La macchina d’ordinanza della Procura scivolava silenziosa lungo i viali di Milano, con i tergicristalli che battevano un ritmo ipnotico contro il parabrezza allagato. Seduta sul sedile del passeggero, accanto al profilo immobile e concentrato di Baccarani, Laura Garneri guardava l’asfalto lucido di pioggia. Sapeva che per molti quella città era una mappa bidimensionale di fatturati, sfilate, aperitivi a bordo piscina e indici di borsa. Per lei, era solo una crosta di cemento stesa sopra un reticolo sotterraneo di acque invisibili e memorie rimosse.
Baccarani voleva risposte rapide, per poi decidere cosa insabbiare e cosa presentare al Giudice per l'Udienza Preliminare, indicando il colpevole perfetto da consegnare al tritacarne mediatico entro il telergiornale sera per accontentare quasi tutti e preservare l'ordine.
Ma Laura sapeva che per capire come l'indistruttibile Vittoria Prinsivalli avesse incontrato la fine molto prima del tempo naturale, occorreva ritornare indietro nel tempo, quando aveva sentito parlare di lei e della sua famiglia per la prima volta.
Nella sua mente, la Milano del 2026 sfumò, cedendo il passo ai contorni di un altro universo, la sua personale Terra di Mezzo, il luogo dove tutto era cominciato: Corbesate, nella Bassa padana tra il milanese e il pavese, dove placidamente l'Olona inferiore raccoglieva le acque dei fossi e delle risorgive per portarle fino al Po, il "grande padre" silenzioso che scorreva lento verso un Delta millenario e sempre in mutamento.
Nello stato di dormiveglia di quel tragitto a passo d'uomo, Laura, sognava di ritornare ai giorni della prima infanzia, tra il 1996 e il 2001, trascorsi in quei luoghi all'epoca molto pieni di risaie, quando ancora la vicina Milano era soltanto un’ombra che incombeva sul suo paradiso originario, pronta a strapparla da lì e a prendersi tutto ciò che aveva di più caro e sacro.
Per quanto milanese di nascita, Laura aveva trascorso i suoi primi cinque anni lontano dalle vibrazioni della grande città performante e frettolosa che si preparava al nuovo millennio, tra i grandi progetti per trasformarla in una metropoli europea, con una linea d'orizzone, uno skyline, fatto di nuovi grattacieli e le aree riqualificate delle zone a traffico limitato.
Fin da quando era nata, ogni tipo di rumore, persino lo sferragliare dei vecchi tram, era eccessivo per lei, un'ipersensibile nata con i sensori troppo scoperti, che all'epoca non erano ancora presi in considerazione tra le cosiddette "neurodivergenze". E così Laura piangeva per ore, tutta la notte, come se il suo corpo rifiutasse quella casa di Corso San Gottardo dove i suoi genitori vivevano da poco e che era la sua attuale residenza. Non c’erano culle o canzoni in grado di calmarla, poiché non esiste magistero per le anime sbagliate: le loro piaga non hanno cipria. L’unica cura, l’unico sedativo immediato, era la fuga.
E così suo padre, l'ingegner Francesco Garneri e sua madre, la docente Silvia Ricci, che gravati dalle fatiche del lavoro e della quotidianità e schiacciati dalla mole delle rate del mutuo, arrivarono a quella che, nel ramo materno della famiglia di Laura era sempre stata la soluzione ad ogni male: tornare a Corbesate, dove sorgeva l'antica e fragile villa degli Orsini Balducci, che nei tempi più remoti erano stati signori feudali di quel lembo di terra tra Bornasco e il Po.
Nei ricordi intrisi di favole e prime letture, per Laura quella casa circondata da boschi, laghetti e fiumiciattoli era stata la sua Avalon personale, una Contea degli Hobbit che resisteva al tempo, difesa da una vegetazione ancora fitta e selvaggia, da argini sterrati e filari di pioppi.
Nei ricordi intrisi di favole e prime letture, per Laura quella casa circondata da boschi, laghetti e fiumiciattoli era stata la sua Avalon personale, una Contea degli Hobbit che resisteva al tempo, difesa da una vegetazione ancora fitta e selvaggia, da argini sterrati e filari di pioppi.
Quella residenza aveva dietro di sé una lunga storia, "non sempre piacevole", come diceva la bisnonna, mettendola in guardia dai luoghi malsicuri, e avvertendola invano di non aggirarsi da sola nell'edificio, poiché era "vetusto e nasconde troppi tristi ricordi".
Laura aveva vagato dappertutto, circondata dal silenzio del parco e della terra, dai cani e dai gatti, per poi essere ammessa, previo bagno in una tinozza, nel cuore della Villa, il Salotto Liberty, dove le matriarche del clan Ricci-Orsini-Balducci custodivano un mondo che si stava avvicinando, come un piano inclinato, al proprio valzer degli addii.
Il centro di gravità di quel mondo era la bisnonna, Caterina Gagni, vedova Orsini Balducci, ultima Contessa vedova di Corbesate. Una nobiltà antica, dunque, ma in ormai in un declino irreversibile. La novantenne Caterina gestiva la vecchiaia con un’eleganza stravagante che ricordava quella di una regina madre d’altri tempi: portava sempre cappellini dai toni pastello, velette leggere che le ombreggiavano lo sguardo e fumava continuamente sigarette sottili alla menta infilate in un lungo bocchino d’osso. Nel suo salotto, il tè delle cinque non era mai solo un tè; sul tavolo di noce poggiavano stabilmente bottiglie di Cabernet Sauvignon e bicchieri di Gin Tonic, mentre nel lungo tavolo di lato, i mazzi di carte per le partite di Canasta erano in trepidante attesa.
Laura aveva vagato dappertutto, circondata dal silenzio del parco e della terra, dai cani e dai gatti, per poi essere ammessa, previo bagno in una tinozza, nel cuore della Villa, il Salotto Liberty, dove le matriarche del clan Ricci-Orsini-Balducci custodivano un mondo che si stava avvicinando, come un piano inclinato, al proprio valzer degli addii.
Il centro di gravità di quel mondo era la bisnonna, Caterina Gagni, vedova Orsini Balducci, ultima Contessa vedova di Corbesate. Una nobiltà antica, dunque, ma in ormai in un declino irreversibile. La novantenne Caterina gestiva la vecchiaia con un’eleganza stravagante che ricordava quella di una regina madre d’altri tempi: portava sempre cappellini dai toni pastello, velette leggere che le ombreggiavano lo sguardo e fumava continuamente sigarette sottili alla menta infilate in un lungo bocchino d’osso. Nel suo salotto, il tè delle cinque non era mai solo un tè; sul tavolo di noce poggiavano stabilmente bottiglie di Cabernet Sauvignon e bicchieri di Gin Tonic, mentre nel lungo tavolo di lato, i mazzi di carte per le partite di Canasta erano in trepidante attesa.
La Contessa-bisnnona (madre della madre di sua madre) viveva in un tempo fluido: l’età avanzata le faceva confondere i piani della realtà, e spesso scambiava Laura per una delle figlie morte in tempi remoti, parlandole di balli e confidenze di cinquant'anni prima come se fossero avvenute il giorno prima.
Ma la vera signora del luogo, la vera Dama dela Lago, la vera regina della casa era sua nonna Ginevra Orsini, vedova Ricci, che con il suo matrimonio dinastico aveva salvato la sua famiglia dalla rovina.
Accanto a lei, a servire la canasta, c’erano le altre anziane del paese, un raduno che Laura, infiltrata in quel quel microcosmo di pettegolezzi e araldica aveva respirato per la prima volta i veleni delle dinastie milanesi e sentito prununciare per la prima volta il nome della terribile Clelia Topazia Hagauer, la prima delle tre Signore Prinsivalli ancora in vita, la cui voce tonante sembrava riecheggiare nei racconti delle vecchie per bollare ogni anomalia con il suo sdegnato e inappellabile giudizio: «Che indecenza!».
Accanto a lei, a servire la canasta, c’erano le altre anziane del paese, un raduno che Laura, infiltrata in quel quel microcosmo di pettegolezzi e araldica aveva respirato per la prima volta i veleni delle dinastie milanesi e sentito prununciare per la prima volta il nome della terribile Clelia Topazia Hagauer, la prima delle tre Signore Prinsivalli ancora in vita, la cui voce tonante sembrava riecheggiare nei racconti delle vecchie per bollare ogni anomalia con il suo sdegnato e inappellabile giudizio: «Che indecenza!».
Ogni volta che c'era un matrimonio in vista, subito la domanda cadeva sulla sposa: «Ma come nasce questa ragazza?» chiedeva la bisnonna, specie se la sposa era di "Milano-Milano", entro la cinta dei navigli. E se dietro il nome non c'era un blasone o una proprietà terriera storica, la sentenza cadeva gelida, definitiva: «Quindi non nasce».
Ma a volte poteva accadere il contrario: tutta Corbesate era rimasta senza parole quando l'ereditiere Piergiorgio Prinsivalli aveva sposato Eleonora Vacca, dopo averla incrociata all'uscita dal collegio di lei, senza sapere che il suo infelice cognome indicava una stirpe alquanto chiacchierata, arricchitasi ai tempi del fascismo. La bisnonna Caterina aveva guardato il vuoto attraverso la sua veletta, sorseggiando il Gin Tonic, e aveva commentato con un sorriso amaro: «Piove sul bagnato». Il vecchio denaro della Brianza si legava ai fiumi di liquidità che i Vacca spremevano dalla terra. Un assedio economico che stringeva i confini di Corbesate.
La Contessa vedova non aveva perdonato la matriarca dei Prinsivalli quando aveva bollato, nel suo salotto milanese, comunnemente detto "delle Quattro Streghe", il matrimonio di Ginevra Orsini Balducci con Ettore Ricci, agricoltore arricchito con la formula: "La contessa e il contadino".
Da quel matrimonio erano nate solo figlie femmine, trasformando quella casa in un gineceo a gestione matriarcale, specie dopo la prematura dipartita del nonno materno di Laura.
Tra tutte queste figlie, Silvia Ricci spiccava per intelletto e predisposizione allo studio, e fu anche per questo motivo che la madre di Laura aveva ricevuto in sorte una predestinazione all'incontro con le altre signorine di buona famiglia destinate a Milano, nello stesso collegio: Eleonora, futura signora Prinsivalli e sua sorella Matilde, futura signora Monti, detta "il Potere dietro il Trono".
Silvia era coetanea di Matilde, mentre Eleonora, la più bella, era di due anni più giovane.
Le tre ragazze si frequentavano, ma non c'era una particolare amicizia, non tanto per loro volontà, quanto piuttosto per il fatto che le loro famiglie erano in conflitto, dal momento che il vecchio Onofrio Vacca si era messo in testa di comprarsi tutte le terre degli Orsini Balducci, compresa la Villa, anzi "specialmente" la Villa, per aggiudicarsi moralmente la signoria dell'antico feudo.
Quando Silvia aveva raccontato tutto questo a sua figlia Laura, quest'ultima era ancora troppo giovane per immaginare che da quelle due finte amiche della madre sarebbero nate due persone di enorme e devastante influenza sulla sua vita: Vittoria Prinsivalli e il suo morboso e sgradevole cugino Matteo Monti, "ubiquo ai casi e onnipresente negli affari tenebrosi".
Le tre ragazze si frequentavano, ma non c'era una particolare amicizia, non tanto per loro volontà, quanto piuttosto per il fatto che le loro famiglie erano in conflitto, dal momento che il vecchio Onofrio Vacca si era messo in testa di comprarsi tutte le terre degli Orsini Balducci, compresa la Villa, anzi "specialmente" la Villa, per aggiudicarsi moralmente la signoria dell'antico feudo.
Quando Silvia aveva raccontato tutto questo a sua figlia Laura, quest'ultima era ancora troppo giovane per immaginare che da quelle due finte amiche della madre sarebbero nate due persone di enorme e devastante influenza sulla sua vita: Vittoria Prinsivalli e il suo morboso e sgradevole cugino Matteo Monti, "ubiquo ai casi e onnipresente negli affari tenebrosi".
Mentre le matriarche di Corbesate gestivano il mausoleo della memoria, il padre Francesco insegnava a Laura la realtà fisica delle cose. Come ingegnere civile specializzato in idraulica e appassionato di idrografia, la portava con sé lungo i canali di scolo, a Misano Olona e a Bornasco, spiegandole la manutenzione delle idrovore e l'importanza delle casse di espansione. Ben pochi bambini avrebbero accettato questo senza protestare e quasi nessuno con interesse, e invece Laura si appassionò all'idrografia a sua volta, così come in generale alla cartografia e agli altanti.
Era stata la vicinanza del Po e dei navigli che collegavano Pavia a Milano, con una triangolazione che, oltre all'antico Eridano, comprendeva il Ticino e l'Adda, a giocare un ruolo determinante nella passione di Laura per i sopralluoghi, al fine di vedere con i suoi occhi quel reticolo di acque.
Il padre Francesco le aveva spiegato che l'ingegneria idraulica non era così connessa al cemento, come invece lo erano le altre, ma al contrario la sua concentrazione era sul movimento del flusso per il quale non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. L'ingegner Garneri, ricordando i giorni passati da ragazzo nella cava di ghiaia di suo padre, "il Profeta delle Acque", come lo chiamavano i colleghi per la sua fissazione verso opere utopiche, indicava alla figlia le falde cospicue che premevano sotto le risaie e citava spesso un vecchio verso di Seamus Heaney: «Il centro d'acqua non ha fondo».
In un certo senso, questa immagine liquida del sottosuolo aveva influenzato in sua figlia l'idea di tenere sempre in considerazione, anche metaforicamente, i flussi sotterranei, ciò che si muoveva sotto la superficie, nel profondo. Era stata determinante questa forma mentis anche nella sua attività di magistrato: lei aveva sempre avuto un fiuto straordinario nel seguire le piste del sottosuolo, quelle che gli altri tralasciavano.
In un certo senso, questa immagine liquida del sottosuolo aveva influenzato in sua figlia l'idea di tenere sempre in considerazione, anche metaforicamente, i flussi sotterranei, ciò che si muoveva sotto la superficie, nel profondo. Era stata determinante questa forma mentis anche nella sua attività di magistrato: lei aveva sempre avuto un fiuto straordinario nel seguire le piste del sottosuolo, quelle che gli altri tralasciavano.
«Vedi, Laura» le diceva, indicando un punto in cui l'acqua del fosso sembrava ferma e invece scavava la terra da sotto, «la città crede di poter deviare tutto, di poter inquinare, disboscare e intascare profitti senza pagare il conto. Ma la Natura ha una memoria più lunga della nostra. Esisteva prima di noi ed esisterà anche quando arretreremo. Lei si riprende sempre tutto.»
Laura era cresciuta così: con la testa piena di letture fantasy, geometrie idrauliche e alberi genealogici. Un’aliena che preferiva la compagnia dei vecchi a quella dei coetanei, e forse sarebbe stato meglio continuare così, piuttosto che rimanere intrappolata nella ragnatela di Vittoria e Matteo. L'Ape Regina e il Bullo. I cugini rampolli del clan Prinsivalli.
Il vero trauma arrivò quando l'infanzia a Corbesate dovette finire, e Laura fu costretta a trasferirsi stabilmente a Milano per frequentare le scuole. Fu un'alunna impeccabile, ma il suo sguardo rimaneva quello di una spettatrice solitaria, una viaggiatrice di universi paralleli, che si avvaleva della tecnologia senza diventarne schiava, e che non rincorreva a tutti i costi le tendenze, preferendo rimanere salda e riflessiva, attenta osservatrice, capace di evitare le sabbie mobili dove gli altri prima o poi sprofondavano, persino i Prinsivalli.
Era convinta che dietro la morte di Vittoria ci fosse qualche membro del clan che si era sentito sminuito da Miss Perfezione, la quale del resto era stata ingenuamente troppo vanitosa e dunque straordinariamente brava nel farsi innumerevoli nemici, fino ad arrivare alle 23 pugnalate, con armi diverse: il caso si prospettava molto più complesso degli altri, e gli assassini erano di sicuro più di uno.
Ma era troppo presto per fare supposizioni troppo precise. Per ora, Laura sapeva soltanto che il momento che aveva atteso per tutta la vita era arrivato: tutti coloro che le avevano spezzato il cuore e mandato in frantumi la sua adolescenza erano ignari del fatto che, sotto i loro piedi, il fango delle risorgive stava già covando la sua vendetta.
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