo freddo scaldarsi contro la sua pelle. «Perché lo dà a me? Nella vita ho collezionato solo sconfitte»
Il Notaio Valeriano gli rivolse un sorriso colmo di una malinconia millenaria, la stessa commozione di chi sa che certi distacchi sono definitivi. Si chinò verso di lui e pronunciò una formula in un latino solenne, alterato da una cadenza gallica:
«Non è vero, e tu lo sai. Ti è mancata la fortuna, ma non certo il valore. Ora, io ti ho donato ciò che ti darà quella fortuna di cui avrai tanto bisogno. Non può risanare le ferite del passato, né far rivivere ciò che hai perduto, ma può infonderti coraggio e speranza in un mondo che ne è sempre più privo. E chissà che questa luce e questo fuoco non possa riaccendere il tuo cuore al valore in tempo. Lasciati dunque alle spalle il passato, et quod vides perisse, perditum ducas... ciò che vedi essere perduto, consideralo perduto per sempre. Ma il futuro potrebbe riservarti qualcosa in grado di dare un senso al tuo percorso. Quanto a me, il mio cuore è legato ai silenzi di questa palude e qui rimarrò, fino a quando l'Antica Via e la Nuova Via non si saranno conciliate esprimendo il meglio di sé. Fino a quel giorno, io ti aspetterò.»
Prima che Edoardo potesse formulare un'altra domanda, il vecchio si voltò e svanì nell'oscurità del corridoio.
Fu il primo ad andarsene e lo fece "insalutato ospite", senza aver reso omaggio alla signora del castello.
Edoardo, che era l'unico a cui spettava il discutibile onore di rimanere nel maniero, salutò uno per un uno gli ospiti che si congedavano. Fuori, la nebbia invernale assediava i vetri, cancellando i confini della foresta Standiana. 
Poi, mentre Elvira con le sue sorelle erano intente ai lavori domestici, si aggirò a passi lenti sui tappeti del salone ad osservare i quadri che ritraevano i Marchesi di Bevania succedutisi nel tempo, compresi quelli che avevano preceduto i Prinsivalli. 
Un ritratto in particolare lo colpi e si fermò ad esaminarlo.
Dietro di lui, Vittoria teneva d'occhio i suoi passi.