mercoledì 30 settembre 2020

Vite quasi parallele. Capitolo 87. Presagi di tempesta.

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"Nessuna creatura sulla terra è tanto spaventosa quanto un uomo integerrimo", così George Martin fa dire a Lord Varys in riferimento all'inflessibile Stannis Baratheon.
Ettore Ricci sarebbe stato assolutamente d'accordo, e del resto, una delle affermazioni che esprimeva più spesso era la seguente"Se qualcuno volesse rispettare tutte le leggi esistenti in Italia, non riuscirebbe più a muovere un dito". 
E in questo non aveva tutti i torti. La Repubblica Italiana, già a metà degli anni '80 del XX secolo, era un paese sommerso da un profluvio immane di leggi, regolamenti, direttive, circolari, codicilli, consuetudini, obblighi e divieti che, in maniera pletorica, farraginosa e con un linguaggio a dir poco incomprensibile, asserivano tutto e il contrario di tutto su qualsiasi cosa, dando vita a un mostro burocratico tale da disincentivare sul nascere ogni iniziativa privata.
Non diciamo questo per giustificare gli errori di Ettore Ricci, alcuni dei quali furono commessi con tale ingenuità da farlo sembrare più che altro uno sprovveduto di un ladro di polli, ma per ricordare che i procedimenti giudiziari in cui si trovò coinvolto, suo malgrado, gli offrirono un palcoscenico dal quale egli, grazie alle sue innate doti istrioniche, diede vita ad una sferzante satira a sfondo socio-politico che non risparmiò nessuno di quelli (e furono tanti) che, pur essendo molto più colpevoli di lui, scagliarono infinite pietre nel tentativo di lapidarlo.
Ma procediamo per gradi.
La prima grana legale, nel 1985, fu una questione relativamente di poco conto e cioè una denuncia per abuso edilizio riguardo alla costruzione delle tre ville di Cervia (una per figlia) su una specie di collinetta artificiale che oscurava la visuale dei vicini, in particolare quella del signor Mario Strambelli, noto alcolista, che si era già vendicato versando, nottetempo, secchi pieni di deiezioni liquide innominabili nel giardino della villa adiacente, quella di Margherita Spreti di Serachieda, provocando olezzi nauseabondi e una moria di ortensie  di tale entità da causare dolorose afflizioni alla figlia primogenita di Ettore Ricci, e una rabbia incontenibile in suo padre.
Oltre alla questione della "collina abusiva", c'erano altri elementi "non a norma", passibili al massimo dell'accusa di "pacchianeria da parvenu", come ad esempio alcuni garages adibiti a dependances, una fontana con sirene a seno scoperto dai cui capezzoli si sprigionavano cascatelle di acqua "salsobromoiodica", un gazebo fisso a cupola fatto passare come pergolato grazie a una ricopertura di glicini fronzuti,e infine l'immancabile piscinetta fuori terra in PVC rivestita di legno.

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All'epoca tutto questo era la norma, non l'eccezione, ma lo scopo della denuncia di Strambelli quasi sicuramente istigato da Massimo Braghiri, era attirare l'attenzione della Guardia di Finanza su quello che ormai, anche a Cervia, era noto come "il clan Ricci-Orsini".
La cosa più sorprendente fu che la Finanza, mentre perquisiva il famoso garage adibito a dependance, trovò una serie di contratti di locazione di appartamenti situati in alcuni immobili nelle vicinanze, che risultavano di proprietà di Ettore Ricci.
Tali contratti riportavano, oltre alla firma dei locatari, quella di Michele Braghiri in qualità di amministratore e mediatore, ma la cosa più rilevante fu che il reddito di tali locazioni non era stato denunciato al Fisco.
La Procura di Ravenna aprì dunque un secondo fascicolo a carico di Ettore Ricci, il quale cadde dalle nuvole:
<<Io non sono un evasore! Delle questioni fiscali si occupava quella canaglia di Michele Braghiri! Lui aveva le deleghe su tutto, compresa la denuncia dei redditi! Io ho solo firmato delle deleghe, ed è stato in buona fede... insomma, non ci si capiva un accidente in quei documenti. E poi come hanno fatto quelle carte a finire in quel garage? E' ovvio che qualcuno mi vuole screditare! Qui sono io la parte lesa!>>
Ma purtroppo le brutte sorprese non erano finite.
Da quegli stessi contratti rinvenuti nel garage/dependance, risultò che le locatarie erano per lo più ragazze, di professione massaggiatrici in un centro estetico aperto solo d'estate, le quali d'inverno vivevano con un sussidio di disoccupazione insufficiente per pagare l'affitto, che comunque risultava regolarmente versato in un conto riconducibile ad Ettore Ricci.
Anche qui non mancarono malevole illazioni dello stesso Mario Strambelli, riguardo ad "un insolito via vai" di distinti signori di mezza età nel condominio di proprietà del signor Ricci.
Questo fu sufficiente per un terzo procedimento di indagine per presunto "favoreggiamento della prostituzione".
Ettore era fuori di sé dalla rabbia: <<Ma questo è ridicolo! Io sono un imprenditore di alto livello, non ho certo bisogno di fare il magnaccia a tempo perso! E' stato quel bastardo di Michele Braghiri ad architettare tutto per rovinarmi! E quell'altro pendaglio da forca di Strambelli non aspettava altro per incastrarmi con una falsa testimonianza!>>
Lo diceva rivolto alle sorelle, ma con voce sufficientemente alta affinché lo sentisse anche la Governante, sospettata di essere "la talpa" o la "gola profonda" della situazione.
<<Dobbiamo licenziare Ida Braghiri e denunciare lei e suo figlio per diffamazione!>> esclamò la sorella nubile Adriana, che viveva con lui a Villa Orsini.
Ettore annuì:
<<Sì, è arrivato il momento della resa dei conti>>
Ma l'altra sorella presente, Maria Teresa, non era d'accordo:
<<E credi che i giudici ti daranno ragione? Guarda che non hai più nessun protettore politico. Non avresti dovuto rifiutarti di pagare i debiti di Oreste e Roderico. In quel modo hai perso il sostegno del Senatore Baroni>>
Ettore batté un pugno sulla scrivania del suo studio:
<<Quegli idioti di Oreste e Roderico se la sono cercata, nonostante io li avessi avvertiti mille volte di vendere le loro quote del Banco Ambrosiano. E se anche gli avessi concesso quel prestito, si sarebbero messi nei guai di nuovo, buttando nel cesso i miei soldi e la mia fatica.
Quanto a Baroni, la cosa meno sgradevole che posso dire di lui è che è un gran figlio di puttana>>
Adriana sospirò:
<<Sì, ma era il "nostro" figlio di puttana. La politica funziona così. Me l'hai insegnato tu>>
Ettore le congedò e rimase fisso con lo sguardo nel vuoto, in attesa di un miracolo.
E il miracolo arrivò. Inaspettatamente, infatti, a schierarsi in modo immediato e totale dalla parte di Ettore fu sua moglie Diana Orsini, diciottesima Contessa di Casemurate, che pure avrebbe avuto milioni di motivi per dubitare di lui, ma c'era in gioco l'onore, l'unità e la sopravvivenza stessa della dinastia e del Feudo:
<<Vogliono infangare il buon nome dei Ricci-Orsini e distruggere la nostra famiglia. Ma noi dimostreremo a tutti di essere uniti, compatti e soprattutto innocenti. 
Avrai tanti difetti Ettore, ma non sei un criminale. Io so chi sei. Non si passa tutta la vita accanto a un uomo senza sapere chi è.
Io so chi sei. E ci difenderemo!>>
Lui si commosse:
<<Oh, Diana... le mie vere e uniche colpe sono verso di te: non sono stato capace di meritarmi il tuo amore, né di difendere la tua famiglia, la nostra famiglia...>>
Diana gli rivolse uno sguardo incredibilmente benevolo:
<<Queste sono anche le mie colpe. Mi sono rintanata nella mia stanza per anni, a leggere, a vivere la vita di altre persone che nemmeno esistevano e ho fatto di tutto per sfuggire alla realtà e alle mie responsabilità.
Tu avevi bisogno di una moglie che ti comprendesse, che ti sostenesse, che ricambiasse i tuoi sentimenti. 
Se io fossi stata quel tipo di moglie, forse molto dolore si sarebbe potuto evitare
Ma siamo ancora in tempo, Ettore... 
Non so quanto ci resta da vivere, ma ti prometto che d'ora in avanti sarò per te quello che avrei dovuto essere fin dall'inizio>>
Ettore era confuso e farfugliava:
<<Ma io non sono mai stato alla tua altezza. Tu hai avuto con me fin troppa pazienza. Non merito il tuo perdono...>>
Lei sorrise, ed era una cosa talmente rara da essere meravigliosa a vedersi, come l'apparizione di una dea:
<<Qualunque possano essere state le tue responsabilità, hai già scontato la tua pena in questi lunghi anni di tormento. Io ho visto quanto soffrivi, e non ho fatto niente per alleviare quella sofferenza. Ora è tempo di dimenticare i fantasmi del passato
Dimentichiamo i morti, le loro tombe sprofondano nella cenere. 
Pensiamo ai vivi, alle nostre figlie, ai nostri nipoti... se ci vogliono così bene, vorrà pur dire che qualcosa di buono l'abbiamo fatto, non trovi?>>
Ettore le prese la mano, quella mano ancora così bianca e diafana, come quella di una fata:
<<, senza nemmeno rendercene conto, qualcosa di buono l'abbiamo fatto davvero>>