martedì 25 giugno 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 3. Dagli Appennini alla Bassa

Quando Enrico Monterovere e sua moglie Eleonora Bonaccorsi decisero di lasciare ciò che restava delle loro terre nell'avita Contea di Querciagrossa, alle pendici  dell'Appennino modenese, per trasferirsi da qualche parte nella Bassa pianura padana, il primo dei loro nove figli aveva già trent'anni e l'ultimo ne aveva solo due.
Ci soffermeremo più avanti sui singoli componenti di quella numerosa prole, dal momento che ciascuno di tali rampolli avrà un suo ruolo, nel bene e nel male, in questo nostro racconto.
In un primo momento decisero tutti di seguire il padre, cambiando residenza più volte, passando da un affitto all'altro, a seconda del lavoro, sempre saltuario, svolto da Enrico e da qualcuno dei figli più grandi.
Ad essere sinceri, Enrico Monterovere non era quel che si direbbe un infaticabile lavoratore e nessuno, nemmeno sua moglie, era in grado di dire con esattezza di cosa si occupasse, almeno fino al 1935, quando arrivò la grande svolta nella sua vita, la Chiamata dal Sinai, ossia l'assunzione da parte delle Ferrovie dello Stato, presso la ridente stazione di Bagnavallo, in provincia di Ravenna.
Certo, per gente nata negli Appennini, trasferirsi nella Bassa ravennate era un po' come sprofondare nelle sabbie mobili, ma un posto nelle Ferrovie valeva questo ed altro.
Restava comunque piuttosto nebulosa la natura dell'incarico di Enrico Monterovere presso la Stazione dei treni.
Nessuno lo aveva mai visto con una divisa o una paletta rossa e verde in mano.
Qualche malalingua, però, insinuava di averlo scorto con secchi d'acqua, stracci e scopone.
Ma si trattava di malelingue, certamente ostili al fatto che un montanaro venuto da chissà dove fosse stato assunto, chissà per quale ragione, presso un'istituzione riverita e forte quale le Ferrovie dello Stato.
In ogni caso, né la moglie, né i figli decisero di indagare ulteriormente sulle mansioni del capofamiglia. In fondo un salario alla fine del mese arrivava, e per quanto non fosse gran che, valeva pur sempre il detto: pecunia non olet.
Quando finalmente ebbero raggiunto la cifra sufficiente per acquistare una nuova residenza, seguirono il consiglio del primogenito Ferdinando, che a differenza del padre, aveva ereditato il carattere intraprendente e coraggioso dell'omonimo nonno, disarcionato all'Orma del Diavolo.
Ferdinando, che da ragazzo aveva lavorato nelle numerose cave di ghiaia intorno a Pavullo del Frignano, sulle rive del Panaro, convinse il resto della famiglia ad acquistare un podere adiacente ad una vecchia cava tra Bagnacavallo e il vicino borgo di Lugo, sulla cui etimologia celtica o romana esiste una diatriba alla quale dedicheremo in seguito qualche riflessione.
Il prezzo risultò conveniente, ma le condizioni della proprietà non erano particolarmente incoraggianti.
La casa a due piani sembrava stare in piedi per miracolo. 
Il piano terra era alquanto umido, e la muffa un po' troppo resistente, il seminterrato tendeva ad allagarsi ad ogni temporale, mentre nelle stanze da letto al secondo piano avevano fatto il nido i piccioni.
Rendere abitabile quel tugurio non fu un'impresa da poco, ma in fondo i Monterovere non erano forse stati temprati dai rigori degli inverni appenninici?
Questo era quanto Enrico ripeteva le rare volte in cui rincasava sobrio.
Le altre volte era meglio non rivolgergli parola.
In particolar modo era meglio non ipotizzare in sua presenza un qualche collegamento tra l'umidità della residenza e la tubercolosi di cui avevano incominciato a soffrire alcuni dei suoi figli.
Come si è detto, Enrico ed Eleonora ne avevano avuti nove, di cui sei maschi e tre femmine.
Ferdinando si era già messo al lavoro per rendere operativa la cava di ghiaia.
Era un uomo alto, massiccio e robusto, con un paio di baffi alla Gino Cervi che imponevano un certo rispetto.
Di tutt'altra pasta era il secondogenito Alfredo, il quale, non avendo alcuna voglia di aiutare il fratello, né di dedicarsi a qualche forma di apprendistato o di studio, decise di emigrare in America, facendosi vivo, di quando in quando, per lettera, al fine di richiedere ai genitori e ai fratelli un sostegno economico.
In seguito i suoi nipoti italiano avrebbero ironizzato sul fatto di essere gli unici che, invece di ricevere soldi dallo "zio d'America", erano costretti a spedirglieli.
Va detto comunque a sua difesa che egli ebbe modo di rendersi utile quando fece avere, a metà degli anni '40, i primi campioni di penicillina, che salvarono la vita ad alcuni dei suoi fratelli.
Troppo tardi tuttavia per salvare Renata, Maria e Giovanni, dal momento che l'aria di Bagnacavallo non era esattamente quella del sanatorio di Davos.
L'unica sorella che si salvò fu la la terzogenita Anita, donna volitiva e caparbia, d'aspetto vagamente simile a Marlene Dietrich, era riuscita ad ottenere il diploma per l'insegnamento magistrale e poi, giovanissima, una cattedra a Fiume, quando era ancora una città italiana.
Presteremo tuttavia una particolare attenzione al fratello quartogenito, Romano, i cui discendenti, come vedremo, avranno a che fare molto intimamente con le altre famiglie seguite in questo nostro racconto.
Le mansioni di Romano, nella cava di ghiaia, variavano in continuazione, forse perché non ce n'era nessuna che lo appassionasse o nella quale riuscisse a distinguersi. Era una sorta di factotum, ma non nell'accezione letterale del termine. Una delle sue battute preferite era: "il lavoro nobilita l'uomo e lo rende simile alle bestie". In ogni caso, come era già accaduto a suo padre, nessuno riuscì mai a stabilire con certezza di cosa si occupasse concretamente.
Era un uomo taciturno, abitudinario, con certi tratti ossessivo-compulsivi che emersero soltanto in seguito.
Una prima, ma significativa svolta nella sua vita avvenne nel 1935 quando colse l'occasione per distinguersi arruolandosi come  volontario nella Guerra d'Abissinia, anche se il metodo di arruolamento risultò più che altro simile ad una retata di polizia con successiva deportazione al porto eritreo di Asmara.
Rimanevano ancora sul groppone dei Enrico ed Eleonora altri due figli, che all'epoca erano ancora adolescenti.
Il primo, che si chiamava Umberto, era destinato a continuare gli studi fino al conseguimento della laurea in Legge.
Sarebbe divenuto il responsabile dei contratti e dei contenziosi dell'azienda di famiglia.
L'ultimo figlio, Edoardo, che non sapeva fare assolutamente niente, fu destinato, come era ovvio, alla carriera politica e dopo la guerra divenne un militante del Partito Comunista Italiano e fece carriera nel partito e nelle istituzioni.
La signora Eleonora aveva inoltre una sua sorella, di nome Valentina, che sposò il facoltoso commerciante Gualtiero Bassi-Pallai.
Costui fu convinto da Ferdinando ad investire una cospicua quantità di denaro nell'attività di famiglia, che aveva preso il nome di Azienda Escavatrice e Idraulica Fratelli Monterovere.
Tutto sommato, dopo tanti anni di tribolazioni, il peggio sembrava essere passato, o almeno questa era l'impressione della famiglia Monterovere poco prima che, nel 1940, la radio annunciasse che "un'ora fatale, segnata dal destino, batte nei cieli della nostra Patria.
L'ora delle decisioni irrevocabili."

domenica 23 giugno 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 2. La Contea di Casemurate

Se nella realtà esistesse un equivalente della Contea degli Hobbit, sarebbe senza dubbio la Contea di Casemurate, in Romagna, avente come centro il paese che le dà il nome, un nome strano, ma molto appropriato, se si considera il tacito, ma radicato desiderio, da parte dei suoi residenti, di non essere disturbati dal resto del genere umano..
La storia di questo discreto angolo di mondo affonda le sue radici nel Medioevo.
Secondo le non troppo affidabili Cronache casemuratensi della maestra elementare Clara Marinelli, coniugata Ricci (unica docente della scuola locale), pubblicate nel 1933 con tanto di prefazione di Sua Signoria, l'illustrissimo don Achille Orsini Balducci, XVII Conte di Casemurate, l'etimologia del luogo sarebbe da attribuirsi al fatto che il villaggio e il torrione centrale, fin dalla loro fondazione, nel Duecento, erano stati cinti di mura così solide da reggere a qualunque calamità, tranne le riforme urbanistiche di fine Ottocento, che portarono all'abbattimento di quasi tutte le cinte murarie presenti in Italia.


L'unico dato relativamente certo consisteva nel fatto che la fortezza e il villaggio di Casemurate erano sorti presso l'incrocio tra due strade di una certa importanza, e cioè la Cervese, che collegava, e collega tutt'ora la città di Forlì con la cittadina costiera di Cervia, e il Dismano (antica Via Decumana) che collegava e ancor oggi collega Ravenna e Cesena
Quelle due strade dividono tuttora la Contea di Casemurate in quattro parti, come i Decumani della Contea di Tolkien,
Pare anche assodato che i confini dell'antico feudo casemuratense fossero molto più estesi di quelli dell'attuale frazione, e pertanto il territorio della Contea tradizionale poteva essere all'incirca simile a un cerchio avente come centro l'incrocio tra la Cervese e il Dismano, e un diametro di circa dieci chilometri.
Per quanto, negli anni '30 del Novecento, le terre di Casemurate fossero suddivise in varie proprietà più o meno grandi, le Cronache casemuratensi ci ricordano che per molti secoli la signoria territoriale fu nelle mani di due sole potenti famiglie, i conti Orsini Balducci, le cui fortune andarono poi decadendo nei secoli e i marchesi Spreti di Serachieda, che invece ebbero grande fortuna.

Le Cronache asseriscono inoltre che la fondazione di Casemurate si debba far risalire alla precisa data del 21 aprile 1278, quando Bertoldo Orsini, nipote di papa Niccolo III (
quello con cui Dante ebbe un furente alterco in un Canto dell'Inferno, dopo averlo scambiato per Bonifacio VIII), della potente famiglia romana degli Orsini, fu nominato Conte di Romagna e affidò al fratello minore Bernardo il compito di presidiare la bassa pianura al centro del quadrilatero compreso tra Ravenna, Forli, Cesena e Cervia.


Fu così che, sempre secondo le Cronache  della Maestra Ricci, nel 1278, Bernardo Orsini costruì una fortezza all'incrocio della Cervese e del Dismano dove c'era un piccolo, anonimo villaggio, e la cinse di mura, dandole appunto il nome di Case Murate, che solo in seguito divenne un'unica parola.


Il documento probante tale atto di fondazione, secondo la scrupolosa indagine della Maestra Ricci, risultava conservato nell'archivio privato del Conte Achille Orsini Balducci di Casemurate, che si proclamava diretto discendente del fondatore Bernardo, basandosi sempre su documenti gelosamente custoditi nel suddetto archivio, talmente segreto che, escludendo il Conte e la Maestra, non era mai stato visto da anima viva.


Questa segretezza aveva suscitato le ironie dei feudatari confinanti, sulle cui nobilissime origini vi erano prove evidenti. Stiamo parlando di casati insigni, come quello dei già citati marchesi Spreti di Serachieda, patrizi ravennati, o gli illustri signori della viticoltura, i conti Zanetti Protonotari Campi, per non parlare dei Paulucci de' Calboli, che per secoli avevano conteso agli Ordelaffi la signoria di Forlìì.

Gli Orsini Balducci avevano comunque provveduto a rinvigorire il proprio sangue blu con una politica matrimoniale che avrebbe fatto invidia all'imperatore Massimiliano I d'Asburgo ("bella gerant alii, tu felix Austria Nube"). Il matrimonio più prestigioso era stato proprio quello del conte Achille Orsini con la contessina Emilia Paulucci de' Calboli, la quale, pur non portando neanche un centesimo di dote, aveva innalzato i signori di Casemurate nell' "Almanacco di Gotha" della nobiltà romagnola.

Eppure i dubbi sulla ricostruzione storica asserita dalle Cronache casemuratensi continuavano a persistere.
In effetti, a voler essere del tutto sinceri, non rimanevano tracce archeologiche né delle mura, né del castellodella qual cosa le Cronache colpevolizzavano, testuali parole, "l'iconoclastia positivista e modernista delle pubbliche istituzioni del Regno d'Italia, nonché la barbarie distruttiva dell'avanguardia futurista e dell'architettura razionalista littoria", parole che sembravano piuttosto improbabili nell'ambito del lessico famigliare della Maestra Ricci, mentre esprimevano in pieno l'eloquio infuocato, nonché le idee ardite, del Conte Orsini.


L'unico motivo per cui il contenuto delle Cronache non fu messo in discussione dalla censura fascista potrebbe essere attribuito al numero piuttosto ristretto delle copie stampate, tenendo conto anche delle ristrettezze nelle quali la famiglia dei Conti di Casemurate era venuta a trovarsi.


Se però la sorte degli Orsini pareva inesorabilmente orientata verso la bancarotta, al contrario la condizione finanziaria della famiglia Ricci, di cui la maestra Clara faceva parte, era del tutto florida, tanto che suo marito Giorgio, agiato agricoltore e fervente fascista, stava ampliando i propri possedimenti e accumulando diritti d'ipoteca sulle stesse terre del Conte.


E di certo la fortuna dei Ricci a Casemurate era anche legata al fatto che Giorgio Ricci era stato uno dei primi aderenti al Fascismo, potendo vantare un'amicizia personale e di antica data col Duce in persona, suo coetaneo e forlivese come lui.

Giorgio Ricci e Clara Vallicelli avevano avuto molti figli dai nomi altisonanti suggeriti da un parroco fin troppo colto tra cui Oreste, Roderico, Caterina, Carolina, Maria Teresa, Liliana, ma soprattutto Ettore, che aveva ereditato dal padre il bernoccolo per gli affari e dalla madre la sconfinata ammirazione mista ad invidia nei confronti degli Orsini.


Da tempo Ettore Ricci aveva messo gli occhi addosso alla figlia primogenita del Conte, la bella e raffinata contessina Diana, che tuttavia non pareva ricambiare tali attenzioni.


Se ci è concessa qualche similitudine letteraria, Ettore Ricci era come il Mastro-Don Gesualdo della situazione, mentre Diana Orsini sembrava uscita da un romanzo di Jane Austin o Margaret Mitchell.


Date queste premesse, era già chiaro fin dall'inizio che le cose, per entrambi e le rispettive famiglie, per non parlare dell'intera Contea di Casemurate, avrebbero preso molto presto una brutta piega.

giovedì 20 giugno 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 1. L'Orma del Diavolo


La sventura si abbatté per la prima volta sulla famiglia Monterovere  in una gelida notte di febbraio del 1928, quando l'ottuagenario patriarca Ferdinando, di ritorno da una delle sue folli cavalcate in mezzo ai boschi dell'Appennino modenese, fu improvvisamente disarcionato dal suo destriero nei pressi di una località che la gente del luogo chiamava, premurandosi di fare i dovuti scongiuri, l'Orma del Diavolo.
Tale nome era legato ad un'antica superstizione.
I vecchi raccontavano che proprio in quel punto, attualmente situato tra il borgo di Querciagrossa e il castello di Monterovere, nelle vicinanze di Pavullo, migliaia di anni prima, esisteva un'enorme quercia, centro del culto pagano dei Druidi, praticato da alcune tribù dei Galli Boi, sopravvissute alla conquista romana della Gallia Cisalpina e ritiratesi nella zona appenninica retrostante alla via Emilia.
Secondo il non troppo affidabile testo "I Galli del Frignano", edito a proprie spese da Luigi Andrea Melegnati, erudito preside di una scuola media di Pavullo, in quelle zone dell'alto modenese, una tribù di Galli Boi si sarebbe fusa con ciò che restava degli antichissimi Friniati, altra popolazione pre-romana, e i due popoli, pur adeguandosi ad una romanizzazione di facciata, avrebbero coltivato in segreto le tradizioni ancestrali, che gli Iniziati chiamavano con reverente solennità "l'Antica Via".

Sempre secondo il testo del Melegnati, quella stessa quercia sarebbe stata poi abbattuta per ordine dell'imperatore Teodosio I, nell'Anno Domini 389, in seguito alle devote, ma insistenti sollecitazioni di sant'Ambrogio, all’epoca vescovo di Milano.

Poco dopo l'abbattimento dell'antica quercia celtica, incominciarono ad essere avvistati, in quel luogo già considerato un centro di stregoneria, alcuni fenomeni inspiegabili che presto vennero identificati come spiritelli notturni, folletti, elfi o fate del Piccolo Popolo di cui erano piene le leggende della tradizione celtica che, nonostante la colonizzazione romana e la predicazione cristiana, sopravvivevano radicate nell'immaginario collettivo delle piccole comunità dell'entroterra.

E forse parte di quell'antico sangue celtico scorreva persino nelle vene di Ferdinando Monterovere, guardacaccia della selva di Querciagrossa, che si proclamava discendente del feldmaresciallo Raimondo Monterovere, conte di Querciagrossa e condottiero degli eserciti austro-ungarici nella loro prima guerra contro i Turchi Ottomani.
Il castello dei Monterovere era ancora lì, in cima alla collina, ma la famiglia era ormai decaduta e, come avrebbe detto il professor Tolkien, "da lungo tempo orbata di signoria e comando".
Si manteneva vivo, tuttavia, un certo spirito aristocratico e sdegnoso, che attribuiva ai Monterovere, forse anche a causa dell'alta statura e dell'indole burbera e poco socievole, una certa aria di severo disprezzo nei confronti del mondo intero.
Ciò metteva in soggezione gli altri abitanti di Querciagrossa, che provavano una sorta di timore reverenziale nei confronti di "don Ferdinando", quando pattugliava a cavallo la foresta e il villaggio, spingendosi fino alla collina e alle mura del castello che un tempo era appartenuto ai suoi antenati,
Tuttavia il vecchio Ferdinando non era poi così severo come lo descriveva, e anzi con i suoi numerosi figli e nipoti era estremamente gentile, e amava trascorrere le serate accanto al focolare, raccontando ai bambini le antiche leggende celtiche, fino a che la brace non si spegneva e i piccoli già erano tra le braccia di Morfeo.
Pur amando molto queste leggende, non aveva mai dato troppo credito alle voci riguardanti l'Orma del Diavolo e riteneva che gli unici veri pericoli, in una foresta, fossero i briganti, i lupi, gli orsi e i cinghiali.
Mai e poi mai si sarebbe lasciato convincere da certe superstizioni inventate dalle vecchie comari bigotte per mettere in cattiva luce i pagani.

E tuttavia quando nel tardo pomeriggio del 28 febbraio 1928, quando ritrovarono il suo cadavere vicino al corpo senza vita del cavallo azzoppato, nessuno riscontrò tracce di violenza da parte di briganti, lupi, orsi o cinghiali.
Certo, la spiegazione più razionale sarebbe stata che un uomo anziano come lui, di oltre ottant'anni, poteva essere caduto da cavallo per aver perso il controllo delle redini, o per un malore.
Oppure poteva essere stato lo stesso cavallo, anch'esso non più giovanissimo, ad essere stramazzato a terra, portandosi dietro all'altro mondo il suo padrone, ammesso che esista un altro mondo per i cavalli, per non parlare degli umani.
Il problema era però che il cavallo, nonostante l'età, si era sicuramente impennato, lasciato sul sentiero impronte sospettosamente profonde, come se avesse visto qualcosa di terrificante.
La vicenda suscitò profondo scalpore tra gli abitanti del paese e rafforzò la loro convinzione sulla natura maledetta di quel luogo e di quel bosco.
Diverse furono le reazioni dei figli del defunto Ferdinando.
Il primogenito, Enrico, prese una drastica decisione e scese a valle, nella Bassa Padana, insieme alla moglie Eleonora e ai nove figli ch'ella gli aveva dato, e sfidando le nebbie,  i rigori degli interminabili inverni e l'afa soffocante delle estenuanti estati tra mosche e zanzare, si stabilì nelle paludose campagne tra Ravenna e Faenza.
Il secondogenito, Domenico, si arroccò nelle "wuthering highs" del Monte Cimone, tra Sestola e Fanano.
Il terzogenito, Bartolomeo, partì per le Americhe.
Difficile dire chi fece la scelta peggiore.