martedì 2 marzo 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 112. Il Visconte dimezzato

 

Ai primi di giugno, Roberto ricevette per posta un bizzarro invito, da parte di un certo notaio Benito Papisca, che invitava "la Signora Vostra a presentarsi alle ore 16.30 presso lo studio notarile associato Papisca & Parronchi per comunicazioni importanti".
Si illuse di aver ereditato qualcosa da qualche lontanissimo parente deceduto, ma non gli risultava che fosse morto nessuno.
Ne parlò coi suoi, i quali rimasero perplessi, e si offrirono di accompagnarlo, considerando anche il fatto che era ancora minorenne, ma Roberto, con la stupidità tipica degli adolescenti, volle assolutamente andarci da solo.
Raggiunse a piedi l'indirizzo, che era nel quartiere costruito ai tempi del fascismo, tra il centro storico e il viale della stazione.
Lo studio si trovava al secondo piano di una palazzina quadrata, piuttosto anonima, che fungeva anche da residenza del notaio.
Le 16.30, l'ora degli adulteri, come spiega Antonio Caprarica ne "Il romanzo dei Windsor", in cui descrive accuratamente le scappatelle dei discendenti della regina Vittoria.
Al citofono, gli rispose il notaio in persona, che gli aprì immediatamente la porta, aspettandolo nell'atrio delle scale, come se fosse l'usciere di un motel di infima categoria in corso di smantellamento.
Era tutto molto sospetto.
Il notaio era un uomo stempiato di una certa età, con tanto di baffi resi giallastri dalla nicotina, sguardo severo e aria solenne.
Aveva in mano un orologio da taschino, piuttosto malconcio, come anche il suo completo abito gessato, e la prima cosa che disse fu:
<<Lei è in leggero anticipo, ma la conduco direttamente nel salotto dove, se sarà d'accordo, avverrà l'incontro>>
Roberto si bloccò:
<<Quale incontro?>>
Il notaio si guardò intorno con diffidenza, poi, a bassa voce:
<<Le comunicazioni a cui faceva riferimento il mio biglietto riguardano il fatto che Sua Signoria il visconte Bartolomeo Visconti è disposto a concederle un po' del suo tempo, questo pomeriggio
E' un grande onore e spero che lei ne sia consapevole e accetti tale invito>>
Il primo istinto di Roberto, in circostante normali, sarebbe stato quello di fuggire, ma cercò di controllarsi:
<<Mi scusi, ma questa procedura mi sembra piuttosto irrituale, tenendo anche contro del fatto che sono minorenne>>
Il vecchio lo fissò con sdegno:
<<Il Visconte ha richiesto la mia mediazione esclusivamente per questioni di riservatezza. Lei naturalmente non è obbligato a partecipare, e se vuole può invitare i suoi tutori legali, ma è mio dovere comunicarle che è nel suo interesse chiarire privatamente alcune questioni personali con Sua Signoria>>
Più che un notaio sembrava un maggiordomo in pensione con pulsioni omicide.
Roberto si chiese se corresse dei reali pericoli e alla fine "mise le mani avanti":
<<I miei familiari sanno che io sono qui, da lei. Se per qualche sfortunata evenienza dovesse succedermi qualcosa, sarà lei a doverne rispondere. Ma immagino che questo già lo sappia>>
Il notaio annuì, lisciandosi i baffi e facendo un cenno di invito:
<<Suvvia, non sia pavido, il Visconte vuole solo parlarle in privato. Tra poco sarà qui ed è meglio che lei entri e si accomodi nel salotto. La mia cameriera servirà il tè e le garantisco che non è avvelenato>>
Si concesse un sorriso, come se avesse detto una battuta estremamente originale.
Roberto, pur chiedendosi chi gliel'avesse mai fatto fare tutto quell'assurdo pellegrinaggio in casa di gente con cui avrebbe preferito non aver nulla da spartire, decise, alla fine, di correre il rischio.
Il vecchio gli fece strada nell'appartamento del primo piano, fino ad un tetro salotto, con mobili scuri, divani in pelle nera e, in un angolo, un busto marmoreo del Duce.
Il notaio si appoggiò alla finestra, estraendo un sigaro dalla tasca della giacca e un accendino d'oro dall'altra tasca. Incominciò ad armeggiare per accendere quel maleodorante toscano, del cui fumo l'aria del salotto era già impregnata, e invitò Roberto a sedersi in una poltrona di fianco ad un vecchio camino affumicato, che rendeva l'aria ancora più irrespirabile.
Mentre Roberto sprofondava nella poltrona, il vecchio tricheco dichiarò:
<<Il Visconte è un grand'uomo, molto generoso, un vero filantropo. Ed è anche umile, riservato, sobrio. Non ha alcun pregiudizio ed è sempre disposto a confrontarsi con i giovani, a sostenere i loro progetti, a consigliarli. Uomini così ne sono rimasti pochi, di questi tempi>> 
Roberto si era fatto un'idea completamente diversa, quando aveva incontrato il Visconte a Bertinoro, per cui la sua espressione rimase dubbiosa.
Dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante, in cui l'avvocato lucidò con grande attenzione e meticolosità il cranio del Duce, alla fine il campanello suonò e il visconte Visconti-Ordelaffi fece il suo ingresso, con un mezzo sorriso, mentre l'altra parte della bocca rimaneva seria.
Roberto si alzò per cortesia e gli tese la mano: il Visconte ricambiò la stretta con aria magnanima e poi si accomodò sulla poltrona degli ospiti di riguardo.
Il notaio borbottò qualcosa riguardo al tè e al caffè, e poi si dileguò.
Bartolomeo venne subito al nocciolo della questione:
<<Mia moglie e mia figlia non sanno niente di questo incontro ed è meglio che la cosa resti tra noi.
Io non voglio fare la parte del cattivo, per cui devo, almeno temporaneamente, accettare l'idea che tu sia molto amico di Aurora. Lei ha tanti corteggiatori molto migliori di te, sotto ogni punto di vista, ma in questo periodo, non so per quale ragione, ti si è affezionata. E uso questa parola, "affezionata", perché conosco bene mia figlia e so che non è innamorata, nemmeno infatuata... nutre solo dell'affetto, per te, come ci si può affezionare ad un cane... senza offesa per i cani, naturalmente>>
Quel discorso offensivo non suscitò, almeno all'inizio, una reazione di rabbia, in Roberto, ma soltanto una maggiore consapevolezza della propria vulnerabilità, riguardo al dubbio che Aurora non lo amasse davvero, o non fosse convinta dei propri sentimenti, per cui rimase in silenzio.
Bartolomeo continuò con la sua requisitoria:
<<Non è la prima volta che succede. Nei casi precedenti io ho lasciato semplicemente che si stancasse dei suoi favoriti di turno e questo accadeva nel giro di tre o quattro mesi.
Stavolta però ci sono alcun problemi: mia moglie Antonietta ti venera, e sta usando tutta la sua influenza per farti apparire, agli occhi di Aurora, come il "principe azzurro".
Antonietta è ancora rimasta ai tempi di Casemurate, e chi viene da lì è come se venisse da Marte...  Ma che cos'avete da quelle parti? Cosa c'è che vi rende così strani?
Ci sono stato alcune volte e mi è sembrato di tornare indietro di secoli e secoli. 
E voi andate perfino fieri della vostra arretratezza! Ci costruite sopra dei poemi, delle leggende, dei miti... io non capisco...>>
Roberto avrebbe potuto scrivere un romanzo, al riguardo, e forse un giorno l'avrebbe anche fatto, ma era difficile rispondere sinteticamente a quella domanda:
<<Si tratta di tradizioni millenarie, che hanno trovato però riscontri archeologici, linguistici, ambientali e persino genetici. Sono storie che risalgono a prima ancora che venissero i Romani a scavare il Bevano per drenare le paludi. Il Bevano deriva il suo nome proprio dal fatto che "beve" l'acqua di tutti i fossi da Bertinoro fino a Classe. Prima c'erano zone selvagge in mezzo a una palude, che i Romani chiamarono Vallis Candiana e che non riuscirono mai a bonificare del tutto.
Ciò che ne resta è oggi chiamato Valle Standiana, ed è un luogo dove si pratica il canottaggio.



La centuriazione romana si fermò a ovest del Bevano e a est del Savio, e quindi non è mai arrivata a Casemurate. Il borgo è nato nel Medioevo, intorno al castello della Casa Murata, fondato da Bernardo Orsini nel 1280 per presidiare l'incrocio tra la via Cervese e la via Decumana.
Ma in quel sito, nell'antichità, c'era un'isola verde circondata da stagni, con una foresta: lì si erano insediati i Galli Senoni, e ci sono rimasti anche dopo la conquista romana
Era la loro terra: vivevano nei boschi, cacciando, e nelle paludi, pescando le anguille, e nei pascoli, allevando il bestiame. Lì trovarono rifugio anche i Galli Lingoni, dopo che i Romani li sconfissero.
E con i Galli c'erano i druidi e le sacerdotessecome nella mitica Avalon, o Ynis Witrin in gallese, l'odierna Glastonbury Tor, nel Somerset, in Inghilterra >>








Il Visconte sorrideva sprezzantemente con una mezza bocca, ma l'altra mezza era imbronciata:
<<Ci manca solo che paragoni Villa Orsini a Camelot e te stesso ad Artù e avrai toccato il massimo del ridicolo. Queste chiacchiere potranno incantare mia moglie e mia figlia, ma non certo me!
Tu sei come "il Cavaliere Inesistente", che vi hanno fatto studiare l'anno scorso. Sì, io seguo da vicino l'istruzione di mia figlia. Non vorrei che quei professori comunisti le instillassero strane idee.
L'unica cosa reale, nel tuo mare di chiacchiere, è che hai tentato malamente di nascondere dietro nomi altisonanti la questione di quelle fattucchiere che si fanno chiamare "signore delle paludi", come se fosse un grande onore.
Mio suocero dice esistono ancora, nascoste da qualche parte all'interno del Feudo Orsini. Si racconta persino che siete venuti a patti con loro. Non dev'esserne derivato nulla di buono.
E pensare che gli Orsini erano stati inviati dal Papa per recuperare quei territori alla Chiesa! 
Ma a quanto pare hanno fallito anche in questo>>
Punto sul vivo, Roberto replicò:
<<Non è vero! Niccolò III Orsini mandò due nipoti. Il primo, Bertoldo, il Conte di Romagna, fallì e tornò a Roma, dove diede origine ai rami meridionali della famiglia.
 Ma l'altro nipote, Bernardo Orsini, meno noto, ma più abile, divenne il primo Conte di Casemurate, e fondò il Feudo che esiste tutt'ora. Bernardo fu fedele al Papa, ma fu anche un abile diplomatico. Non ci fu una caccia alle streghe, ma nemmeno patti! Vennero tenute sotto controllo, e confinate nell'ultima area non bonificata. Il resto è pura superstizione!
Il Feudo è un baluardo contro ogni influenza negativa.
E comunque, se proprio vuole fare dei paragoni, io mi sento più simile a Merlino che ad Artù o ai suoi cavalieri>>
Bartolomeo inspirò a pieni polmoni l'aria affumicata di quel tetro salotto:
<<E ti ci vorrebbe proprio una bella magia per risollevare le sorti del Feudo!
E anche se fosse, Diana Orsini ne controlla solo un terzo. I rimanenti due terzi, come ha verificato il notaio Papisca, sono controllati dai marchesi Spreti e dai visconti Zanetti. 
La quota dei Monterovere è piccola, come anche quella nell'azienda omonima, escavatrice dei canali. Tu e i tuoi vi siete fatti spennare come polli: vi hanno liquidato con quattro soldi, che voi state sperperando col vostro tenore di vita da gran signori che credono ancora di esserlo. E quando finiranno i soldi, dove attingerete? Non certo dalle casse della mia azienda!
L'unico Monterovere che sta dalla tua parte è tuo zio Lorenzo, il barone universitario. Lui sì che è un vero mago! Fa parte di una setta, o qualcosa del genere. Dicono che abbia amici potenti>>
Roberto all'epoca non sapeva quasi niente al riguardo:
<<Non saprei. Non vedo Lorenzo da anni e non mi ha mai detto nulla riguardo a questa presunta setta. Lei me lo presenta come un "Barone Rampante", per rimanere in tema, ma si sbaglia: è un uomo coltissimo e un grande studioso e maestro, non interessato al carrierismo.
E comunque non le consento di fare i conti in tasca alla mia famiglia. 
Lei sbaglia sia riguardo alla consistenza delle nostre quote, sia riguardo al nostro tenore di vita: noi siamo gente che lavora e che risparmia, due cose che i Visconti-Ordelaffi non hanno mai appreso>>
Il Visconte serrò i pugni delle mani, ma poi riuscì a dominare la propria ira, e sorseggiò la sua tazza di tè. Alla fine parlò con voce grave:
<<No, Roberto, la verità è che io sono come diviso in due.
Una metà di me ritiene che tu sia il classico pseudo-intellettuale buono a nulla, un saputello totalmente incapace nelle cose pratiche, proprio come i tuoi genitori, e dunque sei l'ultima persona che vorrei vedere al fianco di mia figlia, anche solo come amico.
Potresti avere un'influenza negativa su di lei e traviarla dalla retta via che io con tanta pazienza ho tracciato per lei fin da quando era bambina.
Aurora studierà economia all'università e un giorno mi succederà alla guida delle mie aziende>>





Roberto annuì:
<<Se è quello che Aurora desidera, non sarò certo io a dissuaderla. E' una scelta di Aurora, sua e soltanto sua>>
Il Visconte si accigliò:
<<Ecco, è proprio questo tipo di discorso che io non approvo. Aurora è la mia unica figlia ed è suo dovere prendere il mio posto in azienda, quando sarà il momento. Se la lasciassi libera di scegliere, potrebbe cedere al suo lato romantico e poetico, una cosa che ha preso da sua madre, naturalmente. Tu e Antonietta, insieme, potreste alimentare queste romanticherie. 
Mi è stato detto che tu vai meglio nelle materie letterarie, il che spiega tutto>>
Aveva pronunciato "materie letterarie" con un disprezzo misto ad orrore, come se si trattasse di materiale pedo-pornografico.
Roberto però volle chiarire un punto:
<<Vado meglio nelle discipline umanistiche, ma non ho ancora deciso cosa studiare all'università. Potrei persino scegliere anch'io economia, o agraria, se volessi impegnarmi nel Feudo Orsini>>
Bartolomeo lo fissò a lungo, come se stesse per porgli una domanda di rilevanza metafisica, poi chiese:
<<Per che squadra tieni?>>
Roberto cadde dalle nuvole. In casa sua non si parlava mai di cose del genere.
<<In che senso?>>
<<Il calcio, ovviamente!>>
<<Non vedo cosa c'entri col nostro discorso. Comunque non tifo per nessuno, non mi interessa>>
Il Visconte si accigliò ulteriormente:
<<Male, molto male! Io credo che chi gioca in squadra impari meglio a relazionarsi con gli altri. Ho voluto che Aurora praticasse uno sport di squadra fin da piccola, e per una ragazza l'ideale è la ginnastica ritmica. E se la sta cavando abbastanza bene, anche se dovrebbe impegnarsi di più. Ma io capisco che a quest'età le distrazioni sono tante.
Aurora comunque sa fare un po' di tutto: fin da bambina ha preso lezioni di danza classica, moderna e contemporanea, equitazione, tennis, sci, golf, nuoto, barca a vela, pattinaggio e pallavolo. Conosce quattro lingue straniere, sa suonare il pianoforte e il flauto. Partecipa attivamente alle iniziative filantropiche del Rotaract, frequenta la British School, e soprattutto è stata educata all'autocontrollo, alla completa padronanza sui propri istinti.
Ha iniziato anche l'apprendistato in azienda e mi ha accompagnato in molti viaggi all'estero.
Questa è Aurora Visconti-Ordelaffi di Bertinoro.
Ma tu, invece, che cosa sei? Cosa sai fare, oltre che studiare e leggere? Quali sono le tue attitudini e le tue esperienze? Hai viaggiato all'estero? Parli fluentemente l'inglese?>>
Roberto non riuscì a evitare l'ironia:
<<Ma cos'è, un colloquio di lavoro?>>
Il gelo calò nella stanza.
Bartolomeo socchiuse gli occhi e rimase in silenzio per un po'. Poi si appoggiò allo schienale della poltrona e parve quasi rilassato.
<<Vedi Roberto, come ti ho detto prima, io mi sento tagliato in due, sul tuo conto.
Ti ho detto cosa pensa la prima metà.
L'altra metà, purtroppo, deve tener conto del parere di mia moglie e mia figlia e deve considerare comunque il fatto che sei il nipote prediletto di Diana Orsini e godi della protezione di Lorenzo Monterovere, anche se sei così sciocco da non rendertene conto.
Questa mia seconda metà potrebbe anche prendere in considerazione l'idea di concederti una chance e darti qualche consiglio intelligente su come giocare bene le tue carte in modo da fare di te un Conte, con tanto di feudo da dirigere, e anche un azionista di rilievo nelle aziende dei parenti di tuo padre, e infine diventeresti il delfino di Lorenzo Monterovere.
Solo se tutto questo si realizzasse, potrei accettare l'idea di un'alleanza matrimoniale tra le nostre famiglie, e persino cambiare idea sul tuo conto.
Ma non ci sperare troppo, perché credo fermamente che tu sia talmente incapace da fallire in tutto, persino se consigliato e sostenuto da me>>
Roberto non si offese, perché era tremendamente consapevole dei propri difetti e dei propri limiti, ma all'epoca era anche molto ambizioso, oltre che follemente innamorato.
<<Io le posso promettere che se Aurora dovesse innamorarsi di me quanto io sono innamorato di lei, allora seguirò tutti i consigli di Vostra Signoria>>
Vagamente compiaciuto dall'essere stato chiamato con la forma di cortesia, Bartolomeo non colse la sfumatura ironica nel timbro di voce di Roberto.
Sua Signoria il Visconte Dimezzato! E così abbiamo coperto tutta la trilogia degli antenati.
Ma c'era comunque poco da scherzare, perché la premessa della sua risposta era un periodo ipotetico: "se Aurora dovesse innamorarsi di me", il che non era affatto scontato, anzi, era più che mai in dubbio.
Roberto sapeva che nei mesi successivi a quell'incontro si sarebbe decisa la sua sorte: se realizzare il suo sogno d'amore, tenendo fede anche agli impegni presi con suo nonno, o se invece perdere tutto e scegliere la via dell'esilio.
Il Visconte Dimezzato si alzò e prese congedo dicendo:
<<Il mio primo consiglio è che tu valuti l'ipotesi di studiare economia e business administration alla Bocconi di Milano>>
Era la stessa idea del defunto Ettore, ma Roberto ebbe un altro pensiero:
<<Studierà lì anche Aurora?>>
Bartolomeo, diretto nell'atrio, si voltò per una risposta definitiva:
<<Be', c'è un test d'ammissione molto severo, ma se tuo zio Lorenzo mettesse una buona parola...>>
E se ne andò, lasciando Roberto a fissare il busto del Duce sotto gli occhi stupefatti del notaio Papisca, che finalmente era rientrato in possesso del suo salotto e si era acceso l'enorme sigaro.
Ma la mente del giovane Monterovere era già lontana da quel luogo.
Dovrò incominciare a indagare su questa storia dello zio Lorenzo e della fantomatica setta. 
Non poteva essere la Massoneria: la famiglia se ne sarebbe accorta in un modo o nell'altro.
Come fa il Visconte a saperne più di me, riguardo a un mio parente stretto?
Uscì per strada con quell'interrogativo, inspirando l'odore dolciastro dei fiori ti tiglio, che a giugno sostituisce la fragranza delle rose.
La risposta, come sempre, soffia nel vento...

mercoledì 24 febbraio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 111. Il professor Amelio Sarpenti, seguace di Sai Baba


Ognuno di noi, senza eccezione alcuna, ha il suo Voldemort personale, un nemico potente che presto o tardi ci muoverà guerra in maniera spietata e ineluttabile.
Roberto Monterovere ne aveva più di uno, ma si può dire che il più potente e il più terribile fu il suo insegnante di matematica e fisica negli ultimi tre anni del liceo scientifico.
Si trattava del professor Amelio Sarpenti, un personaggio riguardo al quale, anche tralasciando le voci su certe sue abitudini non del tutto compatibili col rispetto del Codine Penale. il meglio che si potrebbe dire, obiettivamente, sine ira ac studio, come ci insegna Tacito, è che fosse un individuo viscido, cadaverico, scheletrico, paranoico, dispotico, vendicativo, sadico, ma tremendamente astuto.
All'epoca aveva meno di quarant'anni, ma ne dimostrava già il doppio.
Dal punto di vista fisico la caratteristica che balzava subito agli occhi era l'estrema magrezza, che rendeva il suo viso simile a un teschio. All'epoca si parlava poco dell'anoressia e la si considerava una patologia quasi esclusivamente femminile. Molti citano ancora una frase attribuita a Coco Chanel, secondo cui: "non si è mai né troppo ricchi, né troppo magri". Sul primo punto non abbiamo dubbi, ma sul secondo, dopo aver visto Sarpenti, persino mademoiselle Chanel si sarebbe dovuta ricredere. 
 Gli occhi del prof. erano profondamente incavati nel cranio e avevano un colore grigio opaco, come se il cristallino fosse appannato dalla cataratta o dal sopraggiungere della morte.
In effetti tutto il suo aspetto oscillava tra il cadavere e lo scheletro: il suo pallore livido era spaventoso, con sfumature giallastre o verdognole in certi punti, era molto stempiato e i capelli rimasti erano cortissimi, di un color topo non altrimenti definibile, la bocca non aveva labbra, il naso era lungo, prominente e appuntito (unica caratteristica diversa da Voldemort, il senza-naso). 
Il collo era lunghissimo, con un pomo d'Adamo molto sporgente, le spalle spioventi con un accenno di gobba, il ventre incavato, le gambe sottili. 
Tale aspetto da zombie faceva rabbrividire già per conto suo, ma a renderlo ancora più stravagante erano l'abbigliamento costantemente in nero, da beccamorto, e soprattutto le movenze fortemente effemminate, che in tempi politicamente meno corretti gli sarebbero valse l'appellativo di "checca isterica".
Prima di descrivere la sua personalità e la sua storia, occorre fare una breve premessa contestualizzante.
Egli aveva alle spalle amici potenti : sua zia Maria Luisa Sarpenti era la moglie del Provveditore agli Studi di Forlì, professor Lucio Valerio Borgognoni, il quale era a sua volta amico del Prefetto, il commendatore Belisario Guberti de Sanctis, venerato e ossequiato dal Questore di Polizia, dal Maresciallo dei Carabinieri e da alcuni giudici influenti.
Sarpenti era dunque, come si suol dire, "in una botte di ferro" : tutti avevano il terrore di lui e dei suoi protettori.
Il Preside del liceo lo ossequiava come se fosse un suo superiore.
Insomma, il professor Sarpenti poteva fare quel che gli pareva senza temere alcuna punizione, perché sia le vittime che i testimoni delle sue malefatte non erano creduti ed erano terrorizzati dalle sue minacce e dalle sue vendette.
Inoltre egli era sufficientemente furbo da concentrare il suo malsano interesse e la sua devastante ostilità, soltanto su un limitato numero di studenti, che fungevano da capro espiatorio, consentendo al resto della classe di poter contare su una stiracchiata promozione.
Per entrare più nello specifico, Amelio Sarpenti aveva delle "simpatie" molto forti per alcuni studenti maschi, che invitava a casa sua "per ripassare e approfondire gli argomenti trattati a lezione", e a cena "per stabilire con gli alunni un costruttivo rapporto di fiducia".
A questi sventurati rimanevano soltanto due scelte.
Se accettavano tali inviti, e non rifiutavano eventuali manifestazioni più premurose della predilezione che Sarpenti provava per loro, ottenevano il 10 e lode assicurato anche se consegnavano in bianco e facevano scena muta.
Se rifiutavano diventavano bersaglio di una vera e propria persecuzione, che non si limitava ai voti bassi, ma si estendeva anche a torture psicologiche di ogni genere, quali, per esempio, le minacce rivolte ai loro amici di subire lo stesso trattamento se non avessero tolto il saluto alla vittima.
C'erano poi altre forme di tortura psicologica che si ripetevano per tre anni ed erano destinate a far sentire per molti anni ancora, a livello di stress e di incubi notturni, le loro conseguenze. 
Per esempio il soggetto caduto in disgrazia era continuamente sottoposto a interrogazioni a sorpresa, anche il primo e l'ultimo giorno di scuola, con domande che riguardavano il programma di tutto l'anno e a volte di quelli precedenti, tali interrogazioni duravano ore e si svolgevano in un clima di terrore. Ovviamente le vittime  non erano autorizzati a fare nulla che il prof. non volesse: se alzavano la mano lui li ignorava, se chiedevano di andare in bagno non solo il prof. negava il permesso, ma chiamava subito lo sventurato alla lavagna per risolvere qualche spaventosa disequazione, e gli veniva assegnato poi un voto basso a prescindere dall'esito, e si potrebbe continuare ad nauseam su queste torture dalle quali Sarpenti traeva un sordido e perverso piacere.




Esistevano però altri casi che potevano provocare la "caduta in disgrazia" dell'allievo.
Sarpenti, infatti, essendo paranoico, tendeva a vedere nemici ovunque, anche laddove non c'erano.
In particolare egli sospettava che tutti i suoi colleghi tramassero contro di lui, e in particolare i colleghi di matematica e fisica, e tra questi il "grande capo occulto della cospirazione" non poteva che essere il più anziano e stimato tra loro, ossia Francesco Monterovere.
Se c'era una persona completamente estranea a questo tipo di logiche e di comportamenti era proprio Francesco, ma il solo fatto di essere considerato più bravo di Sarpenti era una colpa imperdonabile, un reato di "lesa maestà".
Era dunque naturale che Roberto, per le presunte e inesistenti "colpe" del padre, fosse stato oggetto fin dall'inizio di un trattamento platealmente ostile.
E tuttavia, Roberto era talmente ligio al dovere, umile e persino ossequioso nei confronti di Amelio Sarpenti, che il professore sembrava non provare alcun godimento particolare nell'umiliarlo, dal momento che si umiliava già da sé.
Se le cose fossero continuate così, era persino possibile che Sarpenti si scegliesse dei bersagli a suo parere più stimolanti.
Ben presto fu chiaro ai nemici di Roberto che, per far sì che quest'ultimo diventasse oggetto di una vera e propria persecuzione, era necessario che qualcun altro alimentasse la paranoia di Sarpenti contro i Monterovere.
E qui entrarono in scena "tre madri": Elisabetta De Gubernatis, madre di Vittorio Braghiri; Carolina Tartaglia, madre di Felice Porcu; e una certa Fiorella Prinsivalli, madre di Orlando Panza, "il secondo della classe" in termini di media di voti.
Queste tre genitrici avevano concordato tra loro una immaginaria "versione dei fatti" da riferire al prof. Sarpenti nell'orario di ricevimento.
A detta delle tre "simpatiche" arpie, il "perfido" Roberto Monterovere "fingeva di essere un devoto sarpentiano", ma in realtà sparlava di lui in ogni occasione, mettendone in dubbio sia la professionalità che la moralità.
Roberto, terrorizzato com'era da Sarpenti, non aveva e non avrebbe mai fatto niente di simile, ma nella mente del professore, le false testimonianze delle "tre madri" valsero come una prova schiacciante e inconfutabile della cospirazione di tutti i Monterovere, compresa Silvia (e quindi anche il suo salotto intellettuale), contro di lui.
La sua collera fu terribile e la sua rappresaglia immediata: negli ultimi mesi dell'anno scolastico, Roberto sperimentò in maniera massiccia, continua e spropositata tutte le tipologie di tortura psicologica di cui si è detto sopra, e si rese conto che quello era solo l'inizio di un incubo destinato a durare almeno per altri due anni.
Negli scrutini del giugno 1992, il professor Sarpenti, non potendo dare insufficienze gravi a compiti scritti completi e senza errori, si batté per affibbiare a Roberto il famigerato sette in condotta, che avrebbe comportato l'essere rimandati a settembre in tutte le materie.
Una richiesta simile non era mai capitata dai tempi della rivolta studentesca del 1977.
Questa volta però fu messo in minoranza: gli altri docenti votarono tutti contro quella proposta e ciò convinse ancora di più Sarpenti che il presunto complotto ai suoi danni fosse ancora più esteso, e riguardasse l'intero clan Monterovere-Ricci-Orsini in tutte le sue ramificazioni.
A questo punto, il professore decise di rivolgersi al suo maestro spirituale, un guru appartenente alla setta di Sathya Sai Baba, un santone indiano che affermava di essere la seconda reincarnazione di Kalki, l'avatar del Kali Yuga, 
Sarpenti non aveva mai fatto mistero di questa sua fede religiosa, tanto che una volta, in classe, dopo che uno studente della scuola era morto di fibrosi cistica, commentò, e citiamo le sue testuali parole: "E' morto così perché doveva scontare le colpe della sua vita precedente".
E con quello lui spiegava tutti i mali del mondo, con buona pace della più complessa teodicea delle altre religioni.
Tutti erano rimasti agghiacciati e sdegnati per quella frase, ma nessuno aveva osato contraddirlo e men che meno riferire ai superiori l'inopportunità di quel giudizio.
In fondo non era la prima volta che il Sarpenti teneva sermoni pseudo-induisti e filo sai-baba in sede scolastica, apertamente, anche quando il collega di religione gli aveva chiesto di lasciare a lui la trattazione corretta dell'argomento.
Aveva aderito alla setta di Sai Baba poco dopo essersi laureato. All'epoca era molto comune che le anime tormentate facessero un pellegrinaggio in India alla ricerca di una dimensione spirituale, il che è assolutamente lecito, ma nel caso del professore in questione le cose non andarono proprio benissimo. 
Amelio Sarpenti era infatti partito insieme ad un amico (forse un amante, ma questo non ci riguarda). La tragedia fu che nel bel mezzo del pellegrinaggio questo amico si suicidò per motivi ignoti e in circostanze mai chiarite.
La drammaticità di questo evento fu un duro colpo alle condizioni psichiche e spirituali del futuro docente, il quale però trovò conforto proprio nella conoscenza diretta di Sai Baba, il quale gli spiegò che la tragica fine del suo amico era semplicemente dovuta al karma, e così andava accettata senza fare troppe storie.
Sarpenti fu illuminato da questa idea e aderì con entusiasmo alla setta di Sai Baba.
Tornato in Italia, continuò a partecipare alle riunioni della sede bolognese di tale confraternita, la quale aveva un guru di origine indiana, che pare avesse un notevole carisma e riuscisse a influenzare in maniera determinante le scelte e il comportamento dei fedeli.
Tutto questo si sommava all'immancabile corso di yoga, all'alimentazione macrobiotica, alla medicina omeopatica, alla cristalloterapia, e ad altre simili amenità.





Sarpenti era andato persino oltre: in casa nascondeva "gli altarini", nel senso letterale del termine: piccoli altari con presunte pietre magiche, candele, tarocchi, lampade di sale dell'Himalaya, e altri "mirabilia" pagati a peso d'oro, tutti oggetti che oggi possiamo trovare nei negozi cinesi del tipo "tutto a 99 centesimi".
In questo aveva trovato il sostegno anche di sua madre, che era una seguace delle streghe delle paludi, un culto molto diffuso nelle campagne tra Forlì e Cervia, a quei tempi e che resistette fino a un'epoca recente, se consideriamo che l'ultima Signora delle Paludi, Irma, morì nel 2016 all'età di 103 anni.
La madre di Sarpenti aveva origini oscure, di lei non si sapeva quasi niente, se non che era riuscita a sposare un possidente terriero ed era rimasta vedova poco dopo la nascita di Amelio, con cui aveva un rapporto simile a quello di Norman Bates con sua madre in Psycho.
Tra le influenze materne e quelle di Sai Baba e del suo luogotenente, il guru bolognese, il figlio aveva perduto quel poco di "senso della realtà" che gli era stato concesso alla nascita.
Tutta la sua visione del mondo e il suo modo di relazionarsi con gli altri passava attraverso queste dimensioni pseudo-esoteriche, credibili più o meno quanto l'ufologia e potenzialmente pericolose quanto il satanismo.
E qui iniziavano le dolenti note, perché secondo il guru, tutti coloro che Sarpenti riteneva suoi nemici erano delle anime dannate che andavano incontro al loro karma, di cui il professore aveva il dovere morale di essere strumento fervente e inflessibile.
Va detto che, nelle sue visite settimanali al guru, Sarpenti ometteva alcuni suoi "peccatucci passionali", che a suo parere erano di sicuro parte integrante del karma di coloro che avevano l'opportunità di soddisfarli.
Intendiamoci, non è certo nostra intenzione sminuire il concetto di karma, né vi sono pregiudizi contro  l'Induismo, che anzi consideriamo una religione molto affascinante, e nemmeno contro il recupero delle antiche tradizioni da parte della New Age, quanto piuttosto una denuncia su come gli insegnamenti di certi "santoni" di epoca recente, possono essere utilizzati per fini meno nobili di quelli che si può leggere nei testi scritti da loro pubblicati.
E' il rischio che si corre quando ci si avvicina alla dimensione del sacro senza una guida che abbia dietro di sé una lunga tradizione. Sarpenti cercava di fare proselitismo, e ci provò inutilmente anche con Roberto, in seguito. Non poteva sospettare che il giovane Monterovere si fosse già trovato di fronte a situazioni simili, e non avesse battuto ciglio quando la strega Elvira, la più potente tra le Signore della Palude, gli aveva profetizzato "il Gramo" molti anni prima che la saga di Harry Potter rendesse famosa questa leggenda celtica. Elvira gli aveva detto che era un presagio di morte e che a morire sarebbe stata la sua innocenza intesa come ingenuità di fronte alle infinite facce del male.
Qualche decennio dopo, Roberto avrebbe rimproverato suo zio Lorenzo, l'Iniziato, per non averlo protetto dalla pazzia di Sarpenti.
<<Non ce n'era bisogno. "Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso" diceva Eleanor Roosevelt, e la tua autostima non è mai stata in pericolo. 
Lui era un verme più che un rettile e tu lo sapevi. Sapevi di essere meglio di lui e dei suoi complici, e questa consapevolezza non era dettata dalla superbia, ma dalla pietà : nonostante tutto, provavi pena per lui e per coloro che non avevano niente di meglio da fare che seminare zizzania. 
Non avevi bisogno del mio aiuto, eri già in grado di stemperare la rabbia, il rancore e il disprezzo, prima conl'ironia e l'umorismo, poi con la compassione. Chi conosce i punti deboli del nemico ed è in grado provarne pena, ha già vinto la battaglia più importante>>



 

venerdì 19 febbraio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 110. Compagni di merende (immangiabili)


A fine maggio, Felice Porcu entrò in azione. La prima parte del suo piano consisteva nel fingersi amico di Roberto Monterovere al fine di fargli abbassare la guardia e conoscerne i punti deboli.
E così. con grande stupore di tutti, il giovane Porcu in persona invitò a casa sua Roberto "per una merenda".
 All'epoca non era stata ancora coniata l'espressione "compagni di merende", ma in effetti il giovane Porcu aveva una vaga somiglianza con Piero Pacciani.
<<Senti, Roberto>> esordì Felice mettendogli una mano sulla spalla <<Se in passato c'è stata qualche... incomprensione, forse è venuto il momento di metterci una pietra sopra. Hai già conosciuto la mia famiglia in più occasioni, di recente, e i miei genitori avrebbero piacere se uno di questi giorni facessi un salto da noi, per una merenda, che ne dici?>>
Il tono era incredibilmente gentile, fin troppo.
Ma quella era, per dirla con il Padrino "un'offerta che non si può rifiutare". Letteralmente.
<<Ma certo, molto volentieri>>
<<Molto bene, ti farò sapere>>
E così qualche giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, Roberto si recò nella Tana del Lupo.
La residenza dei Porcu era una villetta moderna e ben tenuta, senza alcun elemento sinistro che potesse indicare pericoli di qualsiasi sorta.
Quando suonò il campanello, rispose la signora Maria Carolina:
<<Ah, Roberto, sei in perfetto orario, hai proprio "la puntualità dei re">>
Lui non aveva mai saputo che i re fossero puntuali, ma apprezzò la similitudine.
La voce della signora era molto cordiale, e quando venne ad aprire la porta era il ritratto della gentilezza: tutto il contrario di ciò che era stata due mesi prima al compleanno di Aurora.
Col senno di poi, Roberto avrebbe dovuto capire che c'era qualcosa sotto, e ricordare le parole di Laocoonte nell'Eneide: "Timeo Danaos et dona ferentis", con tanto di arcaismo in -is e lettura in metrica. 
<<Vieni, vieni, seguimi in salotto: c'è mio marito che vuole conoscerti>>
Salirono le scale ed entrarono in un soggiorno molto accogliente.
Taddeo Porcu si alzò subito in piedi, con grande sorriso, e tese subito la mano all'ospite, con un entusiasmo che appariva incredibilmente genuino:
<<Ah, carissimo, vieni vieni, accomodati, sono davvero contento che tu sia qui!>>
La sua voce non aveva accento sardo, come Roberto si sarebbe aspettato, ma anzi schiettamente romagnolo.
Il signor Porcu era un uomo di media altezza, calvo, con una pancia considerevole e con un volto dall'espressione apparentemente allegra e cordiale, con gli occhi neri vigili e attenti. 
Sembrava una persona normale, socievole, anzi, persino una brava persona, uno di cui ci si poteva fidare.
E infatti Roberto, nella sua totale ingenuità, si fidò sin dal primo momento di quell'ometto così rassicurante e gioviale, a metà strada tra Francesco Amadori, quello dei polli, e Giovanni Rana, quello dei tortellini.
Al giorno d'oggi, mentre scriviamo, potremmo aggiungere anche una certa somiglianza con l'illustre epidemiologo Massimo Galli.
Il signor Taddeo fece accomodare Roberto nella poltrona degli ospiti di riguardo e annunciò che Felix stava per arrivare: era andato a casa dei nonni materni, che si erano trasferiti da poco in città.
<<Mio padre era sardo, ma io sono nato a Forlì, e mi sento in tutto e per tutto un romagnolo. 
A Forlì conosco quasi tutti e ho sentito tanto parlare di te e della tua famiglia. E finalmente eccoti qui! Mi piacerebbe proprio che tu e Felix diventaste amici, così magari potreste studiare insieme e sono convinto che farebbe bene a entrambi: tu gli fai da guida negli studi e lui ti fa da guida nelle pubbliche relazioni, ti può presentare tanta gente, tante ragazze...>> e gli fece un occhiolino complice.
Roberto non aveva la minima voglia di studiare col giovane Porcu, ma non poteva neanche dire un no secco, per cui si mostrò possibilista:
<<Se Felice è d'accordo, possiamo senz'altro, ogni tanto, ripassare insieme qualche lezione. 
Per quanto riguarda le pubbliche relazioni, però, io sono già impegnato con una ragazza>>
Era curioso di vedere la reazione del signor Porcu di fronte al vero motivo che stava dietro tutte queste grandi manovre.
Taddeo non si scompose.
<<Oh, ma certo! Ma sai come si dice: l'amore è eterno finché dura!  E voi ragazzi siete così giovani che, prima di impegnarsi in qualcosa di serio, magari potreste divertirvi un po'. Potessi avere io ancora diciassette anni!
Mi ricordo, trent'anni fa...>>
E poi incominciò a raccontare uno dei suoi cavalli di battaglia, cioè la Storia della Cilecca, quando durante una serata in un bordello, a causa dell'emozione, "fece cilecca" e per la prima e unica volta nella sua vita la sua virilità non fu all'altezza della situazione, se così si può dire.
Stava ancora descrivendo i particolari, ma si fermò immediatamente quando arrivò la moglie, con un vassoio pieno di frutta:
<<Allora, qui hai un'ampia scelta: c'è il mango, l'avocado, il kiwi, la papaya, la banana... Serviti pure, non fare complimenti, mi raccomando, mangia pure quanto vuoi!>>
Roberto fu colto dal panico.
Era noto a tutti che lui detestava i frutti esotici!
<<Ehm, signora, io sono desolato, ma purtroppo... non so come dirlo, ma il fatto è che io non amo molto i frutti esotici. Anzi, ad essere sinceri, non li mangio proprio>>
Lei lo osservò con aria contrariata:
<<Ah, che strano... neanche la banana?>>
A Roberto venivano i conati di vomito anche solo a sentir nominare le banane.
<<Ehm, temo di no... i miei hanno tentato in tutti i modi di farmi mangiare questo tipo di frutta, ma hanno solo peggiorato la situazione>>
Maria Carolina continuò a fissarlo con i suoi occhi verdi sbarrati, come se avesse davanti un serial killer.
<<Ah, capisco, forse sei abituato alle merende di Villa Orsini, nel Salotto Liberty dove si mangiano bignè, fette di torta e litri di vino. Non so come abbia fatto la tua povera bisnonna Emilia ad arrivare fino a novantotto anni...>>
Prima che Roberto avesse modo di rispondere, intervenne il signor Porcu, con i suoi modi concilianti e paciosi:
<<Ma insomma, Carolina, se ti dice che non gli piacciono, vuol dire che non gli piacciono! Portargli una merenda come si deve, con un tè e dei biscotti, una cosa all'inglese, così si va sul sicuro, dico bene Roberto?>>
Lui annuì:
<<Sì, grazie, signor Porcu... lei è davvero gentilissimo>>
<<Ah, chiamami Taddeo e dammi del tu... qui devi sentirti come a casa tua! Devi perdonare mia moglie, ha un caratterino un po' spigoloso, ma non voleva metterti in imbarazzo. E' stato Felix a suggerire i frutti esotici, forse perché a lui piacciono molto,  vedrai che quando arriva fa fuori tutto in due minuti!>>
E come se fosse stato evocato da una seduta spiritica, ecco che Felice Porcu, detto Felix, fece il suo ingresso nel salotto:
<<Scusate il ritardo, ma il nonno Paride aveva alcune cose da dirmi. Sai che conosceva tuo nonno Ettore?>>
Roberto avrebbe tanto voluto dire cosa pensava realmente Ettore Ricci di quel fanfarone di Paride Tartaglia, ma ovviamente dovette far buon viso a cattivo gioco:
<<Ma certo! Paride e Onofrio erano come dei fratelli per lui!>>
Omise di dire che Ettore detestava i suoi fratelli.
Intervenne nuovamente il signor Taddeo, sfoderando un sorriso a cinquanta denti:
<<Eh, quelli sì che erano tempi! Nelle campagne tutti si conoscevano tra di loro, c'era ospitalità, si beveva il vino a fiumi ed era come se fossero tutti un'unica grande famiglia. Dovremmo prendere esempio da loro. C'era un clima molto fraterno. Mi ricordo, una volta, trent'anni fa...>>
Felice intervenne subito:
<<Babbo non incominciare con i tuoi aneddoti di trent'anni fa se no non ne usciamo vivi. Piuttosto, portami un piatto e delle posate, non vorrai mica che mangi con le mani, come una bestia?>>
Taddeo scattò in piedi, annuì, corse in cucina e poi apparecchio la tavola che stava in mezzo al salotto.
<<Ecco fatto, servitevi pure, ragazzi. Io purtroppo devo stare a dieta, ecco un altro inconveniente dell'età. Perché insomma, parliamoci chiaro, dopo i cinquanta le cose incominciano ad andare a ramengo: si fa cilecca sempre più spesso a letto, e non ci si può nemmeno consolare con una bella mangiata a tavola. Detto tra noi, mi resta solo la speculazione...>>
Pronunciò la parola con una forte cadenza dialettale che la fece suonare come "speculazioune", con un esteso prolungamento della "u" che in teoria non ci sarebbe dovuta essere.
Inoltre, non si capiva che cosa il signor Porcu intendesse esattamente con quel termine, e lui, infatti continuò il discorso.
<<...sì, la speculazione, la filosofia, il ragionare sulle grandi questioni. Perché io non sono mica un semplice ragioniere! Ah, no, ragazzi. Io, trent'anni fa, ho studiato Sociologia a Trento!>>
Allitterazioni a parte, lo disse con lo stesso tono con cui Totò dichiarava di essere uomo di mondo, avendo fatto il militare a Cuneo
Maria Carolina, arrivando con il tè e i biscotti, non era affatto contenta di quel discorso:
<<Dai, Taddeo, non c'è mica tanto da vantarsi di aver studiato in quel covo di comunisti e brigatisti>>
Il signor Porcu non si lasciò abbattere minimamente:
<<Dovete capire, ragazzi miei, che da giovani si fanno tante cazzate, ed è giusto così. All'epoca io avevo ancora tutti i capelli e li portavo lunghi più dei tuoi, Roberto. Eh, chi l'avrebbe mai detto! Ed ero più magro di voi. Mi ricordo, per esempio, trent'anni fa...>>
E partì a razzo con una storia riguardante le sue avventure universitarie, specialmente le feste con le studentesse, l'elogio del libero amore, l'importanza del sesso come "rapporto umano".
Indubbiamente, il signor Taddeo Porcu era buffo, con le sue idee strampalate e soprattutto con i suoi continui riferimenti a cose successe trent'anni prima e divenute semi-leggendarie solo ed esclusivamente in virtù del passare del tempo.
Non sapeva, il nostro Roberto, che un giorno anche lui, trent'anni dopo, sarebbe diventato ancor più ridicolo, nel ricordare eventi come quel pomeriggio bislacco a casa Porcu, cercando di ricostruire l'assurdità del dialogo e l'odore nauseante del mango e della papaya, mentre Felix le divorava avidamente, sbrodolando dappertutto.
In ogni caso, per quanto demenziale potesse apparire quella situazione, Roberto avrebbe dovuto essere più cauto nel parlare, e invece non poté fare a meno di commentare:
<<Lei ha idee molto progressiste, signor Porcu. Pensi che invece Aurora mi aveva detto che lei votava il Movimento Sociale...>>
Taddeo sorrise ancora di più:
<<E tu credi a tutto quello che ti dice lei?>>
Calò il silenzio.
<<Perché non dovrei crederle?>>
I tre membri della famiglia Porcu si guardarono in faccia e sorrisero, con l'aria di chi la sa lunga e conosce segreti imbarazzanti.
Alla fine fu il buon Taddeo a rispondere, col suo eloquio da affabulatore:
<<Ma no, io dicevo così per dire... nel senso che Aurora vive un po' tra le nuvole... non c'è mica niente di male, intendiamoci, anzi, è una brava ragazza... solo che vive in un mondo tutto suo, come se fosse sotto una campana di vetro... 
E' cresciuta come una principessa ed è abituata a un tenore di vita elevato, a un lusso notevole, e quand'è fuori dal suo palazzo prova un misto di paura e ribrezzo per il resto del mondo.
Per fortuna che c'è Felix che la aiuta a tenere i piedi per terra e le fa da guida nella vita reale. 
Io sono molto fiero di quel che Felix ha sempre fatto per lei, e credo che il loro legame sia così forte proprio per questo.
Felix è un ragazzo molto generoso, e Aurora lo sa bene, per questo sono inseparabili, e la forza del loro legame non cambierà mai, per cui se uno vuol far parte della vita di lei, deve necessariamente far parte anche della vita di Felix. 
Ed è una bella cosa, anche per te Roberto: potete diventare una comitiva, se la aiutate a conoscere un  po' di gente per bene, in qualche club per giovani, tipo il Rotaract, il Lions, o cose del genere... chissà che lì non troviate anche voi qualche bella ragazza, eh... ma sempre per un rapporto umano... come è successo a me trent'anni fa quando...>>
A quel punto intervenne Felice:
<<Sì, certo, babbo, abbiamo capito. Be', dai, Roberto, si può fare... perché no? 
Io conosco tanta gente, ti potrei introdurre in molti circoli esclusivi, dove ci sono i figli della gente che conta. Non devi pensare che abbiano dei pregiudizi se uno è figlio di insegnanti e nipote di contadini, non è certo colpa tua, voglio dire. E poi anche mia madre è insegnante, certo mio padre lavora nell'azienda di famiglia, la Tartaglia Idrocarburi, ma questo non significa che loro accettino solo gli imprenditori o i manager o i professionisti, insomma il mondo produttivo...>>


Roberto, che aveva capito fin troppo bene i messaggi impliciti che gli erano stati comunicati e rispose per le rime:
<<Be', io potrei ricambiare introducendoti nei salotti intellettuali, come quello dei miei genitori, i quali non hanno pregiudizi verso le persone non laureate o non colte>>
Ci fu un interminabile attimo di gelo.
Taddeo Porcu, ripresosi dallo sgomento, intervenne subito:
<<Io e mia moglie saremmo felicissimi di poter partecipare ai famosi sabati presso il salotto di Silvia Monterovere>>
Roberto sorrise:
<<Anche i miei ne saranno molto felici. Ma ora devo andare: vi ringrazio per l'ospitalità. Mi avete fatto sentire come uno di famiglia. Ed è una cosa bellissima, considerando che sono sentimentalmente impegnato con Aurora>>
Taddeo Porcu sorrise:
<<E come l'ha presa mio cognato?>>
Roberto si sentì gelare le vene:
<<Non lo so, non credo che lei gliel'abbia ancora detto>>
Taddeo rise:
<<E' sempre la stessa storia! Vedi, Roberto, io ti ho suggerito di conoscere anche altre ragazze, perché devi capire che le infatuazioni di Aurora durano poco. Noi siamo solo preoccupati per te: devi credermi se ti dico che lei non è quella che sembra. Ti parlo con il cuore in mano, come se tu fossi mio figlio: noi vorremmo evitarti una delusione. Ci sono tante altre belle ragazze meno problematiche che farebbero i salti di gioia se tu volessi corteggiarle. Per esempio le ragazze del Rotaract...>>
Roberto inarcò le sopracciglia:
<<Strano, mi pareva di aver capito, dalle parole di Felix, che le professioni dei miei non fossero poi così tanto valutate in quell'ambiente. Ma questo non ha importanza: come ho già detto, sono impegnato e non credo proprio che Aurora sia il tipo di persona che...>>
La signora Maria Carolina intervenne per sviare il discorso:
<<Ma guarda che al Rotaract ti vorranno senz'altro! Ti troverai benissimo se vorrai aderire. 
Anche Aurora è iscritta, per cui avrai molte occasioni in più per conoscerla meglio e per conoscere anche tutti i suoi corteggiatori... e non sono pochi!>>
I suoi occhi verdi erano diventati quasi gialli, come quelli di una tigre.
Roberto si rese conto che non gli stavano offrendo una via d'uscita:
<<Ne parlerò con Aurora>>
Taddeo Porcu, felicissimo, si alzò e lo abbraccio con un slancio tale da apparire un lottatore di sumo.
<<Benissimo! E poi dovremo organizzare una vacanza insieme, per te, Felix, Aurora e altre belle ragazze che sicuramente faranno la fila per correre dietro a uno come te!>>
A Roberto venne da ridere:
<<Non credo proprio, ma parlerò con Aurora anche riguardo alle vacanze estive>>
Poi si affrettò ad uscire da quella gabbia di matti, che avevano comunque ottenuto il loro scopo, e cioè fargli capire che Felix sarebbe sempre stato nel mezzo e che Aurora...
Vogliono farmi credere che Aurora sia diversa da ciò che appare, che non mi ami, che io sia solo uno dei tanti corteggiatori, e nemmeno dei più degni di considerazione. 
Lui non ci voleva credere, ma il dubbio lo tormentava, perché quando lui le aveva detto "ti amo", lei non aveva fatto altrettanto. E poi c'erano delle stranezze, dei segreti, qualcosa che soltanto lei e Felix sapevano. 
Non credo che siano amanti, ma c'è qualcosa che li unisce, qualcosa che forse potrebbe essere peggio ancora dell'incesto. Ma cosa? Triangoli, feticismi, parafilie? In fondo il sadismo è presente nella loro famiglia... ma Aurora è una ragazza gentile e dolce, non farebbe del male neanche a una mosca.
Devo fidarmi di lei. Amarla senza riserve. Solo così sarò degno di essere preso seriamente in considerazione.




giovedì 11 febbraio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 109. E cos'è tanto raro quanto un giorno di maggio?


Nel memorabile incipit del più famoso passo di "The Vision of Sir Launfal", il poeta romantico americano James Russell Lowell si pone, in maniera retorica e quasi paradossale, un  quesito sorprendente: "And what is so rare as a day in June?" .
L'interpretazione letterale ci rimanda ad un topos poetico. Il poeta si riferisce al fatto che in giugno si trovano le giornate più lunghe dell'anno (intese come ore solari) e la natura raggiunge il suo massimo rigoglio, così come per metafora durante la giovinezza la vita delle persone è al suo apice, e la felicità sembra essere a portata di mano. Questa la spiegazione, di per sé, è limitata, perché consiste in un luogo comune  a cui si ricorre fin troppo spesso in poesia. 
A nostro parere Lowell ci dice molto di più : nel senso che, se il poeta insiste tanto nell'associare la felicità a questa fase dell'anno e al momento culminante della giovinezza, allora la probabilità di essere felici viene circoscritta ad un periodo breve, e di conseguenza raro, e quindi  la domanda che Lowell si pone è molto più generale e inquietante, ossia: "Che cosa c'è di più raro della felicità?"
E' questo il senso : è la felicità ad essere rara, non i giorni di giugno.

In maggio, però, è tutto un altro discorso, almeno secondo Roberto Monterovere.
In quel famoso Anno della Falsa Primavera, la felicità lo raggiunse di sorpresa, in un sabato di maggio, e poi lo riempì e lo travolse a tal punto da fargli credere che fosse possibile riuscire a sapere e a capire davvero i sentimenti e i pensieri della persona amata. Ma non è così. Certe cose, anche importanti, non le sapremo mai e non le capiremo mai.
Noi non amiamo la persona, ma l'idea che ci siamo fatti di quella persona: solo se si è consapevoli di questo, si può dare solidità ad un rapporto, senza restare delusi quando l'idealizzazione viene meno e coloro che abbiamo messo su un piedistallo ci si mostrano in tutte le loro infinite sfaccettature.

"Era de maggio...", dunque, come recita una meravigliosa canzone napoletana che vorrei facesse da introduzione sonora a quanto stiamo per raccontare.
Quel giorno era destinato a rimanere impresso nella mente di Roberto, in ogni singolo dettaglio, per tutta una serie di circostanze che fece coincidere una fase felice della sua vita con un evento tragico della storia nazionale italiana, ossia la strage di Capaci, nella quale persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Era, per la precisione, il 23 maggio 1992, e la vita politica italiana si trovava in una fase di sconvolgimento, per tutta una serie di eventi ben noti che provocarono la crisi dei partiti tradizionali e l'emergere di nuove forze politiche
Normalmente Roberto seguiva la politica, anche se non aveva in merito le idee molto chiare.
In quel periodo, il suo innamoramento per Aurora gli aveva fatto perdere di vista tutto il resto (tranne i suoi doveri di studente), e in quei giorni, in particolare, vedeva tutto con gli occhiali rosa dell'amore, 
Era un sabato, e approfittando del fatto che il resto della famiglia era nella villa di collina, Aurora aveva invitato Roberto a casa sua, per un pomeriggio rilassante di musica e di confidenze.
Certo era strano che i Visconti-Ordelaffi lasciassero la loro unica figlia da sola nel grande palazzo, ma in fondo era presente il personale domestico, per cui non erano davvero soli.
Quando Roberto arrivò, Aurora era ancor più bella del solito, e volle fargli vedere le varie stanze del piano nobile, per poi arrivare, inevitabilmente, alla sua camera.
Intendiamoci, nessuno dei due aveva in mente nulla di erotico: si trattava semplicemente di trascorrere il tempo ascoltando canzoni romantiche e condividendo le proprie emozioni.
La stanza di Aurora era molto ampia, ma diversa da come Roberto se l'era immaginata.


Era in stile contemporaneo, geometrico e minimalista. Le pareti erano rosa, mentre i mobili erano in parte color fucsia e in parte color lavanda.
Da un lato c'era un ampio guardaroba, in un armadio a muro che occupava quasi due pareti (angolo compreso). Dall'altro c'era una finestra, un mobile di frassino che poteva essere adibito sia a libreria che a vano portaoggetti. Poi, sempre di frassino, c'era una scrivania con computer, cancelleria e cassetti fucsia e lavanda con maniglie a forma di cuore.
Addossati alla parete di fondo c'erano un comodino, un comò a cassettoni (sempre fuscia e lavanda con maniglie a cuore) sopra il quale troneggiava una specchiera con vari oggetti di cosmetica.
In mezzo a tutto questo, si trovava un tappeto enorme, pulito, molto spesso e morbido, con alcuni peluches sparsi e poi, naturalmente, accostato al muro, un letto a una piazza e mezzo, con lenzuola floreali e vari cuscinetti colorati. Subito dietro c'era un rivestimento in pelle bianca, foderato e sormontato da un pannello rosa su cui erano inserite alcune cartoline, foto di famiglia e di amici, più gli idoli di Aurora, in particolare Claudio Baglioni (il suo preferito) e Lucio Battisti (il numero due).
Quelle immagini erano gli unici indizi che potevano far pensare che la camera fosse abitata da una diciassettenne.
Per il resto sembrava più la camera di una bambina di prima media molto diligente e rispettosa delle regole.
Roberto ebbe la vaga impressione che ci fosse qualcosa di strano.
E' davvero questa la stanza della Principessa dei miei sogni? O c'è anche un'altra stanza, segreta, dove lei nasconde le prove di una personalità diversa da quella che la famiglia ha tentato di plasmare?
Per il momento preferì non pensarci: in fondo quel giorno era il loro primo vero incontro in cui potessero parlare liberamente per molte ore.
Aurora esordì dicendo:
<<Ma ti ricordi che una volta mi chiamavi per cognome?>>
Lui non se lo ricordava, ma cercò di giustificarsi:
<<Era solo per scherzare>>
Lei non ci credette:
<<No, no, all'epoca proprio non ti interessavo per niente. Per punizione adesso, come avevamo già preventivato, ti farò ascoltare tutte le mie canzoni preferite, partendo ovviamente da quelle di Baglioni, che tra l'altro ti assomiglia un po'>>
Per lui non c'era alcuna somiglianza:
<<Abbiamo in comune solo il naso>>
Lei rise:
<<Che scemo! Io mi riferivo agli occhi, al sorriso, ai capelli lunghi, soprattutto nelle foto di lui da ragazzo, in cui aveva poco più della nostra età. E lo sguardo, vedi, ha l'aria di un sognatore con la testa tra le nuvole>>
Roberto osservò i poster, risalenti agli Anni '70 :
<<Sì, forse qualcosa... vagamente... ma solo se preso dal profilo giusto. Comunque mi sono fatto crescere i capelli solo perché me l'hai chiesto tu. I miei familiari disapprovano, tranne Diana, naturalmente>>




Aurora sorrise:
<<Spero che tu me la faccia conoscere. Mia madre mi ha parlato tanto di lei>>
Lui annuì:
<<D'accordo, organizzerò un incontro, anche se temo che tuo padre e la tua bisnonna non ne saranno felici, per non parlare della famiglia Porcu>>
Lei scrollò le spalle, come se si trattasse di una questione trascurabile:
<<E' mia madre che conta, e lei stravede per te>>
Poi tornò alla carica su Baglioni:
<<Era un figlio dei fiori, un hippy, ma non si è mai schierato politicamente con la sinistra>>
Roberto sorrise:
<<Le cose stanno cambiando. Dagli tempo. Prima o poi approderà anche lui al lido dei radical-chic. E tu, politicamente, a chi ti senti vicina?>>
La risposta fu più che eloquente:
<<Io e i miei genitori siamo liberali conservatori, i miei votano il PLI. I miei nonni e i miei zii sono di destra, votano il MSI. La bisnonna Clotilde è monarchica e ogni volta deve cercare di capire in che partito sono finiti i monarchici>> rise <<E tu?>>
Lui, come sempre, non aveva le idee chiare:
<<Io non ho certezze, forse perché i miei genitori hanno idee diverse tra loro, anche in ambito politico, così come le loro famiglie. I Monterovere sono progressisti e i Ricci-Orsini sono conservatori.
Io potrei definirmi come un laico di centro, a metà strada tra i liberaldemocratici e i socialdemocratici... qualcosa del genere>>
Lei annuì:
<<Può andar bene, sia a me che ai miei. E il resto della famiglia dovrà farsene una ragione.
Ma adesso passiamo alla musica. 
Ho qui una compilation del meglio di Baglioni. Prima però vorrei fare una premessa, contro quelli che dicono che fa venire il latte alle ginocchia. Lo dicono perché non lo conoscono bene: le sue canzoni, oltre che essere musicalmente molto valide e cantate con grande perizia, non sono affatto banali, nemmeno quelle che sembrano dei tormentoni dal titolo ammiccante. Questo piccolo grande amore, per fare l'esempio più noto, affronta un tema che secondo me è profondo: a volte noi non sappiamo riconoscere ciò che stiamo cercando, nemmeno quando ce l'abbiamo davanti, e quando alla fine ce ne rendiamo conto, ormai è troppo tardi: abbiamo allontanato la nostra fortuna, e abbiamo provocato solo dolore, prima agli altri, e poi a noi stessi.  
Lei lo ama sul serio, ma lui ha paura di mettersi in gioco, di prendere un impegno>>
E questo era proprio ciò che Roberto realmente pensava:
<<Forse credeva che lei meritasse di meglio>>
Aurora scosse il capo:
<<Ma lei lo amava davvero, e lui continuava a svicolare, a non capire che lei era la sua anima gemella. La canzone è molto chiara su questo punto: "Ed io, io non ho mai capito niente, visto che oramai non me lo levo dalla mente, che lei...". Perché voi uomini non riuscite a sintonizzarvi con i messaggi che le donne vi mandano? 
Non riuscite nemmeno ad accorgervi delle cause del vostro stesso dolore: il non aver capito in tempo, il non avere avuto il coraggio di essere chiari e sinceri, il non aver trovato mai le parole appropriate e i comportamenti coerenti.
Perché la presa di coscienza di tutto questo arriva sempre, inesorabilmente, in ritardo?
E qui si arriva al finale della canzone, al momento in cui lui si rende conto dell'errore e del dolore causato a lei e a se stesso, e del fatto che, per molto tempo, tutto questo è stato come rimosso dalla coscienza: "E io, io non lo so quant'è che ho pianto / Solamente adesso me ne sto rendendo conto"... e a quel punto mi commuovo sempre... forse perché ho paura che succeda anche a me, e ho bisogno di avere al mio fianco qualcuno che sia capace di rassicurarmi e di infondermi coraggio. 
Del resto, non è forse quello che desideriamo tutti?>>


Roberto, che non era sicuro di nulla, neppure della propria esistenza, si sentì inadeguato nel ruolo di colui che rassicura e protegge. Lui era il filosofo eretico, destinato a problematizzare l'ovvio e ad abolire l'idolatria del fatto compiuto. Come poteva infondere sicurezza?
Se fosse stato veramente onesto, avrebbe dovuto dire tutto questo.
Ma l'amore ci fa credere di poter diventare ciò di cui la persona che amiamo ha bisogno.
Decise di nascondere la propria insicurezza e di manifestare i propri sentimenti.
Ma occorreva farlo con estrema delicatezza e tenerezza.
Erano seduti sul morbido tappeto. Prima le sfiorò dolcemente la mano, mentre con l'altra le accarezzò una ciocca di capelli, dorata e preziosa come seta.
Lei era bellissima. Era la persona più bella che avesse mai visto in vita sua, ed ora lui, che non si sentiva degno di lucidarle le scarpe, le si era proposto come compagno. 
Aspettò trepidante la reazione di lei.
Aurora gli strinse la mano e con l'altra gli spettinò i capelli, sorridendo, e poi entrambi si avvicinarono e si scambiarono un bacio molto casto, e rimasero abbracciati per un po'.
Lui era al settimo cielo, lei gli si stringeva forte al petto, proprio come nella canzone.
Roberto sentì il cuore di lei palpitare forte, all'unisono col suo.
Aurora gli sorrise e gli disse:
<<Ho bisogno di te, Roberto. Promettimi che starai al mio fianco, e che non mi abbandonerai>>
Lui, tornando a guardarla in viso e asciugandole le lacrime di commozione, rispose:
<<Aurora, io ti amo. Per quale motivo dovrei abbandonarti?>>
Lei gli sussurrò:
<<Ci sono cose che non sai, ma che presto io ti rivelerò. Non oggi... oggi è solo per noi>>
Lo abbracciò di nuovo, e poi si baciarono, e quella volta fu un vero bacio, appassionato.
Con una mano lei riaccese il mangianastri e rincominciò la musica.
Il tempo trascorreva senza che loro se ne rendessero conto. 
Rimasero abbracciati, a baciarsi e ad accarezzarsi con dolcezza e grande rispetto reciproco, senza permettere che gli istinti prevalessero sul loro bisogno di romanticismo e di affetto.
Per lui era vero amore, ma per lei? Forse neppure lei avrebbe saputo rispondere.
Nel frattempo le canzoni si susseguivano ("E tu..." "Strada facendo", "Tu come stai?", "Porta portese", "Viva l'Inghilterra", "Avrai", "Io me ne andrei"), ma una su tutte rimase impressa nella mente di Roberto, e cioè Mille giorni di te e di me. 
Non potevano immaginare che sarebbe stata quella la "loro canzone".
Era bellissima, certo, ma non era una canzone felice, anzi, era la rappresentazione della fine di un grande amore, terminato per una scelta ben precisa: lui lascia lei per evitare che un dolore più grande la colpisca.
"Ti ho fatto male per non farlo alla tua vita".
Quella frase straordinaria e terribile, in quel momento sembrava solo un modo per dire che a volte amare significa anche lasciar andare chi si ama.
Nessuno di loro due poteva immaginare che, dopo meno di mille giorni, quella frase sarebbe stata l'epitaffio della loro storia. 
Gli amori felici non sono letterariamente interessanti : la letteratura ha sempre privilegiato gli amori contrastati, se non addirittura impossibili. Non occorre citare gli esempi, li conosciamo tutti a memoria. 
A volte gli ostacoli sono di tipo familiare, sociale, ambientale, situazionale; altre volte sono di tipo psicologico, personale, individuale. 
A distanza di trent'anni dagli eventi narrati, risulta ancora difficile capire quali di quegli ostacoli furono più rilevanti nel rovinare il rapporto tra Aurora e Roberto, anche perché nessuno dei due, in tutto quel tempo, disse o fece mai nulla per chiarire la natura stessa di questo rapporto.
L'unica cosa che sappiamo è che, in quel sabato pomeriggio, sia lei che lui erano stati semplicemente due adolescenti sensibili, pieni di sogni e di paure, due anime che si erano confortate a vicenda, e avevano condiviso un sogno romantico e una innocente tenerezza.
Niente di più, quel giorno, ma anche niente di meno.