domenica 21 novembre 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 169. Decadentismo alla milanese, esteti, poeti maledetti e un Angelo oscuro.

 












Tutto incominciò quella notte, a Milano, tra il 10 e l'11 febbraio dell'anno 1995.
Roberto non aveva ancora compiuto vent'anni, ma aveva già collezionato molti errori.
Incominciava a rendersi conto di aver sbagliato completamente la scelta universitaria, e di essere diventato insofferente riguardo a certi aspetti del carattere di Aurora, con cui si era fidanzato troppo presto, vincolandosi a promesse che temeva di non essere in grado di mantenere.
Sentiva un inquietante desiderio di fuggire lontano, in un mondo diverso, "diverso da qui".

I Prefetti del Quinto Piano capirono subito che era giunto il momento di iniziarlo alla débauche, alla vita notturna milanese, dissoluta e dissipata, e trasformare quel ragazzo di provincia e di campagna in un esteta, in un dandy, un damerino deciso a godersi i piaceri della vita e della giovinezza nella grande metropoli, come i protagonisti dei romanzi di Balzac.

E ci riuscirono: per dare l'idea di come fosse fisicamente Roberto in quegli anni, abbiamo inserito le immagini dell'attore Ben Barnes nei panni di Dorian Gray e altre facenti parte di un servizio fotografico per le riviste di moda.
Insomma, all'epoca il giovane Monterovere poteva essere considerato un ragazzo "carino", forse persino un bel ragazzo, ma non certo un figo, e comunque era molto diverso da ciò che divenne in seguito, negli anni Duemila, specialmente dopo aver compiuto  trent'anni, ed essere sopravvissuto a tutta una serie piuttosto turbolenta di esperienze e circostanze di cui parleremo a suo tempo.









E fu così che, quella sera, i Prefetti lo trascinarono in un mondo che lui non solo non conosceva, ma non immaginava nemmeno che potesse esistere.
Fu un bene o un male? Da un lato furono esperienze formative, una sorta di descensio ad inferos, di catabasi necessaria nell'ottica del primum vivere, deinde philosophari, prima si sperimenta la vita, si fanno le suddette esperienze, e solo dopo si passa alla teoria. Però il prezzo da pagare fu elevato, perché non c'era un ritratto in soffitta che si ammalasse al posto suo.

<<Noi siamo una Confraternita>> disse il leader, Gianni da Verona <<e questo significa che ci supportiamo a vicenda nei momenti di crisi, e tu sei nel bel mezzo di una tempesta, Robbie, a giudicare dal tuo faccino imbronciato.
Ma adesso noi ci prenderemo cura di te, come i Prefetti che ci hanno preceduto hanno fatto con noi stessi, molte volte. E come prima tappa lungo la via della perdizione, ti porteremo nello stesso locale dove ci portavano loro>>

Si trattava di un famoso ed ampio night club nella zona dei Navigli, una specie di elitario pub "musicale" (nel senso che lì si esibivano spesso cantanti dell'hinterland milanese, esordienti o emergenti di successo, molto in voga all'epoca, come per esempio Biagio Antonacci, che Roberto apprezzava molto, oppure gli eccentrici Marco Castoldi Manuel Agnelli, e soprattutto un altro, molto migliore di loro, di cui parleremo ampiamente nella seconda parte di questo capitolo).

Preferiamo non fare il nome del locale, ci sembrerebbe di profanarlo: basti sapere che quel night-disco-pub elitario era uno dei luoghi in cui i talent scout di allora, come Claudio Cecchetto o il maestro Vessicchio, scoprivano o presentavano i loro protégées.
Si trovava abbastanza vicino a dove, otto anni dopo, fu filmato il videoclip più famoso della band "Le Vibrazioni", i cui componenti all'epoca della nostra narrazione, erano semplici spettatori, come Francesco Sarcina e Alessandro Deidda. Francesco stava, all'epoca, con quella famosa Giulia che gli ispirò il tormentone del 2003.

Gabriele da Monza, da ricco dandy mondano, esteta e habitué della vita notturna milanese, faceva da guida agli altri lungo la via della perdizione:
<<Questa sera, su mio invito, canterà, a sorpresa, un mio coetaneo, ex compagno di classe alle medie, con cui sono rimasto in ottimi rapporti>> disse il Brianzolo <<e che l'anno scorso ha superato le selezioni estive di Sanremo Giovani, con un singolo molto bello, che ti piacerà senz'altro. E tra una settimana o due parteciperà al Festival. Sono sicuro che farà il botto, non solo perché è bravo, sia come musicista che come cantautore, ma anche perché è molto bello. 
Si esibisce a sorpresa proprio per evitare che si crei la ressa nell'attesa del suo arrivo. Beato lui!>>

Roberto ascoltava distrattamente, perché, tanto per cambiare, pensava ad Aurora: si sentiva in colpa per non aver voluto stare con lei, quella sera, ma la sua intenzione era soltanto quella di dimenticare l'esito degli esami, magari con l'aiuto di qualche cocktaile invece lei, con la sua sola presenza, gli avrebbe ricordato troppe cose a cui non riusciva ad abituarsi.
Espresse questo suo malessere con una battuta:
<<Dicono che ad ogni uomo sia destinata una sola donna. Se egli riuscirà ad evitarla, sarà salvo!>>






Gabriele, Gianni e il terzo Prefetto, ossia Giorgio da Novara, risero di gusto.
Fu Giorgio a parlare per primo, a nome di tutti:
<<Be', se per caso dovessi stancarti di Aurora, faccelo sapere per tempo, eh! Saremo i primi a "consolarla"!>>
Roberto era abituato a quelle risposte, perché in apparenza Aurora era perfetta, e tutti le facevano la corte, domandandosi, sempre senza risposta, perché lei stesse con un tipo così strano come il Monterovere.
<<Vi ricordo che siete fidanzati anche voi e che io non ho nessuna intenzione di lasciare Aurora, e meno che mai di tradire la sua fiducia in me. Per cui se avete in mente una serata del tipo Fantozzi, Filini e Calboni al night club "L'Ippopotamo", resterete delusi>>
Gabriele lo rassicurò:
<<Abbiamo in mente soltanto la classica "serata etilica", e sono certo che ti divertirai!>>
Gianni invece era interessato a capire come stavano le cosa tra Roberto e Aurora:
<<Senti Robbie, ma tu sei sicuro che lei non ti tradisca? Non c'è proprio nessuno verso cui ha mostrato simpatia o interesse...>>
Roberto fu lapidario:
<<Ci sono tantissimi nessuno, non so se mi spiego...>> 

Giorgio fu colpito dalla raffinatezza della risposta:
<<Tantissimi "nessuno". E visto che ci abbiamo provato anche noi, senza successo, eccoci annoverati nella onorevole categoria dei "nessuno">>
Roberto accennò un sorriso ironico:
<<Non mi permetterei mai. Il rispetto per gli altri è un atto dovuto, ma quello per se stessi bisogna meritarselo>>
Gianni capì subito l'antifona:
<<Non essere troppo duro con te stesso!>>
Roberto gli lanciò un'occhiata divertita:
<<Disse colui che ha la media dei 30!>>
Gabriele rise di gusto:
<<Ehi, ma stasera hai la risposta pronta in stile Friends. Che sia stata la Sangria ad averti sciolto la lingua, oppure lo Spritz?>>
Giorgio rincarò la dose: 
<<Sai Robbie, sei anche più simpatico, da sbronzo!>>
Roberto sorrise:
<<Sbronzo? Ma se ho appena incominciato! La notte è giovane...>>
Gianni però era rimasto serio:
<<La mia media è una condanna, sai, Robbie? Dico sul serio. Ormai tutti aspettano solo che io faccia un passo falso e tutta l'impalcatura del mio "mito" crolli in un istante.
Essere perfezionisti è una malattia>>
Roberto capì che era sincero, per cui cercò di sdrammatizzare l'ombra che vedeva in lui, con una battuta che in fondo era anche la verità:
<<Mi pare che al riguardo si sia espresso bene Salvador Dalì, il quale disse: "Non aver paura della perfezione, tanto non la raggiungerai mai">>

Stavolta rise anche Gianni:
<<Parole sante! Sei davvero più brillante, quando il tasso etilico nelle tue vene diventa significativo>>
Roberto sorrise:
<<State forse insinuando che io da sobrio sono troppo serioso? 
Be', vi dico una cosa seria allora: c'è un tempo per tutte le cose, e quindi un tempo per essere seri e uno per essere spiritosi, e un tempo per essere di buon umore e uno per non esserlo. 
Diffidate di quelli che sono sempre di buon umore! Non è possibile esserlo, e quindi o fingono, mentendo agli altri e anche a se stessi, o non si accorgono di niente, il che non depone a favore della loro intelligenza, oppure distolgono volontariamente lo sguardo da ciò che li potrebbe turbare, come le sofferenze altrui, mostrando quello che io chiamo un egocentrismo narcisista>>
Giorgio intuì per primo a chi si riferiva con quelle parole:
<<Ho come la strana impressione che tu stia dicendo questo non tanto a noi, quando al fantasma di Aurora, che rischia di diventare il "Convitato di pietra" della situazione!>>




Roberto cercò di minimizzare, scrollando le spalle:
<<Forse, ma io non sono di certo un Don Giovanni! E comunque, non intendo parlare di lei! Non in sua assenza, sarebbe sleale e scorretto>>
Gabriele gli appoggiò sul braccio una mano affusolata e dalla pelle tanto liscia da sembrare finta:
<<Se ne parliamo, è solo per il tuo bene. Hai bisogno di sfogarti e noi siamo qui apposta>>
Roberto preferì ironizzare:
<<E di ciò vi ringrazio, ma ricordate: nessuna buona azione resta impunita!>>
Giorgio si sentì in dovere di applaudite:
<<Avete sentito? Stasera il fanciullo è particolarmente sarcastico. E' tua questa perla di saggezza o l'ha detta qualcun altro?>>
Roberto, dopo un lieve inchino rivolto al Prefetto degli Economisti, rispose:
<<Me l'ha citata mio padre. Mi stava mettendo in guardia sul fatto che io avevo una tendenza eccessiva a soccorrere il prossimo. Mi disse: "Non intrometterti nelle faccende altrui, nemmeno per dare aiuto, perché se le cose andranno bene, i più non ti ringrazieranno nemmeno, ma se le cose dovessero andar male, daranno la colpa a te! Nessuna buona azione resta impunita, come disse Clare Boothe Luce">>
Tutti aggrottarono le sopracciglia:
<<Chi?>>
Lui rispose:
<<Clare Boothe Luce fu l'ambasciatrice statunitense in Italia negli Anni Cinquanta. 
In una intervista le chiesero perché ce l'avesse tanto coi sindacalisti e la risposta fu all'incirca: 
"Perché ogni volta che ottengono qualcosa, poi chiedono di più, e non basta mai. Tu gli dai una mano e loro ti prendono il braccio. In passato, quand'ero direttrice di Vanity Fair, alcune persone che in precedenza avevo aiutato molto, improvvisamente incominciarono a diffamarmi perché a un certo punto avevo posto un limite alle loro pretese, e allora capii una lezione importante: nessuna buona azione resta impunita>>
Tutti sorrisero, perché in effetti c'era del vero in quella frase, tanto che poi divenne un proverbio.
Gianni, il Prefetto dei Finanzieri, si mostrò incuriosito:
<<Il consiglio di tuo padre è saggio. Deve essere un uomo molto buono e molto colto, da quel che ho capito, eppure non ne parli mai, o almeno non tanto quanto parli di tua madre o dei tuoi nonni materni.
Perché? Io vorrei tanto avere un padre così: il mio disprezza la cultura e disprezza anche me>>
Roberto apprezzò la confidenza dell'amico:
<<Mi dispiace: dev'essere dura. Io e mio padre siamo molto legati, molto simili, c'è un rapporto di amicizia. Lui ha avuto un padre autoritario, che lo ha trattato male e continua a farlo, e per questo si è ripromesso, con me, di fare l'esatto contrario e infatti ci vogliamo un bene dell'anima.
Ed è un uomo molto buono e molto colto e a Forlì è molto stimato: è una colonna del Liceo scientifico, gli studenti lo venerano.
Se non ne parlo spesso è perché mi sembrerebbe una vanteria. 
L'unica cosa che potrei rimproverargli è di essere un po' succube di mia madre, ma forse vale così per tutti i mariti. Discutono continuamente. Mia madre ha un carattere difficile, brontola sempre e avrà anche le sue ragioni, si vede che è frustrata, che non è contenta della vita che fa, del suo lavoro e del suo matrimonio. E adesso che non prendo più voti altissimi, anche io la deludo.
Tra lei e mio padre ci sono momenti di affetto, ma non credo ci sia vero amore. 
Del resto, lo sanno tutti: nella mia famiglia i matrimoni durano mezzo secolo, ma l'amore è un'altra cosa. Non so cosa, ma di sicuro non è ciò che percepisco tra i miei, e a volte nemmeno...>>
Si interruppe: sentiva che il Convitato di pietra, lo spettro di Aurora, si stava ripresentando, e lo capirono anche gli altri.
Gabriele disse:
<<Non sai cos'è l'amore? Ma com'è possibile? Voglio dire... insomma... mi pare che tu sia molto fortunato in amore. Dovresti saper bene di cosa si tratta!>>
Roberto, che era passato al Gin tonic, scosse il capo:
<<Voi confondente l'innamoramento con l'amore. Io sono follemente innamorato della mia fidanzata. L'innamoramento è uno stato nascente, ma noi stiamo insieme da due anni e io sono sempre lì, sospeso in quello stato, in adorazione di lei. 
Ma l'amore dovrebbe essere più equilibrato. Romantico, certo, ma una quotidianità continuamente romantica è un'anomalia. Non voglio essere un cavalier servente per tutta la vita...>>
Si pentì di quella frase, ma inaspettatamente qualcuno si trovò d'accordo.
Da dietro, una voce roca, ma intensa, disse:
<<Mi sembra giusto>>
Roberto si voltò e vide quello che, all'epoca, era un ventitreenne bellissimo, il più bello che avesse mai visto in vita sua, dai lunghi capelli castano scuri, occhi neri, sguardo intenso, magnetico, ma il viso aveva i tratti dolci di una splendida fanciulla mora, di un'elfa con un nasino piccolo, una bocca carnosa, leggermente imbronciata: tratti più dolci di quelli che tantissime fanciulle nel fiore dell'età possono anche solo sognarsi di avere. Non incontrò mai più una persona così spudoratamente bella.

Gabriele si illuminò il volto, come se avesse visto una divinità:
<<Gianluca! Come va?>>






<<Bene, dai, è un periodo elettrizzante... i primi successi ti esaltano, ti danno euforia, però c'è anche tanta ansia, ma proprio tanta, quando sei lì davanti a una platea pronta a farti a pezzi al minimo errore. Le selezioni sono andate bene anche perché "La mia storia tra le dita" è un brano molto melodico, molto romantico, che è quello che ci si aspetta per Sanremo, ma adesso, per il Festival vero e proprio ho puntato i piedi con quelli della Polygram e stavolta canto un brano più difficile, vagamente filosofico esistenziale, oserei dire, e di certo meno romantico e meno orecchiabile.
ho paura che sia accolto con meno entusiasmo, ma non posso far finta di essere un'altra persona, non posso cantare sempre la stessa canzone. Non lo so, ma non sono autorizzato a dire di più. Spero solo che il pubblico femminile non mi tradisca...>>
Gabriele scosse il capo:
<<Non fare il modesto, non ti si addice! "La mia storia tra le dita" è una canzone meravigliosa, con una melodia che ti si incide nella mente e nel cuore, perché ognuno di noi si è trovato, almeno una volta nella vita, nella stessa situazione, ha provato le stesse emozioni, ma solo tu sei riuscito a tradurle così bene in musica e parole.
Ci farai l'onore di cantarla, stasera?>>
Gianluca sorrise e quel sorriso radioso aveva qualcosa di speciale, di angelico, di tenero, ma anche di misterioso e perfino malinconico, soltanto una piccola ombra di malinconia in un oceano di luce.
<<Sono qui apposta! Ma prima devo carburare, per cui mi unisco a voi, in questo angolo dove non mi si nota, e ci facciamo qualche bicchierino insieme, e se poi mi piazzo bene al Festival e l'album decolla, quando torno a Milano offro da bere a tutti!>>
Gabriele, improvvisandosi cameriere, gli portò una sedia e aggiunse un posto a tavola, tra se stesso e Roberto, poi fece le dovute presentazioni:
<<Questa matricola, che stasera ci sta dando sotto con gli aperitivi, è Roberto Monterovere. E tu, Roberto, avrai sicuramente riconosciuto Gianluca Grignani>>
Ad essere del tutto sinceri e onesti, Roberto non l'aveva mai sentito nominare, perché non ascoltava più la radio, nemmeno con Aurora, che quell'anno aveva trascurato la musica a vantaggio della moda. Si mostrò comunque entusiasta di conoscerlo e gli tese la mano, che l'altro strinse con grande vigore. Come temeva, però, arrivò la domanda che smaschera inequivocabilmente quelli che dicono bugie, seppure a fin di bene e per buona educazione:
<<E ti è piaciuta la canzone? Cosa ne pensi?>>
Roberto, che già faceva fatica ad articolare le parole a causa degli aperitivi, si ritrovò a dover commentare qualcosa che non aveva mai sentito prima, e quindi improvvisò:
<<Mi è piaciuta moltissimo! La penso come Gabriele, che mi ha tolto le parole di bocca>>

Gianluca lo osservò come se stesse guardando un alieno:
<<E' per caso la tua prima sbronza?>>
Roberto si impappinò:
<<Be', ecco, diciamo che... sì, stasera forse ho ecceduto un po'>>
Gabriele intervenne, come un avvocato d'ufficio maldestro:
<<Questo ragazzo sta con una tipa strafiga, ed è pure ricca. E poi lei è anche intelligente, ha studiato la metà di lui e ha passato tutti gli esami con la media del 29. E Robbie, qui, si è sentito un po' umiliato... insomma, non c'era abituato... stanno insieme da due anni... non era mai successo che lei lo stracciasse così>>
Roberto lo guardò male:
<<Oh, sei davvero di grande aiuto, Gabriele! Sei riuscito a demolirmi in soli venti secondi!>>

Gianluca parve divertito:
<<Ah, ma allora temo che la mia canzone ti farà stare ancora peggio. L'ho scritta proprio quand'è finita la storia con una ragazza che era davvero speciale.
Prima dicevi che ti senti un... come hai detto... un cavalier servente! Be', con le strafighe succede quasi sempre così, persino a me! Ma siamo giovani, abbiamo tutta la vita davanti, incontreremo sicuramente la persona giusta>>
Roberto annuì, anche se incominciava a chiedersi se Aurora lo fosse davvero:
<<Spero che sia lei quella giusta, ma stasera...>>
Non terminò la frase, ma si capiva che aveva dei dubbi.
Gianluca continuò a studiarlo con l'aria di un naturalista che si trova di fronte a una nuova specie di animale sconosciuto:
<<Non ti offendere, ma mi sembra che tu non abbia la faccia da bocconiano. E nemmeno la capigliatura: hai i capelli lunghi da cantautore, e io me ne intendo... e di solito le matricole che questi tre depravati portano qui per il battesimo dell'alcol hanno un'aria meno... non ti offendere... meno tormentata>>
Roberto si chiese improvvisamente chi fosse quell'Angelo Oscuro che era piombato lì per dirgli molto francamente ciò che lui non aveva il coraggio nemmeno di pensare o di confessare a se stesso:
<<Nessuna offesa, anzi, credo proprio che tu abbia ragione. Forse io non sono adatto a questa università. Ma ormai è troppo tardi. Io vengo da una cittadina di provincia dove tutti conoscono tutti e se cambiassi università sarebbe uno scandalo e la mia famiglia ne ha dati fin troppi, fidati>>
I 4G reagirono in maniera diversa.
Gabriele, Gianni e Giorgio erano allibiti, senza parole.
Gianluca invece, sorseggiando lentamente un alcolico, e tenendo una sigaretta accesa nell'altra mano, come un poeta maledetto del Decadentismo, seppur in salsa milanese, rispose tranquillamente, con quella voce già roca, ma  nel contempo flautata e suadente:
<<Capisco, non dev'essere facile. Spero che tu non abbia scelto la Bocconi per far contenti i tuoi o qualche altra persona importante>>
Roberto era stupefatto di come quello sconosciuto lo avesse inquadrato nel giro di pochi minuti:
<<E' una storia lunga e triste, ma sì, è così, avevo fatto una promessa, ma non ai miei genitori, a due persone che erano molto importanti, anche se per motivi del tutto diversi.
Ora però mi rendo conto di non essere portato per queste materie. 
Ho sempre preferito gli studi umanistici, ma sapevo che l'unico sbocco, se ti va bene, è fare l'insegnante a un gruppo di selvaggi, non certo lo scrittore o il ricercatore universitario. 
Quelli sono sogni, ed è meglio che restino tali!>>
Gianluca si accigliò:
<<Uhm, ho già sentito questa storia. Io non sono certo uno studioso, ma volevo comunque studiare alla CPM, un centro di specializzazione di musica pop contemporanea, qui ha Milano.
Ho dovuto lottare parecchio, ma alla fine ne è valsa la pena: ho perfezionato la mia preparazione, poi ho incontrato alcune persone che mi hanno ispirato molto, mi hanno aiutato, hanno creduto in me. Spero di non deluderli.
Però all'inizio in tanti hanno cercato di dissuadermi, anche perché ho un carattere difficile, imprevedibile, ma almeno non ho permesso che altri giudicassero le mie aspirazioni personali dal punto di vista dei loro fallimenti>>
Roberto si sentì trafitto al cuore.
Il nonno Ettore aveva cercato di ricreare un impero, ma aveva fallito. 
E Bartolomeo Visconti si illudeva di poter spendere più di quanto guadagnava, ed aveva fallito pure lui, dileggiato persino da sua moglie. 
E io ho giurato di realizzare ciò che loro non erano stati capaci di difendere.
Ed ora sono in trappola.
E l'unica persona che riusciva a capire tutto questo era quell'Angelo Oscuro, materializzatosi lì come un'apparizione o, peggio ancora, un'allucinazione.
<<Hai fatto bene! Io avevo le idee meno chiare. Onestamente, non sapevo nemmeno quali fossero le mie reali aspirazioni. Ci sono vicende personali, familiari... è complicato>>
Gianluca socchiuse gli occhi, continuando a studiare il suo interlocutore con l'aria di chi vuole scoprire un talento nascosto, e poi gli fece una domanda sorprendente, destinata a lasciare il segno:
<<Non voglio essere indiscreto, ma sai, noi cantautori non sottovalutiamo mai le persone e le occasioni. Tutto è fonte di ispirazione. Non siamo mai completamente autobiografici.
Prima viene la musica, poi l'argomento, e solo alla fine le parole. Succede quando meno ce l'aspettiamo e chiunque può contribuire, anche in un solo incontro, anche con un solo vocabolo.
Per questo sono incuriosito e mi piacerebbe sapere una cosa, ma solo se ti va di rispondere.
Che cos'hai perduto? Io ti vedo come congelato nel tempo: hai perso qualcosa, quando eri ancora innocente, qualcosa che amavi, e adesso non riesci più ad andare avanti, né a tornare indietro... e io mi chiedo che cos'hai perso di così importante?">>
Roberto rimase attonito, come se per la prima volta in vita sua avesse incontrato una persona che lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse se stesso.
Forse era vero che per i cantautori era fondamentale l'empatia, perché la loro musica doveva parlare a tutti, e loro dovevano cercare di conoscere cosa passava nella testa delle persone.
<<Ho perso un mondo intero. Era il mondo della mia infanzia, un luogo reale, ma percepito come magico, agli occhi di un bambino, di un innocente, come hai giustamente detto.
Ho trascorso gli anni più belli nella tenuta di campagna dei miei nonni, insieme ai miei cugini, ad una bisnonna aristocratica che beveva come una spugna, ma era fenomenale nel reggere l'alcol e nel raccontare le storie di famiglia, che poi è la famiglia di mia madre e delle sue mitiche sorelle.
Era un'isola felice, la mia Camelot, la mia Contea, la mia Avalon, c'erano pure le streghe, dico sul serio... sembrava di vivere in un altro secolo, in un passato leggendario.
Ed io sono rimasto lì, congelato, come hai detto leggendomi nel pensiero... sono cristallizzato lì, in quel tempo leggendario, e non riesco ad andare avanti, né a tornare indietro. 
Il luogo esiste ancora, ma è in rovina. Mia nonna fa del suo meglio per tenere in piedi il maniero, che tutti giudicano "un orrore neogotico", ma per me è bellissimo ed è l'unico posto dove io mi sia sentito veramente a casa.
Avevo promesso a mio nonno, prima che morisse, che un giorno avrei riportato la tenuta all'antico splendore, come per un certo periodo lui era riuscito a fare, salvo poi rimanere vittima di alcune situazioni che preferisco dimenticare.
Mia nonna ha cercato di dissuadermi, di farmi capire che stavo inseguendo solo fantasmi, che non potevo tornare indietro nel tempo, che nulla tornerà mai come prima.
E solo adesso mi rendo conto che aveva ragione, che spesso ciò che perdiamo, l'abbiamo perso perché l'abbiamo voluto troppo, l'abbiamo amato troppo, e gli abbiamo consentito che diventasse un'ossessione, un'allucinazione.
E in nome di quell'amore sono finito da tutt'altra parte, in una metropoli con i grattacieli.
Mi sento come se fossi prigioniero in cima a una torre, a guardare sotto di me una città frenetica che mi ha consumato nel giro di sei mesi>>
Gli venne in mente una frase di Seneca: 
"Fragiles sunt arbores, quae in aprica valle creverunt". Sono fragili gli alberi cresciuti in una valle assolata"

Gianluca, che lo aveva ascoltato in silenzio, accigliato, a un certo punto annuì:
<<Non possiamo fuggire fisicamente, da simili prigioni, ma può farlo la nostra anima. 
Dicono che ogni anima ha due ali, forse sono queste ali la nostra unica via di fuga.
E bisognerebbe cercare di non voltarsi indietro: lo so per certo, amico, perché mi son voltato anch'io, e continuo a farlo, pur sapendo che non va bene>>
Roberto annuì a sua volta, era commosso, avrebbe voluto abbracciarlo, avrebbe voluto che fosse il suo fratello maggiore, o il suo migliore amico, perché c'era una sintonia che non aveva mai conosciuto, accompagnata da un'ispirazione, un desiderio di identificazione.
E' lo stesso meccanismo per cui si è "fan" di qualcuno, rasentando l'idolatria. 
Avrebbe voluto essere come lui, anzi "essere lui".
Non era invidia, era ammirazione, e sorpresa, perché si era abituato a pensare che le persone esteticamente belle finissero per diventare superficiali, ma era un pregiudizio ingiusto, ognuno porta con sé i suoi fantasmi: quisque suos patimur manes.
Una cosa è certa: quando Roberto, pochi mesi dopo, lo ascoltò cantare "Falco a metà", si ricordò di quella sera e di ciò che si erano detti
Era una canzone dal sapore montaliano, ricordava il falco alto levato, ma con la presa d'atto che quell'indifferenza, quell'elevazione, quel volo, erano solo un sogno.
"Sono seduto su un grattacielo / vedo gli aerei passare / poi guardo giù, voglio saltare, voglio imparare a volare / e allora volo via / siamo in viaggio / io la mente mia guarda, ho già spiccato il volo / ed ora sono proprio sopra casa tua // Il falco va / senza catene / sfugge agli sguardi / sa che conviene / è indifferente, sorvola già / tutte le accuse / boschi e città / io che son falco, falco a metà // ... / e chissà se questo è / il segreto per vivere con me / seduto su un grattacielo devo stare / in alto come un falco per non farmi catturare...".
Non che si illudesse di essere stato d'ispirazione, sia ben chiaro: la canzone era già stata scritta, e Gianluca si era limitato a concedergliene un anticipo, il famoso "and so my friend, libera le ali / ogni anima le ha / oh oh / rubale alla libertà", che poi era chiaramente un consiglio che dava a se stesso da molto tempo.





Roberto ebbe lo stesso brivido quando ascoltò "L'allucinazione", così disperatamente sublime, nel passaggio centrale, esplosivo:
"E poi ad un tratto / dallo schermo cadi giù / e t'avvicini / come stai? io bene e tu? / ma non può essere / allora è un'ossessione / stai diventando la mia allucinazione".

Quando Roberto ci raccontò tutto, ci confessò anche che ciò che aveva provato quella volta era il suo segreto più grande, l'ultimo fantasma di cui si liberava, così come si era liberato da molto tempo di tutti gli altri fantasmi dei suoi turbolenti anni milanesi.
Riteniamo che fosse sincero, perché è sempre attenuto ad una regola di Mark Twain: "Se dici la verità, non hai bisogno di ricordarti niente", nel senso che non ci saranno mai versioni contraddittorie.
Certo ciò che è vero dipende dal punto di vista. 
Per esempio: un cilindro, a seconda di dove proviene la luce che lo investe, può proiettare come ombra un cerchio o un rettangolo: entrambi sono assolutamente veri, ma nessuno di loro è la Verità noumenica.




Non dobbiamo poi sottovalutare i fumi dell'alcol di quella memorabile prima sbronza: non capita certo a tutti di condividerla con qualcuno che poi quell'anno vinse il Disco di Platino con l'album "Destinazione paradiso".
Be', ad essere sinceri, a Milano, se si va in locali famosi, con gli amici giusti, certi incontri possono succedere (anche a Milano Marittima, aggiungiamo noi).

La sua esibizione a Sanremo fu perfetta: era meno timido di fronte al pubblico, meno impacciato. Aveva imparato molto in termini di presenza scenica, movenze, espressioni, modo di tenere il microfono o di rivolgersi alle telecamere e all'orchestra.
Un'esecuzione impeccabile, anche se tutti guardavano lui, più che ascoltare la canzone, e nessuno si accorse che la fuga di cui quel testo parlava era anche un'allusione, seppur velata, metaforica, allegorica ed espressa con delicatezza sognante, ed un sorriso rassicurante, al tema del suicidio.
Il testo del brano fa riferimento ad una fantomatica stazione ferroviaria detta "Paradiso città" da raggiungere con un treno che simboleggia la morte, sottintendendo il suicidio
Ecco il passaggio che soltanto molti mesi dopo i critici, i commentatori e i fan, capirono davvero, tutti tranne Roberto, che l'aveva capito subito:
"Un posto per scrollarsi via di dosso / quello che c'è stato detto / e quello che oramai si sa / E allora sai che c'è / c'è che prendo un treno che va / a Paradiso città / e vi saluto a tutti e salto su / prendo il treno e non ci penso più"
Roberto, ascoltando quelle parole che Gianluca aveva cantato col sorriso sulle labbra, si chiese: com'è possibile che una persona che ha avuto tanti doni e tanti talenti, possa anche solo pensare a questo?
Io se fossi bello come lui e potessi fare il lavoro che mi piace, mi sentirei felice! Cosa vuole di più dalla vita?
Sul momento non trovò la risposta, ma già l'anno successivo capì: Gianluca soffriva di attacchi di panico, disturbi d'ansia, e alcuni sintomi di disturbo bipolare o di quello "borderline".
Questi disturbi sono provocati da squilibri chimici dei neurotrasmettitori, e possono colpire tutti noi, indiscriminatamente, all'improvviso e quando meno ce lo aspettiamo: non si deve colpevolizzare chi ne soffre, sarebbe come rimproverare uno che soffre di pressione alta.
Questi sintomi lo avevano portato ad esagerare con l'alcol, ma poi imparò a tenerli a bada con lo Xanax o il Lexotan, come quasi tutti noi comuni mortali. A tal proposito disse, in un'intervista:
«Capita anche a noi privilegiati, quelli per intenderci baciati dalla fortuna e dal successo, quelli che non sono costretti ad alzarsi tutte le mattine all'alba per andare a lavorare e tutto quello che meglio vi viene da pensare. Ero stanco, nervoso, ansioso, mi è venuto un attacco di panico, ho avuto paura, e ho perso il controllo».
Si tratta di un male terribile, quello che ti fa passare dall'euforia all'angoscia, con "discese ardite e risalite", dalla malinconia alle esplosioni di rabbia, così, improvvisamente, facendoti patire le pene dell'inferno. Aveva pagato cara la sua fortuna, e col tempo la sua carriera ne risentì.

Ma Roberto, che pure lui, in quegli anni, incominciò a soffrire di ansia e disturbi dell'umore, capì che fu forse quella fragilità interiore ciò che fin dall'inizio aveva permesso loro di intendersi, pur essendo perfetti sconosciuti e provenendo da vicende completamente diverse.
Nella canzone “The Joker”, in seguito, mise a nudo la sua anima: “non sono una persona equilibrata / e ho l’anima sdoppiata che ogni tanto viene su”.

Va detto anche che, in seguito, nonostante il successo che lo travolse e lo sconvolse, Gianluca non mancò mai alle rimpatriate con Gabriele, Gianni, Giorgio e Roberto. 
Quest'ultimo era diventato un suo fedelissimo estimatore e sostenitore e le serate con i 4G si estesero anche ad Aurora, la quale però non subì più di tanto il fascino dell'Angelo oscuro, forse perché ne riconobbe subito i tormenti interiori, e lei ne aveva ormai avuto abbastanza, di anime tormentate, che volavano nell'Iperuranio, inseguivano fantasmi, sognavano la fuga o prendevano il treno con "Destinazione paradiso".
Tutte le altre ragazze, però, erano impazzite per lui, con quelle tipiche forme di isteria collettiva adolescenziale, un fenomeno che raggiunse l'apice nei decenni successivi, specie nei confronti di Harry Styles, a cui si perdonava e si perdona tutto, persino il fatto che si vesta da donna.

Se ci fossero stati i social media, Gianluca Grignani, che pure vendette moltissimi dischi anche all'estero, avrebbe avuto una notorietà molto più ampia e duratura.
E questa considerazione vale tanto più se pensiamo che adesso, personaggi strani che urlano strane cose, ma hanno l'endorsement dei Ferragnez, vincono tutto e finiscono nello stesso palco con i Rolling Stone. Ogni riferimento ai Maneskin è puramente voluto.
Va detto inoltre che negli Anni Novanta le canzoni erano ancora cantate, e non "dette" da quei buffoni rapper o da altri personaggi da circo equestre. 
Certo, l'hip-hop si stava affermando, ma c'era ancora chi osava difendere l'elemento melodico senza rischiare di essere lapidato nella pubblica piazza.
Erano i tempi in cui prima Videomusic e poi MTV trasmettevano liberamente tutte le clip, una dietro l'altra, dalla mattina alla sera. C'era ancora, persino, la Superclassifica Show su Canale 5 con un Gerry Scotti quasi magro e un'Ambra Angiolini in stile Lolita che faceva impazzire e avrebbe risvegliato i sensi e la libido anche ad un morto.
Eh, quelli sì che erano tempi!
E per dirla con Gabry Ponte, che ne sanno i Duemila di tutto questo?
C'era uno scarto generazionale amplificato dalla rivoluzione telematica: le macchine stavano prevalendo, si entrava nell'età dei cyborg, un'era post-umana.
Chi di loro si ricordava di un mondo più a misura d'uomo? Di tempi più umani, più civili, "prima dell'oscurantismoprima dell'impero" dell'I-Phone, dei Social, dei Reality e dei Talent e di quegli stramaledetti programmi di cucina che hanno invaso ogni canale con le loro schifezze da nouvelle cuisine in dosi microscopiche messe su un piattone enorme. Ma non divaghiamo!
Torniamo al presente.
Adesso Gianluca non è più un Angelo Oscuro, è un uomo di mezza età, con una evoluzione in stile Vasco Rossi, che peraltro è sempre stato un suo convinto sostenitore.
Ha diversi chili in più, la barba ispida, il viso indurito da una vita di eccessi.
E' la solita storia che il "solito" Virgilio aveva già mirabilmente sintetizzato nell'eterno adagio: "o formose puer, nimium ne crede colori, cadunt alba ligustra, vaccinia nigra leguntur.

Ma Gianluca ha anche quattro figli, con i nomi che iniziano tutti con la G, guarda caso, e una ex moglie adorabile la cui pazienza, però, ha raggiunto il limite, comprensibilmente.
Chissà se il giorno in cui lui e Francesca si sono separati, dopo tanti anni trascorsi insieme, nel bene e nel male, Gianluca abbia riascoltato, nella sua mente, la canzone che lo rese famoso"La mia storia tra le dita", che cantò quella sera dorata e lontana, dal vivo, suonando la chitarra e ammaliando un pubblico preso alla sprovvista.
Ma forse no, perché, come dicevamo, certe cose non tornano più, l'atmosfera cambia, noi cambiamo, invecchiamo, la nostra mente ci gioca brutti scherzi e il sogno interrotto non si può ripetere.
Essere maturi significa anche accettare che molto di ciò che è perduto, è perduto per sempre.

Ma quella sera, ah, quella sera...
Roberto ne parla ancora con gli occhi lucidi e l'entusiasmo di chi ha assistito ad una sorta di mondana epifania.
Una parte dell'anima di Roberto è ancora lì, e se volete farvi un'idea dell'atmosfera creatasi in quel locale, quando Gianluca incominciò a cantare, vi aiutiamo a ricostruirla con qualche immagine di repertorio, a cui seguirà il testo della canzone, con le nostre solite sottolineature e una postilla finale.
E vi consigliamo di ascoltarla, se non l'avete già fatto, guardando il videoclip del 1995. 









Sai penso che
Non sia stato inutile
Stare insieme a te
Ok, te ne vai
Decisione discutibile
Ma sì, lo so, lo sai

Almeno resta qui per questa sera
Ma no che non ci provo, stai sicura
Può darsi già mi senta troppo solo
Perché conosco quel sorriso
Di chi ha già deciso
Quel sorriso già una volta
Mi ha aperto il paradiso

Si dice che
Per ogni uomo
C'è un'altra come te
E al posto mio
quindi 
tu troverai qualcun altro
Uguale no, non credo io...

Ma questa volta abbassi gli occhi e dici
"Noi resteremo sempre buoni amici"
Ma quali buoni amici maledetti!
Io un amico lo perdono
Mentre a te ti amo
Può sembrarti anche banale
Ma è un istinto naturale

E c'è una cosa che io non ti ho detto mai
I miei problemi senza te
Si chiaman guai
Ed per questo che mi vedi fare il duro
In mezzo al mondo
Per sentirmi più sicuro

E se davvero non vuoi dirmi che ho sbagliato
Ricorda a volte un uomo
Va anche perdonato
E invece tu
Tu non mi lasci via d'uscita
E te ne vai con la mia storia fra le dita

Ora che fai?
Cerchi qualche scusa
Se vuoi andare, vai!
Tanto di me
Non ti devi preoccupare
Me la saprò cavare

Stasera scriverò una canzone
Per soffocare dentro un'esplosione
Senza pensare troppo alle parole
Parlerò di quel sorriso
Di chi ha già deciso
Quel sorriso che una volta
Mi ha aperto il paradiso

E c'è una cosa che io non ti ho detto mai
I miei problemi senza te
Si chiaman guai
Ed per questo che mi vedi fare il duro
In mezzo al mondo
Per sentirmi più sicuro
E se davvero non vuoi dirmi che ho sbagliato
Ricorda a volte un uomo
Va anche perdonato

E invece tu
Tu non mi lasci via d'uscita
E te ne vai con la mia storia fra le dita...


Roberto si commosse fino alle lacrime, ma c'era una differenza: lui non era stato mai lasciato e non lo fu nemmeno in seguito, anzi, fu sempre lui a fuggire, lui a lasciare, lui ad andarsene di soppiatto, come un ladro nella notte.
E faceva questo non per il proverbio errato secondo cui in amore vince chi fugge, no, c'era una ragione molto più meschina: era lui a lasciare per paura di essere lasciato.
Questo però avvenne soprattutto con la sua seconda fidanzata, Jessica e con quelle che vennero dopo, ma se ne parlerà quando sarà il momento, 
Con Aurora, fu diverso: gli ultimi anni della loro lunga relazione, tra il 1998 e il 2001, avevano visto un progressivo deterioramento, ma a dare il colpo di grazia fu l'incontro con Jessica a Bologna.
Quando Roberto si innamorò di Jessica, con Aurora ormai non c'era quasi più niente, se non il giuramento che avevano pronunciato nel 1992, l'Anno della Falsa Primavera, quando si erano fidanzati in maniera troppo frettolosa. Che fretta c'era?
Aurora comunque non tradì per prima: fu Roberto, a sua onta perpetua, colui che consumò il primo tradimento.
Questa era la squallida verità su di lui, l'ultimo dei Monterovere e l'unico che non seppe mantenere la parola data, trascinando la dinastia nel disonore e nel fango.

E dunque, in quella famosa notte a Milano, si potrebbe dire, a posteriori, che Roberto, in realtà, ascoltando "La mia storia tra le dita", non piangeva solo per se stesso, per la propria inadeguatezza, ma piangeva anche e soprattutto per lei, per Aurora, perché già intuiva cosa sarebbe accaduto e presagiva il male morale le avrebbe inflittoandandosene via nella maniera peggiore, e cioè per mettersi con un'altra, per poi lasciare anche quella, perché il suo cuore era "uno zingaro" (secondo una canzone dal titolo ormai politicamente scorretto) e si innamorava facilmente, ma non sapeva amare.
Per innamorarsi basta un'ora, ma per amare, bisogna impegnarsi tutta la vita.

E Roberto, avendo assistito al sostanziale fallimento del matrimonio dei genitori e di quello dei nonni materni, non credeva più che per lui fosse possibile un impegno di quel tipo.
Fu così che la sua educazione sentimentale lo portò ad avere un cuore nero come l'Asso di Picche .

Non accettava l'idea della convivenza, della prosaicità quotidiana, dell'opaca trafila delle cose che né sua madre, né sua nonna erano riuscite a sopportare, nei rispettivi matrimoni.
E quando si rese conto di questo, Roberto capì una cosa destinata a cambiagli la vita, e cioè che lui non era affatto un Monterovere,  era un Orsini, con tutta la capricciosità che questo comportava.

Tutto questo lui lo capì mentre ascoltava quella canzone, preconizzando il giorno in cui se ne sarebbe andato portandosi via, tra le dita, la storia di Aurora, quella storia che alla fine ha deciso di raccontarci e che noi vi raccontiamo, prendendo le distanze e condannando il suo comportamento e tutto ciò che, alla fine, lui era diventato: l'uomo dei giuramenti traditi e degli scudi frantumati, nell'ora in cui il secondo millennio giungeva al termine e il terzo incominciava, sotto funesti auspici.





lunedì 15 novembre 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 168. La Disfatta




Per Roberto Monterovere gli esami del primo semestre non furono un'esperienza piacevole.
Le materie su cui vertevano tali esami semestrali erano: 

1) Economia Aziendale
2) Economia Politica I (Microeconomia)
3) Istituzioni di Diritto Privato
4) Matematica I (Analisi I e Algebra lineare)
5) Informatica
6) Lingua Inglese I.

Non c'erano ancora i crediti formativi, per cui gli esami si dividevano in due categorie: le annualità e le semestralità.
In Bocconi, all'epoca, i corsi erano tutti semestrali, ma sarebbe più indicato dire che erano annualità compresse in metà tempo, il che significava che il numero degli esami per semestre era 6, ed il programma era vasto e lungo. 

Se si voleva rimanere in pari, bisognava sostenere, in un anno, ben 12 esami.
Per completezza riferiamo anche gli esami del secondo semestre del primo anno e cioè: 

7) Contabilità e Bilancio
8) Economia Politica II (Macroeconomia)
9) Istituzioni di Diritto Pubblico
10) Matematica II  (Analisi II e Matematica finanziaria)
11) Seconda lingua straniera I (Tedesco o Spagnolo)
12) Terza lingua straniera I (a scelta tra Francese, Tedesco, Spagnolo, Arabo, Cinese, Giapponese e Russo)

All'inizio del I semestre, Roberto, ignaro di cosa lo aspettasse e scioccamente illuso che si trattasse di un programma impegnativo sì, ma fattibile, applicò lo stesso metodo di studio del Liceo, salvo poi accorgersi che quel metodo non bastava più per ottenere risultati ambiziosi in termini di voti e di numero degli esami dati.
Bisognava avere altri requisiti tra cui ottima memoria e nervi d'acciaio.

La mente del giovane Monterovere era stanca, la sua memoria meno efficiente, i suoi neuroni già compromessi dalla nevrosi, il suo apprendimento meno veloce  e il suo interesse per quelle discipline si rivelò inferiore del previsto.

Economia Aziendale era, per il 30%, aria fritta, (composta da definizioni ampollose, ambigue e infarcite di acronimi e di anglismi sulle varie questioni gestionali, strategiche e organizzative); per un altro 30% era studio degli indici o quozienti di redditività, solidità patrimoniale e liquidità più altre questioni di finanza aziendale, come fusioni e acquisizioni, joint venture, venture capital, leverage e altre amenità; per il rimanente 40% era un'introduzione alla ragioneria, cioè alla contabilità e al bilancio, e quindi noia allo stato puro e denso, un piccolo assaggio per prepararsi al mattone del secondo semestre, ossia l'esame specifico di Contabilità e Bilancio.


Il manuale di Economia Aziendale, il famosissimo "Airoldi, Brunetti, Coda" (detto ABC), era un enorme ammasso di affermazioni arbitrarie e concetti sfuggenti o quantomeno discutibili a partire dalla definizione stessa di azienda. Secondo Airoldi e soci, "si definisce azienda l'ordine economico degli istituti" dove per "istituti" gli autori dell'ABC intendono: le famiglie, le imprese e gli enti
pubblici. 
Perché dare una simile definizione quando il Codice Civile definisce l'azienda in un modo diverso e più convincente?
L'articolo 2555 ci dice che: l'azienda è il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.
Ogni matricola bocconiana si trovava dunque di fronte al dilemma filosofico in stile "sesso degli angeli": l'azienda è un "ordine" o è un complesso di beni? 






L'ordine è un concetto vago e astratto, il complesso dei beni è un concetto chiaro, concreto, tangibile. 
Perché complicare le cose creando rivalità tra aziendalisti e giuristi? Non si sa.
Ma la rivalità esisteva anche e soprattutto all'interno dei cattedratici aziendalisti: non si trovano due manuali che definiscano l'azienda allo stesso modo: per alcuni è un istituto economico, per altri un'attività economica, per altri ancora un insieme di persone oppure un'organizzazione di beni e persone.




Su questioni di lana caprina come queste si andava avanti all'infinito, perché poi ogni docente interpretava le definizioni a modo suo, o le formulava in maniera diversa, aumentando la confusione. 
Perché gli aziendalisti non si limitavano a prendere atto della definizione del Codice Civile? Mistero.

A proposito di Codice Civile, il Diritto Privato si rivelò essere la materia più difficile, per Roberto, perché richiedeva la memorizzazione del Codice Civile e delle leggi ad esso collegate, cosa che può essere paragonata soltanto ad Anatomia umana, per il tipo di memoria da elefante che richiede.
Il manuale era quello di Gianguido Scalfi, in quattro tomi, da aggiungere al classico e monumentale Torrente-Schlesinger, come supporto quando lo Scalfi si perdeva in oscure elucubrazioni e fumisterie metafisiche sulla filosofia del diritto.

La prima parte del corso era relativamente semplice, in quanto trattava le fonti del diritto, l'interpretazione del diritto, le distinzioni tra diritto pubblico e privato, tra diritto civile e penale, tra diritti personali e diritti reali, tra possesso e proprietà, tra impresa e azienda, tra persone fisiche e persone giuridiche, tra fatti e atti giuridici, tra colpa e dolo, per poi concludere trionfalmente l'introduzione disquisendo sul tema del danno ingiusto, del risarcimento del danno e della colpa grave.
Fino a qui si poteva quasi credere che quel corso fosse una specie di filosofia del diritto, complice il primo volume dello Scalfi.
Ma era un'illusione destinata a non durare.

La seconda parte del corso era infatti molto specifica, estremamente cavillosa e difficile da memorizzare.
Gli argomenti erano le obbligazioni e i contratti, (tutti quelli previsti dal Codice, e sono tanti), più le basi del diritto commerciale (imprese, società, azioni, titoli, cambiali, inadempimento del debito, cenni di diritto tributario, cenni di diritto fallimentare, cenni di diritto del lavoro). Il Diritto Commerciale sarebbe stato poi ripreso nei minimi particolari da un poderoso esame del secondo anno.

La terza parte del corso riguardava il diritto di famiglia e il diritto ereditario.

Gli articoli del codice dovevano essere conosciuti e ripetuti all'esaminatore comma per comma, parola per parola.
Mai a parlare di affitto, quello riguardava solo i terreni, ma per le abitazioni si parla di locazione!

Il docente, prof. Emanuele Lucchini-Guastalla, era, bisogna ammetterlo, un uomo colto e spiritoso e dunque brillante a lezione e spietato agli esami.  
Un giorno, quando ancora si discettava della linea di demarcazione tra il civile e il penale, il prof se ne usci con una frase del tipo: "Certo il furto di un maiale è un reato efferato, per dirla tutta, ma il furto di due maiali, dico due maiali, rappresenta un violento attentato alla sacralità stessa della società umana"
Alcuni pensarono che parlasse sul serio, poi i più arguti capirono che era una battuta e infine scattò un applauso generale.
Meno felice fu l'esito di un'altra battuta, detta in tono serissimo:
<<Voi studiate economia e quindi farete tutti i commercialisti>>
Ci fu prima un attimo di sbigottimento, seguito da un mormorio sempre più intenso.
<<Perché reagite così? Cos'ho detto di male? Che altra professione seria potrebbe fare un laureato in economia?>>

Era l'autunno del 1994, e la magistratura, dopo aver azzerato la classe dirigente pubblica, tranne alcune eccezioni discutibili, aveva messo nel mirino la classe dirigente del settore privato, in particolare l'allora Presidente del Consiglio, il Cavaliere, che in Bocconi non godeva di particolare stima, nemmeno tra gli aziendalisti.
Il Cavaliere di Arcore aveva appena designato Monti come Commissario europeo, senza immaginare che così facendo si era scavato la fossa da solo, in quanto, molti anni dopo, il futuro senatore a vita gli avrebbe soffiato l'ambita poltrona di Presidente del Consiglio, su cui il prode Silvio aveva appoggiato le sue nobili terga per ben quattro governi.

A causa di questa nomina, il corso di Economia Politica I (o Microeconomia) fu tenuto da un suo associato, divenuto ordinario, di cui è cosa saggia tacere persino il nome, trattandosi di persona potente e molto permalosa.
Sulla carta gli argomenti del corso sembravano interessanti e, come in Diritto, la prima parte fu quasi filosofica: si partì dalla distinzione tra la Microeconomia e la Macroeconomia.

Fu subito chiaro che la prima, quella su cui verteva l'esame, era un'astrazione matematica piuttosto fine a se stessa, in quanto studiava il (presunto) comportamento dei singoli agenti economici, in sistemi con un numero limitato di agenti, che sostanzialmente si riduceva a tre: il soggetto offerente, che vendeva un bene in cambio di un prezzo; il soggetto acquirente (che costituisce "la domanda"), che è intenzionato ad acquistarlo ad un prezzo che sia però compatibile col proprio vincolo di bilancio e con l'utilità che attribuisce al bene stesso, e il terzo incomodo che è lo Stato che può imporre una tassazione.

La Macroeconomia invece era più utile e molto più interessante, perché studiava l'economia a livello aggregato: (e quindi tutti gli investitori, lavoratori, venditori, consumatori, ed enti pubblici e i rispettivi profitti, salari, tassi di interesse, tasse dirette o indirette, monete, bilanci, crediti e debiti) e dunque si occupava della struttura economica generale, dell'occupazione, dell'inflazione, del tasso di crescita della produzione e della performance economico-finanziari di interi Stati o di entità sovranazionali.

Ma tutto questo era rinviato al secondo semestre, perché nel primo si studiava solo la micro.
Il manuale di Hal R. Varian era un altro mattone di quelli molto pesanti, diviso in tre parti.

Nella prima parte vennero introdotti i concetti base degli economisti classici e neoclassici di matrice liberista: Mercato, Domanda, Offerta, Utilità, Vincolo di Bilancio, Teoria del Consumatore RazionaleMassimizzazione dell'Utilità

Nella seconda parte gli "attori" e i contesti cambiarono: si passò alla Teoria della Produzione e ai concetti di Impresa, Industria (intesa come settore industriale), Efficienza, Minimizzazione dei Costi, Ottimizzazione dei profittiPrincipio di Pareto (e "ottimo paretiano"), Monopolio, Oligopolio, Mercato del Lavoro e dei Fattori di Produzione, Teoria dei Giochi , e infine all'Equilibrio economico generale.



Nella terza parte si introdussero concetti e teoremi relativi alla Scienza delle Finanze Pubbliche, e cioè: Fallimenti del Mercato (EsternalitàSelezione Avversa, Asimmetrie InformativeAzzardo Morale), Beni Pubblici, Teorema di Coase, Economia del Benessere (Welfare Economics), Teorema di Arrow.

Tutto meraviglioso a parole, ma ogni discorso si traduceva in modelli matematici, e le loro rappresentazioni in termini di geometria analitica, curve, intersezioni, rette tangenti, con rispettive equazioni, funzioni e derivate.
Tutte cose che Roberto conosceva bene, ma non aveva tenuto conto dell'effetto soporifero del docente, che si limitava a proiettare dei lucidi pieni di dimostrazioni matematiche e a leggerli con voce e cadenza così monotona da generare negli studenti uno stato di ipnosi.
Roberto ci ha giurato di non ricordare quasi nulla di ciò che veniva detto, perché era in una condizione di trance.


 Il resto delle lezioni fu un susseguirsi di esercizi sui modelli presentati, variando le altre ipotesi di fondo relative al regime di libero scambio, alla concorrenza perfetta, al monopolio, al duopolio e all'oligopolio. Tali esercizi avevano l'effetto di due compresse di Tavor da 2,5 mg.
In fin dei conti, comunque, quegli esercizi erano banali dal punto di vista matematico e di per sé, quindi, non costituivano un problema.
Anzi, paradossalmente, l'unico esame per cui non ebbe bisogno di studiare fu Matematica I,  perché negli ultimi tre anni aveva fatto praticamente solo quello, per far fronte alle continue interrogazioni di Amelio Sarpenti. 

Lingua Inglese I invece fu un trauma: il professore, un anziano lombardo-oxoniense, tale Cantarelli, che aveva insegnato, da italiano, Lingua Inglese sia ad Oxford che a Eton e pretendeva che la perfezione grammaticale e la pronuncia degli studenti bocconiani fosse migliore di quella degli oxoniensi e degli etoniani. 
Una delle sue più grandi ossessioni era la Duration Form, su cui Roberto aveva sempre avuto delle difficoltà.
Ovviamente parlava solo in inglese e interloquiva in continuazione con gli studenti così velocemente e con termini così desueti, che faticavano a capire cosa aveva chiesto e anche se lo avessero capito, non avevano la minima idea di come formulare una risposta decente. Tutti tranne Aurora, di cui il vecchio Cantarelli si innamorò perdutamente.

Ma Informatica fu il peggio del peggio, in quanto, la prima parte del corso si basò sul sistema operativo antidiluviano dell'MS-DOS.
Temiamo che i nostri lettori non siano sufficientemente attempati per ricordarsi cosa fosse il DOS della Microsoft, che precedette il Windows nelle sue infinite versioni.
Per darne un'idea, facciamo uno scherzetto a Bill Gates, andando su Google, suo nemico, e facciamo un bel copia e incolla da Wikipedia: "MS-DOS era un sistema operativo di Microsoft, attualmente non più in produzione, dedicato ai personal computer con microprocessore x86. Commercializzato dal 1982 al 2000, fu il principale esponente della famiglia di sistemi operativi DOS utilizzata nei PC IBM e compatibili, che negli anni ottanta arrivarono a rappresentare l'80% del mercato mondiale. Fino all'avvento di Windows 95, uscito nel 1995, è stato il sistema operativo per computer più diffuso al mondo"
Pensate un po' che sfiga era toccata a Roberto: il 1994/95 fu l'ultimo anno accademico in cui venne richiesta, nell'esame di Informatica, la conoscenza del DOS, che oggi apparirebbe tale e quale a un dinosauro, ed egualmente ingombrante e soprattutto inutile.
Sei mesi di tortura per imparare qualcosa che non sarebbe mai più servito a niente: questa era la grande efficienza bocconiana!

Per tutti questi insegnamenti erano previsti degli esami scritti nella seconda settimana di gennaio seguiti da esami orali nella prima settimana di febbraio.

Il primo scritto fu quello di Matematica e lì Roberto andò bene ed ebbe 29.
Poi ci fu lo scritto di Microeconomia e andò un po' meno bene, ma comunque bene: 27.
Il terzo fu quello di Economia Aziendale e non andò gran che bene, almeno per i suoi standard: 24.
Poi ci fu quello di Diritto Privato e andò ancora peggio: 21
Ma la mazzata furono gli esiti degli altri due esami:
Inglese: "insufficiente";
Informatica : "insufficiente".

Roberto, che nei momenti normali era ansioso, nelle crisi diventava stranamente calmo.
Accolse i risultati degli scritti con freddo pragmatismo, mettendosi subito a pianificare una strategia per limitare i danni.
Avrebbe sostenuto gli orali di Matematica, Microeconomia ed Economia Aziendale a febbraio.
Rifiutò il voto dello scritto di Diritto Privato, rimandandolo a dopo l'estate, insieme ad Inglese ed Informatica.

La sua fidanzata, Aurora Visconti, ebbe 29 in tutti questi scritti, e Roberto si complimentò con lei, ma fu irremovibile sulle proprie decisioni.
La lasciò libera di andare a festeggiare dove voleva e con chi le pareva e si ritirò per tre settimane in clausura volontaria nel monolocale del quinto piano, facendo voto di silenzio e di castità.

Applicò a se stesso una regola più severa di quella di San Bernardo di Chiaravalle, e poi, come un Crociato, si presentò agli orali pronto al martirio.
Matematica si risolse come previso con un 30 e lode in meno di un minuto.

In Microeconomia riuscì a spuntare un 29 mostrando un simulato entusiasmo per l'Equazione di Slutsky, la Legge di Walras, le Allocazioni Pareto-efficienti e il classico dei classici, ossia l'Equilibrio di Nash.
Si trattava di quello stesso John Nash che, dopo aver trascorso metà della sua vita rinchiuso in una clinica psichiatrica con la diagnosi di schizofrenia paranoide, aveva ottenuto, proprio nel 1994, in virtù del suo teorema che fu alla base della Teoria dei Giochi, il Premio Nobel per l'Economia.
Dalla sua esperienza fu tratto il film "A beautiful Mind", con un improbabile Russell Crowe nei panni di John Nash.

Quei due bei voti tamponarono l'emorragia di autostima che gli era piombata sulla testa a gennaio.
Roberto però non si faceva illusioni: il suo punto debole erano gli esami dove la memoria contava di più del ragionamento.

E infatti in Economia Aziendale ci furono problemi fin dalla prima domanda.
Esaminatrice era la prof. Dubini, che a lezione era tanto spiritosa, ma agli esami era terribile, per quella famosa regola che abbiamo già enunciato: i professori più spiritosi si rivelano quasi sempre i più pericolosi.
Ecco in sintesi come si svolse l'orale.

Dubini: <<Ho qui il suo scritto. Si vede che lei ha studiato, però in alcune risposte lei è andato fuori tema. Per esempio, qui le chiedevamo cosa sono il ROE, il ROA e il ROI e poi volevamo un esempio di applicazione di questi indici e lei è andato a tirar fuori il Teorema di Modigliani-Miller... Allora, mi ripeta le definizioni e poi mi dica perché ha divagato, menando il can per l'aia, invece di entrare nel merito>>

Roberto (imperturbabile) : <<Il ROE, acronimo di return on equity, è il rendimento del capitale proprio dell'azienda, mentre il ROA, return on asset, è il rendimento dell'attivo netto e il ROI, return on investment. Sono tre quozienti, con al numeratore il reddito netto e al denominatore rispettivamente il capitale proprio, l'attivo netto e il capitale investito. Ho scelto come esempio di applicazione di questi indici il Teorema di Modigliani-Miller perché utilizza tali quozienti per dimostrare che in determinate condizioni la struttura del capitale investito è ininfluente sul valore dell'impresa>>

Dubini: <<Sì, ma lei ha frainteso la domanda. Noi chiedevamo un esempio concreto, non un teorema! Mi faccia un esempio concreto>>

Roberto (fingendo una sicurezza che non aveva):  <<L'esempio concreto più evidente è quello del Gruppo Ferruzzi. Negli anni tra l'89 e il '93 hanno usato la Leva finanziaria in maniera, a mio parere, spregiudicata. E quando i tassi di interesse si sono alzati, il gruppo si è trovato in una condizione di insolvenza>>

Dubini: <<Sì, ma lei deve spiegare come i quozienti di redditività sono collegati al concetto di leverage e solo dopo può trarre le conclusioni in termini di solidità patrimoniale e liquidità. Quindi, per prima cosa mi definisca per bene il concetto di Leva finanziaria>>

Risposta di Roberto: <<La Leva finanziaria è l'effetto moltiplicativo sulla redditività operativa, che si ottiene investendo capitali presi a prestito da terzi, in aggiunta al capitale proprio: nel caso ci siano redditività positive, si aumentano i guadagni, nel caso ci siano redditività operative negative si aumentano le perdite>>

Dubini: <<Sì, però l'ha detto un po' così, con i piedi>>

Roberto: <<Con i piedi?>>

Dubini: <<E' un modo di dire! La sua definizione è troppo contorta e nello stesso tempo trascura alcuni aspetti terminologici appropriati.>>

Roberto: <<Ho ripetuto le parole dell'Airoldi, tali e quali. Pagina 234, ho il libro nello zaino, può verificare>>

Dubini: <<Non ho bisogno di verificare. Lei ha trascurato una parte della definizione>>

Roberto: <<Ma solo perché è implicita nella definizione. Comunque è chiaro che l'effetto leva dipede dall'indice di indebitamento, ossia il rapporto tra il capitale investito e il capitale proprio (quello dei titolari dell'azienda). Se si investono capitali presi a prestito, allora il capitale investito è maggiore del capitale proprio. Questo risulta conveniente quando si ottengono tassi di profitto più alti dei tassi di interesse da pagare ai creditori. Però poi quando i tassi di interesse si si alzano, l'esposizione debitoria può diventare insostenibile, in casi di abuso della leva finanziaria, e si fa la fine del Gruppo Ferruzzi>>

Dubini: <<E' molto severo nei confronti di Arturo Ferruzzi e Carlo Sama. E in generale lei descrive la Leva finanziaria facendola sembrare un reato da speculatori senza scrupoli, mente in periodi di crescita economica è un grande strumento di ripresa, per le aziende>>

Roberto: <<Sì, mai poi quando i tassi di interesse si alzano, oppure quando il tasso di crescita economica diminuisce...>>

Dubini:  <<Ma cosa sta dicendo? La crescita diminuisce? Cos'è, uno scherzo?>>

Roberto: <<No, è il tasso che diminuisce>>

Dubini: <<Si tolga la pistola dalla tempia>>

Roberto: <<Ma non ho detto una cosa errata. Il tasso è una percentuale e le percentuali possono diminuire. Parlavo del tasso di crescita, perché è collegato col tasso di rendimento del capitale investito. Se il rendimento è più basso degli interessi che l'azienda deve pagare ai creditori, è la leva ad essere una pistola alla tempia>>

Dubini (sorridendo malignamente): <<Ah, ecco, lei è il classico aspirante economista o finanziere che vuol far sembrare noi aziendalisti come dei sempliciotti che non sanno fare neanche le divisioni>>

Roberto (impassibile): <<Non ho ancora deciso cosa scegliere, come specializzazione>>

Dubini: <<Scelga Economia Politica. Lei è il classico teorico con la testa tra le nuvole, troverà tanti altri come lei, tra gli economisti. Le sconsiglio Finanza perché non ha il fegato dell'investitore che si assume il rischio, e non è sufficientemente astuto per fare lo strozzino.
E ovviamente la invito, per il suo bene,  a stare alla larga da Economia Aziendale. 
Ma tornando al caso Ferruzzi e all'intervento di Mediobanca: ha descritto il tutto come se fosse una questione personale. Lei è forse un parente di Enrico Cuccia?>>

Roberto: <<Eh, magari fossi parente di Cuccia! No, è chiaro che Cuccia ha pugnalato Arturo Ferruzzi alla schiena, però aveva le sue ragioni. Insomma, Arturo Ferruzzi non era all'altezza della situazione. Non ha accettato nessun compromesso con Mediobanca, che rivoleva indietro i soldi prestati. Arturo non aveva l'intuito di suo padre. Serafino Ferruzzi era un grande! Lui rischiava, ma sapeva investire nel settore giusto e nel momento giusto>>

Dubini: <<Ah, ma allora lei dev'essere di Ravenna! Sentivo la parlata romagnola. Sicuramente lei conosceva i Ferruzzi...>>

Roberto: <<Ehm, io sono di Forlì, ma mio nonno conosceva Serafino Ferruzzi. Era uno dei fornitori principali di barbabietole da zucchero per l'Eridania, che alla fine è l'unica azienda rimasta in piedi>>

Dubini: <<Uhm, quindi suo nonno aveva un'azienda agricola>>

Roberto: <<Sì, ora la gestiscono i miei zii>>

Dubini (sogghignano): <<Meglio così. Spero che non la voglia gestire lei. Andrebbe in malora nel giro di sei mesi, glielo garantisco>>

Roberto (serissimo): <<Mio nonno la pensava diversamente>>

Dubini (gelida): <<La ultima domanda è questa: lei che voto si darebbe?>>

Roberto (bluffando): <<28>>

Dubini (ridendo): <<Ah, ah! Ma neanche per sogno! Il massimo che le posso dare è 26>>

Roberto (sempre bluffando): <<Io credo di meritare come minimo un 27>>

Dubini (serissima) : <<E' la sua ultima parola?>>

Roberto (senza battere ciglio): <<>>

Dubini (compiaciuta): <<Aggiudicato! Le do 27 perché almeno sa contrattare! Noi qui formiamo la classe dirigente del futuro, e valutiamo non solo le nozioni, ma anche le attitudini. 
E le va riconosciuta la capacità di saper gestire una contrattazione anche in condizioni di stress.
Forse suo nonno non aveva tutti i torti, ma io resto dell'opinione che lei sia decisamente più portato per le questioni teoriche
Mi creda, lei potrebbe anche diventare un economista con qualche incarico prestigioso, come il nostro Rettore, ma non un aziendalista, non un direttore generale e nemmeno un finanziare, se ne faccia una ragione>>

Roberto annuì solennemente, firmò verbale e statino, mentre la prof. scriveva il voto nel libretto.
Poi uscì da quell'aula, consapevole di essere riuscito ad evitare la catastrofe, ma non la sostanziale sconfitta.
Incrociò Aurora, che aveva sostenuto l'esame con un assistente, un maschio molto sensibile alla bellezza femminile, che le aveva dato 30 e lode.
Insomma, Aurora, dopo gli orali, aveva avuto 29 in Matematica, 29 in Economia Politica, 30 in Diritto Privato, 30 e lode in Inglese, 29 in Informatica e 30 e lode in Economia Aziendale.

Roberto si congratulò con lei.
Dentro di sé, però, era furibondo per quell'ingiustizia.
Obiettivamente, lui aveva studiato molto, quell'ultimo mese, mentre Aurora era andata sempre in giro a sperperare denaro che non le apparteneva nemmeno, e alla fine lei era in pari con gli esami e aveva una media vicina al 30, laddove invece Roberto aveva dato solo tre esami su sei, con una media decisamente minore.
Sentì che gli mancava il terreno da sotto i piedi, gli sembrava di sprofondare.
Vista così, la sessione invernale degli esami diventava molto più seria: non era una semplice sconfitta, era una disfatta!
Per la prima volta nella sua vita sentì il bisogno di bere alcolici non per degustarli, ma per ubriacarsi sul serio, cosa che non aveva mai sperimentato.
I Prefetti del Quinto Piano lo capirono subito e trascinarono Roberto, da solo, in un rinomato pub della zona dei navigli, per una cameratesca serata senza le rispettive fidanzate.
E quella sera, come vedremo nel prossimo capitolo, il giovane Monterovere ebbe modo di farsi un'idea più completa della Milano by night.