sabato 29 settembre 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 131. Il Risveglio dell'Iniziato



Riccardo si risvegliò in tarda mattinata, nella stanza che suo zio Lorenzo gli aveva riservato, presso la torre alta del Castello di Monterovere. 
Era una calda giornata di agosto. Il suono delle cicale era martellante, aspro, violento.
O forse era solo il suo mal di testa.
La serata precedente era stata molto impegnativa e si era conclusa a tarda ora.
Il ricordo di ciò che era stato detto gli creò subito un senso di inquietudine.
Perché mi sono lasciato incastrare da quei pazzi? Perché gli ho dato corda?
Ma almeno aveva avuto il buon senso di non promettere nulla.
È in uno stato d'animo non destinato a durare che si prendono, troppo spesso, risoluzioni definitive. Ma non era il suo caso, almeno per il momento.
Il punto, come sempre, è che la vita di ognuno può cambiare in un attimo, e le statistiche non sono certo incoraggianti riguardo al "come".
Per Riccardo, poi, ogni cambiamento, persino quelli presumibilmente in meglio, era quantomeno una seccatura.
La sorpresa è un'emozione primaria, almeno così dicono gli psicologi, e a volte può accompagnarsi con altre due o tre emozioni primarie fondamentali: la paura, la rabbia e il disgusto (a volte anche la vergogna).
La gioia o la tristezza, e cioè le rimanenti e più importanti emozioni primarie, subentrano dopo, quando ci si rende conto di cosa sta realmente succedendo.
Alla fine un insidioso senso di sconforto ebbe la meglio.
Guardò fuori, i boschi di querce, roveri e faggi si estendevano sui fianchi della collina e sulle cime delle alture: era da lì che derivava il nome del castello di Monterovere e di conseguenza il suo cognome.
Ma a ben vedere, gli alberi rimasti erano pochi: c'erano più che altro macchie di arbusti sparpagliati e ispidi.
Quella constatazione lo rattristò ulteriormente, e fu assalito dalle riminiscenze letterarie, che erano il suo modo di esorcizzare emozioni ingovernabili.
"I boschi d'Arcadia sono morti
e finita è la loro antica gioia;
in tempi remoti, di sogni si nutriva il mondo;
la Grigia Verità è ora il suo dipinto giocattolo,
ma ancora il mondo gira il suo capo irrequieto.
Ma più esso non sogna. Sogna tu!
Poiché belli sono i papaveri sull'orlo della scarpata;
sogna, sogna, poiché anche questa è verità."

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La nostalgia, veicolata dal ricordo dei versi di William Butler Yeats, prese il posto dello sconforto.
Ora capiva cosa intendeva dire Buzzati quando scrisse:
"Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare".
Sarebbe stato bello poter credere ancora alle favole.
Ma erano davvero imposture, quelle raccontate dal consigliere Albedo?
Quell'uomo faceva paura.
Era arrivato a sostenere che l'eugenetica era meglio dell'amore.
Ricordava bene le sue parole:
<<L'amore commette il maggiore dei delitti: la perpetuazione di altre creature destinate a soffrire.
L'eugenetica, invece, vuole estirpare la sofferenza>>
Affermazione discutibile, ma non priva di un suo ambiguo fascino.
E poi c'è quella ragazza! Joanna Burke-Roche... è il tipo di donna per la quale si possono fare follie...
Ma anche questa era un'affermazione difficile da spiegare.
In fondo lady Joanna non era affatto una bellezza di tipo canonico, anzi: aveva il naso lungo, le labbra sottili, il seno quasi piatto.
Eppure era straordinariamente attraente.

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Ne sapeva qualcosa Luca Bosco, che era nuovamente caduto nell'incantesimo di quell'adepta di Vlad Dracu.
In fondo l'amore era un demone, non certo migliore di tanti altri. Per alcuni era la rovina, per altri la causa di una sopravvivenza svuotata di significato:
"...e il mondo non esiste, crollano le persone, si dissolvono le città come nuvole e vapore, muore il sole, vive l’ombra, tutto è spento, dormono le ali, cessano di vibrare,
Perché soltanto attenderti tiene sveglia la mia vita. Allora, aspetto."
Non era forse così anche per lui?
Ma se la donna lo faceva soffrire, non le avrebbe mai dato una seconda possibilità.
Ho pianto per te, ma tu piangerai per me. 
Molti grandi amori sono andati così. Forse i più memorabili.
Nel caso gli chiedessero scusa, non esitava a perdonare.
In caso contrario, per quanto faticasse ad ammetterlo, serbava un sordo ed oscuro risentimento.
Era una caratteristica tipica delle persone che subiscono un grave torto senza essere risarcite.
Dopo un po' di tempo, incominciano a pensare che chiunque, a causa della propria indifferenza e incomprensione, o persino della propria fortuna, sia in qualche modo corresponsabile del mancato risarcimento, e dunque in debito nei loro confronti.  E ciò ha delle conseguenze, specie nei rapporti sociali, in quanto le persone danneggiate e non risarcite si sentono moralmente autorizzate, seppur in modo circospetto ed entro i limiti della legalità ufficiale, a farsi giustizia da sé, diventando sgarbate, ciniche, a volte persino sadiche. Tutto ciò non è per cattiveria o per invidia: è a causa della giustizia che non hanno avuto. Si sentono dalla parte della ragione, ed è per questo che non hanno pietà.
Tutti quei pensieri lo turbavano, e non gli infondevano la forza necessaria a dare inizio ad una nuova giornata.
Mentre si trovava sotto la doccia, il discorso interiore continuò, a ruota libera.
Spesso noi abbiamo un desiderio, ma ne esprimiamo un altro; e neppure agli dèi diciamo la verità.
Lui meno di tutti Era una di quelle persone che mentiva per proteggere il proprio diritto alla riservatezza.
Un amore segreto, deve rimanere segreto. Punto.
Ognuno di noi ha le sue piccole manie, che sono poi ciò che rende la vita sopportabile
Ogni cosa ha una crepa ed è da lì che entra la luce

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Dove aveva già letto tutte queste frasi?
Di solito, per ritrovare l'autore, scriveva la frase su internet.
Come facevano, prima di internet, a ritrovare le citazioni?
Rileggevano tutto? Forse. In fondo, il solo modo serio di leggere è rileggere... e anche questo era stato già detto da qualcun altro.
Si ricordava quasi tutte le citazioni di Tolkien, non sono quelle dei romani e delle poesie, ma anche delle opere di saggistica, come il testo "Sulle fiabe" nel quale il Professore inglese sosteneva che
<<La Fantasia resta un diritto umano»
Molti non amavano il genere fantasy o piuttosto non lo capivano.
Era un rifiuto aprioristico, supponente, che assegnava al realismo la priorità e accusava il fantasy di "escapismo", di fuga dalla realtà.
Ma se la realtà diventava un carcere e un inferno (e Tolkien quell'inferno l'aveva visto con i suoi occhi, nella Battaglia della Somme, durante la Prima Guerra Mondiale) allora, per usare le sue parole, la fantasia non era "la fuga del disertore, ma l'evasione del prigioniero" dal penitenziario in cui la vita stessa lo aveva gettato.

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In certe sere di sconforto totale, Riccardo si preparava un brodino caldo, con dado e fiocchi d'avena, e si riguardava "Lo Hobbit" o "Il Signore degli Anelli". Quel rito aveva un tale potere di rigenerazione che avrebbe fatto resuscitare un morto.
E proprio riguardo a quel potere Tolkien aveva messo in bocca a Gandalf una delle sue frasi più celebri.
Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze
Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.

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C'era tutta una vita di riflessioni dietro a queste sentenze: Tolkien aveva perso i genitori quando era ancora bambino, e poi, durante la guerra, erano morti suoi amici più cari.
Mentre la febbre lo tormentava nelle trincee della Francia e poi negli ospedali militari, a salvarlo dalla disperazione erano state soprattutto due cose: l'amore per Edith, la sua "Luthien", e quello per la letteratura mitologica e la linguistica che ne costituiva le fondamenta.
L'elfico, seppur intriso di profonda malinconia, era comunque capace di suscitare speranza.
Galadriel, prima del suo commovente addio, il lamento "Namarie", dona al portatore dell'Anello, di cui conosceva il tormento, tutta la speranza che le era rimasta.
Ti dono la luce di Earendil, la nostra stella più amata. Possa essere per te una luce in luoghi oscuri, quando ogni altra luce si spegne.
Il mito di Earendil, padre di Elrond, era uno dei più belli e importanti del Legendarium tolkieniano.
In certe notti angosciose Riccardo teneva una piccola lampada accesa e pensava ad Earendil che navigava nei cieli, portando nella sua nave l'ultimo dei Silmaril.
Chi lo sa cosa hai detto alle tenebre, nelle amare veglie notturne, quando tutta la tua vita sembrava contrarsi e le pareti della tua stanza ti si stringevano addosso, come le sbarre di una gabbia per imprigionare qualcosa di selvaggio.
Così diceva Grima ad Eowyn. E così Riccardo avrebbe potuto dire non solo a se stesso, ma anche a Joanna.
Tu, così bella, così fredda, come un pallido mattino di primavera ancora pervaso dal gelo dell'inverno.
E infine le parole del venerabile Cirdan, quando dona a Gandalf l'Anello del Fuoco:
<<Prendi questo anello, perché le tue fatiche saranno gravi e in tutte esso ti sosterrà, preservandoti dalla stanchezza. Quanto a me, il mio cuore è vicino al mare e dimorerò presso le grigie sponde fino alla partenza dell'ultima nave degli Elfi. Fino a quel giorno, io ti aspetterò>>
Queste erano le vette.
Ma per scacciare la tristezza e la paura poteva andar bene anche un "Harry Potter", la cui magia bianca scacciava il male oscuro che tentava di insinuarsi nella mente, come un "dissennatore".
Perché gli Hobbit o Harry Potter? Perché infondevano fiducia e riconciliavano col mondo.
Perché noi tutti abbiamo paura, e questi racconti ci danno coraggio.
In molti disapprovavano, soprattutto tra gli accademici blasonati o, sull'altro versante, coloro che erano entusiasti della vita così com'era (gli "automi", li chiamava Riccardo, pur ammettendo che "forse gli automi hanno ragione").
Ma non teneva più in considerazione il giudizio altrui.
Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi tu stesso.
C'era stato un tempo in cui aveva perso tempo, energie e buonumore, cadendo nelle provocazioni di chi cercava di demolire il suo equilibrio.
Altri tempi, ormai.
La saggezza è la capacità di passare oltre.
Evitava ormai anche le dispute di carattere più dotto, perché in esse c'era più retorica che logica, e comunque, in fin dei conti, aver ragione non serviva a niente.
Che ognuno la pensasse come voleva, purché non pretendesse di imporre a lui la propria verità.
Le verità è una bugia.
Almeno quando pretendeva di essere l'unica voce.
E dunque se la realtà era un inferno e la verità un'illusione, perché condannare la fantasia?
Potevano esserci molti più valori in un'opera fantasy che in tutta la neoavanguardia.
<<E noi a cosa siamo aggrappati, Sam?>>
<<C'è del buono in questo mondo, Padron Frodo. E' giusto combattere per questo>>
Certo nella vita il lieto fine era molto raro, per questo era meglio che le guerre fossero combattute nelle opere di fantasia.
Nella realtà era sempre meglio cercare la quiete, perché se c'è pace non ci può essere sconfitta.
Forse nella tarda antichità o nel primo medioevo, Riccardo sarebbe diventato un monaco o un eremita.
Nel Terzo Millennio, però, questa opzione non esisteva più: la società era diventata onnipervasiva e non c'era modo di sfuggire alla sua gabbia.
Anche le religioni erano delle gabbie mentali, specie quelle monoteiste.
Fino a quando accetteremo un padrone nei cieli, accetteremo anche la schiavitù sulla terra.
Chissà cosa ne pensavano gli Iniziati agli Arcani Supremi?
Avevano parlato di entità sovrumane, ma non avevano usato il termine divinità.
Forse si trattava di entità immanenti, con poteri comunque limitati.
Potevano essere considerati creatori soltanto limitatamente a ciò che un essere intelligente può costruire tramite l'arte o la scienza o altri suoi poteri.
Ma allora chi era il Demiurgo, il creatore dei creatori?
Forse era meglio che non esistesse un Creatore, perché, considerando gli orrori del mondo, non ci faceva una gran bella figura.
Gli Iniziati lo sapevano e infatti ripetevano spesso una frase che Riccardo condivideva profondamente e cioè: "Esistono cose molto peggiori della morte".
Per questo, in fondo, ai funerali, il vero pianto era per i sopravvissuti.
When I'm dead my dearest, sing no sad song for me...

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Un'altra citazione, ed era la prova che certi concetti potevano essere espressi al meglio grazie alla voce della letteratura, perché la vita, da sola, non basta, persino quando si parla della morte.
Era un argomento tabù: persino la parola stessa veniva evitata e per i giornalisti, in ogni sciagura, i morti diventavano "vittime", come se invece i feriti gravi non lo fossero.
And if you will, remember, and if you will, forget...
Gli edonisti non volevano sentirne parlare, così come i fedeli del "pensiero positivo" (che arrivavano a definire "un dono" persino il cancro), mentre i religiosi ritenevano che dopo incominciasse una presunta vera vita, tutta da dimostrare, ma da conquistare attraverso grandi sofferenze, che per molti cattolici avevano un sado-masochistico valore in termini di redenzione.
Se fosse stato per Riccardo, tutti avrebbero avuto il diritto di ricevere gratis un tubetto di Nembutal per poter decidere, in tutta autonomia e con la massima dignità, di rifiutare il "dono di Dio" o semplicemente l'esito della copula di tutti i propri antenati, fino ai primordi dell'evoluzione.
Insomma, morire sì, ma è il modo che fa la differenza.
Dicono che la vita è un dono: e allora perché non ci è consentito di rifiutarlo?
Chi offre un dono deve concedere a chi lo riceve la possibilità di disporne secondo coscienza, e invece Dio, o chi per lui, ci ha imposto la Via del Dolore.
E questo lo riconduceva all'Iniziazione a cui l'Ordine degli Arcani Supremi voleva sottoporlo.
Se fosse stato solo per le insistenze dello zio Lorenzo o del vecchio consigliere Albedo, avrebbe rifiutato subito.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue. Dimenticate i padri, le loro tombe sprofondano nella cenere...

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Persino le Scritture avevano da dire la loro sull'argomento, qualcosa del tipo "...i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, eppure anche loro sono morti. Ma io sono il Pane della Vita".
Per decenni Riccardo aveva cercato di ricostruire, forse invano, il suo pedigree, ed ora si trovava davanti ad una risposta ambigua.
Non siamo stati tutti cavalli di razza, in famiglia: i dati di molti nostri ascendenti non sono negli almanacchi.
Per fortuna.
Coloro che hanno presunto di saperne di più, non erano nulla essi stessi, né noi per loro.
E allora? Tutto per nulla, dunque?
Eppure resta che qualcosa è accaduto, quel niente
che è tutto...
Non importava se fossero stati convegni d'amore o matrimoni di convenienza: le vite di quegli uomini e di quelle donne, per quanto avessero seguito traiettorie in apparenza parallele, alla fine si erano incontrate, e il frutto di tutti quegli incontri ora era chiamato a scegliere, a sua volta, se perpertuare ancora quella farsa.
 Avrebbe detto di no, ma c'era quella ragazza, o meglio quella giovane donna che sembrava ancora una ragazza: lady Joanna Burke-Roche, in arte Virginia Dracu.
La notte precedente si era addormentato pensando a lei.
Era strano il sentimento che Joanna gli ispirava: era come una nostalgia per qualcosa, o qualcuno, che aveva perduto, ma di cui non ricordava più nulla, se non qualche ombra.
C'era qualcosa... come un deja vù, o un sogno, o una riminiscenza di un'altra vita.
Fatto sta che era stato il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi.
E in fondo tutto si riduce all'ultima persona a cui si pensa prima di prendere sonno: è lì che si trova il nostro cuore.

Tutto si riduce all'ultima persona a cui pensi la notte, è lì che dorme il tuo cuore. (C. Bukowski) - Libroza.com

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Riccardo pensava a Joanna e sentiva che lei lo aveva stregato, e non solo metaforicamente.
Era anche convinto che la misteriosa fanciulla, nonostante facesse coppia con Luca Bosco, in realtà avesse in mente altri piani. Forse il dottor Bosco era stato coinvolto, suo malgrado, come paravento per un'operazione più complessa e molto più pericolosa.
Dovrei dirgli quello che dissi a me stesso ai tempi in cui decisi di lasciare Ilaria: "Se devi insistere non è la tua taglia, e questo vale per anelli, vestiti, scarpe, amori e amicizie".
Ma Joanna sapeva recitare bene, e come era già successo ai tempi in cui stava con Waldemar Richmond, ancora una volta era probabile che stesse facendo un doppio o triplo gioco, seducendo tutti senza concedersi a nessuno.
Avrebbe fatto appello persino alla mozione degli affetti.
Basterebbe dirselo un "mi manchi" piuttosto che mancarsi in silenzio per tutta la vita.
Ecco, quella era il tipo di frase con cui una donna come Joanna avrebbe potuto mascherare di romanticismo anche la più cinica e fredda transazione.
E fu in quel momento che comprese finalmente il significato di ciò che stava accadendo.
Questo è l'ultimo incrocio tra vite quasi parallele: la mia e quella di Joanna.
C'era qualcosa di diabolico in quell'ennesimo tentativo di interferire con le vite e i sentimenti degli altri, al fine di consolidare equilibri di potere o, peggio ancora, di incrociare le stirpi al fine di generare una sorta di Anticristo.
Mi hanno tolto tutto per mettermi con le spalle al muro e non lasciarmi via di fuga.
Poteva soltanto sperare che Jenna fosse meno manovrabile di quanto credevano individui come Albedo o Vlad Dracu.
E ora che ne sarà del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato, senza saperne nulla.
Un imprevisto è la sola speranza.
Ma dicono che è una stoltezza dirselo.

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sabato 22 settembre 2018

Santuario di Horus a Behdet

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The Sanctuary of the God Horus at Behdet (Edfu);
drawing by Jean-Claude Golvin



Tempio di Edfu, 1º pilone
Il Tempio di Edfu è un antico luogo di culto dedicato al dio Horus, risalente all'Antico Regno, restaurato durante il Nuovo Regno nella XVIII dinastia da Thutmosi III ed inglobato successivamente nella nuova ricostruzione durante la dinastia tolemaica, le cui antiche vestigia sono tuttora visibili.
Nel 1860 venne liberato, da Mariette, dalle sabbie che lo seppellivano quasi completamente rivelando la sua ottima conservazione sia dell'edificio, naos compreso, che delle tre statue colossali di falchi in granito nero recanti la doppia corona dell'Alto e Basso Egitto.

Tempio di Edfu, ingresso della Sala ipostila
Risulta essere l'archetipo del tempio egizio con struttura "a cannocchiale" con una teoria di sale sempre più piccole e sempre più buie fino al sacrario del naos completamente avvolto nell'oscurità. Esattamente il contrario della tipologia del tempio solare.
Esternamente il pilone presenta vari decori e numerosi personaggi tra cui Tolomeo XII che sacrifica dei prigionieri al dio, altri sovrani tolemaici e la triade locale composta da Horo di BehedetHathor ed il figlio Ihi.
Vi sono anche rappresentati molti antichi dogmi religiosi quali i quattordici ka del dio solare Ra ed altre divinità quali Ra-Harakhti, Hathor e Horo Sema-tawi, ossia Horo "che unisce le due Terre".

Mammisi di Tolomeo VIII Evergete
Numerosi i dettagliati rilievi, tra i quali la processione delle barche solari, la "Festa annuale di Opet", la posa della prima pietra del tempio, le personificazioni dei nomoi e lo splendido decoro astrale delle barche del Sole e della Luna con quattordici divinità simboleggianti le fasi di luna calante.
Sopra i varchi di accesso del sacrario è rappresentato il disco solare alato simbolo di Horus di Behedet, nome egizio della località del delta del Nilo ove, in origine, nacque il culto.
Sul fondo, come già accennato vi era l'ultima segreta stanza, quella del sacrario contenente il tabernacolo monolitico in granito, con la statua del dio falco Horo, eretto dal sovrano Nectanebo I della XXX dinastia e che risulta essere il reperto più antico insieme al supporto della barca sacra.
Le numerose e particolareggiate iscrizioni del tempio ci dicono che le cerimonie della fondazione si erano svolte il 7 del mese di Epihi e cioè il 23 agosto del 237 a.C. nel X anno del regno di Tolomeo III Evergete I e che il suo architetto era Imhotep, figlio di Ptah, recante il titolo di "Primo Celebrante del Tempio" e da non confondere con il suo omonimo e famoso predecessore vissuto circa 23 secoli prima.
Il tempio fu terminato il 5 dicembre del 57 a.C. dopo circa due secoli di lavori ed è il secondo per dimensione, dopo quello di Karnak per la sua estensione di quasi settemila metri quadrati comprendente anche un mammisi di Tolomeo VIII Evergete II ma che fu decorato solo successivamente da Tolomeo IX Soter II.
Numerose le cerimonie religiose che vi si svolgevano, tra le quali tre feste molto importanti come la "Festa del Nuovo Anno", il matrimonio annuale di Horus con Hathor di Dendera e la vittoria del dio su Seth.

Un altro suggestivo rito annuale era l'incoronazione di un falco vivo appositamente allevato nel tempio dai sacerdoti e questa ipostasi del dio ci è pervenuta pietrificata nella statua zoomorfa che ancora sfida lo scorrere del tempo con atavica essenza.

Bibliografia

  • G. Rachet - Dizionario Larousse della Civiltà egizia - Gremese Editore - ISBN 88-8440-144-5
  • E. Bresciani - Grande enciclopedia illustrata dell'antico Egitto - Ed. De Agostini - ISBN 88-418-2005-5
  • M. Tosi - Dizionario enciclopedico delle divinità dell'antico Egitto - Ed. Ananke - ISBN 88-7325-115-3
  • G Magi e P. Fabbri - Egitto - Ed. Bonechi - ISBN 88-476-1866-5

venerdì 21 settembre 2018

Szepes Castle, Hungary

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martedì 18 settembre 2018

Gandalf ha consciamente sacrificato Esgaroth (Pontelagolungo) per salvare Lorien e Rivendell (Gran Burrone) ?

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Molti appassionati lettori degli scritti di Tolkien, così come anche molti spettatori dei film che ne sono stati tratti, si saranno chiesti come mai Gandalf abbia voluto convincere Thorin a rivendicare il tesoro e la sovranità di Erebor pur sapendo che questo avrebbe causato il risveglio di Smaug, con le sue devastanti conseguenze per la popolazione di Esgaroth, ossia la città di Pontelagolungo, che verrà infatti bruciata dal drago, provocando morte e distruzione.
E' una domanda imbarazzante perché ci mostra il lato meno chiaro dello Stregone Grigio, ossia quello del pianificatore e tessitore di trame che potremmo definire "geopolitiche", secondo un criterio di "realpolitik" che a volte rasenta il cinismo.
La risposta ce la dà Tolkien stesso nel racconto La cerca di Erebor dove Gandalf, rivolgendosi ad un pubblico di ascoltatori interessati a conoscere le motivazioni che lo mossero all'impresa, racconta in prima persona quanto segue:

<<Sapevo che Sauron si era nuovamente levato e che ben presto si sarebbe manifestato apertamente, e sapevo anche che si stava preparando una grande guerra. 
Come l’avrebbe cominciata? Avrebbe tentato per prima cosa di rioccupare Mordor, oppure avrebbe attaccato le principali fortezze dei suoi nemici? Pensavo allora, e adesso ne sono certo, che il suo piano fosse di assalire Lothlorien e Gran Burrone, appena diventato abbastanza forte. Sarebbe stato per lui un’idea molto migliore, e per noi molto peggiore.
<<Voi forse penserete che Gran Burrone fosse fuori della sua portata, ma io non sono di questo avviso. Le cose al Nord andavano malissimo. Il Regno della Montagna e i forti Uomini di Dale non erano più. A contrastare le forze che Sauron avrebbe potuto mandare per riconquistare i passi settentrionali dei monti e le vecchie contrade di Angmar c’erano soltanto i Nani dei Colli Ferrosi, dietro ai qali stavano una landa desolata e un Drago. Di questo, Sauron poteva servirsi con effetti spaventosi. 
Spesso mi dicevo: "Devo trovare un modo di sistemare Smaug. Ma ancora più urgente è un colpo diretto contro Dol Guldur. Dobbiamo ostacolare i progetti di Sauron. Bisogna che il Consiglio se ne occupi" >>

Gandalf dunque vuole "sistemare Smaug", ma come intende farlo?
E' qui che si sviluppa il piano per colpire il Nord di sorpresa, prima che le forze di Sauron siano pronte.
Il primo passo, come sappiamo, è quello di convincere Thorin a rivendicare il trono dei suoi antenati, sottraendo a Smaug l'Arkengemma, sulla quale tutti gli altri Principi dei Nani avevano giurato obbedienza.
Il secondo passo è quello di individuare chi, materialmente, può rubare quella gemma sotto il naso di Smaug.

E io: "Un momento! Tu Speri di vedertela con un Drago; il quale però non è solo grandissimo, ma è ormai molto vecchio e molto astuto. Fin dall’inizio della tua avventura, dovrai tener conto di questo: della sua memoria e del suo olfatto."
"Naturalmente" assicurò Thorin. "I Nani hanno avuto a che fare con i Draghi più di chiunque altro, e tu non stai parlando ad uno sprovveduto."
"Benissimo," replicai "ma non mi sembra che i piani da te elaborati prendano in considerazione quest’aspetto. Il mio è un piano basato sull’azione segreta e furtiva. Segreta e furtiva ho detto. Smaug non se ne sta sul suo prezioso letto senza avere sogni, Thorin Scudodiquercia. E sogna Nani! Puoi star certo che giorno per giorno, notte per notte, esplora la sua aula, finchè non è certo che non c’è nelle vicinanze il minimo sentore di Nano, prima di mettersi a dormire. E il suo è un sonno a mezzo, con le orecchie tese a cogliere il rumore di passi di Nano."
"Questa segretezza la fai sembrare difficile e disperata non meno di un attacco diretto" intervenne Balin. "Di una difficoltà insormontabile!".
"Si, è difficile" ammisi. "Ma non di una difficoltà insormontabile, altrimenti non sarei venuto qui a sprecare il mio tempo. Direi piuttosto che è assurdamente difficile, ed è per questo che intendo suggerire un’assurda soluzione del problema. Prendi con te uno Hobbit! Smaug probabilmente non ha mai sentito parlare di Hobbit, e certamente non ne ha mai sentito l’odore".
"Cosa?" insorse Glòin. "Uno di quei sempliciotti della Contea? A che cosa servirebbe mai, sopra o sotto questa terra? Che abbia pure l’odore che vuole, mai oserà avvicinarsi tanto da poter essere fiutato al più implume dei draghetti appena uscito dall’uovo."
"Su, su" dissi io "quello che dici non è bello. Tu non ne sai molto della gente della Contea, caro Glòin. Secondo me, tu li ritieni dei sempliciotti perchè sono generosi e incapaci di mercanteggiare; e li ritieni paurosi perchè a loro non vedi mai armi. Ma ti sbagli. E comunque sia, ce n’è uno sul quale ho messo gli occhi come tuo compagno, caro Thorin. E’ un tipo abile e intelligente, ma anche astuto e tutt’altro che temerario. E ritengo che abbia del fegato. Un grande coraggio, anzi, come è proprio della sua gente. Sono, se mi consentite, coraggiosi al momento opportuno. Questi Hobbit devi vederli nel momento del bisogno, per scoprire che cosa c’è in loro."
"E’ una prova che non si può fare" replicò Thorin. "A quel che ho potuto osservare, fanno sempre di tutto per evitare di trovarsi in difficoltà."
"Verissimo" convenni. "E’ gente con la testa sulle spalle. Ma l’Hobbit di cui ti parlo è alquanto fuori dal comune. Penso che non sia difficile persuaderlo a cacciarsi in un pasticcio. Ritengo anzi che, in cuor suo, in realtà lo desideri – desideri, se vuoi metterla così, un’avventura."
"Non a spese mie!" insorse Thorin alzandosi e passeggiando su e giu furibondo. "Questo non è un consiglio, questa è una buffonata! Non riesco a vedere che cosa un Hobbit qualsiasi, buono o cattivo, possa fare per ripagarmi di aver provveduto a lui per una giornata, posto che si riesca a persuaderlo a partire."
"Non riesci a vedere! Più probabilmente, non riusciresti ad udirlo" ribattei. "Gli Hobbit si muovono senza sforzo più silenziosamente di quanto non riesca a fare qualsiasi Nano al mondo, anche se ne andasse della sua vita. A mio giudizio, sono quelli con il piede più leggero tra tutte le specie mortali. E non mi sembra comunque che tu te ne sia reso conto, Thorin Scudodiquercia, mentre te ne andavi per la Contea producendo un rumore che, te lo posso dire io, gli abitanti potevano udire a un miglio di distanza. Dicendo che avevi bisogno di un’azione segreta e furtiva, intendevo riferirmi ad una segretezza professionale!".
"Segretezza professionale?" esclamò Balin, interpretando le mie parole in maniera alquanto diversa da quel che intendevo. "Stai parlando di un cacciatore di tesori addestrato? Se ne trovano ancora in giro?".
Esitai. Era un aspetto nuovo, e non sapevo bene come affrontarlo. "Penso di si" mi decisi finalmente a dire. "A pagamento, quelli sono disposti ad andare dove tu non osi, e in ogni caso non potresti, e trovare quel che desideri." Gli occhi di Thorin balenarono: nella mente gli si era risvegliato il ricordo di tesori perduti; ma poi disse con tono sprezzante:
"Un ladro a pagamento, insomma. Lo si può anche prendere in considerazione se il compenso non è troppo alto. Ma che cosa ha a che fare tutto questo con uno di quei paesani? E’ gente credulona, quella, incapace di distinguere una pietra preziosa da una perlina di vetro".
"Preferirei che non parlassi con tanta sicumera senza sapere come stanno le cose" replicai brusco. "Quei paesani vivono nella Contea da circa millequattrocento anni, e nel frattempo hanno avuto modo di imparare un sacco di cose. Hanno avuto a che fare con gli Elfi e con i Nani un migliaio d’anni prima che Smaug venisse nell’Erebor. Nessuno di loro è ricco come credevano i vostri avi, ma potrai costatare, caro Thorin, che alcuni di loro nelle proprie dimore hanno cose più belle di quante ne possa vantare tu. Lo Hobbit che ho in mente io ha splendide cose d’oro, mangia con posate d’argento e il vino lo bene da meravigliosi cristalli."
"Ah, finalmente capisco dove vuoi andare a parare" fece Balin. "E’ un ladro, dunque. E’ per questo che ce lo raccomandi?".

Resta però evidente il fatto che in qualche modo Smaug doveva essere ucciso.
Ma su questo punto Gandalf non si pronuncia.
I suoi poteri magici non sono forse in grado di contrastare quelli del drago?
Tolkien non ce lo dice, ma dalla reticenza di Gandalf sulla questione si può intuire che nemmeno lo stregone grigio, da solo, avrebbe potuto uccidere Smaug.
Occorreva dunque la mobilitazione generale e il sacrificio di tutto il Nord, compresi gli Uomini di Pontelagolungo, tra cui Bard, predestinato alla grandezza, e gli Elfi di Thranduil, che erano, nell'ottica della "realpolitik" gandalfiana, più "sacrificabili" rispetto agli Alti Elfi di Gran Burrone o di Lothlorien.

lunedì 17 settembre 2018

La Shekinah, la Sposa Segreta di Dio

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La maggioranza delle persone considera Dio, al maschile. Tuttavia una discussione dei miti ebraici non sarebbe completa senza un serio esame dei miti circa la Sposa di Dio. Questa figura divina è conosciuta come la Shekhinah.[14] Nessun mito ebraico subisce forse la radicale trasformazione in cui incorre la Shekhinah. Esiste un ciclo completo di miti della Shekhinah che inizia con la sua creazione da parte di Dio e rappresenta l'accoppiamento sacro della coppia divina, come anche i loro scontri e separazioni. Secondo questa tradizione, la Shekinah scelse di andare in esilio coi Suoi figli, i figli di Israele, al tempo della distruzione del Tempio.[15] Quando terminerà il Suo esilio?

Quando il Tempio, dimora della Shekhinah in questo mondo, verrà ricostruito al tempo dell'arrivo del Messia. Esiste persino un mito abbastanza impressionante, nello Zohar, che afferma che la malvagia Lilith ha soppiantato la vera Sposa di Dio nel reame divino.[16]

Questi miti rivelano inoltre l'esistenza di due Shekhinah, una che ha dimora in cielo e una che è discesa in terra. Tale ciclo rende chiaro che i tipi di interazione attesi dalla coppia divina, come quelli riscontrati nella mitologia greca e cananita – e in certo modo nella mitologia gnostica dei primi secoli dell'era cristiana – si trovano anche nei miti cabalistici di Dio e della Sua Sposa.[17] Tuttavia, soltanto nei miti ebraici – e quelli cabalistici in particolare – esiste l'implicazione che i due esseri mitici, Dio e la Sua Sposa, siano in realtà due aspetti dello stesso ente divino, di un Dio che contiene tutto, comprese le qualità maschili e femminili. Infatti, ciò viene affermato direttamente da Rabbi Menahem Nahum di Chernobyl: “Solo la Shekhinah e Dio insieme formano un'unità, poiché l'una senza l'altro non possono essere chiamati Uno.[18]

Trasformazione

Nelle sue prime menzioni nel TalmudShekhinah si riferisce alla Divina Presenza di Dio, quindi all'immanenza o permanenza di Dio nel mondo. Questa personificazione era collegata, in particolare, al senso di santità vissuto durante lo Shabbat e non si tentava ancora di implicare che la Shekhinah fosse indipendente da Dio, o che il termine si riferisse ad un aspetto femminile della Divinità. Invece il termine implicava la vicinanza di Dio, come narra questa omelia di Rabbi Akiva: "Quando un uomo e la sua sposa sono degni, la Shekhinah dimora tra loro; se sono indegni, il fuoco li consuma."[19]

Il Muro del Pianto di notte
Tuttavia alcuni miti rabbinici preparano le basi per la trasformazione ultima della Shekhinah in un essere indipendente. All'inizio questo uso del termine Shekhinah era inteso ad affermare che Dio rimaneva fedele ai figli di Israele e li accompagnava ovunque andassero. Col tempo tuttavia il termine venne ad essere identificato con l'aspetto femminile di Dio e acquisì un'indipendenza mitica. I miti che emergono nella letteratura cabalistica e chassidicarappresentano la Shekhinah come Sposa di Dio e regina dello Shabbat, personificandoLa quale figura mitica indipendente. In verità, esistono diverse altre identità connesse alla Shekhinah, che viene a volte ritratta come una principessa, una sposa, una donna anziana in lutto, una colomba, un giglio, una rosa, una cerva, un gioiello, una sorgente, la terra e la luna.[20] Queste sfaccettature multiple della Shekhinah suggeriscono che, come figura mitica, la Shekhinah ha assorbito una vasta gamma di ruoli femminili. Esiste una serie di miti sulla Shekhinah che si ritrovano nello Zohar e che formano un ciclo.[21] Alcuni di tali miti sono senza dubbio erotici nel descrivere l'accoppiamento sessuale tra Dio e la Shekhinah. Parte di questo ciclo include anche il più grande conflitto tra Dio e la Sua Sposa, sul fatto che Dio abbia permesso la distruzione del Tempio di Gerusalemme, dimora della Shekhinah. Ciò fa separare la Shekhinah da Dio e La fa andare in esilio coi Suoi figli, i figli di Israele. È qui che la Shekhinah ottiene un'indipendenza mitica, poiché è evidente che lo scontro avviene tra due figure mitiche. Dopo di ciò, la presenza della Shekhinah viene inserita in pieno nella tradizione. Prepara la via ad una serie di visioni ed incontri con la Shekhinah che sono associati in particolare con il Kotel ha-Ma'aravi, il Muro Occidentale del Monte del Tempio a Gerusalemme, in precedenza noto come il Muro del Pianto.[1]

Estensione della Divinità

In questi testi cabalistici e post-cabalistici, è apparente che, almeno da un punto di vista mitologico, la Shakhinah è diventata un'entità indipendente. Ciò nondimeno la Shekhinah viene ritenuta allo stesso tempo un'estensione o aspetto della Divinità, che era naturalmente necessario per poter sostenere il concetto essenziale del monoteismo. I veri adepti della Cabala non si preoccupavano di queste contraddizioni apparenti, ma per altri il pericolo di vedere la Shekhinah come divinità separata era palese. Ciò spiega il perché lo studio dei testi cabalistici non era permesso finché la persona non avesse raggiunto il quarantesimo anno.[22] Si riteneva che solo tale persona avesse le basi per non essere sopraffatto dai misteri cabalistici, mentre studenti più giovani e vulnerabili avrebbero potuto venirne stravolti.
Né l'evoluzione del mito della Shekhinah finisce col ruolo illustrato nello Zohar del XIII secolo. Le implicazioni dell'esilio della Shekhinah vennero estese nel XVI secolo da Rabbi Isaac Luria nel suo mito della Frantumazione dei Vasi e la Raccolta delle Scintille. Inoltre, nel XIX secolo Rabbi Nachman di Breslov narrò la storia allegorica della "Principessa Perduta", che allude ad un'identificazione della Shekhinah con una figura femminile interiore, molto simile al concetto junghiano dell'anima.[23]
Un'altra sottile identità della Shekhinah è offerta dalla tradizione talmudica che ogni ebreo riceve una neshamah yeterah, seconda anima, durante lo Shabbat: "Rabbi Shimon ben Lakish disse: 'Alla vigilia dello Shabbat il Santissimo, sia Egli benedetto, dà all'uomo un'altra anima, e alla chiusura dello Shabbat gliela toglie.'"[24] Tale seconda anima è l'esperienza interiore della Shekhinah. Rimane tutto lo Shabbat e si crede se ne vada dopo Havdalah, il rituale della separazione tenuto alla fine dello Shabbat. Questa seconda anima funziona come un tipo di ibbur, letteralmente una "fecondazione" in cui lo spirito di una figura santa si fonde con l'anima di una persona vivente, portando una fede e una saggezza più grandi.[25] Ma in questo caso è un'anima divina che si fonde con le anime degli ebrei durante lo Shabbat. Non è difficile identificare questa seconda anima con la presenza della Shekhinah, che è anche la Regina dello Shabbat. Certamente l'arrivo e la partenza della Regina dello Shabbat e l'arrivo e partenza di questa misteriosa seconda anima sono simultanee. Identificare la seconda anima con la Shekhinah è un modo di riconoscere la sacralità dello Shabbat sia internamente che esternamente. Secondo Rabbi Yitzhak Eizik Safrin di Komarno, un uomo poteva meglio scoprire la Shekhinah tramite la propria moglie. In Notzer Hesed Safrin asserisce che la Shekhinah dimora nell'uomo principalmente grazie a sua moglie, poiché l'uomo riceve illuminazione spirituale grazie al fatto di avere una moglie. Il rabbino descrive tale uomo posto tra due mogli: una, quella terrena, riceve da lui, mentre la Shekhinah dona a lui benedizioni.[1]

Cicli mitici


Iconografia della giara di Kuntillet Ajrud, con tre figure antropomorfiche e l'iscrizione «Yahweh [...] e la sua asherah»
Da tutti questi significati attribuiti alla Shekhinah emerge un ciclo di miti a Lei collegati. Alcuni di questi raffigurano l'unità di Dio con la Sua Sposa, mentre altri parlano della loro separazione. Il mito chiave, come già notato, è quello dell'esilio della Shekhinah, poiché nel momento che la Sposa va in esilio, la figura della Shekhinah diventa in gran parte indipendente dalla Divinità e assume un'identità differente. Tuttavia rimane la questione: può la Shekhinahesser considerata una dea? La sua condizione indipendente Le conferisce una parità? La risposta è più difficile di quanto non sembri. Da una parte, la natura dell'evoluzione della Shekhinah dal concetto di presenza di Dio in questo mondo a Sposa di Dio sembra mantenere l'identità della Shekhinah con Dio abbastanza fortemente da far venire dubbi circa il Suo ruolo simile a dea. Dall'altra però, il ruolo della Shekhinah che emerge durante l'era cabalistica può esser visto come una risurrezione del ruolo della soppressa dea Asherah nella tradizione ebraica antica.[26] In ultimo, il ruolo integrale della Shekhinah nel sistema della dieci Sefirot, dove la Shekhinah viene identificata con la sefirah finale di Malkhut, complica ulteriormente la faccenda. Sebbene la Shekhinah sembri avere alcuni aspetti della figura della dea, tale ruolo non è così chiaro come quello delle dee in altri tradizioni mitiche. Certo, la Shekhinahè la Sposa di Dio ma, allo stesso tempo, è l'aspetto femminile del Dio Unico, e questi ruoli esistono simultaneamente. Come si possono risolvere tali contraddizioni? Forse vedendo la tradizione mitologica nell'ambito dell'Ebraismo come uno sviluppo unico, un tipo di mitologia monoteistica.[27]
Da notare che il mito dell'esilio della Shekhinah è un mito in due parti. Nella prima fase, la Sposa di Dio va in esilio al tempo della distruzione del Tempio, mentre nella seconda fase, si verifica un ricongiungimento di Dio con la Shekhinah.[28] Tale ricongiungimento si verifica grazie alle attività di Israele nell'osservare i requisiti delle mitzvot, i precetti rituali della Legge, e nell'applicazione coscienziosa, o kavanah, delle preghiere. Quando tale ricongiungimento diventerà permanente, l'esilio della Shekhinah finirà e "la Shekhinah ritornerà al S/suo S/sposo e/come [lei/la sposa] si unirà a L/lui."[29] Tale sviluppo si collega all'arrivo del Messia, in quanto una delle conseguenze dell'era messianica è che il Tempio di Gerusalemme, che fu la dimora della Shekhinah su questa terra, sarà ricostruito. Poiché la Shekhinah era andata in esilio a causa della sua distruzione, la ricostruzione del Tempio rappresenterà la fine del Suo esilio. In tal modo i miti della Shekhinah e del Messia vengono collegati.[1]

Rituali associativi

Esistono vari rituali associati a miti ebraici come quelli della Shekhinah, che contribuiscono alla loro longevità. Il rituale più importante collegato al mito della Shekhinah è quello noto come Kabbalat Shabbat, ricreato da rabbi Isaac Luria nel XVI secolo, e nel quale i devoti vanno per i campi appena prima del tramonto alla vigilia dello Shabbat e danno il benvenuto alla Regina dello Shabbat. Luria ha trovato la base di questo rituale nel Talmud, quando Rabbi Haninah esce per salutare la Regina dello Shabbat.[30] Naturalmente, quando Luria formalizza questo rituale, il concetto della Regina dello Shabbat si era già evoluto in una figura mitica indipendente, e il rituale stesso diventa un tipo di adorazione della dea, ma nell'ambito dell'Ebraismo.[1]

La Sposa dello Shabbat

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Isaac Luria e Shabbat.
Questo tema ricorrente è meglio conosciuto grazie agli scritti e le canzoni del grande mistico del XVI secolo, Rabbi Isaac Luria. Qui di seguito una citazione dall'inizio del suo famoso inno allo Shabbat:[15]

Il Santo dei Santi, dimora della Shekhinah (Holman Bible, 1890)
"Canto gli inni
per entrare dalle porte
del Campo
delle mele sacre.
"Una tavola nuova
Le prepariamo,
un bel candelabro
sparge la sua luce su di noi.
"Tra destra e sinistra
la Sposa avanza,
in gioielli santi
e vesti festive..."
Un paragrafo dello Zohar inizia così:
« Bisogna preparare un comodo seggio con diversi cuscini e coperte ricamate, da tutto ciò che si trova in casa, nel modo in cui si prepara un baldacchino per la sposa. Poiché lo Shabbat è una regina e una sposa. Questo è il motivo per cui i maestri della Mishnah usavano uscire alla vigilia di Shabbat per riceverla sulla strada, e dicevano: Vieni, o sposa, vieni, o sposa! E bisogna cantare e gioire alla tavola in suo onore... si deve ricevere la Signora con molte candele accese, molte gioie, bei vestiti e una casa impreziosita da tanti ornamenti splendenti... »
La tradizione della Shekhinah quale Sposa dello Shabbat, la Shabbat Kallah, continua a tutt'oggi.[15]

Fonti ebraiche

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Letteratura rabbinica.
La Shekhinah viene indicata come manifesta nel Tabernacolo e nel Tempio di Gerusalemme in tutta la letteratura rabbinica. È inoltre descritta come presente negli atti della preghiera pubblica ("Ogni qualvolta dieci sono riuniti in preghiera, ivi la Shekinah riposa", TalmudSanhedrin 39a), in giudizio ("Quando tre siedono come giudici, la Shekinah è con loro", Talmud Berachot 6a) e nel bisogno personale ("La Shekhinah risiede sopra il capezzale del malato", Talmud Shabbat 12b); "Ovunque vengano esiliati, la Shekhinah va con loro", Meghillah 29a).
Il Talmud dice anche che la Shekhinah rimane con l'uomo né con tristezza, né per pigrizia, né per leggerezza, né per frivolezza, né per parlare, né per vane chiacchiere, ma solo per questioni di gioia in relazione ad un precetto, poiché si afferma "'Ma ora portatemi un suonatore'. E avvenne che, quando il suonatore arpeggiò, la mano del Signore fu sopra di lui." 2 Re 3:15 [Shabbat 30b]
La Shekhinah è associata con lo spirito trasformatore di Dio considerata una fonte di profezia:
« Poi arriverai alla collina di DIO, dov'è la guarnigione dei Filistei; e là, giungendo alla città, incontrerai un gruppo di profeti che scenderanno dall'alto luogo, preceduti da un'arpa, un tamburello, un flauto e una cetra, e che profetizzeranno.
Allora lo Spirito del SIGNORE ti investirà e profetizzerai con loro, e sarai cambiato in un altro uomo. »   (1 Samuele 10:5–6 [1])
profeti fecero numerosi riferimenti a visioni metaforiche della presenza di Dio, in particolare nel contesto del Tabernacolo o del Tempio, con figure come troni o mantelli che irradiavano il Santuario, e venivano tradizionalmente attribuiti alla presenza della ShekhinahIsaiaha scritto: "Io vidi il Signore assiso sopra un trono alto ed elevato, e i lembi del suo manto riempivano il tempio." (Isaia 6:1). Geremia implora: "Non disonorare il trono della tua gloria" (Geremia 14:21) e si riferisce al "Trono di gloria eccelso fin dal principio è il luogo del nostro santuario." (Geremia 17:12). Il Libro di Ezechiele parla della "gloria del DIO d'Israele, simile alla visione che avevo visto nella pianura." (Ezechiele 8:4)

Dio e gli angeli

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: DioAngeloGerarchia degli angeli e Metatron.

Visione del profeta Ezechiele
Degno di nota è il fatto che il pantheon ebraico rappresenti altri esseri divini, che assistono Dio nel governo dei cieli e della terra. L'angelo Metatron, per esempio, non solo è descritto come una scriba celeste, ma si afferma anche comandi gli angeli e controlli che la volontà e i decreti di Dio siano realizzati in cielo come in terra. Queste figure funzionano in un modo che ricorda il Dio-Creatore gnostico (il Demiurgo), che si dice abbia plasmato l'universo fisico. Ma le figure demiurgiche della tradizione ebraica sono scelte da Dio e rimangono a Lui sottoposte, come nel caso di Metatron, che viene identificato come lo Yahveh minore. Inoltre, mancano di quei toni maligni posseduti dal demiurgo gnostico Ialdabaoth, figura demoniaca descritta nell’Apocrifo di Giovanni. Ciò nondimeno, Metatron e altre figure demiurgiche ebraiche funzionano come divinità e condividono i doveri di governare i mondi superiori ed inferiori insieme a Dio.[31]
Sebbene i miti primari di Metatron si ritrovino nei libri di Enoch, riferimenti a Metatron esistono anche nel Talmud,[32] in cui un commentario del versetto dove Dio dice a Mosè: "Sali verso il Signore" (Esodo 24:1), viene interpretato a significare che Metatron, e non Dio, parlò a Mosè: "Un eretico disse a rabbi Idith: 'È scritto, Poi Dio disse a Mosè: Sali al Signore. Ma certo avrebbe dovuto dichiarare 'Vieni da Me!' Rabbi Idith rispose, 'Fu Metatron che parlò a Mosè, poiché il suo nome è simile a quello del suo Signore, dato che sta scritto, Poiché il mio Nome è in lui (Esodo 23:21).' 'In tal caso', disse l'eretico, 'lo dovremmo adorare!'"
Questa è una discussione impressionante da riscontrarsi nel Talmud, il testo ebraico più sacro dopo la Bibbia, poiché dimostra che un ruolo quasi divino viene attribuito a Metatron anche da alcuni degli antichi rabbini. Quindi, mentre l'Ebraismo veniva trasformato dal suo modello biblico al modello rabbinico e in seguito a quello cabalistico e poi chassidico, esistevano versioni multiple di Ebraismo che venivano osservate, quelle dell'élite istruita e quelle del popolo. Anche tra l'élite c'erano comunque molte sette, alcune che enfatizzavano gli insegnamenti mistici, come i Misteri della Creazione ed il significato della visione di Ezechiele del Carro divino,[33] altri che descrivevano escursioni paradisiache, e altre ancora che si concentravano su personaggi demiurgici come Enoch. Inoltre, esistono anche sorprendenti miti di investitura su AdamoGiacobbeMosè, Re David e il Messia, in cui ognuno assume un ruolo quasi demiurgico.[34] Cioè, costoro sono scelti da Dio ad assistere nel governo del mondo. Alcuni di questi miti, come quello di Giacobbe, furono forse ispirati da versetti biblici come quelli di Geremia 10:16Non è tale l'eredità di Giacobbe, perché egli ha formato ogni cosa. Israele è la tribù della sua eredità, Signore degli eserciti è il suo nome. Sebbene la maggioranza di tali miti di investitura si riscontrino negli Pseudoepigrapha - gli insegnamenti non canonici dell'Ebraismo - alcuni di essi, come quelli di Metatron e di Giacobbe, possono ritrovarsi in fonti rabbiniche standard. In ogni caso, l'esistenza di questi miti dimostra l'esistenza di alcune sette ebraiche le cui vedute mostrano evidenza di dualismo.[1]
Letti insieme, questi miti rivelano un ritratto di Dio molto più complesso di quanto non ci si possa aspettare, specialmente sul ruolo di Dio nella Creazione e nel governo del mondo, e dello speciale rapporto con il popolo di Israele. Rivelano inoltre come generazioni di rabbini e mistici abbiano tentato di definire il piano di Dio nel creare il mondo e cosa rivelassero tali intenzioni sulla vera natura di Dio. Allo stesso tempo, questi miti mostrano che Dio nel Suo aspetto, nelle Sue attività quotidiane, nelle Sue gioie e sofferenze, sia molto simile al Suo popolo. In realtà, il ritratto di Dio che ne deriva è quello di una figura altamente compassionevole, raffigurato in quella varietà di emozioni, oscure ma anche leggere, che caratterizzano le Sue creature umane.[1]

Note

Jewish Encyclopedia, New York, Funk and Wagnalls, 1901–1906.
  1. ^ a b c d e f g h i Howard Schwartz, The Mythology of Judaism, Oxford University Press, 2004, pp. XLVI-L.
  2. ^ I testi Heikhalot non fanno tecnicamente parte degli Pseudoepigrafi poiché non si focalizzano su narrative di figure bibliche, ma piuttosto su rabbini come Rabbi Akiva e Rabbi Ishmael. Per ulteriori informazioni sui testi Heikhalot, cfr. The Hidden and Manifest God: Some Major Themes in Early Jewish Mysticism di Peter Schäfer.
  3. ^ B. Bava Metzia 59b. Si veda “The Rabbis Overrule God”, p. 67. Il termine ebraiconitzhuni significa “sconfitto” o, in senso giuridico, “invalidato/annullato“.
  4. ^ Yehuda Liebes, “Myth vs. Symbol in the Zohar and in Lurianic Kabbalah”, in Essential Papers on Kabbalah, curato da Lawrence Fine, p. 212.
  5. ^ “God and the Spirits of the Unborn”, p. 140.
  6. ^ “The Dew of Resurrection”, p. 504.
  7. ^ “God's Presence at the Red Sea”, p. 385.
  8. ^ “The Term Kivyakhol and its Uses” in Biblical Myth and Rabbanic Mythmaking di Michael Fishbane, pp. 325-401.
  9. ^ “On Reading the Midrash” di Henry Slonimsky, p. 6.
  10. ^ Questo versetto di solito viene tradotto “Io sono il Signore Dio tuo", in cui "il Signore" sostituisce YHWH, il nome primario di Dio, che viene reso in [[lingua italiana|]] con "Yahveh" o anche "Geova". Tradizionalmente era proibito pronunciare YHWH, e venivano quindi usati nomi come Adonai o ha-Shem (il Nome). Tuttavia queste sostituzioni oscurano l'identità mitica di Yahveh e fanno quindi parte della tendenza demitologizzante dell'Ebraismo. In questo libro sia “Yahveh” che "il Signore" sono stati usati per tradurre YHWH.
  11. ^ Nel diagramma dell'Albero della Vita, al centro si trova la colonna dell'equilibrio che da Keter, attraverso Tiferet e Yessod, raggiunge Malkhut. A destra e sinistra di Keter si dipartono altre due colonne: quella della Grazia, attraverso Khokhmah, Chessed e Nezakh; quella della severità risalendo attraverso Hod, Ghevurah e Binah. In alcuni manoscritti rinascimentali del Cinquecento, il diagramma delle Sefirot, in quanto emanazione divina, si moltiplica a sua volta indefinitamente. Questa raffigurazione si trova nel testo "Otzrot chayyim (I tesori della vita)" di Hayim Vital.
  12. ^ Moshe IdelKabbalah: New Perspectives pp. 137-141.
  13. ^ Responsa Ribash nr. 157. Cfr. Decoding the Rabbis di Marc Saperstein, p. 269, nota 95, dove il termine del Dio delle dieci volte viene chiamato “la Decimità”.
  14. ^ שכינה ascolta[?·info], reso talvolta dagli omofoni ShechinahShekinaShechinaSchechinah. La sua etimologia è connessa al verbo לשכון (lishkhon; radice ש-כ-נ, ShKN), in italiano dimorare, e può essere resa letteralmente come "dimora", "abitazione": Mishkanמשכן (radice ש-כ-נ, ShKN).
  15. ^ a b c Ronald L. Eisenberg, The JPS Guide to Jewish Traditions, The Jewish Publication Society, 2004.
  16. ^ Zohar 2:118ª-118b, 3:69ª, 3:97ª. Cfr. “Lilith Becomes God's Bride”, p. 59.
  17. ^ Molti studiosi hanno riscontrato una vena fortemente gnostica nel Sabbatianesimo, la versione di Ebraismo proposta da Sabbatai Zevi, il pretendente messianico del XVII secolo, e dai suoi seguaci. La Cabala lurianica, che ha essa stessa uno sfondo gnostico, fu la base intellettuale del movimento sabbatiano. Per Abraham Miguel Cardoso, uno dei sabbatiani più importanti, il Dio Creatore dell'Ebraismo è un'entità distinta dall'Essere Supremo (“Causa Prima”), e inferiore all'Essere Supremo. Ciò non si distacca molto dalla credenza gnostica che il Dio delle scritture ebraiche sia un demiurgo malvagio, diverso dal Dio più alto che è buono. Tuttavia, per Cardoso, l'essere inferiore è il vero Dio, che deve essere adorato. La dottrina di Cardoso è quella di un Dio limitato, che richiede l'assistenza umana ed è suscettibile di morte parziale e rinascita. Cfr. Gershom ScholemSabbatai Zevi, e Abraham Miguel Cardoso: Selected Writings, tradotto da David J. Halperin, in particolare pp. 64-67 (EN) .
  18. ^ Meor Enayim. Qui la Shekhinah viene identificata come Knesset Israel, la Comunità di Israele, che è uno dei molti nomi della Shekhinah. Cfr. Elliott K. Ginsburg, The Sabbath in the Classical Kabbalah, p. LXXIX., per una discussione di tali nomi. Meor Enayim è un testo chassidico che presenta un commentario dello Zohar 3:93a, che parla di come Dio e la Comunità di Israele siano separate, e cita Zaccaria 14:9 per descrivere come la loro riunificazione ripristinerà la completezza di Dio: In quel giorno ci sarà un Signore ed il Suo nome Uno e lo Zohar aggiunge: “Ma uno senza l'altra non è chiamato Uno.” Naturalmente, poiché Knesset Israel si riferisce anche al popolo di Israele, ciò suggerisce anche uno sposalizio tra Dio (lo Sposo) ed il Popolo di Israele (la Sposa). In verità entrambe le letture sono corrette, dato che le identità ed i fati della Shekhinah e del popolo di Israele sono così strettamente congiunti: non sono viste come due identità, ma due facce della stessa entità. Cfr. “The Wedding of God and Israel”, p. 305.
  19. ^ B. Sota 17a.
  20. ^ Nell'indice del suo libro, The Sabbath in the Classical Kabbalah, cit., pp. 334-336, Elliot K. Ginsburg elenca 79 identità simboliche associate con la Shekhinah, tra cui Arca, letto, Sposa, candela, camera, Comunità di Israele, specchio oscurato, tenebre, sorella, diadema, colomba, campo, fiamma, giardino, porta, cuore, Santo dei SantiGerusalemmeluna, madre, principessa, regina, rosa, Sabbath, sorella, anima, fonte, Tabernacolo, tempio, trono, albero, pozzo e grembo. La natura estesa di tale lista rivela il ruolo indispensabile della Shekhinah nel pensiero cabalistico. Per la rinomata allegoria della Shekhinah come bella vergine in un palazzo, si veda lo Zohar 2.98b-99a. Per l'allegoria della cerva, cfr. Zohar 3.249a-249b.
  21. ^ Howard Schwartz, The Mythology of Judaism, cit., pp. 47-66.
  22. ^ MaimonideHilkot Avodat Kohanim 1:3; Shulkhan Arukh, Torah De'ah 246. Cfr. "On the History of the Interdiction Against the Study of Kabbalah Before the Age of Forty" (HE) di Moshe IdelAJS Review 5 (1980) 1-20.
  23. ^ Sippurei Ma'asiyot.
  24. ^ B. Betzah 15b-16a. Cfr. "The Second Soul", p.310.
  25. ^ Hayim VitalSha'arei Kedushah 3, Sha'ar ha-Gilgulim, Introduzione 2, e Sefer ha-Gilgulim 5. Vital definisce la possessione dell'ibbur come segue: "Se una persona fa del tutto per purificarsi, in modo che proprio la radice della sua anima gli si riveli, egli può essere fecondato dall'anima di uno Tzadik, vivo o morto, che lo aiuterà a trascendersi completamente." Per esempi di racconti ibbur, cfr. "A Kiss from the Master" in Gabriel's Palace: Jewish Mystical Tales, pp. 79-80 e "The Tefillin of the Or Hayim" nello stesso libro, pp. 117-118.
  26. ^ Asherah (ugaritico:'ṯrtebraico: אֲשֵׁרָה), nella mitologia semitica è la Grande Madresemitica, che compare in un grande numero di fonti tra cui testi in accadico come Ashratum/Ashratu e in ittita come Asherdu(s)Ashertu(s)Aserdu(s) o Asertu(s). Asherah è generalmente considerata coincidente con la dea ugaritica Athirat (nome è più correttamente traslitterato come ʼAirat). Cfr. "Asherah, the Tree of Life and the Menorah : Continuity of a Goddess symbol in Judaism?" di Asphodel P. Long (1996); dello stesso autore anche "The Goddess in Judaism - An Historical Perspective" (EN)
  27. ^ Il monoteismo biblico viene spesso descritto come "monoteismo esclusivo", a significare che nega l'esistenza o almeno l'importanza di qualsiasi altra divinità all'infuori del Dio Unico. David J. Halperin, nel suo "Myth and History in 17th Century Judaism", asserisce che anche i greci avevano il monoteismo, che chiama "monoteismo inclusivo", in cui i Molti sono riconosciuti come aspetti legittimi dell'Uno. Halperin suggerisce che la Cabala è una forma di "monoteismo inclusivo", dove i Molti sone le Sefirot e l'"Uno" è la divinità definita dalle Sefirot. Ciò fornisce un indizio sulla natura della mitologia monoteista dell'Ebraismo, per lo meno secondo la Cabala. Cfr. Halperin, "Myth and History in 17th Century Judaism", in The Seductiveness of Jewish Myth curato da S. Daniel Breslauer, State University of New York Press, 1997.
  28. ^ Nello Zohar 1:22a questo mito è descritto in termini dell'interazione delle Sefirot: la Shekhinah, identificata con la sefirah Malkhut, si riunisce con l'aspetto maschile di Dio, identificato dalla sefirah Tiferet. Questo è un tipico esempio di interazione sefirotica che i cabalisti affermano sottostia ad ogni processo mitico, in particolare quelli che implicano Dio e la Shekhinah. Da notare che la prospettiva sefirotica di questi processi elimina in gran parte la dimensione mitica e li trasforma nell'interazione tra emanazioni divine (sebbene si potrebbe dibattere che le emanazioni divine siano loro stesse mitiche). Per i cabalisti, le tradizioni sia mitiche che sefirotiche venivano considerate ugualmente valide ed erano mantenute simultaneamente.
  29. ^ Tikkunei ha-Zohar, Tikkun 63:94b.
  30. ^ B. Shabbat 19a.
  31. ^ Nello gnosticismo, dottrina altamente dualistica che fiorì nei primi secoli e.v., questo mondo è la creazione di una divinità inferiore malvagia, nota come il "demiurgo", che funziona sia come Dio-Creatore sia come Sovrano del Mondo. Sopra tale divinità c'è un Dio remoto, benevolo, superiore al demiurgo e alla sua creazione difettosa e malvagia, un Dio che gli gnostici percepivano come fonte dell'anima umana e la sola speranza di salvezza. Nel Timeo di Platone, il demiurgo è l'"artigiano" (significato letterale della parola greca), che creò questo cosmo perfetto. Per gli gnostici il cosmo è malvagio e quindi il demiurgo/creatore è malvagio. Il Dio "buono" nello gnosticismo, che si oppone al demiurgo, è una divinità extracosmica, che viene a redimere l'anima umana dalla schiavitù. Resoconti di personaggi che governano il cosmo come Metatron nella tradizione ebraica indicano un'influenza gnostica, dove Dio rappresenta il dio buono superiore, e Metatron (o altra figura principale) rappresenta la figura demiurgica. A dire il vero, Metatron viene a volte identificato come lo "Yahveh minore". Tuttavia, mentre esiste chiara evidenza, specie nei Rotoli del Mar Morto e alcuni altri testi degli Pseudoepigrapha come il Libro dei Giubilei e il Testamento dei patriarchi, di un'influenza dello gnosticismo sull'Ebraismo, è importante riconoscere che lo gnosticismo afferma un demiurgo malvagio, mentre ciò non è il caso per l'Ebraismo. Inoltre, in alcune sette gnostiche non ebree, il Dio delle Scritture ebraiche è identificato come demiurgo malvagio ed i Suoi comandamenti come regole arbitrarie di un tiranno - dottrina reputata eretica dalla Chiesa cristiana. Cfr. Alexander Altmann, "The Gnostic Background of the Rabbinic Adam Legends", nel suo Essays in Jewish Intellectual History, pp. 1-16. Per i testi gnostici primari, cfr. James M. Robinson (curatore), The Nag Hammadi Library: A Translation of the Gnostic Scriptures.
  32. ^ B. Sanhedrin 38b.
  33. ^ Le due fonti primarie nella Cabala sono Ma`aseh Bereshit, i Misteri della Creazione, cioè lo studio della Creazione come viene presentato nella Genesi, e Ma`aseh Merkavah, i Misteri del Carro, cioè lo studio della visione di Ezechiele nel primo capitolo del Libro di Ezechiele.
  34. ^ Sebbene la maggioranza di questi miti si riscontrino negli Pseudoepigrapha - quindi al di fuori degli insegnamenti ufficiali dell'Ebraismo - alcuni, come quelli su Metatron e Giacobbe, derivano da fonti rabbiniche standard. Cfr. "The Enthronement of Adam", p. 131; "The Metamorphosis and Enthronement of Enoch", p. 156; "Jacob the Divine", p. 366; "The Enthronement of Moses", p. 388; "King David is Crowned in Heaven", p. 395; "The Enthronement of the Messiah", p. 487.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]