martedì 24 settembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 20. Arriva la bufera.

Quando l'Italia entrò in guerra, il 10 giugno 1940, Diana Orsini era di nuovo incinta, e questa gravidanza era stata accolta con grande entusiasmo da suo marito, Ettore Ricci, assolutamente convinto che senza alcun dubbio, questa volta, sarebbe nato un maschio.
Diana era invece molto provata dalle nausee, dalle continue e sempre più forti emicranie, in concomitanza con quello che all'epoca veniva definito "un lieve esaurimento nervoso", che si trascinava però da troppo tempo. Era iniziato subito dopo il primo parto e da allora aveva sofferto di insonnia, debolezza, apatia e umore malinconico.
Mentre ascoltava alla radio, col resto della famiglia, il discorso del Duce, ebbe una reazione paradossale, che a volte si manifesta nei disperati, e che si può sintetizzare con la formula del "mal comune mezzo gaudio", perché se l'apocalisse generale incombe, il proprio fallimento esistenziale appare meno angoscioso, e se la fine è prossima, allora finirà anche la sofferenza.
Era un discorso assurdo e cinico, e una parte di Diana, quella razionale, se ne rendeva conto, eppure non c'era modo di nascondere a se stessa le emozioni che provava in quel momento, che le ricordava il brivido eccitante di un temporale estivo che poneva fine ad una calura insopportabile.
E così, mentre gli uomini già discutevano sulla necessità di rivolgersi alla signorina De Toschi per evitare di essere chiamati alle armi, e le donne si chiedevano quali regali avrebbero dovuto fare alla suddetta Signorina in cambio delle sue cortesie, Diana mantenne un contegno distaccato.
Sedeva in silenzio nel divano del Salotto Liberty, tra i suoi genitori.
La piccola Margherita era stata appena portata a dormire di sopra dalla governante Ida Braghiri, la cui temporanea assenza permetteva agli Orsini di comunicare, seppur sottovoce, senza il timore di essere spiati.
Il Conte Achille, che negli ultimi mesi, intuendo le contraddizioni e i punti deboli dei discorsi e delle fanfaronate da miles gloriosus del vecchio De Toschi, che si vantava di essere amico personale del generale Rommel e del maresciallo Badoglio, si era reso conto che l'Italia non era affatto pronta ad affrontare un conflitto di quella portata, sussurrò, come parlando a se stesso: <<Sarà un'ecatombe>>
Diana, che era stata l'unica ad averlo udito, era dello stesso parere, ma la sua risposta, bisbigliata sottovoce, risultò allarmante agli orecchi del Conte.
<<Molti perderanno la vita. Persone che amano la vita, che preferirebbero rimanere nelle loro case, con le loro famiglie, in pace. Ma per me la vita vale poco. Se fossi un maschio mi arruolerei per farmi ammazzare in un'azione eroica, e porre fine gloriosamente a un'esistenza insopportabile. Dico sul serio... sarebbe un'ottima soluzione...>>
Mentre da fuori si sentivano le voci della gente accorsa per le strade, il Conte Orsini divenne improvvisamente consapevole dell'entità del male che aveva fatto a sua figlia, costringendola a sposare un uomo del tutto incompatibile con lei.
<<Non credere che la morte si fermerà al confine del Regno, e tanto meno a quello della nostra Contea. Ho come il presentimento che varcherà queste stesse mura, e allora credimi se ti dirò che anche tu avrai paura di morire>>
Diana soppesò quella risposa:
<<Temo le violenze, le ferite, il dolore... questo sì. Ma non la morte>>
Il Conte sospirò:
<<Ma non pensi ai tuoi figli?>>
Diana annuì:
<<Ci penso sempre. Penso al giorno in cui dovrò chiedergli scusa per averli fatti nascere in un mondo come questo. Ed ora penso alla vita che ho in grembo, e al fatto che verrà al mondo nel mezzo di una guerra. A questa creatura dovrò chiedere scusa due volte, perché nascerà nel dolore, e i suoi primi ricordi saranno quelli di un mondo feroce, in una guerra senza speranza>>
Suo padre rimase senza parole, perché vedeva calare un'ombra sulla sua discendenza, ed era l'ombra della fine di una lunga estate.
Fino a quel momento era stato fermamente convinto, anche nei momenti più disperati, che le cose fossero fatte per durare, nella sua Contea, e che ci sarebbe stato sempre un Orsini a Villa Orsini.
Ma all'improvviso quella certezza granitica andò in frantumi come un fragile cristallo.
La dichiarazione di guerra, prima, e le parole assurde di sua figlia, dopo, avevano operato in lui come una sorta di esorcismo, liberandolo da una specie di maleficio che per decenni gli aveva impedito di vedere ciò che accadeva realmente intorno a lui.
Osservò i suoi familiari e fu come se li vedesse per la prima volta.
Vedeva l'alcolismo di sua moglie, la fatuità ingenua di suo figlio Arturo che era l'unico a desiderare di essere arruolato per poter compiere imprese eroiche, il sentimentalismo di Isabella, seduta nel divano a confidare segreti amorosi alla sorella Ginevra, anche lei incinta e divorata dalla gelosia ossessiva nei confronti del marito, il giudice De Gubernatis, e infine la fragilità di Diana, che quasi certamente si sarebbe trasmessa alla prole, e nella sua mente un pensiero sovrastò tutti gli altri, mettendo da parte persino i destini della Patria.
"E' la fine della dinastia" pensò "Entro due generazioni, tre al massimo, saremo estinti. E il sacrificio di Diana sarà stato inutile".
Rivolse la propria attenzione al genero, curioso di vedere come se la sarebbe cavata, ora che le cose si facevano dure, l'uomo che di fatto lo aveva spodestato, lasciandogli soltanto l'apparenza di ciò che un tempo era stato suo.
Ettore Ricci, in piedi, tra suo fratello, suo cognato e le sue sorelle stava riflettendo, con la stessa espressione da volpe che gli si disegnava in viso tutte le volte che c'era un grosso affare in ballo e anche solo una vaga possibilità di guadagnarci qualcosa.
La pensava, su questo punto, allo stesso modo di un personaggio di cui non avrebbe condiviso quasi niente, e cioè Mao Tze-tung, uno dei cui motti era "c'è grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente".
Eccellente per guadagnare e conquistare potere e prestigio: "il caos è una scala" per gli arrampicatori sociali.
Aveva mille idee per sfruttare quella situazione a proprio vantaggio, e in quel momento appariva persino più alto e più minaccioso.
Diana lo guardava e sembrava leggergli nel pensiero.
Si chiese se Ettore si sarebbe mai sentito sazio di ricchezza, potere e prestigio, oppure se avrebbe inseguito questa sua ossessione fino ad autodistruggersi.
Lei sapeva che il sogno di suo marito era fondare una dinastia eterna, che avesse avuto il suo centro in quella Villa che era per lui come il simbolo del successo.
Diana invece temeva il contrario: quella Villa intorno a cui voleva creare un regno millenario avrebbe finito per consumare presto sia lui che i suoi discendenti, per una ragione nota a chi, come lei, conosceva la mitologia classica:"A volte gli dei, per punirci della nostra tracotanza, fanno sì che i nostri sogni si realizzino, e poi ci tolgono tutto sul più bello, per ricordarci che anche la persona più forte è comunque sempre e soltanto un mortale"
Il suo sguardo poi tornò di nuovo su suo padre, il Conte scontato, e per la prima volta lo mise a confronto con Ettore, il contadino rifatto. Due uomini opposti, che si disprezzavano a vicenda e le cui vite si erano incrociate per uno strano gioco del caso.
E lei che stava tra loro, nel punto di intersezione delle loro vite, portando dentro di sé una nuova vita che avrebbe dovuto fare i conti per sempre con questi antenati così inconciliabili tra loro, destinati a prolungare il conflitto tra opposte personalità anche nei loro discendenti.
"La guerra è fuori e dentro di me. E' ovunque, è insita nella vita stessa. Nessuno si può chiamare fuori. Nessuno è al sicuro. Mai".
La voce di sua madre la distolse da quei pensieri:
<<Proprio adesso che avevamo risolto i nostri problemi! Adesso chi avrà più voglia di venire ai miei ricevimenti? Anche solo per rispetto alla memoria di mio fratello...
Ma dico io? La Grande Guerra non doveva essere l'ultima? Quella che poneva fine a tutte le altre?
E invece siamo da capo. E non si sa quanto durerà.
Ditemi voi come si può sopportare una cosa del genere?>>
Diana rispose con voce leggermente derisoria:
<<Ma il problema è la guerra o sono i ricevimenti che non potrai fare?>>
La contessa Emilia guardò la figlia come se si chiedesse se fosse davvero sangue del suo sangue:
<<Il problema è che dovremo cambiare vita. E io non so come si fa>>
Diana rispose con voce atona:
<<Si fa... si fa e basta>>
La Contessa le lanciò un'occhiata di rimprovero:
<<Tu credi di sapere tutto, vero?>>
Diana strinse le spalle:
<<So che si può sopravvivere, anche solo per inerzia, persino quando si fa di tutto per autodistruggersi>>
E con un cenno del viso indicò la bottiglia di Cabernet-Sauvignon mezza vuota.
La madre sospirò:
<<Ognuno porta la croce a modo suo. Ma la verità è che tu non hai perdonato me e tuo padre per la questione del matrimonio. E' per questo che sei diventata così cinica>>
La figlia scosse il capo:
<<No, ti sbagli. Io vi ho perdonati. E' me stessa che non riesco a perdonare. Mi è sempre mancato il coraggio per essere coerente con le mie parole e con i miei pensieri. Se fossi stata coerente e coraggiosa mi sarei uccisa prima del mio matrimonio. Ma io quel coraggio non ce l'ho. Ho paura del dolore, dell'atto in sé... ma stai tranquilla, chi parla di queste cose non le fa. Bisogna stare attenti a chi ci pensa in silenzio>>
Isabella aveva ascoltato quelle ultime parole, e si rabbuiò.
In quel momento, per puro caso, si rabbuiò anche il cielo, e i colori del Salotto Liberty divennero all'improvviso cupi e lividi.
Tutti guardarono fuori dalla finestra, scorgendo, tra i rami degli alberi del giardino, nubi nere portate da un forte vento di tramontana, e rabbrividirono, forse non solo per il freddo improvviso.
La tempesta era arrivata all'improvviso, e già pareva a Diana meno gradevole dei temporali estivi a lei tanto cari. Tutte le sue letture bibliche si risvegliarono in un istante, e mentre fuori tuonava, la sua mente era percorsa da pensieri oracolari intrisi di simbolismo, a metà strada tra la cupio dissolvi e un involontario e fragile segnale di speranza:
"Si apriranno le cateratte del cielo. Una dura pioggia cadrà. Grandine e alluvione. Fino a che non verrà l'Angelo Sterminatore e si aprirà il Settimo Sigillo, e suoneranno le Trombe del Giudizio, e sapremo chi saranno i sommersi e i salvati, la semina dell'avvenire"



giovedì 19 settembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 19. Il clan Ricci-Orsini e le sue ramificazioni

Nel luglio del 1939 nacque la figlia primogenita di Ettore Ricci e Diana Orsini, e fu chiamata Margherita, ma il dato più interessante fu il cognome, dal momento che, come era usanza tra le famiglie nobili quando una loro figlia sposava un borghese, il cognome della prole, dietro permesso del Sovrano e degli organi da lui delegati, poteva unire quello nobile della madre a quello non nobile del padre.
Fu così che Margherita portò il cognome Ricci-Orsini, per gentile concessione di Sua Maestà Vittorio Emanuele III di Savoia, Re d'Italia e d'Albania e Imperatore d'Etiopia.
Per Ettore Ricci fu una vittoria a metà, nel senso che per varie ragioni si era fatto strada nel suo cuore un notevole disappunto.
In primo luogo avrebbe desiderato un maschio, e non era arrivato.
In secondo luogo, pur essendo il padrone del Feudo, vedeva che gli onori della "buona società" forlivese e ravennate andavano soltanto agli Orsini "purosangue", in special modo a suo cognato Arturo, che era l'erede del titolo di suo padre, il Conte di Casemurate.
Certo, Achille Orsini era un "Conte scontato", non essendo più proprietario della maggior parte delle sue terre, ma conservava ancora, grazie al contratto matrimoniale di Diana, la proprietà della Villa e una rendita vitalizia. In aggiunta aveva ottenuto per suo figlio Arturo un ruolo di azionista nella fabbrica di macchine agricole del vecchio Giorgio Ricci.
Se poi Arturo avesse fatto un buon matrimonio, allora il suo astro nascente avrebbe completamente cancellato la luce di Ettore Ricci, e questo era intollerabile.
C'era poi da tenere in considerazione un'ultima variabile, la figlia più giovane del Conte, Isabella, che era considerata la "perla" della famiglia, e non a torto.
Isabella Orsini, in effetti, era una delle giovani donne più belle che si fossero mai viste da quelle parti, a memoria d'uomo.
Alta, slanciata, con fisico snello da odalisca, viso ovale, occhi intensi, labbra piene, lineamenti regolari e dolci, sorriso irresistibile.
E questa sua eccessiva bellezza fu una delle cause della sua rovina.
Mentre la gravidanza e l'infelicità offuscavano la bellezza di Diana, quella di sua sorella minore cresceva ogni giorno di più, e non passò inosservata agli altri uomini che abitavano la Villa Orsini, tra cui Roderico Ricci e Michele Braghiri, che non le toglieva gli occhi di osso, e persino lo stesso Ettore.
Parte dell'amore che aveva provato per Diana incominciò a convogliarsi verso Isabella, tanto da renderlo sgarbato nei confronti di ogni corteggiatore che si faceva avanti per ricevere anche un solo sorriso da parte della più giovane degli Orsini.
La famiglia Ricci era altrettanto sgarbata con i corteggiatori di Isabella, ma per altre ragioni: se l'ultimogenita degli Orsini avesse sposato un uomo ricchissimo, tale da mettere definitivamente in ombra Ettore Ricci, rendendo superfluo il suo denaro, era assai concreto il rischio che tutti i Ricci venissero allontanati a vantaggio di un'altra famiglia più presentabile.
Per questo i Ricci perseguivano con tenacia una strategia matrimoniale che potesse aumentarne ulteriormente il loro patrimonio, il prestigio e, soprattutto, il potere.
Iniziò quindi la controffensiva delle sorelle di Ettore, per controbilanciare il potere delle cognate.
Certo, le sorelle Orsini erano belle e nobili, ma le sorelle Ricci erano ricche e astute.
Carolina si sposò col latifondista Leopoldo Gagni, Conte di Montescudo, che poteva essere suo nonno come età, il che andava benissimo, perché il vecchio non aveva figli e sarebbe stato facile convincerlo a far testamento alla giovane moglie-infermiera che si era scelto come angelo del focolare (e in fondo anche come angelo della morte, perché il Gagni era malato, e voleva qualcuno che lo accompagnasse dolcemente verso il riposo eterno). Se volessimo fare un raffronto poetico, il conte Gagni, pigro e pavido, non era certo il tipo a cui pensava Dylan Thomas, quando, pur essendo cagionevole di salute e destinato a una morte precoce, scriveva i famosi versi: "Non andartene docile in questa buona notte ... infuria, infuria contro il morire della luce". No, per il Conte di Montescudo sarebbe stato più consono l'incipit profetico di una delle ultime e più famose poesie di Cesare Pavese: "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi". Per Pavese, che già meditava il suicidio, erano quelli di Constance Dowling, insensibile all'amore del poeta. Per Leopoldo Gagni di Montescudo erano gli occhi molto più interessati di Carolina Ricci, che avrebbe fatto qualsiasi cosa, pur di impadronirsi delle terre e dei titoli del moribondo marito.
Delle altre tre sorelle, Caterina era già sposata con l'avvocato Edoardo Baroni, che era il legale della Curia forlivese per le questioni amministrative, ed aveva ottimi agganci in tutto il mondo cattolico, che anche in epoca fascista, e sotto il pontificato del neo-eletto Pio XII, conservata in Italia un potere immenso.
Rimanevano Maria Teresa e Adriana, entrambe acide e lunatiche, ma molto diverse fisicamente.
Maria Teresa aveva una faccia tonda e un corpo robusto, come suo padre, il tarchiato e anziano patriarca "Zuarz" Ricci, ma tali tratti erano vagamente riscattati dai capelli biondi e dagli occhi azzurri di sua madre, la maestra Clara.
Adriana, l'ultimogenita, era il contrario: bruna e pelosa come il padre e magrissima e puntuta come la madre.
L'unico punto in comune di entrambe era il modo di fare grossolano e ruvido, fino al punto di fare battute sconce e ricorrere frequentemente al turpiloquio e ad imprecazioni da caserma.
I genitori, consapevoli di tutto questo, non fosse altro perché Maria Teresa ed Adriana litigavano violentemente ogni giorno, arrivando ad insultarsi in modo inenarrabile, fino a giungere alle mani e alle vie di fatto, si erano quasi rassegnati a tenersele entrambe sul groppone.
Alla fine però riuscirono a trovare un marito valido, secondo il loro punto di vista, a Maria Teresa.
Si trattava di un certo Onofrio Tartaglia, un omaccione gradasso che in gioventù era stato uno scagnozzo di Giorgio Ricci e poi un membro delle squadre fasciste e nella Milizia per buona parte degli Anni Venti. 
Tartaglia era stato soprannominato da tutti "Compagnia bella" (in dialetto romagnolo "cumpagnì beala") a causa del frequente uso di quell'intercalare e, ironicamente, per il fatto che la sua compagnia fosse tutt'altro che bella.
Ma il vecchio "Zuarz", che vedeva lontano, gli aveva fatto ottenere un invito ad una cena a Villa Orsini, in cui era naturalmente presente anche la Signorina De Toschi, cugina del Conte.
La signorina Mariuccia non nascose il proprio interesse nei confronti di quel maschio così brutale, che era proprio il tipo umano da cui era maggiormente attratta.
Anche in questo caso, bastarono alcune notti di fuoco al Villino De Toschi per permettere ad Onofrio Tartaglia di entrare nella Polizia di Stato e di raggiungere in breve tempo il grado di Ispettore alla Questura di Forlì.
Per la famiglia Ricci si trattava di un colpo da maestro, perché avere un poliziotto come lui dalla propria parte era necessario per consolidare il potere assoluto del proprio clan nella Contea di Casemurate.
Tartaglia, uomo dai gusti dozzinali, si sentì onorato di poter sposare Maria Teresa Ricci, giunonica ed altrettanto dozzinale.
Al loro matrimonio, sempre nel 1939, tutti si chiedevano quali creature abominevoli sarebbero nate da quell'unione. Possiamo solo anticipare che uno dei loro numerossimi  e stravaganti figli avrebbe avuto un nome che era tutto un programma, ovverosia "Arido", destinato ad avere un suo ruolo nell'epopea popolare casemuratense.
L'unica sorella di Ettore che rimase zitella fu Adriana: i suoi occhi erano spiritati e infuocati, la sua passione per la politica (più a destra del Fascismo) e la sua segreta professione di usuraia finirono per intimidire anche i più impavidi avanzi di galera che intendessero entrare nelle alte sfere del clan Ricci-Orsini.
Nessun pretendente si era fatto avanti.
Fu così che rimase a Villa Orsini, dove tutti la temevano, tranne la governante Ida Braghiri, che era peggio di lei sotto ogni punto di vista, e si rodeva il fegato nel vedere come i Ricci-Orsini fossero si fossero insinuati in tutti i meandri della società locale e non solo.
Ma, come le ricordava suo marito Michele, tutto questo faceva parte del piano: un giorno i loro figli si sarebbero uniti a qualche esponente dei Ricci-Orsini ed avrebbero avuto la propria parte, dopodiché loro avrebbero potuto mettere in atto la parte più segreta del diabolico progetto sviluppato anni prima.
A complicare tutto, però, giunse, inaspettata e sottovalutata, nel settembre 1939, la notizia quasi incredibile che l'Inghilterra e la Francia avevano dichiarato guerra alla Germania come punizione per aver invaso la Polonia, violando gli accordi diplomatici dell'anno precedente.
La bufera stava arrivando, ma nessuno ancora si rendeva conto fino a che punto avrebbe sconvolto le loro vite e i loro progetti.

martedì 17 settembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 18. Il giudice De Gubernatis

A quasi un anno dal matrimonio di Ettore Ricci con la primogenita del Conte di Casemurate, il Salotto Liberty di Villa Orsini era tornato ai fasti di un tempo.
E nonostante tutti sapessero che Ettore era ormai il vero padrone del Feudo Orsini, i suoi nobili suoceri continuavano a recitare la parte dei castellani feudatari , in perfetto stile ancien régime.
Il sacrificio di Diana era servito a riportare i genitori e i fratelli al centro della cosiddetta e sedicente "buona società".
Era l'aprile del 1939, ma nella Contea di Casemurate sembrava che il tempo si fosse fermato e che ad agitare le acque in Europa, invece di Hitler, ci fosse ancora Napoleone.
La politica e tutte le vicende della "grande storia", erano come echi lontani di vicende che interessavano solo qualche sfaccendato che si attardasse nelle osterie o nelle sale dei barbieri, specialmente "da Lindo", che oltre a tagliare i capelli per pochi centesimi, offriva anche il caffè a tutti gli avventori.
Le tradizioni persistevano, la modernità stentava a penetrare in quel "discreto angolo di mondo", che conduceva una vita placida e sonnacchiosa, in un eterno presente di piccole quotidianità.
Persino la gente che si reputava colta, come la Contessa Emilia Orsini, sosteneva che la vita agreste casemuratense fosse "in un certo qual modo simile a quella delle campagne inglesi ai tempi di Jane Austin, durante il periodo Regency".
C'era una certa dose di autocompiacimento ed esagerazione, in quelle frasi, ma per quel che riguardava l'ossessione del far fare alle figlie un buon matrimonio, l'atmosfera che si respirava era piuttosto simile a quella di "Orgoglio e pregiudizio".
Diana poteva anche concordare, su quel punto, ma, al contrario della madre, non amava particolarmente i romanzi della Austin, e in particolare trovava ipocrita il loro lieto fine dove l'amore e la convenienza riuscivano a trionfare contemporaneamente. Era un'illusione e non a caso Jane Austin non trovò mai l'uomo dei suoi sogni.
Diana preferiva identificarsi in personaggi molto diversi, come Catherine Earnshaw di "Cime tempestose", Rossella O'Haraoppure lady Chatterley, protagonista dello scandaloso (per l'epoca) romanzo di D.H. Lawrence. In tutti questi personaggi c'era una costante: la volontà di evadere da un matrimonio senza amore e di inseguire avventure e amori impossibili.
Ma tutto questo, per Diana Orsini, poteva esistere soltanto nei libri e l'unica cosa che le rendeva sopportabile il matrimonio con Ettore era il fatto che non aveva avuto occasione di innamorarsi di qualcun altro.
Era rimasta incinta dopo soli due mesi, e la gravidanza, giunta quasi immediata, non aveva risvegliato in lei alcun istinto materno, anzi, c'era un pensiero fisso che la tormentava, ossia che mettere al mondo un figlio, pur conoscendo quanto fosse ingiusta e a volte crudele la vita, fosse un sopruso, e che, come diceva Edipo, "non nascere è il più grande dei doni".
Ma le sorelle di Diana la pensavano diversamente.
La secondogenita, Ginevra, assomigliava alla madre, da cui aveva preso i capelli rossi, gli occhi azzurri e la pelle lentigginosa. Era tranquilla e docile, e parlava con una voce flautata che la rendeva ancora più eterea.
Un giovane magistrato, Guglielmo De Gubernatis, la corteggiava con grande devozione. 
Uomo raffinato, colto, paziente e diplomatico, il giudice De Gubernatis, era divenuto, da alcuni mesi, un assiduo frequentatore di Villa Orsini e del Salotto Liberty.
Nato a Catanzaro nel 1906, si era diplomato al Liceo Classico con ottima valutazione, ed era stato esonerato dal servizio militare a causa di una rinite allergica.
Si era poi laureato in Giurisprudenza all’Università di Reggio Calabria, dove aveva conseguito il Dottorato di Ricerca, anche grazie all’iscrizione ai Guf , Giovani Universitari Fascisti.
A tal proposito va anticipato il fatto che anni dopo, a regime caduto, giustificò quell'adesione dichiarando di essere stato un infiltrato da parte del partito socialista, anche se non presentò mai alcuna prova a sostegno di tale affermazione.
La sua tesi di Dottorato sul “Diritto nella Roma di Augusto” fu molto apprezzata non solo negli ambienti accademici, ma anche presso le gerarchie fasciste.
Queste credenziali gli permisero di ottenere la cattedra di Ricercatore confermato di Diritto Romano all’Università di Bologna, nel 1933. Qui ebbe modo di conseguire l’Avvocatura, nel 1934.
Nello stesso anno entrò a far parte, grazie alla segnalazione di un barone universitario, del prestigioso studio legale Asinelli-Raffarani, che assisteva in quel periodo gli interessi della famiglia Orsini Balducci di Casemurate in una controversia contro la marchesa Cordelia Battoni Ghepardi, riguardo ai costi di ristrutturazione di un palazzo in Via Belle Arti che la nobildonna aveva acquistato dai Conti Orsini una ventina d’anni prima. 
Di fatto la marchesa si era rifiutata di pagare la maggior parte della somma convenuta, puntando tutto su un cavillo inserito ad arte nel rogito notarile.
La causa si era protratta per le lunghe, considerato che la marchesa Battoni Ghepardi aveva a sua volta fatto causa alla ditta appaltatrice del restauro, all’architetto che aveva presieduto i lavori, all’agente mediatore del contratto, al portiere, al giardiniere, e persino a una famiglia di inquilini che abitavano da generazioni in una specie di sottoscala del palazzo.
Poiché si trattava di una grossa gatta da pelare che in studio nessuno voleva, la causa fu affidata all'ultimo arrivato, Guglielmo De Gubernatis, che così divenne legale della famiglia Orsini.
In verità come avvocato non si distinse gran che, e infatti la causa fu clamorosamente persa, contribuendo in tal modo alla rovina economica degli Orsini.
E tuttavia il suo fascino di uomo colto e grande affabulatore, la sua figura azzimata, con tanto di baffetti e brillantina, gli valsero le simpatie della Contessa Emilia, che lo spronò a intraprendere la carriera di magistrato.
De Gubernatis, pur avendo molti titoli ed essendo ben introdotto nell'alta società e nel partito fascista, temeva di non riuscire in quel grande intento, a causa della mancanza di referenze ad altissimo livello.
La Contessa Emilia, ascoltate queste sue perplessità, aveva dichiarato con grande sicurezza, sollevando l'indice della mano destra:
 <<In questi casi non c'è che la Signorina>>
<<Chi?>> aveva chiesto l'avvocato.
<<Ma come chi? La Signorina De Toschi, figlia dell'eroico Generale Ardito De Toschi e della compianta Violetta Orsini, cugina di mio marito>>
<<E come potrebbe aiutarmi questa... ehm... Signorina?>>
La Contessa aveva sorriso con sussiego e compiaciuta benevolenza:
<<Gli ex-attendenti di suo padre hanno fatto carriera in tutti i meandri della Pubblica Amministrazione. Se c'è un concorso da superare, c'è sempre un attendente del Generale De Toschi pronto a metterci una buona parola. Mi creda, l'esito positivo è certo>>
De Gubernatis era ancora perplesso:
<<Ma come potrei riuscire ad ottenere un"buona parola" da parte della Signorina?>>
La Contessa Emilia sorrise:
<<Be'... io le procurerò un invito al Villino De Toschi. Il resto dipenderà da lei.
Vede, avvocato, la Signorina si sente molto sola... ha bisogno d'affetto, di calore umano, lei mi capisce... Il tutto naturalmente senza impegno, nel senso che ormai non è più in età da marito da molto tempo, e non c'è pericolo di conseguenze>>
De Gubernatis, che era uomo di mondo, aveva capito, ma gli rimaneva ancora un dubbio:
<<Se posso permettermi una domanda in confidenza...>>
<<La prego, chieda pure>>
<<Ehm, com'è... fisicamente, questa Signorina?>>
<<Dunque, ad essere sinceri è un po' in carne... e poi l'età, gli effetti della menopausa... però Santo Cielo, Parigi val bene una Messa!>>
E così l'avvocato De Gubernatis, dopo un primo incontro in cui l'insaziabile Signorina lo onorò di un certo interesse nei suoi confronti, trascorse poi alcune notti di fuoco presso il Villino De Toschi.
Fu sufficiente.
Nel 1938 il promettente avvocato vinse il concorso di ammissione alla magistratura e, sempre grazie a una buona parola di un ex-attendente del Generale De Toschi, ottenne persino il suo primo incarico nel Tribunale di Forlì, per poter stare vicino alla famiglia Orsini.
Nel 1938 partecipò al matrimonio di Diana Orsini con Ettore Ricci.
Il vecchio Giorgio Ricci se lo fece subito amico, con una serie di regali ed elargizioni che permisero al giudice di comprare una palazzina nel centro di Forlì.
Ettore Ricci a sua volta ritenne che fosse fondamentale avere un giudice dalla propria parte, e in questo si rivelò lungimirante.
Nel giugno 1939 si fidanzò ufficialmente con Ginevra Orsini, entrando a pieno titolo nella famiglia.


giovedì 12 settembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 17. Lo Scavezzacollo, ossia l'infanzia rimossa di Francesco Monterovere

Molte speranze erano state riposte da Romano Monterovere e da sua moglie Giulia Lanni nel loro primogenito Francesco.
Queste speranze, fondate sul fatto che il bambino mostrava ottime doti intellettive, si libravano in alto, come aquiloni, che però il destino incominciò a prendere a sassate, quando nell'indole del piccolo Francesco, incominciò ad emergere un aspetto irrequieto e ribelle, che gli valse il soprannome di Scavezzacollo e che suscitò le ire del padre e le delusioni della madre.
Tutto ciò che sappiamo sull'argomento deriva principalmente dai racconti dei fratelli minori di Francesco, e cioè Enrichetta e Lorenzo, testimonianze che vanno presi con la dovuta cautela, considerando la tenera età dei testimoni ai tempi in cui gli eventi ebbero luogo.
L'unica cosa su cui tutti e tre i fratelli concordano, riguardo a quel periodo, sono le severissime punizioni, anche corporali, da parte del padre, Romano, affettuosamente chiamato "Babo" con una "b" sola. L'ex caporalmaggiore della Guerra d'Abissinia non riusciva ad accettare l'idea che il suo primogenito rifiutasse di obbedirgli e, più in generale, fosse estremamente diverso da lui.
Questo provocava a Romano esplosioni d'ira che, seppur molto presenti nell'indole dei Monterovere, fino a quel momento erano state latenti in lui, uomo apparentemente silenzioso e distaccato. La sua nevrosi ossessivo-compulsiva si aggravò e il suo equilibrio psico-fisico ne risentì a tal punto che i suoi capelli divennero precocemente bianchi, fino a quando subentrò la calvizie e la pelle di quel viso un tempo prestante si solcò di profonde rughe.
Non che tutta la colpa fosse del figlio, anzi è probabile che, specie negli anni dal '40 al '45, durante la guerra, la nevrosi di Romano avrebbe trovato comunque delle ragioni esterne tali da scatenare le sue ire e accelerare il suo precoce invecchiamento.
Ad ogni modo, volendo psicanalizzare il tutto in termini rigorosamente freudiani, ben presto la rigida educazione e le traumatizzanti punizioni inflitte da Romano al figlio a suon di tozze, fu introiettata nella mente di Francesco sotto forma di un occhiuto e spietato Super-Io, pronto a censurare tutto ciò che avrebbe provocato il biasimo paterno. Il successivo conflitto tra Io e Super-Io, sempre secondo la topica e la dinamica freudiana, avrebbe innescato il meccanismo della rimozione e quindi dell'amnesia.
Per completezza, occorre dire che l'amnesia non è l'unica conseguenza della rimozione, dal momento  che i contenuti rimossi non scompaiono, ma sono trasferiti in un ipotetico e inconoscibile settore della mente, l'Inconscio, secondo la prima topica, e l'Es, in base alle seconda.
Dall'inconscio, tali contenuti rimossi, essendo energia psichica, generano reazioni che si manifestano poi sotto forma di elementi bizzarri come i famosi "lapsus", o certi tipi di "tic" del linguaggio o dell'espressione, e ancora somatizzazioni di vario genere (dall'agire maldestro fino ai casi che un tempo venivano classificati nell'ambito dell'isteria), lievi disturbi cognitivi (dislessia e discalculia, ossia difficoltà a far di conto), distrazioni, amnesie, oppure ancora, nei casi più seri, in forme di nevrosi di tipo ansioso, ossessivo o depressivo o psicosi di tipo paranoide.
Con questo non vogliamo assolutamente aderire in toto ad una teoria che gli stessi psicologi considerano ormai datata, e dunque, sarebbe del tutto inappropriato affermare che Francesco Monterovere avesse sviluppato, anche solo in parte e in forma lieve, alcune di queste manifestazioni.
Più corretto è dire che della prima infanzia gli rimasero soltanto pochissimi ricordi, ridotti a brevi flash, tra cui, per esempio, il fatto che lo Scavezzacollo, per punizione di aver spaventato e rincorso dei pulcini, fosse stato infine chiuso nella stia, ogni volta che i pulcini stessi venivano liberati.
Teniamo conto che molti di questi eventi si verificarono in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale, specie nel periodo in cui incominciarono i bombardamenti anglo-americani ed ebbe luogo l'invasione tedesca, con tutti i traumi che simili tragedie portano con sé.
Degli anni della guerra non aveva ricordi diretti, tranne uno, ossia il fatto di trovarsi sotto il letto insieme ad un personaggio non ben identificato, durante un bombardamento.
Per il resto si limitava a riportare ciò che i suoi genitori gli avevano raccontato.
Erano stati anni catastrofici per tutti, ma in modo particolare per la famiglia Monterovere, che vide la sventura abbattersi su di sé per la seconda volta, se si tiene conto che la prima risaliva alla notte fatale in cui l'antenato Ferdinando perse la vita presso l'Orma del Diavolo, nella Selva di Querciagrossa, sotto il colle in cui sorgeva il castello di Monterovere Boica.
Romano, pur essendo caporalmaggiore, non venne richiamato in guerra, poiché riconosciuto invalido civile a causa di un non ben identificato incidente sul lavoro, che gli aveva danneggiato una gamba e lo aveva costretto a un periodo di immobilità.
Dei suoi fratelli, furono scelti per il Fronte i due più giovani e cioè Tommaso ed Edoardo, destinati il primo alla Libia e il secondo alla Francia (pochi sanno che esistette, per un brevissimo periodo, nel 1940, un fronte francese).
Tommaso non giunse mai in Libia: la nave in cui viaggiava, poco al largo della Sicilia, fu silurata da un bombardamento aereo inglese e non ci furono superstiti, né corpi recuperati, né tombe su cui piangere.
Edoardo giunse in Francia giusto in tempo per l'armistizio e fu collocato nella caserma di Mentone.
Quando gli arrivò la chiamata per il fronte russo, intuendo che se fosse partito non sarebbe mai tornato indietro, disertò e si diede alla macchia nelle terre della Repubblica di Vichy, dove visse per alcuni anni come clandestino, ritornando poi in patria a guerra finita, senza un soldo, ma carico di avventure (vere o presente tali) che avrebbe poi raccontato infinite volte a figli, nipoti e pronipoti vari.
Ferdinando, Umberto e Romano rimasero i soli a mandare avanti l'Azienda, che incontrava le prime difficoltà, poiché in tempo di guerra le cave di ghiaia e i canali di scolo erano l'ultima preoccupazione.
Ma il tracollo avvenne quando, come è noto, dopo l'8 settembre del 1943, quando l'Italia si spaccò in due: la Repubblica Sociale filo-tedesca al nord e il Regno d'Italia filo inglese e americano al Sud.
I bombardamenti anglo-americani si intensificarono.
Gran parte dei cantieri dell'Azienda, che già aveva subito gravi danni economici per la mancanza di commesse, andarono completamente distrutti.
Romano e famiglia dovettero abbandonare la loro residenza faentina e tornare in campagna nel casolare di Enrico ed Eleonora, nei pressi di un rifugio dal nome non incoraggiante di "Tombarona".
Durante un bombardamento a tappeto particolarmente efferato, Romano Monterovere si vide scoppiare una bomba a breve distanza, riportando danni all'udito che in seguito l'aggravamento dell'invalidità civile.
Lui, la moglie e il piccolo Francesco riuscirono a mettersi in salvo in un rifugio nei pressi del casolare di campagna dove il vecchio nonno Enrico e sua moglie Eleonora si erano ritirati.
Rimasero nelle campagne per molto tempo e il ricordo dell'episodio dei pulcini va collocato certamente in quel periodo, come anche la nascita dei fratelli di Francesco, e cioè Enrichetta nel 1943 e Lorenzo nel 1945.
A tutti costoro si aggiunse verso la fine del conflitto mondiale anche il ritorno la zia Anita, che era stata maestra a Fiume per vent'anni e che per un soffio era scampata alle foibe.
Se a tutto questo si aggiunge il fatto che i risparmi investiti dalla famiglia Lanni e dai Monterovere in titoli pubblici non valevano più nulla, la situazione finanziaria di tutti loro, nel '45, era talmente disastrosa che persino mettere insieme il pranzo con la cena era diventato sempre più arduo.
Una sera d'autunno, zoppicando e con le orecchie che gli fischiavano, Romano arrivò a casa con un prosciutto per metà andato a male e pieno di vermi, trovato nei pressi di un cassonetto.
Quel famigerato prosciutto andato a male, ripulito dal marcio e dai vermi, costituì uno dei pasti più cospicui della famiglia nel '45 e divenne il simbolo del punto più drammatico della povertà che dovettero sopportare.
Quando, molti anni dopo, l'Azienda si riprese e la famiglia tornò al benessere, nessuno di loro, nemmeno Francesco, dimenticò mai quel prosciutto pieno di vermi, e il volto trionfante di Romano, che l'aveva trovato rovistando nei cassonetti.

venerdì 6 settembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 16. La prima notte di nozze e la pendola sul muro

Non ci fu viaggio di nozze per Ettore Ricci e Diana Orsini.
Quest'insolita decisione fu motivata dicendo che era giusto che gli sposi si conoscessero meglio, prima di poter affrontare insieme un'esperienza impegnativa come un viaggio, al fine di trovare un loro equilibrio nella convivenza quotidiana.
Il vero motivo, però, era il precedente familiare della catastrofica luna di miele di Roderico Ricci, uno dei fratelli maggiori di Ettore, che era stato mollato dalla moglie proprio durante il fatale viaggio di nozze a Gabicce Mare, provocando uno scandalo (e una valanga di pettegolezzi e ilarità) di cui ancora non si erano spenti gli echi.
Nulla si sapeva della sorte della moglie fuggiasca di Roderico, se non che, interrogata dalla polizia per abbandono del tetto coniugale, si era difesa dicendo a gran voce che "un cane rabbioso" sarebbe apparso un moderato in confronto a suo marito.
A tutto questo si deve aggiungere il fatto che Ettore era troppo impaziente di installarsi una volta per tutte a Villa Orsini, e per poterlo fare senza troppi seccatori intorno, decise che il viaggio l'avrebbero fatto i familiari di sua moglie.
Fu così che il conte Achille, la contessa Emilia e i loro figli minori Arturo, Ginevra e Isabella, ebbero in dono un soggiorno di due settimane in un hotel di lusso a Montecatini Terme, più due casse di Dom Pérignon per la contessa, al fine di vincere le sue perplessità facendo leva sulla passione alcolica.
Tutta questa macchinazione fu solo un primissimo assaggio di ciò che quel matrimonio sarebbe stato, ossia, secondo l'espressione più eufemistica, una continua fonte di colpi di scena, e secondo quella più esagerata "uno scandalo dietro l'altro".
Ogni volta che il menage matrimoniale di Ettore e Diana mostrava una stravaganza o una deviazione dalle norme, gli uomini di mondo ridevano sotto i baffi, ma i moralisti e le signore timorate di Dio esprimevano il loro biasimo per quella che era, a detta loro, "un'indecenza".
La famiglia Orsini non se ne curava, seguendo la regola della Famiglia Reale Inglese: "never explain, never complain": mai dare spiegazioni e mai lamentarsi.
La famiglia Ricci, che invece, più italianamente, seguiva senza saperlo la regola napoletana del "chiagne e fotti", non si accorgeva nemmeno della propria eccentricità: l'unica cosa che contava, in quel momento, era assumere il pieno controllo del Feudo Orsini e dare vita ad un clan che unisse le risorse finanziarie dei Ricci con i beni immobili e il prestigio dei Conti di Casemurate.
E tuttavia, per assicurarsi che neanche il Papa potesse annullare quel matrimonio, era necessario che fosse consumato in presenza, seppur dietro la porta, di testimoni, seguendo i rituali barbari della "messa a letto".
Diana non manifestò obiezioni: si trovava in una condizione simile a quella di un condannato a morte a cui viene chiesto se preferisce il rogo o lo squartamento.
Chiese solo che come testimoni fossero scelte delle donne che già conosceva e di cui almeno una fosse fedelissima alla famiglia Orsini.
Alla fine la scelta ricadde, naturalmente, sulla Signorina De Toschi, come garante della famiglia Orsini e sulla governante Ida Braghiri come fedelissima della famiglia Ricci.
Per gli sposi erano state approntate addirittura tre camere da letto.
La prima era, ovviamente, quella nuziale, col grande talamo a baldacchino, con tende rosse, sete dorate e mobilio in stile Rococò, da fare invidia alla stanza da letto di Maria Antonietta a Versailles.
La seconda era la camera di Diana, che era stata ristrutturata come dono di nozze, e che l'avrebbe ospitata per la grande maggioranza del tempo, durante la sua lunga vita: la seta verde del letto, delle imbottiture degli sgabelli, delle decorazioni della carta da parati color giada, dominava su tutto, tanto che si parlò con grande rispetto della "stanza di seta cruda".
Le persiane erano sempre semichiuse a coppo, il giusto necessario per cambiare l'aria, ma non di più, dal momento che Diana soffriva di terribili emicranie che la costringevano a letto intere giornate.
La terza stanza, molto ampia e luminosa, era quella personale di Ettore, il quale, oltre a dormirci con sonno pesante accompagnato da russamenti simili al suono di un trattore, era solito depositarvi tutto ciò che "provvisoriamente" non sapeva dove mettere. E poiché non c'è nulla di più definitivo del provvisorio, gli oggetti depositati incominciarono a formare un ammasso disordinato di carabattole così malconce che persino la governante si rifiutava di metterci mano. Fu così che la camera di Ettore venne ribattezzata dai domestici, dai familiari e infine da tutti i conoscenti, col nome non del tutto edificante di "magazzino".
Su questo punto nacque poi la leggenda metropolitana secondo cui i conti Orsini di Casemurate erano così spietati da costringere il povero genero Ettore a dormire in un lercio magazzino.
Lo stesso Ettore, che detestava i suoceri, non volle mai smentire quella voce, limitandosi a stringere le spalle, come se per lui, uomo che veniva dalla gavetta, le comodità non fossero affatto necessarie, e che avrebbe dormito persino su un pagliericcio nella stalla, pur di non prendere i vizi decadenti dell'aristocrazia.
In realtà l'unica cosa decadente era la Villa stessa.
<<Questa casa è vecchia>> aveva commentato Ettore salendo per la prima volta le scale.
<<E' antica>> lo corresse lei <<E' stata costruita in età vittoriana>>
<<Sotto Vittorio Emanuele II?>>
<<No, ai tempi della regina Vittoria>>
<<Ah, quella vecchia grassona! Dicono che se la intendesse con uno stalliere. Non so come avrà fatto quel poveretto>>
Ma a quel punto gli venne l'ansia da prestazione, e sbottò:
<<Fosse per me, butterei giù tutto e costruirei una casa nuova. Ma visto che a voi piacciono le cose vecchie, cercheremo di fare delle ristrutturazioni. Mi costeranno un occhio della testa, ma alla fin fine lo faccio anche per voi, perché la mia famiglia siete voi poveracci! Eh sì, eh sì ...>>
Diana non replicò, perché non erano tanto le parole a darle fastidio, quanto il fatto che la famiglia Ricci non avesse mantenuto del tutto le promesse.
Era stato il vecchio Giorgio "Zuarz" Ricci a spiegare al figlio Ettore come intendeva gestire la questione :
<<Ho tolto le ipoteche dalla Villa, come avevo promesso al Conte, ma per quanto riguarda le ipoteche sul Feudo, lo farò un poco alla volta, perché gli Orsini debbono sempre ricordare chi è che tiene il coltello dalla parte del manico>>
Ettore aveva concordato e, forte di quel seppur metaforico coltello, si era lanciato in una serie di progetti architettonici che avrebbero fatto impallidire papa Urbano VIII.
<<Prima di tutto farò ristrutturare gli appartamenti per gli ospiti. Uno andrà a Michele Braghiri e alla sua famiglia, perché è una vergogna che vivano ancora nella Cameraccia. 
Un altro per mio fratello Roderico e uno per mia sorella Adriana>>
Forse furono quei propositi, riservati a persone che Diana detestava, a dare il colpo di grazia a quel che restava delle buone intenzioni di lei riguardo all'incombente prima notte di nozze.
Fu in quel momento, infatti, che nella sua mente germogliò l'idea di far pagare al marito quella serie di sgarbi e umiliazioni rendendogli pan per focaccia, ma in maniera più sottile, ossia con una sorta di resistenza passiva, rimanendo in silenzio, tenendogli il muso e arrivando persino a fingere di  ignorare la sua presenza, anche nei momenti più intimi.
Fatto sta che la camera nuziale, dopo una controversa prima notte di cui renderemo immediatamente conto, non fu quasi mai frequentata, se non lo stretto necessario per concepire figli, e i coniugi decisero, già dalla seconda notte, di dormire separati, facendo notare ai dubbiosi che quella era la norma nelle famiglie aristocratiche.
Ma a Casemurate circola ancor oggi un'altra versione dei fatti, una specie di leggenda, che si potrebbe definire quasi una barzelletta, se non fosse stata così tragicamente verosimile.
A mettere in giro la storia fu l'ingrato Michele Braghiri, dopo che sua moglie, la governante, ebbe raccontato nei minimi dettagli la sua versione dei fatti riguardo a tutti i rumori provenienti dalla camera degli sposi, in quella famosa prima notte di nozze.
Pare che, all'inizio, le cose procedessero abbastanza normalmente, come testimoniava il ritmico cigolare del letto e il respiro affannoso di Ettore. Certo, non c'era particolare passione, ma ognuno dei due sembrava fare la sua parte.
<<A un certo punto>> raccontò la signora Ida al marito <<mentre lui ci dava sotto da un bel po', ho sentito lei che ha detto: "Quella pendola sul muro è indietro di un'ora"
Deve averlo detto proprio nel momento in cui lui stava per... insomma, ci siamo capiti... perché c'è stato il grugnito di piacere, da verro, del signor Ettore e dopo un silenzio di tomba.
Quella frase della moglie lo ha umiliato proprio nel momento in cui lui finalmente...
Insomma, nessuno pretende che la moglie debba far finta, ma tirare fuori quella storia della pendola!>>
Michele Braghiri, che si vantava di essere un grande amatore, prese le parti di Diana:
<<Be', forse Ettore non è poi così vigoroso come dice di essere. 
E poi quella pendola è appesa proprio nella parete di fronte al letto. 
Ed è bella grossa, anche... >>
La signora Ida scosse il faccione paonazzo:
<<Ma Santo Cielo, era la prima notte! E lei era vergine!>>
<<Sei sicura?>>
<<Ma certo! Ho controllato i lenzuoli. Dovevo pur testimoniare che tutto era stato fatto in regola!>>
Michele annuì, ma poi fu colto da un dubbio:
<<Ma lei non ha fatto nemmeno un urletto quando lui l'ha...>>
<<Macché, niente di niente! Un cadavere stecchito sarebbe stato più vivace!>>
Il signor Braghiri annuì soddisfatto, poi, come se nella sua mente fosse balenata una premonizione, chiese:
<<E adesso la pendola è in orario?>>
La signora Ida sogghignò:
<<No. E' ferma. Si è fermata a quell'ora>>
Quest'ultimo particolare, che nessuno poté mai verificare, poiché solo la governante aveva accesso alla stanza, oltre agli sposi, fu considerato la prova decisiva e suscitò, passando di bocca in bocca, un misto di ilarità e di sgomento, come se in una simile camera nuziale, con tanto di pendola ferma in eterno nel momento della somma umiliazione del marito da parte della moglie, non potesse che essere generata una stirpe di folli.