domenica 5 dicembre 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 171. Il Luminare della Scienza






Il poliambulatorio privato del dottor professor cavalier B.F. si trovava in una zona del centro di Milano, molto vicina a dove oggi sorge l'avveniristico quartiere di City Life, e la sua sede era un alto e imponente palazzo edificato in chiave decostruzionista "fluida" da un allievo di Frank Gehry con l'intento di attribuirgli un'aura di fantascientifica proiezione verso un luminoso e scintillante futuro. 

Del resto, in quegli anni, tutti gli architetti volevano imitare il Gehry, affascinati dalla "Casa danzante di Praga", appena costruita e chiamata anche Ginger e Fred, che nelle intenzioni del "maestro" stava ad indicare la leggerezza e lo slancio vitale della materia che prende il volo,  mentre agli ipersensibili occhi di Roberto comunicava più che altro un fastidioso senso di sbilenca instabilità.




Non si era ancora giunti alla stramberia della recente Luma Tour di Arles, che abbiamo mostrato in epigrafe a questo capitolo e mostreremo di nuovo, o alle pareti in alluminio del Neuer Zollhof di Dusseldorf, ma alcuni di questi elementi c'erano già.

La torre del Luminare della Scienza, a Milano / City Life, assomigliava più alla Gehry Tower di Hannover, di cui all'epoca esisteva solo il progetto, in quanto fu terminata solo nel 2001con la sua famosa "torsione", sempre in nome della fluidità, per quanto vi fossero altri elementi che preconizzavano le future evoluzioni del "maestro".








L'intonaco delle pareti esterne era di un colore quasi metallico, anzi "metallizzato", come se fosse alluminio, con venature azzurrognole.
Le finestre avevano vetri che dall'esterno apparivano di colore blu scuro, mentre dall'interno inondavano le stanze di una luce intensa, rinforzata da lampade al neon che riproducevano il colore della luce solare.
L'intento dell'architetto allievo di Gehry, su richiesta dello stesso Luminare della Scienza, doveva essere quello di trasmettere l'idea che: "qui i vostri segreti saranno al sicuro, niente potrà trapelare".
C'era però un corollario di cui forse non si era tenuto conto, come spesso accade nelle menti dei visionari, e cioè che quei vetri blu scuro sembravano dire anche:
"qui dentro noi facciamo quel che ci pare e se qualcuno osa mettere becco nei nostri affari, se ne pentirà amaramente".

Al piano terra c'era una reception che sembrava quella di un centro estetico, un resort termale o un centro benessere, e in effetti l'idea di fondo del Luminare era proprio quella.
Nei vari piani del poliambulatorio si curano cose diverse, ma con uno stesso obiettivo: il benessere.
C'erano gli psichiatri, gli psicologi, i medici di pronto soccorso con infermieri specializzati e macchinari all'avanguardia, ma c'erano anche i massaggiatori, i personal trainer, le palestre, le piscine termali, le terme vere e proprie con aerosol, inalazioni, docce nasali, fanghi e tutto il resto, e poi c'erano le saune, i solarium, le depilazioni e tutto ciò che poteva desiderare chi voleva essere una mens sana in corpore sano.

Chi approdava in quella torre di Babele per la prima volta, veniva subito individuato, accolto e "coccolato" da alcune giovani, attraenti e solerti infermiere/segretarie (simili alle "igieniste dentali" di Berlusconi o alle famose Olgettine).
Prima di essere ammessi al cospetto del Luminare della Scienza, i nuovi pazienti dovevano superare varie tappe in vari piani, in cui alcuni medici e psicologi molto giovani eseguivano l'anamnesi, con grande cordialità ed un entusiasmo che li rendeva quasi simili a promotori finanziari, e somministravano alcuni test, il cui esito veniva scritto come completamento della cartella clinica.

Alla fine di questo Grand Tour, durato più di due ore, si poteva "ascendere al settimo piano", interamente occupato dallo studio del Professore e delle sue più fedeli collaboratrici/amazzoni/valchirie.
Roberto si sentiva un po' come Fantozzi convocato dal Megadirettore Galattico all'ultimo piano della Megaditta, in un'atmosfera luminosa e rarefatta, di un candore abbagliante, quasi fosse l'anticamera del Paradiso.

Ma già alcuni dettagli, nell'immensa sala d'aspetto, lo misero in allerta: le pareti erano tappezzate di diplomi di laurea, di dottorato di ricerca, di abilitazione professionale e di specializzazione, più attestati di partecipazione a convegni, seminari, corsi, onoreficenze di vario genere, fotografie incorniciate con tutte le grandi personalità della classe dirigente, compreso il Papa!
Ma il Santo Padre non era il culmine dell'empireo umano che il Luminare della Scienza chiamava a testimoniare la propria fama e probità, e infatti, dopo la foto con Giovanni Paolo II, c'era, in maggior rilievo quella con Giovanni Battista Cassano, uno degli psichiatri più stimati, in Italia, e dirigente della famosa clinica pisana di San Rossore.
Roberto all'epoca non ne aveva mai sentito parlare, ma quella gigantografia che ritraeva il dott. prof. "cav. di gran. croc. lup. man." B.F. che sorrideva e scherzava, in aereo, insieme con un distinto signore dall'aria confusa, si peritava di identificare questo signore come "Cassano" da una scritta impressa da una stampante.
Ora, a rifletterci bene, un vero Luminare della Scienza non dovrebbe sentire il bisogno di attestare le proprie competenze con una valanga di diplomi, né di dimostrare la propria bravura mostrando fotografie cortesemente concesse, senza troppo entusiasmo, peraltro, da persone molto più famose.
Quel pensiero si affacciò nella mente di Roberto, ma non fu il solo campanello d'allarme.

Lo colpirono, alle pareti più vicine allo studio del Grand'Uomo, alcuni quadri della categoria che Roberto soprannominava "schifi d'autore", comparabile con lo stile architettonico del Gehry.
Si trattava, niente meno che di un Rothko autentico, protetto da una teca di vetro infrangibile, come una preziosa reliquia, con tanto di scheda informativa dichiarante: "auctioned at Sotheby's, New York City, on November 27, 1993".





Il quadro, alto almeno due metri, era composto da tre bande di colori: rosso nella parte bassa, giallo grano in quella intermedia e un pallidissimo rosa grigiastro in cima, che in Romagna, nell'idioma gallo-italico, si sarebbe descritto come "e culor de cioss" (il colore dello sporco).

Ora, con tutto il rispetto per la buon'anima di Mark Rothko, e le indubbie sofferenze che lo portarono al gesto estremo, ci permettiamo di ipotizzare con una certa convinzione che forse anche un bambino di prima elementare, alle prese con le "scalature" della tempera, avrebbe potuto creare. se munito di un enorme pennello a spatola, un dipinto analogo.

Ovviamente, ciò che al bambino sarebbe stato rimproverato, a livello di sbavature e di disomogeneità della tinta, viene invece osannato dai critici come un "capolavoro tragico".
Lungi da noi screditare la memoria di Rothko, a cui va anzi la nostra umana e personale simpatia per aver lottato contro la più insidiosa delle malattie, e cioè la depressione, che se non curata porta, in un modo o nell'altro, alla tomba.
E certamente dev'essere stato umiliante non essere valutato tanto quando era vivo, e ricevere commissioni da parte di un ristoratore, seppur di lusso, per ravvivare le pareti dei suoi locali, e in quest'ottica si potrebbe anche giustificare la scelta minimalista del pittore, magari interpretandola come sberleffo nei confronti dei danarosi, ma grossolani committenti.
Per obiettività mostriamo altri "capolavori tragici" del maestro Rothko.






Roberto si pose la domanda amletica: per quale ragione un neurologo che tenta di spacciarsi per psichiatra espone nella propria anticamera un quadro costosissimo di un pittore morto suicida?
L'unica risposta che gli venne in mente fu che forse il Luminare, oltre ad essere fiero della propria ricchezza, fosse convinto che, se il Maestro avesse potuto rivolgersi a lui, si sarebbe salvato dalla depressione e dalle sue tragiche conseguenze, anche se noi riteniamo la cosa poco probabile.

Finalmente, dopo una lunga attesa davanti al Rothko e alle sue tragiche implicazioni, Roberto notò che dall'altra porta dell'ufficio, uscì un paziente, a testa bassa e di fretta, per non farsi riconoscere.
In effetti, a nessuno piace essere riconosciuto da altri nella sala d'aspetto di uno psichiatra, per quanto ufficialmente neurologo. 
Dalla porta vicina, comparve, o meglio "apparve", all'improvviso, il Luminare.

Rispetto alla fotografia con Cassano, dove era quasi genuflesso, nella realtà il dottor professor B.F. era un uomo imponente, molto alto e molto massiccio.
Alcuni anni dopo Roberto, guardando il capolavoro (questo sì che lo è) "La nona porta" di Roman Polanski, trovò che il personaggio di Boris Balkan, magistralmente interpretato da Frank Langella era identico al professor B.F.
E noi siamo assolutamente d'accordo: il Luminare, di cui abbiamo visionato immagini di repertorio, era identico a Frank Langella ne "La nona porta": alto, massiccio, incombente, volitivo, sprezzante, sicuro di sé, ambizioso, ingordo, tenace, col faccione abbronzato, i capelli grigi in perfetto ordine, le labbra carnose e gli occhiali spessi con montatura in tartaruga, vestiva un completo gessato scuro molto elegante.






E ce lo immaginiamo anche con la voce grave e solenne del grande Luciano De Ambrosiis, uno dei migliori doppiatori italiani della sua generazione.

Il Grand'Uomo torreggiava sopra Roberto, e per un interminabile istante lo studiò con uno sguardo dal sorriso appena accennato, non privo di un certo compiaciuto senso di superiorità per l'ennesimo "caso umano" che era finito nella sua rete come un tonno, e che avrebbe fatto, meritatamente, la fine del suddetto tonno.

Riteniamo che egli abbia deliberatamente esordito con una piccola gaffe, sbagliando il nome del nuovo paziente, cosa destinata a ripetersi per tutte le successive visite, negli anni che seguirono.
<<Allora, lei dev'essere il signor Renato Monterovere...>>
Roberto, a cui non piacque affatto quel lapsus linguae, a prescindere se fosse o meno volontario, lo corresse:
<<Io sono Roberto Monterovere, siamo solo in due in tutta Italia a chiamarci così>>
Il Luminare parve divertito dalla reazione del "paziente" che non era affatto tale, come persona:
<<Solo in due. Dev'essere una grande responsabilità, anche considerando le eventuali ripercussioni sul suo omonimo>>
E poi gli tese la mano, enorme e dalla presa ferrea.
Roberto, che riteneva di avere una presa molto forte, perché suo nonno gli aveva insegnato che gli uomini dalla stretta molle sono inaffidabili, fu letteralmente stritolato dal manone di quel gigante. 
Non c'erano dubbi, il Luminare si stava divertendo, da navigato docente universitario che si trova di fronte una matricola o un pollo da spennare, anzi, un cappone.

Per inciso, ricordiamo che nel 1995 era ancora possibile, per i medici docenti universitari, ricoprire nel contempo una carica ospedaliera e un'altra privata extra moenia. Quando la riforma della Sanità pubblica del primo governo Prodi e del ministro Bindi vietò agli ospedalieri l'attività extra moenia, il Luminare rinunciò all'incarico pubblico per dedicarsi esclusivamente alla propria clinica privata.

Entrarono in un ufficio immenso, dalle finestre enormi, da cui si dominava l'intera Milano e il Grand'Uomo sembrava davvero compiaciuto di quella vista, come se la città gli appartenesse.
Lo fece accomodare su una poltroncina in "pelle umana" e si sedette dietro alla sua immensa cattedra (chiamarla scrivania sarebbe decisamente riduttivo).
Nell'ufficio c'era un enorme acquario, molto ben tenuto, e come nelle più fantozziane situazioni, una serra di piante di ficus, simbolo del potere.

Il Professore, sempre con un sorriso beffardo stampato sul faccione, diede una rapida scorsa all'anamnesi, cosa che parve divertirlo ulteriormente, come se ormai riconoscesse dal primo sguardo le persone con determinati problemi, senza bisogno di guardare le scartoffie dei propri tirapiedi:
<<Allora, signor Monterovere, mi esponga la sua situazione>>
Roberto, per vendicare l'onta di essere stato chiamato Renato, partì da lontano, dallo stress dovuto alle molestie psicologiche del professore di matematica al Liceo fino ad arrivare alla conclusione di aver sbagliato scelta universitaria e alla sua decisione di continuare, "costi quel che costi" (Mario Draghi avrebbe detto, con molto aplomb inglese: "Whatever it takes", una frase diventata così famosa da guadagnarsi, per se stessa soltanto, una voce di Wikipedia).

Il Luminare lo aveva ascoltato, immobile, fissandolo negli occhi e a un certo punto lo fermò:
<<Questa decisione spetta a lei: io non entro nel merito, perché mi occupo della parte farmacologica della terapia. Io mi occupo dei sintomi, non dei problemi. 
I farmaci che le prescriverò serviranno a contrastare efficacemente i sintomi che lei mi ha descritto, per darle poi la forza di affrontare, da solo o con uno dei miei colleghi psicologi di questo poliambulatorio, i problemi che sono una delle radici di tali sintomi.
Per cui, se lei sentisse il bisogno di parlare con uno psicologo, allora si potrebbe avviare una psicoterapia d'appoggio, cioè di tipo complementare a quella farmacologica, ma basata sulla stessa impostazione di fondo.
Le sconsiglio vivamente di rivolgersi a psicoterapeuti di altri studi perché potrebbero avere un'impostazione diversa dalla nostra, e questo creerebbe ulteriore conflittualità nella sua mente che è già lacerata da molti conflitti, e non è necessario essere psicologi per capirlo.
Sarò molto chiaro con lei, come con tutti i pazienti nella prima visita: le esporrò subito la mia diagnosi senza mezzi termini, perché è necessaria una presa d'atto della situazione per essere adeguatamente motivati alla cura.
Basandomi sui criteri del DSM IV, l'attuale Manuale Statistico Diagnostico dei Disturbi Mentali, redatto dall'American Psychiatric Association, e sui sintomi che lei mi ha descritto, oltre che sui risultati dell'anamnesi e dei test, alcuni disturbi che senza dubbio erano già presenti in embrione da tempo, ma che si stanno palesando adesso a causa di una serie di fattori esterni scatenanti.
In primo luogo rilevo un ADHD, un Disturbo dell'Attenzione con alcuni elementi di impulsività, che gli americani chiamano impropriamente iperattività: lei non è iperattivo, ma è sicuramente impulsivo. L'idea di abbandonare l'università dopo la prima sessione di esami mostra una certa impulsività, che però non si è tradotta in un'azione, e questo mi porta a dire che il suo sia un Disturbo dell'Attenzione e dell'Impulsività.
In secondo luogo rilevo una Distimia, che informalmente è chiamata Depressione Minore: è un lieve disturbo dell'umore, tendenzialmente cronico ed ereditario, che ha anche aspetti psicosomatici.
La distimia ha una serie di caratteristiche tipiche: astenia e cioè basso livello di energia e di motivazione, insicurezzatendenza alla malinconia, e anedonia, cioè una bassa capacità di gioire della vita di tutti i giorni.
I sintomi della distimia possono portare la persona ad allontanarsi da situazioni sociali e di stress, e ad evitare le opportunità per paura del fallimento.
Mi pare sia il suo caso, non crede?>>
Roberto dovette ammettere che, in effetti, i sintomi c'erano tutti:
<<Sì, e mi pare che la situazione si stia aggravando>>

Il Luminare annuì gravemente:
<<Purtroppo il rischio di una involuzione depressiva è elevato: il soggetto distimico, pur riuscendo ad espletare le proprie funzioni professionali e ad avere rapporti sociali, lo fa in modo nettamente diminuito e con uno sforzo notevole anche nelle cose più "banali". Si tratta di una difficoltà di cui le persone con le quali si relaziona, spesso anche i familiari stessi, non si rendono conto e credono di poter essere d'aiuto con consigli inadeguati del tipo: "pensa positivo", che sarebbe come dire a paraplegico "alzati e cammina".
Per questo io non nutro alcuna fiducia nelle psicoterapie cognitivo-comportamentali, che funzionano solo con chi è già sano. Per questo nel mio poliambulatorio ho scelto solo collaboratori di impostazione psicodinamica, cioè basata sul ricercare la causa dei conflitti interiori.
Il rischio di involuzione deriva dall'atteggiamento che gli altri hanno nei confronti del soggetto distimico: lo considerano solo un fastidioso pessimista, lo accusano di accidia, pigrizia, ignavia e gli sbattono in faccia il proprio entusiasmo. Agendo in questo modo, i familiari, gli amici, i colleghi e persino la persona amata, a volte, innescano nel soggetto distimico un circolo vizioso che rafforza la bassa autostima, l'insicurezza e l'autopercezione negativa accrescendo lo sconforto, e se questo processo non viene fermato in tempo, si rischia di precipitare nella depressione maggiore, quella che, se non curata, porta al suicidio, in maniera diretta o indiretta, tramite uno stile di vita che non può essere sostenuto dal fisico.
Per questo è necessario intervenire per tempo>>
Roberto aveva una domanda che gli ronzava da tempo nella testa:
<<Questo disturbo può trasmettersi geneticamente?>>

Il Luminare sorrise, annuendo:
<<Lei è una persona perspicace e lo ha capito da solo.
Io come ricercatore e docente universitario le confermo che la predisposizione genetica è la causa primaria dello sviluppo delle patologie del sistema nervoso centrale: se lei non fosse stato predisposto, a parità di esperienze negative, avrebbe sviluppato sintomi meno importanti.
Ho scritto molti testi specialistici al riguardo, che hanno sollevato un vespaio piuttosto turbolento, ma del resto le migliori scoperte vengono accolte in questo modo nel mondo accademico.
Ma io mi rivolgo a lei come paziente, non come studente, per quanto lei abbia gli strumenti per capire ciò che sostengo.
Vede, dall'anamnesi risultano troppi precedenti familiari e purtroppo le devo dire che lei ha ereditato un profilo genetico complesso e contraddittorio, che unisce patologie a volte opposte tra loro, ma che possono coesistere, aggravandosi a vicenda. Per questo è necessario intervenire con una terapia robusta.
C'è però da rilevare un ultimo sintomo, che è un disturbo d'ansia generalizzata, cioè un'ansia che va in tutte le direzioni, qualunque cosa lei faccia, quell'ansia la segue, la perseguita, oserei dire, ed è questa la causa della tensione da cui poi è nata la sua cefalea tensiva, che è stata giustamente segnalata nell'anamnesi, e che costituisce un chiaro caso di somatizzazione: l'ansia, da disagio psichico che era, diventa, tramite la tensione muscolare, un dolore fisico che ritorna al cervello, segnalando un allarme>>

Terminò di dire questo con l'espressione afflitta di chi ha ripetuto lo stesso discorso almeno un milione di volte, unita anche a una certa fretta di concludere con le chiacchiere e di passare ai fatti.
Scribacchiò qualcosa sulla cartella clinica e inserì alcuni dati nel computer.
Poi, con aria grave, prese un foglio di carta intestata, una penna d'oro e un timbro.

Fissò di nuovo Roberto con un'espressione che voleva dire, "andiamo al sodo":
<<Dunque, per quel che riguarda il disturbo da deficit dell'attenzione e la distimia, io le prescrivo un farmaco che, intervenendo selettivamente sui recettori della noradrenalina (o norepinefrina) e della dopamina, le darà attenzione, concentrazione ed anche più energia, più motivazione, più interesse e piacere nella vita quotidiana e altri effetti benefici per le funzioni metaboliche e quelle legate alla libido.
Qualcuno, esagerando, parla di cura miracolosa: no, non c'è nessun miracolo, gli psicofarmaci in generale hanno lo scopo di ripristinare una corretta neurotrasmissione che per ragioni di vario genere non funzionava più come avrebbe dovuto.







Il farmaco si chiama Deadyn, la molecola si riferimento è la pemolina, uno psicostimolante nel quale nutro molta fiducia fin da quando ero studente e mi offrii volontario per le sperimentazioni in vivo sui suoi effetti attivanti e anti-distimici.
Ovviamente, come tutti i farmaci, può avere degli effetti collaterali indesiderati, che però rispetto ai benefici sono di gran lunga minori: in ogni caso, se lei dovesse riscontrare delle anomalie, chiami il mio ambulatorio, a qualsiasi ora del giorno e della notte, compresi i festivi, e troverà me o uno dei miei colleghi medici pronti ad intervenire immediatamente.
Poi, confermo la terapia contro la cefalea tensiva, ma per colpirla alla radice, e cioè per sradicare l'ansia aggiungo un ansiolitico molto efficace, il Rivotril, la cui molecola è il clonazepam, una benzodiazepina, simile al Valium, ma con una maggiore capacità miorilassante, tanto che la prescrivo anche contro l'epilessia, ed le consiglio di assumerne sette gocce al giorno, per alleviare la tensione, e vedrà che anche da quel punto di vista si sentirà molto meglio. 
Nel foglietto illustrativo troverà scritto che questo farmaco può dare assuefazione, nel qual caso alcuni colleghi con cui io sono in disaccordo, sospendono la terapia, mentre a mio parere basta aumentare il dosaggio senza temere nulla perché le benzodiazepine, al contrario dei loro predecessori, i barbiturici, non sono tossiche, non è mai morto nessuno per overdose di sole benzodiazepine: si muore se la si assume insieme a grandi quantità di alcol e di sostanze tossiche>>
Roberto aveva molte domande, ma il tempo della visita stava scadendo, per cui ne scelse una e rimandò le altre alle visite successive:
<<Ho letto da qualche parte, che c'è un antidepressivo, il Prozac, che ha suscitato molti entusiasmi tra gli psichiatri>>

Il Luminare si rabbuiò:
<<Troppi entusiasmi, a mio parere! Il Prozac, nome commerciale della fluoxetina, è il più famoso tra gli antidepressivi serotoninergici, che servirebbero se lei avesse una depressione maggiore, cioè quella dove il sintomo prevalente è una forte angoscia, un senso di oppressione paralizzante, accompagnato da pensieri suicidi.
Viene prescritto con troppa facilità anche a chi soffre di una depressione minore, una distimia come la sua.
Alcuni colleghi meno esperti di me lo prescrivono come farmaco di prima scelta, ma io non sono d'accordo: gli antidepressivi serotoninergici possono migliorare l'umore, dopo almeno una ventina di giorni, ma alla lunga lei tenderebbe ad ingrassare, a dormire troppo, e c'è anche e soprattutto il rischio di disfunzione erettile e calo della libido. 
Non dico che non avrebbe più erezioni o rapporti sessuali, perché col tempo il fisico si adatta, ma l'erezione sarebbe meno robusta e il rapporto sessuale potrebbe essere meno piacevole, perché vede, anche arrivando all'eiaculazione, l'orgasmo potrebbe essere meno intenso : l'anorgasmia esiste anche per gli uomini. 
E' un effetto collaterale molto comune tra gli antidepressivi serotoninergici (quelli della seconda generazione) e anche tra gli antidepressivi triciclici, (quelli della prima generazione), che le darebbero anche effetti anticolinergici, col risultato di depotenziare la muscolatura dell'apparato digerente e di quello escretore. In poche parole si ritroverebbe ad avere a che fare con problemi che di solito riguardano gli uomini maturi dopo i cinquant'anni.
Per questo esiste, tra i pazienti curati con questi farmaci, un effetto paradosso, e cioè un aumento del rischio di suicidio dovuto agli effetti collaterali.
E dunque io non li considero farmaci di prima scelta, almeno non nei casi di distimia, non nei casi come il suo.
Lei ha vent'anni, e non sa quanto io la invidi per questo dato di fatto, e ha il diritto di godersi la sua vita e la sua età come tutti gli altri giovani: è un discorso che ho fatto a tantissimi altri studenti universitari della sua età, anche i più insospettabili, quelli che appaiono vincenti, ma in realtà sono fragili.
Mi creda, la distimia è molto più diffusa di quanto sembri e gli psicostimolanti sono la cura migliore, specie se il loro effetto tonico è riequilibrato dalle benzodiazepine.
Molti di coloro che, con altri medici, sono partiti con una terapia serotoninergica, alla fine poi sono venuti da me e hanno ritrovato le forze e la motivazione grazie ad una terapia noradrenergica e dopaminergica.
Per questo lei vede un poliambulatorio, qui, che è grande quasi come una clinica e forse lo diventerà, quando tutti dovranno ammettere che il mio approccio più efficace e sicuro.
Comunque, riguardo alle questioni organizzative, io mi occupo delle prime visite e della supervisione generale, poi indirizzo i pazienti verso i colleghi specializzati nei diversi disturbi: sono tutti miei allievi, selezionati tra i migliori in circolazione. 
Se però vorrà parlare ancora con me, potrà prenotare, però, come è inevitabile, l'onorario sarà un po' più oneroso.
Alcuni mi accusano anche per questa ragione: io dico che è il mercato a decidere il prezzo e lei, come aspirante economista, lo sa meglio di me.
Molti potrebbero biasimare le mie scelte terapeutiche, ma si fidi di ciò che le dico: i farmaci psicostimolanti non sono sostanze stupefacenti, altrimenti non si troverebbero nel prontuario, ma le faranno vivere i migliori anni della sua vita, e sono molto meno dannosi dei farmaci che le consiglierebbero gli altri>>

Dobbiamo dargli atto di una cosa: la diagnosi di distimia o depressione minore con astenia era giusta, così come c'era del vero nel discorso sugli antidepressivi serotoninergici e su quelli triciclici, che però sono molto validi nella terapia della depressione maggiore, ma a volte non sono sufficienti.
Il problema dell'alterazione della neurotrasmissione c'era, in Roberto, e in principio riguardava la nordadrenalina e la dopamina, per cui un farmaco serotoninergico, in quel momento, non sarebbe servito a molto.
I serotoninergici servirono dopo, quando si trattò di gestire la transizione da un periodo di eccessiva stimolazione a uno di in cui si rense necessario un apporto che migliorasse l'umore, il sonno, l'ansia e soprattutto il disturbo ossessivo-compulsivo, che emerse dopo l'eccessiva stimolazione, come racconteremo più avanti.
Ma la necessità di agire sui recettori noradrenergici e dopaminergici rimase, per questo alla fine, si optò, nel periodo in cui Roberto fu ricoverato a Modena, nel settembre 1999, in aggiunta a un serotoninergico anti-ossessivo come il citalopram, per i triciclici, che intervenivano su tutti e tre i neurotrasmettitori principali (serotonina, noradrenalina e dopamina).
Purtroppo all'epoca mancavano ancora farmaci come il Wellbutrin, la cui molecola è il bupropione, che sono antidepressivi mediamente psicostimolanti prescritti per le depressioni con astenia, ma molto più tollerabili in termini di stimolazione e di effetti collaterali.
In base a quel che ci risulta, il Wellbutrin fa parte dell'attuale terapia di Roberto, insieme al Cipralex, due farmaci moderni considerati "puliti" e selettivi.

Ma ora torniamo al 1995 e al discorso del Luminare:
<<Veniamo infine alle raccomandazioni fondamentali che lei dovrà seguire.
La più importante, ovviamente, è non mescolare i farmaci che le prescrivo con l'alcol, perché in tal caso i rischi di eccessiva sedazione e gli effetti collaterali a danno del fegato e del sistema circolatorio possono essere seri.
Allo stesso modo, per ovvie ragioni,  lei non deve assolutamente assumere sostanze stupefacenti, anche perché, detto francamente, non ne avrà alcun bisogno: la pemolina le dà tutti gli stimoli che le servono, ma senza i danni dell'amfetamina o della cocaina, e allo stesso modo, le benzodiazepine unite alla terapia del dolore che lei già segue per la cefalea tensiva, le darà tutto il rilassamento necessario, quindi perché rischiare con sostanze tossiche e illegali quando ci sono sostanze molto meno tossiche e assolutamente legali che io le prescriverò ad ogni visita?
A proposito, per quel che riguarda il mio onorario, le mie collaboratrici della segreteria si occuperanno del rilascio della ricevuta fiscale, perché qui tutto è in regola.
Sono 250.000 lire per visita mensile, so che può apparire una cifra elevata, ma tenga conto che questo poliambulatorio le offre un servizio di pronto soccorso immediato nei casi di effetti collaterali o di manifestazione di sintomi collegati ai disturbi del sistema nervoso sia centrale che periferico: mi creda, non è una cosa da poco, specie in una metropoli dove il servizio pubblico è congestionato>>

E qui dobbiamo ammettere che Roberto, quasi credesse di essere un novello Faust, stipulò una sorta di patto col Diavolo, perché accettò che quel denaro gli venisse "prestato" da Aurora, la quale lo convinse a non parlare di quella terapia con i genitori o con altri parenti o conoscenti, perché sapeva che avrebbero posto un veto, e se non l'avessero fatto loro, l'avrebbe fatto il medico di base.
Intendiamoci, il Diavolo non era Aurora, e nemmeno il Luminare, che però era in malafede, nel senso che aveva minimizzato i rischi di tossicità e dipendenza dei farmaci prescritti.
No, il Diavolo era la tentazione di non risolvere i problemi e l'illusione di poter continuare in eterno a far tacere i sintomi con sostanze che, come si sarebbe accorto ben presto, stravolgevano la personalità.

E infatti, con una certa vergogna, Roberto ci ha confessato che negli anni tra il 1995 e il 1999, era diventato una persona impulsiva, collerica, sfrenata e persino spericolata, cosa che proprio non faceva parte della sua natura.
E badate bene che in seguito per ritornare alla sua normale personalità ci vollero anni e anni, e ci duole dirlo, ma in alcuni casi tornare indietro si rivelò impossibile.
La chimica del cervello non si altera gratis, non ci sono scorciatoie per la felicità, non ci sono elisir che risolvono i problemi: i farmaci possono sì tenere a bada i sintomi più pesanti, ma i problemi dobbiamo risolverli con le nostre forze.
Ma del senno di poi son piene le fosse... così come anche i migliori cervelli sono pieni di neuroni "fusi" che hanno perso la loro funzionalità a causa delle dipendenze prolungate.

Forse alcuni lettori si chiederanno come fu possibile che una persona istruita, informata ed educata all'antica, sia arrivata a compiere una scelta come questa e soprattutto a perseverare nell'errore, continuando questa terapia fino al giorno in cui il Deadyn fu tolto dal Prontuario per eccessiva tossicità epatica ed effetti "stupefacenti", nel 1999.

Lo abbiamo chiesto a Roberto, pretendendo una risposta non evasiva e dunque riportiamo la sua risposta tale e quale:
<<All'epoca il farmaco era prescrivibile perché ancora i casi di epatite tossica ad esso collegabili, erano relativamente pochi e non se ne parlava da nessuna parte, per cui non potevo immaginare che si trattasse di un farmaco rischioso.
Non sapevo nemmeno che avesse una struttura simile a quelle anfetamine, e anche quando lo seppi, il Luminare disse che al dosaggio da lui prescritto, gli effetti del farmaco erano sì stimolanti, ma assolutamente non comparabili a quelli di una sostanza stupefacente.
Questa sono le uniche attenuanti che posso invocare, però non sono sufficienti per assolvermi da tutte le accuse, in quanto ho assunto questo farmaco all'insaputa della mia famiglia, temendo che loro o il medico di base si opponessero, e poi ho pagato le visite ambulatoriali e il conto della farmacia con i soldi di Aurora, che già mi ricopriva di regali perché mi vestissi e mi acconciassi come piaceva a lei, quasi fossi un miserabile gigolò ridotto alla fame. 
Voleva che io dipendessi da lei, ed io l'ho accontentata, credendo di essere un privilegiato, quando invece, dall'esterno, sembravo più un cagnolino da compagnia o un domestico in livrea.
Ho scelto di mentire e di fidarmi delle persone sbagliate per ottenere una specie di "doping" mentale di cui mi sono avvalso per quattro anni.
Questa scelta è stata possibile perché non volevo accettare i miei limiti.
Ritenevo ingiusto il fatto di avere una predisposizione genetica a patologie del sistema nervoso centrale come l'ansia, l'astenia depressiva e la cefalea tensiva, e non dissi la verità ai miei parenti perché li ritenevo colpevoli di avermi trasmesso tale predisposizione.
Avevo vent'anni e vedevo gli altri che si divertivano, e riuscivano a dare esami e a trovare lavoro e fare carriera e mi dicevo: perché loro possono farlo e io non ci riesco?
Era una domanda legittima, a cui però io diedi una risposta sbagliata, e cioè mi misi a barare al gioco con la scusa che mi mancavano le carte giuste.
Non mi rendevo conto di una cosa importante, forse la più importante: ciò che alla fine ci definisce non è ciò che pensiamo, ma ciò che facciamo.
Ciò che conta non è la tentazione, ma la decisione, la scelta, il comportamento: è questo che ci dice chi siamo>>
Aveva lo sguardo rivolto al futuro, a ciò che avrebbe fatto da quel momento fino al giorno in sarebbe sopravvenuta la fine.
Sapevamo che quei ricordi lo facevano soffrire, per cui l'unica altra cosa che gli chiedemmo fu il ruolo di Aurora in tutta questa faccenda.
Per quanto ritenesse sbagliato scaricare anche solo una parte della responsabilità su di lei, per chiarezza e completezza ci raccontò lo scambio di opinioni che ebbero quella sera.

E noi ne abbiamo scelto il passaggio centrale, quello che fece pendere il piatto della bilancia verso la decisione sbagliata.
Roberto, consapevole di tutte le conseguenze che potevano derivare dalla sua scelta, disse:
<<Aurora, esistono delle implicazioni morali in questo discorso. Se un atleta assume una sostanza dopante, viene squalificato. Le sue vittorie vengono cancellate, le medaglie e le coppe vengono revocate. Io sento che questa terapia è come un doping e c'è una voce dentro di me che dice: "Tutto questo non è bene">>
Lei gli rispose con una frase che aveva il sapore di un ultimatum:
<<Questo è tutto il bene che potremo mai avere. 
Non ce ne sarà concesso altro. Se tu rinunci a questo aiuto, crollerai, e dovrai cambiare università, dovrai tornare a casa per decidere cosa fare della tua vita.
E' questo che vuoi? Tornare a Forlì con la coda tra le gambe, deludendo tutti coloro che credevano in te e rendendo felici tutti i tuoi detrattori, tutti quelli che dicevano che eri un raccomandato, un topo di biblioteca, un inetto capace solo di leggere e che adesso non riesce più nemmeno a passare gli esami? Potresti reggere a una simile umiliazione? 
No, ti conosco troppo bene, non reggeresti, andresti giù di testa, e ti rintaneresti nel tuo castello delle favole, divenuto ormai una fatiscente casa infestata e stregata che cade a pezzi, che distrugge le persone che ci vivono dentro, come Casa Usher.
Finiresti per regredire, attaccato alle gonne di tua madre e di tua nonna come un bambino che non vuole crescere. E quando loro non ci saranno più cosa farai? Ti farai comandare a bacchetta da tuo zio Lorenzo e dai suoi Iniziati? Pensaci, perché è quello che succederà.
Io non posso, non devo e non voglio rendermi complice di una simile catastrofe. 
Ne sarei travolta anch'io, non sarei più in grado di aiutarti e questo mi spezzerebbe il cuore.
Puoi chiedermi tutto ciò che vuoi, ma non di ritornare a Forlì, non adesso, non in questo modo! 
Se tu adesso rinunci a ciò che ti viene offerto, allora è come se rinunciassi a me, a noi, alle promesse che ci siamo scambiati. Ed io non potrei mai perdonarti una cosa simile!
Te lo ripeto: questo è tutto il bene che potremo mai avere come coppia: non ce ne sarà concesso altro>>



domenica 28 novembre 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 170. Robbie "il Chimico"





Uno dei tanti soprannomi che fu affibbiato a Roberto Monterovere durante l'arco della sua lunga e tribolata "carriera universitaria" fu quello di Robbie il Chimico, con riferimento ironico e antifrastico al famigerato Alì Hassan Abd al-Majid (Tikrit, 1941 – Baghdad, 2010), cugino di Saddam Hussein e suo braccio destro, in qualità di generale e ministro, soprannominato Alì il Chimico per l'utilizzo di gas cianidrico in un'operazione di "pulizia etnica" contro i Curdi nel nord dell'Iraq, e pertanto, dopo la caduta del regime, accusato di genocidio e crimini contro l'umanità, condannato a morte e giustiziato. 
Nulla di più lontano, ovviamente, dal pacifico e inoffensivo Roberto, che si fa scrupoli morali persino quando, per legittima difesa, si trova costretto a eliminare qualche zanzara troppo molesta.
Eppure un legame c'era, e riguardava la chimica, anche se nel suo caso si trattava di quella farmaceutica.

Per essere del tutto onesti con i lettoricome ci siamo proposti di fare fin dall'inizio, in qualità di testimoni trasparenti e cronisti fedeli, dobbiamo chiarire subito una cosa e cioè che esisteva nei Monterovere una predisposizione verso l'abuso di tutto ciò che la farmacia potesse offrire per attenuare qualsiasi tipo di dolore fisico o psichico.
Torneremo su questo discorso, ma solo dopo aver raccontato quale fu il primo degli eventi che favorì il passaggio di tale predisposizione da un livello ancora moderato ad uno molto più massiccio.

Prima che iniziasse il secondo semestre, Roberto fu convocato dal suo "tutor", Gabriele il Brianzolo, il quale gli disse, chiaro e tondo, come stavano le cose:
<<Allora, stai attraversando una fase difficile, ma molto comune, la crisi del primo anno, o del primo semestre, chiamala come vuoi, ma io credo che più o meno tutti ci passiamo...>>
Roberto lo interruppe subito:
<<Anche tu? Non ne sapevo nulla>>
Gabriele lo guardò con aria circospetta:
<<Senti, Robbie, tu sei un tipo strano e me piacciono i tipi strani, tutti i miei amici lo sono, per cui voglio rivelarti il mio segreto, quello che mi permette di avere voti alti senza dover rinunciare alla mia vita mondana. Tu però non devi dirlo a nessuno, nemmeno ad Aurora. 
Lo sanno solo Gianni, Giorgio e Gianluca: tu sei il primo a saperlo il cui nome non inizia con la G>>
Roberto sorrise:
<<Ah, ecco... e il tipo strano sarei io! Comunque, non rivelerei mai il segreto di un Prefetto della Confraternita del Quinto Piano! Me lo porterò nella tomba, parola di Monterovere!>>
Gabriele fece un gesto vago, come a dire che dalle sue parti era un giuramento di poco conto, poi incominciò a raccontare:
<<Io fin dai primi giorni di lezione non riuscivo né a stare attento, né a concentrarmi, né a memorizzare niente, per un motivo ben preciso: in ogni aula, per ogni corso, avevo già individuato almeno una decina di "donne della mia vita" e disperdevo le mie energie corteggiando, in maniera galante, s'intende, alcune di queste fanciulle in fiore.
Però, dopo un mese di cazzeggio puro, mi sono reso conto che se continuavo così, non passavo neanche un esame, ed ho incominciato a studiare, ma la mia testa era sempre da un'altra parte.
A un certo punto, dopo aver provato inutilmente vari tipi di strategie, ho deciso di rivolgermi a un luminare della scienza, un insigne neurologo, esperto in "patologie connesse allo stress da prestazione", l'illustre dottor professor B.F. che dirige un ambulatorio privato, qui a Milano, dove lavorano i suoi migliori discepoli. Me lo hanno consigliato in tanti, tutte persone di prestigio, ma molto diverse tra loro: alcuni volevano ottenere migliori prestazioni lavorative, altri avevano alcuni problemi di performance a livello sessuale e altri ancora volevano dimagrire senza troppa fatica e senza troppi sacrifici. E il professore ha trovato la combinazione di farmaci più adatta per ognuno di loro e fa miracoli! L'unico problema è il prezzo delle visite, ma sono soldi spesi bene, credimi!>>

Roberto era scettico, specie quando si parlava di miracoli, ma non era ancora abbastanza saggio da sapere che nella vita non ci sono scorciatoie: chi abbandona la retta via prima o poi ne subisce le conseguenze.
Eppure in quel momento l'allora giovane Monterovere aveva proprio bisogno di un miracolo per tenere in piedi quel castello di carte che era la sua vita, dal momento che aveva deciso di non mollare la Bocconi, perché, se l'avesse fatto, questa volta Aurora non l'avrebbe seguito.
E poi lui stesso, per il proprio maledetto orgoglio, ci teneva a migliorare i risultati degli esami e anche a mantenere la linea e a contrastare il fisiologico calo di desiderio che le coppie devono affrontare quando i loro rapporti intimi, anche quelli del tipo "famolo strano" (come diceva Carlo Verdone a Claudia Gerini in "Viaggi di nozze") assumono i monotoni tratti della routine.
Per tali ragioni volle approfondire il discorso:
<<E che farmaci ti ha consigliato?>>

Gabriele, abbassando la voce anche se non c'era nessuno nei paraggi, rispose:
<<Mi ha prescritto una terapia dove il farmaco principale è il Deadyn, nome commerciale della pemolina, una medicina prodigiosa: è un tonico stimolante che migliora l'attenzione, la concentrazione e la memoria, riduce il senso di affaticamento, tiene a bada l'appetito e ha anche effetti afrodisiaci.
E non ho avuto nessun danno collaterale! Le analisi vanno benissimo.
Insomma Robbie, col Deadyn prendi quattro piccioni con una fava: concentrazione, energia, snellezza e te lo fa pure rizzare!>>
Roberto rise. 
Presentato così, sembrava la panacea di tutti i mali e anche Aurora ne avrebbe tratto beneficio, indirettamente, ma affidarsi a un medico soltanto "per sentito dire" non era una decisione facile.

Va ricordato che questa conversazione avvenne nel febbraio del 1995 e all'epoca non si poteva andare su Google alla ricerca di pareri o su Wikipedia per farsi almeno una vaga idea sull'argomento.
All'epoca ci si doveva fidare esclusivamente dei medici e della loro reputazione.
Sotto certi aspetti era meglio di adesso: fenomeni di isteria collettiva come i movimenti no vax non erano immaginabili.
Sotto altri aspetti, però, si poteva incappare in medici un po' troppo disinvolti nel prescrivere farmaci controversi, come appunto il Deadyn, uno psicostimolante che, ad alte dosi, poteva avere l'effetto dell'amfetamina.
Ma quest'ultimo dettaglio non era scritto nel foglietto illustrativo e all'epoca ben pochi lo sapevano.

Roberto poi era più un soggetto "da antidolorifici e da ansiolitici" che da psicostimolanti, e questo
avrebbe dovuto saperlo già allora.
L'attrazione per gli antidolorifici si era manifestata in Roberto precocemente come cura sintomatica della cefalea tensiva cronica di cui aveva sempre sofferto fin da bambino, e che era stata tenuta a bada con moderati dosaggi di aspirina, ossia acido acetilsalicilicoibuprofene e/o paracetamoloaccompagnati da un gastroprottettore e da un epatoprotettore a base di silimarina ed acetilcisteina.

In seguito, a causa di un ascesso a un molare, il tormentato Roberto aveva conosciuto un altro farmaco antidolorifico non steroideo (da cui l'acronimo "FANS"), l'Aulin, potente antinfiammatorio a base di nimesulide, efficacissimo in particolare contro il mal di denti, ma molto discusso riguardo ai suoi effetti collaterali, specie per quel che riguarda il fegato. 
E'  attualmente prescrivibile tramite ricetta medica non ripetibile e trattenuta dal farmacista con aria sdegnata ed evidente disapprovazione, quella riservata ai tossicodipendenti senza speranza che si ostinano a farsi prescrivere, da medici compiacenti, farmaci che entrano ed escono dal prontuario come l'immaginario Tedax, che, nel film "Il divo" di Paolo Sorrentino, sembra essere uno dei pochi in grado di curare efficacemente l'eterna emicrania del sette volte Presidente del Consiglio, onorevole senatore Giulio Andreotti. (In realtà il termine Tedax è l'acronimo di Técnico Especialista en Desactivación de Artefactos Explosivos. L'ironia di Sorrentino, al riguardo, fu pari alla faziosità della sua ricostruzione sul metodo con cui il Divo avrebbe disinnescato molte metaforiche bombe pronte ad esplodere).

Il passo successivo, quando la sua cefalea si fece più acuta e lancinante, fu il passaggio al Tachidol, che conteneva, seppure in dosi molto basse, un analgesico oppioide e cioè la codeina.
A quel punto gli sguardi sdegnati del farmacista divennero ancora più evidenti, ma i genitori di Roberto, che soffrivano entrambi di cefalea tensiva e dolori reumatici, consideravano il Tachidol come acqua fresca, rispetto a ciò che prendevano loro (tipo ossicodone, fentanil e tramadolo).

Come se non bastasse, il nonno di Roberto, Romano Monterovere (1910-2005), non faceva mistero di essere dipendente dalla codeina, prescrittagli all'inizio per la solita cefalea tensiva cronica e i soliti dolori reumatici, ma che servì soprattutto per lenire il dolore della morte prematura di sua moglie, nel 1976. Da allora l'abuso di codeina da parte di Romano divenne sempre più massiccio, il che non gli impedì di arrivare a 95 anni.

Quest'ultimo dato va tenuto presente e sommato ad altri che abbiamo già fornito per capire un concetto che altrimenti risulterebbe inconcepibile: in tutta la famiglia si era creata l'ingenua ed erronea convinzione che gli analgesici oppioidi non fossero medicinali pericolosi.

Fa quasi ridere il pensiero di come una famiglia di intellettuali come i Monterovere-Orsini fosse, di fatto, una famiglia di oppiomani a propria insaputa.
La loro "fortuna", se così si può chiamare, fu di avere almeno un fegato molto robusto.
Lo stesso Roberto spiegava così la propria sopravvivenza a ogni tipo di abuso farmacologico:
<<Se non avessi avuto il fegato e i reni di mio nonno Romano, da un lato, e della mia bisnonna Emilia, dall'altro, sarei morto più di vent'anni fa>>
Ma non dimentichiamo che quel fegato e quei reni li aveva ereditati insieme alla predisposizione per le dipendenze.

Tutto questo per dire, con la massima trasparenza, che Roberto era già mezzo impasticcato anche prima degli eventi del periodo milanese: Milano gli offrì semplicemente l'occasione e i mezzi per approfondire le sue conoscenze e le sue esperienze in altri settori della farmacologia, e cioè, come vedremo, gli psicostimolanti e le benzodiazepine, che in aggiunta alla codeina del Tachidol, costituirono un cocktail micidiale, letale, che avrebbe fatto rimanere secco un bue, anzi un elefante!

Su Roberto invece ebbero, nel periodo tra il 1995 e il 1999, un effetto energizzante e nel contempo rasserenante che gli permise, come Gabriele gli aveva promesso, di dare gli esami con voti alti lasciandogli pure il tempo per dedicarsi ai suoi folli e rocamboleschi sopralluoghi nei quartieri più degradati e pericolosi dell'hinterland milanese per verificare di persona le condizioni degli snodi centrali del sistema idrografico meneghino, fingendosi uno studente del Politecnico in procinto di preparare la propria tesi di laurea sull'evoluzione artificiale del fiume Olona.

L'ultimo dei Monterovere, che al Liceo Scientifico adorava la Chimica e la Biologia, oltre che la Geografia e la Geologia, si ritrovò quindi a sperimentare in maniera quasi, seppur involontariamente, suicida, le sue conoscenze teoriche. E in seguito, pur atteggiandosi a vir integer scelerisque purus nel rifiutare totalmente il fumo (sia di tabacco che di cannabis) e nel limitare al minimo l'alcol, sviluppò col tempo una venerazione nei confronti delle benzodiazepine, i farmaci più diffusi per contrastare l'ansia e l'insonnia.

Apprezzava in particolare quelle in gocce, che degustava come se fossero vini pregiati, o liquori di prima qualità.
Le sue preferite erano il Clonazepam, potente ansiolitico miorilassante e rasserenante dal nome commerciale di Rivotril e dall'aroma di vodka alla pesca, e il Lorazepam, l'ipnotico "sacro" per antonomasia, dal nome commerciale di Tavor, e dal retrogusto di violetta, come il migliore Sangiovese di Romagna. 
Si potrebbe giustamente obiettare che sarebbe meglio allora, bersi direttamente il liquore o il vino, piuttosto che il bicchierino di Clonazepam o Lorazepam, ma la realtà è un po' più complessa.
Diciamo che non è assolutamente la stessa cosa per migliaia di ragioni chimiche e cliniche di cui è prematuro parlare, ma ci arriveremo gradualmente, così come ci arrivò lui, ma senza seguirne il cattivo esempio, sia ben chiaro!















Finì per attribuire ai suoi farmaci preferiti persino un valore estetico, considerandoli una forma d'arte a se stante. Si compiaceva persino dell'aspetto cromatico e geometrico delle compresse e delle capsule di alcuni farmaci, che giudicava, anch'essi, una manifestazione artistica ingiustamente trascurata dai critici.

Ma anche la forma e il design delle confezioni e dei loghi delle varie case farmaceutiche esercitava su di lui un certo fascino. 
Se fosse dipeso da lui, avrebbe scelto, per se stesso, un soprannome molto più consono di Robbie il Chimico, e decisamente più nobilitante, e cioè il Des Esseintes della farmacologia.
Tutto ciò può sembrare quantomeno bizzarro, e fu sicuramente sbagliato e anche folle, ma crediamo che persino Huysmans, l'Arbiter Elegantiae dell'estetismo letterario decadente, avrebbe dedicato più di un capitolo alle benzodiazepine.

Rassicuriamo i lettori dicendo che il nostro Monterovere è guarito da molto tempo da ogni forma di dipendenza.
Però ha conservato la fama di esperto in materia di farmaci come i suoi antenati patrilineari lo erano in fatto di pozioni, e si considera una specie di alchimista, prima ancora di essere, per esperienza personale e per contributo diretto alla ricerca scientifica e farmacologica in corpore vili, una delle cavie più esperte sulla faccia della Terra.

E a Forlì lo sanno tutti: si potrebbe persino affermare, con ironia iperbolica e non priva di paradossi, che Roberto sia considerato il Garattini della Romagna Centrale.
Qualcuno si ricorda ancora dei tempi in cui Silvio Garattini era presidente e megadirettore galattico della potentissima Commissione Unica del Farmaco? Ma che ne sanno i Duemila di queste cose... si atteggiano a gangster del Bronx, ma non hanno idea di come fosse Rozzano sul Naviglio nel 1995.

Roberto se lo ricorda bene, perché sotto gli effetti del Deadyn si ritrovò a verificare sul posto se realmente il Lambro Meridionale fosse la prosecuzione dell'Olona Superiore, dopo il suo diramarsi dal Naviglio Pavese, fino al ponte del Parco delle Rogge, per poi cercare di tornare indietro a piedi, fino al capolinea degli autobus in una località denominata Ronchetto delle Rane.

E non stiamo scherzando, e nemmeno inventando: queste cose sono accadute davvero e racconteremo quelle avventure, perché la vita è fatta anche di queste cose, e se per qualche miracolo si sopravvive, si impara molto sul mondo reale e sul fatto che, messi alle strette, scopriamo di avere più abilità di quante potevamo immaginare, e di sapercela cavare anche in situazione estreme. 
Roberto scoprì persino, in mezzo a quelle lande dimenticate da Dio, di amare la vita, di non volerla perdere e di essere pronto ad aggrapparsi a ogni radice pur di non precipitare nella voragine che si stava creando sotto di lui.

Tutto questo, a un certo punto, si venne a sapere, a Forlì, perché i Monterovere, nella loro ingenuità, non ne fecero mistero. Certo, fu l'ennesimo scandalo, ma ormai uno più o uno meno non faceva poi tanta differenza: i Monterovere-Orsini erano, nel loro piccolo, microscopico mondo, qualcosa di simile alla Royal Family, dalla quale tutti si aspettavano, con trepidazione, nuovi scandali su cui poter spettegolare, per riuscire a sopportare meglio la noia forlivese.

Paradossalmente, la considerazione dei nemici di Roberto, nei suoi confronti, crebbe, come se dietro al topo di biblioteca si fosse sempre celato un Indiana Jones che attendeva solo, per liberarsi, un allentamento dei freni inibitori dovuto al fatale abbinamento di farmaci che, come vedremo, il dottor professor cavalier B.F. gli prescrisse in quegli anni.

E adesso se a Forlì qualcuno ha bisogno di un parere veramente serio e completo su determinate categorie di farmaci, non lo va a chiedere al farmacista e men che meno al medico di base o a quello di guardia, no, lo va a chiedere a Roberto Monterovere. A proprio rischio e pericolo!

Dobbiamo ammettere però che la sua conoscenza farmacologica è molto precisa, perché quando si parla di determinati medicinali, ogni minimo dettaglio può fare la differenza tra la vita e la morte, per non parlare poi degli additivi, che costituiscono la differenza tra il farmaco di marca e quello generico.
Non è una leggenda metropolitana: i farmaci generici utilizzano come principio attivo la stessa molecola del farmaco brevettato, ma possono avvalersi, entro centri limiti, di additivi diversi, che in casi rari, ma da non sottovalutare, possono creare reazioni allergiche nei soggetti predisposti.
Alcune "malattie inspiegabili" sono reazioni allergiche non riconosciute da medici inesperti, impreparati o semplicemente troppo sbrigativi.
Certe cose, del resto, si imparano davvero soltanto se le si è sperimentate sulla propria pelle, come è accaduto al nostro "eroe", un Bilbo Baggins catapultato fuori dalla sua tana, in mezzo ai pericoli.

E questo capitolo è solo una premessa di carattere generale: nel prossimo racconteremo invece, nel dettaglio, come fu la prima visita di Roberto presso l'ambulatorio del Luminare della Scienza, il dottor professor cavalier B.F. e degli effetti della sua "terapia".

domenica 21 novembre 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 169. Decadentismo alla milanese, esteti, poeti maledetti e un Angelo oscuro.

 












Tutto incominciò quella notte, a Milano, tra il 10 e l'11 febbraio dell'anno 1995.
Roberto non aveva ancora compiuto vent'anni, ma aveva già collezionato molti errori.
Incominciava a rendersi conto di aver sbagliato completamente la scelta universitaria, e di essere diventato insofferente riguardo a certi aspetti del carattere di Aurora, con cui si era fidanzato troppo presto, vincolandosi a promesse che temeva di non essere in grado di mantenere.
Sentiva un inquietante desiderio di fuggire lontano, in un mondo diverso, "diverso da qui".

I Prefetti del Quinto Piano capirono subito che era giunto il momento di iniziarlo alla débauche, alla vita notturna milanese, dissoluta e dissipata, e trasformare quel ragazzo di provincia e di campagna in un esteta, in un dandy, un damerino deciso a godersi i piaceri della vita e della giovinezza nella grande metropoli, come i protagonisti dei romanzi di Balzac.

E ci riuscirono: per dare l'idea di come fosse fisicamente Roberto in quegli anni, abbiamo inserito le immagini dell'attore Ben Barnes nei panni di Dorian Gray e altre facenti parte di un servizio fotografico per le riviste di moda.
Insomma, all'epoca il giovane Monterovere poteva essere considerato un ragazzo "carino", forse persino un bel ragazzo, ma non certo un figo, e comunque era molto diverso da ciò che divenne in seguito, negli anni Duemila, specialmente dopo aver compiuto  trent'anni, ed essere sopravvissuto a tutta una serie piuttosto turbolenta di esperienze e circostanze di cui parleremo a suo tempo.









E fu così che, quella sera, i Prefetti lo trascinarono in un mondo che lui non solo non conosceva, ma non immaginava nemmeno che potesse esistere.
Fu un bene o un male? Da un lato furono esperienze formative, una sorta di descensio ad inferos, di catabasi necessaria nell'ottica del primum vivere, deinde philosophari, prima si sperimenta la vita, si fanno le suddette esperienze, e solo dopo si passa alla teoria. Però il prezzo da pagare fu elevato, perché non c'era un ritratto in soffitta che si ammalasse al posto suo.

<<Noi siamo una Confraternita>> disse il leader, Gianni da Verona <<e questo significa che ci supportiamo a vicenda nei momenti di crisi, e tu sei nel bel mezzo di una tempesta, Robbie, a giudicare dal tuo faccino imbronciato.
Ma adesso noi ci prenderemo cura di te, come i Prefetti che ci hanno preceduto hanno fatto con noi stessi, molte volte. E come prima tappa lungo la via della perdizione, ti porteremo nello stesso locale dove ci portavano loro>>

Si trattava di un famoso ed ampio night club nella zona dei Navigli, una specie di elitario pub "musicale" (nel senso che lì si esibivano spesso cantanti dell'hinterland milanese, esordienti o emergenti di successo, molto in voga all'epoca, come per esempio Biagio Antonacci, che Roberto apprezzava molto, oppure gli eccentrici Marco Castoldi Manuel Agnelli, e soprattutto un altro, molto migliore di loro, di cui parleremo ampiamente nella seconda parte di questo capitolo).

Preferiamo non fare il nome del locale, ci sembrerebbe di profanarlo: basti sapere che quel night-disco-pub elitario era uno dei luoghi in cui i talent scout di allora, come Claudio Cecchetto o il maestro Vessicchio, scoprivano o presentavano i loro protégées.
Si trovava abbastanza vicino a dove, otto anni dopo, fu filmato il videoclip più famoso della band "Le Vibrazioni", i cui componenti all'epoca della nostra narrazione, erano semplici spettatori, come Francesco Sarcina e Alessandro Deidda. Francesco stava, all'epoca, con quella famosa Giulia che gli ispirò il tormentone del 2003.

Gabriele da Monza, da ricco dandy mondano, esteta e habitué della vita notturna milanese, faceva da guida agli altri lungo la via della perdizione:
<<Questa sera, su mio invito, canterà, a sorpresa, un mio coetaneo, ex compagno di classe alle medie, con cui sono rimasto in ottimi rapporti>> disse il Brianzolo <<e che l'anno scorso ha superato le selezioni estive di Sanremo Giovani, con un singolo molto bello, che ti piacerà senz'altro. E tra una settimana o due parteciperà al Festival. Sono sicuro che farà il botto, non solo perché è bravo, sia come musicista che come cantautore, ma anche perché è molto bello. 
Si esibisce a sorpresa proprio per evitare che si crei la ressa nell'attesa del suo arrivo. Beato lui!>>

Roberto ascoltava distrattamente, perché, tanto per cambiare, pensava ad Aurora: si sentiva in colpa per non aver voluto stare con lei, quella sera, ma la sua intenzione era soltanto quella di dimenticare l'esito degli esami, magari con l'aiuto di qualche cocktaile invece lei, con la sua sola presenza, gli avrebbe ricordato troppe cose a cui non riusciva ad abituarsi.
Espresse questo suo malessere con una battuta:
<<Dicono che ad ogni uomo sia destinata una sola donna. Se egli riuscirà ad evitarla, sarà salvo!>>






Gabriele, Gianni e il terzo Prefetto, ossia Giorgio da Novara, risero di gusto.
Fu Giorgio a parlare per primo, a nome di tutti:
<<Be', se per caso dovessi stancarti di Aurora, faccelo sapere per tempo, eh! Saremo i primi a "consolarla"!>>
Roberto era abituato a quelle risposte, perché in apparenza Aurora era perfetta, e tutti le facevano la corte, domandandosi, sempre senza risposta, perché lei stesse con un tipo così strano come il Monterovere.
<<Vi ricordo che siete fidanzati anche voi e che io non ho nessuna intenzione di lasciare Aurora, e meno che mai di tradire la sua fiducia in me. Per cui se avete in mente una serata del tipo Fantozzi, Filini e Calboni al night club "L'Ippopotamo", resterete delusi>>
Gabriele lo rassicurò:
<<Abbiamo in mente soltanto la classica "serata etilica", e sono certo che ti divertirai!>>
Gianni invece era interessato a capire come stavano le cosa tra Roberto e Aurora:
<<Senti Robbie, ma tu sei sicuro che lei non ti tradisca? Non c'è proprio nessuno verso cui ha mostrato simpatia o interesse...>>
Roberto fu lapidario:
<<Ci sono tantissimi nessuno, non so se mi spiego...>> 

Giorgio fu colpito dalla raffinatezza della risposta:
<<Tantissimi "nessuno". E visto che ci abbiamo provato anche noi, senza successo, eccoci annoverati nella onorevole categoria dei "nessuno">>
Roberto accennò un sorriso ironico:
<<Non mi permetterei mai. Il rispetto per gli altri è un atto dovuto, ma quello per se stessi bisogna meritarselo>>
Gianni capì subito l'antifona:
<<Non essere troppo duro con te stesso!>>
Roberto gli lanciò un'occhiata divertita:
<<Disse colui che ha la media dei 30!>>
Gabriele rise di gusto:
<<Ehi, ma stasera hai la risposta pronta in stile Friends. Che sia stata la Sangria ad averti sciolto la lingua, oppure lo Spritz?>>
Giorgio rincarò la dose: 
<<Sai Robbie, sei anche più simpatico, da sbronzo!>>
Roberto sorrise:
<<Sbronzo? Ma se ho appena incominciato! La notte è giovane...>>
Gianni però era rimasto serio:
<<La mia media è una condanna, sai, Robbie? Dico sul serio. Ormai tutti aspettano solo che io faccia un passo falso e tutta l'impalcatura del mio "mito" crolli in un istante.
Essere perfezionisti è una malattia>>
Roberto capì che era sincero, per cui cercò di sdrammatizzare l'ombra che vedeva in lui, con una battuta che in fondo era anche la verità:
<<Mi pare che al riguardo si sia espresso bene Salvador Dalì, il quale disse: "Non aver paura della perfezione, tanto non la raggiungerai mai">>

Stavolta rise anche Gianni:
<<Parole sante! Sei davvero più brillante, quando il tasso etilico nelle tue vene diventa significativo>>
Roberto sorrise:
<<State forse insinuando che io da sobrio sono troppo serioso? 
Be', vi dico una cosa seria allora: c'è un tempo per tutte le cose, e quindi un tempo per essere seri e uno per essere spiritosi, e un tempo per essere di buon umore e uno per non esserlo. 
Diffidate di quelli che sono sempre di buon umore! Non è possibile esserlo, e quindi o fingono, mentendo agli altri e anche a se stessi, o non si accorgono di niente, il che non depone a favore della loro intelligenza, oppure distolgono volontariamente lo sguardo da ciò che li potrebbe turbare, come le sofferenze altrui, mostrando quello che io chiamo un egocentrismo narcisista>>
Giorgio intuì per primo a chi si riferiva con quelle parole:
<<Ho come la strana impressione che tu stia dicendo questo non tanto a noi, quando al fantasma di Aurora, che rischia di diventare il "Convitato di pietra" della situazione!>>




Roberto cercò di minimizzare, scrollando le spalle:
<<Forse, ma io non sono di certo un Don Giovanni! E comunque, non intendo parlare di lei! Non in sua assenza, sarebbe sleale e scorretto>>
Gabriele gli appoggiò sul braccio una mano affusolata e dalla pelle tanto liscia da sembrare finta:
<<Se ne parliamo, è solo per il tuo bene. Hai bisogno di sfogarti e noi siamo qui apposta>>
Roberto preferì ironizzare:
<<E di ciò vi ringrazio, ma ricordate: nessuna buona azione resta impunita!>>
Giorgio si sentì in dovere di applaudite:
<<Avete sentito? Stasera il fanciullo è particolarmente sarcastico. E' tua questa perla di saggezza o l'ha detta qualcun altro?>>
Roberto, dopo un lieve inchino rivolto al Prefetto degli Economisti, rispose:
<<Me l'ha citata mio padre. Mi stava mettendo in guardia sul fatto che io avevo una tendenza eccessiva a soccorrere il prossimo. Mi disse: "Non intrometterti nelle faccende altrui, nemmeno per dare aiuto, perché se le cose andranno bene, i più non ti ringrazieranno nemmeno, ma se le cose dovessero andar male, daranno la colpa a te! Nessuna buona azione resta impunita, come disse Clare Boothe Luce">>
Tutti aggrottarono le sopracciglia:
<<Chi?>>
Lui rispose:
<<Clare Boothe Luce fu l'ambasciatrice statunitense in Italia negli Anni Cinquanta. 
In una intervista le chiesero perché ce l'avesse tanto coi sindacalisti e la risposta fu all'incirca: 
"Perché ogni volta che ottengono qualcosa, poi chiedono di più, e non basta mai. Tu gli dai una mano e loro ti prendono il braccio. In passato, quand'ero direttrice di Vanity Fair, alcune persone che in precedenza avevo aiutato molto, improvvisamente incominciarono a diffamarmi perché a un certo punto avevo posto un limite alle loro pretese, e allora capii una lezione importante: nessuna buona azione resta impunita>>
Tutti sorrisero, perché in effetti c'era del vero in quella frase, tanto che poi divenne un proverbio.
Gianni, il Prefetto dei Finanzieri, si mostrò incuriosito:
<<Il consiglio di tuo padre è saggio. Deve essere un uomo molto buono e molto colto, da quel che ho capito, eppure non ne parli mai, o almeno non tanto quanto parli di tua madre o dei tuoi nonni materni.
Perché? Io vorrei tanto avere un padre così: il mio disprezza la cultura e disprezza anche me>>
Roberto apprezzò la confidenza dell'amico:
<<Mi dispiace: dev'essere dura. Io e mio padre siamo molto legati, molto simili, c'è un rapporto di amicizia. Lui ha avuto un padre autoritario, che lo ha trattato male e continua a farlo, e per questo si è ripromesso, con me, di fare l'esatto contrario e infatti ci vogliamo un bene dell'anima.
Ed è un uomo molto buono e molto colto e a Forlì è molto stimato: è una colonna del Liceo scientifico, gli studenti lo venerano.
Se non ne parlo spesso è perché mi sembrerebbe una vanteria. 
L'unica cosa che potrei rimproverargli è di essere un po' succube di mia madre, ma forse vale così per tutti i mariti. Discutono continuamente. Mia madre ha un carattere difficile, brontola sempre e avrà anche le sue ragioni, si vede che è frustrata, che non è contenta della vita che fa, del suo lavoro e del suo matrimonio. E adesso che non prendo più voti altissimi, anche io la deludo.
Tra lei e mio padre ci sono momenti di affetto, ma non credo ci sia vero amore. 
Del resto, lo sanno tutti: nella mia famiglia i matrimoni durano mezzo secolo, ma l'amore è un'altra cosa. Non so cosa, ma di sicuro non è ciò che percepisco tra i miei, e a volte nemmeno...>>
Si interruppe: sentiva che il Convitato di pietra, lo spettro di Aurora, si stava ripresentando, e lo capirono anche gli altri.
Gabriele disse:
<<Non sai cos'è l'amore? Ma com'è possibile? Voglio dire... insomma... mi pare che tu sia molto fortunato in amore. Dovresti saper bene di cosa si tratta!>>
Roberto, che era passato al Gin tonic, scosse il capo:
<<Voi confondente l'innamoramento con l'amore. Io sono follemente innamorato della mia fidanzata. L'innamoramento è uno stato nascente, ma noi stiamo insieme da due anni e io sono sempre lì, sospeso in quello stato, in adorazione di lei. 
Ma l'amore dovrebbe essere più equilibrato. Romantico, certo, ma una quotidianità continuamente romantica è un'anomalia. Non voglio essere un cavalier servente per tutta la vita...>>
Si pentì di quella frase, ma inaspettatamente qualcuno si trovò d'accordo.
Da dietro, una voce roca, ma intensa, disse:
<<Mi sembra giusto>>
Roberto si voltò e vide quello che, all'epoca, era un ventitreenne bellissimo, il più bello che avesse mai visto in vita sua, dai lunghi capelli castano scuri, occhi neri, sguardo intenso, magnetico, ma il viso aveva i tratti dolci di una splendida fanciulla mora, di un'elfa con un nasino piccolo, una bocca carnosa, leggermente imbronciata: tratti più dolci di quelli che tantissime fanciulle nel fiore dell'età possono anche solo sognarsi di avere. Non incontrò mai più una persona così spudoratamente bella.

Gabriele si illuminò il volto, come se avesse visto una divinità:
<<Gianluca! Come va?>>






<<Bene, dai, è un periodo elettrizzante... i primi successi ti esaltano, ti danno euforia, però c'è anche tanta ansia, ma proprio tanta, quando sei lì davanti a una platea pronta a farti a pezzi al minimo errore. Le selezioni sono andate bene anche perché "La mia storia tra le dita" è un brano molto melodico, molto romantico, che è quello che ci si aspetta per Sanremo, ma adesso, per il Festival vero e proprio ho puntato i piedi con quelli della Polygram e stavolta canto un brano più difficile, vagamente filosofico esistenziale, oserei dire, e di certo meno romantico e meno orecchiabile.
ho paura che sia accolto con meno entusiasmo, ma non posso far finta di essere un'altra persona, non posso cantare sempre la stessa canzone. Non lo so, ma non sono autorizzato a dire di più. Spero solo che il pubblico femminile non mi tradisca...>>
Gabriele scosse il capo:
<<Non fare il modesto, non ti si addice! "La mia storia tra le dita" è una canzone meravigliosa, con una melodia che ti si incide nella mente e nel cuore, perché ognuno di noi si è trovato, almeno una volta nella vita, nella stessa situazione, ha provato le stesse emozioni, ma solo tu sei riuscito a tradurle così bene in musica e parole.
Ci farai l'onore di cantarla, stasera?>>
Gianluca sorrise e quel sorriso radioso aveva qualcosa di speciale, di angelico, di tenero, ma anche di misterioso e perfino malinconico, soltanto una piccola ombra di malinconia in un oceano di luce.
<<Sono qui apposta! Ma prima devo carburare, per cui mi unisco a voi, in questo angolo dove non mi si nota, e ci facciamo qualche bicchierino insieme, e se poi mi piazzo bene al Festival e l'album decolla, quando torno a Milano offro da bere a tutti!>>
Gabriele, improvvisandosi cameriere, gli portò una sedia e aggiunse un posto a tavola, tra se stesso e Roberto, poi fece le dovute presentazioni:
<<Questa matricola, che stasera ci sta dando sotto con gli aperitivi, è Roberto Monterovere. E tu, Roberto, avrai sicuramente riconosciuto Gianluca Grignani>>
Ad essere del tutto sinceri e onesti, Roberto non l'aveva mai sentito nominare, perché non ascoltava più la radio, nemmeno con Aurora, che quell'anno aveva trascurato la musica a vantaggio della moda. Si mostrò comunque entusiasta di conoscerlo e gli tese la mano, che l'altro strinse con grande vigore. Come temeva, però, arrivò la domanda che smaschera inequivocabilmente quelli che dicono bugie, seppure a fin di bene e per buona educazione:
<<E ti è piaciuta la canzone? Cosa ne pensi?>>
Roberto, che già faceva fatica ad articolare le parole a causa degli aperitivi, si ritrovò a dover commentare qualcosa che non aveva mai sentito prima, e quindi improvvisò:
<<Mi è piaciuta moltissimo! La penso come Gabriele, che mi ha tolto le parole di bocca>>

Gianluca lo osservò come se stesse guardando un alieno:
<<E' per caso la tua prima sbronza?>>
Roberto si impappinò:
<<Be', ecco, diciamo che... sì, stasera forse ho ecceduto un po'>>
Gabriele intervenne, come un avvocato d'ufficio maldestro:
<<Questo ragazzo sta con una tipa strafiga, ed è pure ricca. E poi lei è anche intelligente, ha studiato la metà di lui e ha passato tutti gli esami con la media del 29. E Robbie, qui, si è sentito un po' umiliato... insomma, non c'era abituato... stanno insieme da due anni... non era mai successo che lei lo stracciasse così>>
Roberto lo guardò male:
<<Oh, sei davvero di grande aiuto, Gabriele! Sei riuscito a demolirmi in soli venti secondi!>>

Gianluca parve divertito:
<<Ah, ma allora temo che la mia canzone ti farà stare ancora peggio. L'ho scritta proprio quand'è finita la storia con una ragazza che era davvero speciale.
Prima dicevi che ti senti un... come hai detto... un cavalier servente! Be', con le strafighe succede quasi sempre così, persino a me! Ma siamo giovani, abbiamo tutta la vita davanti, incontreremo sicuramente la persona giusta>>
Roberto annuì, anche se incominciava a chiedersi se Aurora lo fosse davvero:
<<Spero che sia lei quella giusta, ma stasera...>>
Non terminò la frase, ma si capiva che aveva dei dubbi.
Gianluca continuò a studiarlo con l'aria di un naturalista che si trova di fronte a una nuova specie di animale sconosciuto:
<<Non ti offendere, ma mi sembra che tu non abbia la faccia da bocconiano. E nemmeno la capigliatura: hai i capelli lunghi da cantautore, e io me ne intendo... e di solito le matricole che questi tre depravati portano qui per il battesimo dell'alcol hanno un'aria meno... non ti offendere... meno tormentata>>
Roberto si chiese improvvisamente chi fosse quell'Angelo Oscuro che era piombato lì per dirgli molto francamente ciò che lui non aveva il coraggio nemmeno di pensare o di confessare a se stesso:
<<Nessuna offesa, anzi, credo proprio che tu abbia ragione. Forse io non sono adatto a questa università. Ma ormai è troppo tardi. Io vengo da una cittadina di provincia dove tutti conoscono tutti e se cambiassi università sarebbe uno scandalo e la mia famiglia ne ha dati fin troppi, fidati>>
I 4G reagirono in maniera diversa.
Gabriele, Gianni e Giorgio erano allibiti, senza parole.
Gianluca invece, sorseggiando lentamente un alcolico, e tenendo una sigaretta accesa nell'altra mano, come un poeta maledetto del Decadentismo, seppur in salsa milanese, rispose tranquillamente, con quella voce già roca, ma  nel contempo flautata e suadente:
<<Capisco, non dev'essere facile. Spero che tu non abbia scelto la Bocconi per far contenti i tuoi o qualche altra persona importante>>
Roberto era stupefatto di come quello sconosciuto lo avesse inquadrato nel giro di pochi minuti:
<<E' una storia lunga e triste, ma sì, è così, avevo fatto una promessa, ma non ai miei genitori, a due persone che erano molto importanti, anche se per motivi del tutto diversi.
Ora però mi rendo conto di non essere portato per queste materie. 
Ho sempre preferito gli studi umanistici, ma sapevo che l'unico sbocco, se ti va bene, è fare l'insegnante a un gruppo di selvaggi, non certo lo scrittore o il ricercatore universitario. 
Quelli sono sogni, ed è meglio che restino tali!>>
Gianluca si accigliò:
<<Uhm, ho già sentito questa storia. Io non sono certo uno studioso, ma volevo comunque studiare alla CPM, un centro di specializzazione di musica pop contemporanea, qui ha Milano.
Ho dovuto lottare parecchio, ma alla fine ne è valsa la pena: ho perfezionato la mia preparazione, poi ho incontrato alcune persone che mi hanno ispirato molto, mi hanno aiutato, hanno creduto in me. Spero di non deluderli.
Però all'inizio in tanti hanno cercato di dissuadermi, anche perché ho un carattere difficile, imprevedibile, ma almeno non ho permesso che altri giudicassero le mie aspirazioni personali dal punto di vista dei loro fallimenti>>
Roberto si sentì trafitto al cuore.
Il nonno Ettore aveva cercato di ricreare un impero, ma aveva fallito. 
E Bartolomeo Visconti si illudeva di poter spendere più di quanto guadagnava, ed aveva fallito pure lui, dileggiato persino da sua moglie. 
E io ho giurato di realizzare ciò che loro non erano stati capaci di difendere.
Ed ora sono in trappola.
E l'unica persona che riusciva a capire tutto questo era quell'Angelo Oscuro, materializzatosi lì come un'apparizione o, peggio ancora, un'allucinazione.
<<Hai fatto bene! Io avevo le idee meno chiare. Onestamente, non sapevo nemmeno quali fossero le mie reali aspirazioni. Ci sono vicende personali, familiari... è complicato>>
Gianluca socchiuse gli occhi, continuando a studiare il suo interlocutore con l'aria di chi vuole scoprire un talento nascosto, e poi gli fece una domanda sorprendente, destinata a lasciare il segno:
<<Non voglio essere indiscreto, ma sai, noi cantautori non sottovalutiamo mai le persone e le occasioni. Tutto è fonte di ispirazione. Non siamo mai completamente autobiografici.
Prima viene la musica, poi l'argomento, e solo alla fine le parole. Succede quando meno ce l'aspettiamo e chiunque può contribuire, anche in un solo incontro, anche con un solo vocabolo.
Per questo sono incuriosito e mi piacerebbe sapere una cosa, ma solo se ti va di rispondere.
Che cos'hai perduto? Io ti vedo come congelato nel tempo: hai perso qualcosa, quando eri ancora innocente, qualcosa che amavi, e adesso non riesci più ad andare avanti, né a tornare indietro... e io mi chiedo che cos'hai perso di così importante?">>
Roberto rimase attonito, come se per la prima volta in vita sua avesse incontrato una persona che lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse se stesso.
Forse era vero che per i cantautori era fondamentale l'empatia, perché la loro musica doveva parlare a tutti, e loro dovevano cercare di conoscere cosa passava nella testa delle persone.
<<Ho perso un mondo intero. Era il mondo della mia infanzia, un luogo reale, ma percepito come magico, agli occhi di un bambino, di un innocente, come hai giustamente detto.
Ho trascorso gli anni più belli nella tenuta di campagna dei miei nonni, insieme ai miei cugini, ad una bisnonna aristocratica che beveva come una spugna, ma era fenomenale nel reggere l'alcol e nel raccontare le storie di famiglia, che poi è la famiglia di mia madre e delle sue mitiche sorelle.
Era un'isola felice, la mia Camelot, la mia Contea, la mia Avalon, c'erano pure le streghe, dico sul serio... sembrava di vivere in un altro secolo, in un passato leggendario.
Ed io sono rimasto lì, congelato, come hai detto leggendomi nel pensiero... sono cristallizzato lì, in quel tempo leggendario, e non riesco ad andare avanti, né a tornare indietro. 
Il luogo esiste ancora, ma è in rovina. Mia nonna fa del suo meglio per tenere in piedi il maniero, che tutti giudicano "un orrore neogotico", ma per me è bellissimo ed è l'unico posto dove io mi sia sentito veramente a casa.
Avevo promesso a mio nonno, prima che morisse, che un giorno avrei riportato la tenuta all'antico splendore, come per un certo periodo lui era riuscito a fare, salvo poi rimanere vittima di alcune situazioni che preferisco dimenticare.
Mia nonna ha cercato di dissuadermi, di farmi capire che stavo inseguendo solo fantasmi, che non potevo tornare indietro nel tempo, che nulla tornerà mai come prima.
E solo adesso mi rendo conto che aveva ragione, che spesso ciò che perdiamo, l'abbiamo perso perché l'abbiamo voluto troppo, l'abbiamo amato troppo, e gli abbiamo consentito che diventasse un'ossessione, un'allucinazione.
E in nome di quell'amore sono finito da tutt'altra parte, in una metropoli con i grattacieli.
Mi sento come se fossi prigioniero in cima a una torre, a guardare sotto di me una città frenetica che mi ha consumato nel giro di sei mesi>>
Gli venne in mente una frase di Seneca: 
"Fragiles sunt arbores, quae in aprica valle creverunt". Sono fragili gli alberi cresciuti in una valle assolata"

Gianluca, che lo aveva ascoltato in silenzio, accigliato, a un certo punto annuì:
<<Non possiamo fuggire fisicamente, da simili prigioni, ma può farlo la nostra anima. 
Dicono che ogni anima ha due ali, forse sono queste ali la nostra unica via di fuga.
E bisognerebbe cercare di non voltarsi indietro: lo so per certo, amico, perché mi son voltato anch'io, e continuo a farlo, pur sapendo che non va bene>>
Roberto annuì a sua volta, era commosso, avrebbe voluto abbracciarlo, avrebbe voluto che fosse il suo fratello maggiore, o il suo migliore amico, perché c'era una sintonia che non aveva mai conosciuto, accompagnata da un'ispirazione, un desiderio di identificazione.
E' lo stesso meccanismo per cui si è "fan" di qualcuno, rasentando l'idolatria. 
Avrebbe voluto essere come lui, anzi "essere lui".
Non era invidia, era ammirazione, e sorpresa, perché si era abituato a pensare che le persone esteticamente belle finissero per diventare superficiali, ma era un pregiudizio ingiusto, ognuno porta con sé i suoi fantasmi: quisque suos patimur manes.
Una cosa è certa: quando Roberto, pochi mesi dopo, lo ascoltò cantare "Falco a metà", si ricordò di quella sera e di ciò che si erano detti
Era una canzone dal sapore montaliano, ricordava il falco alto levato, ma con la presa d'atto che quell'indifferenza, quell'elevazione, quel volo, erano solo un sogno.
"Sono seduto su un grattacielo / vedo gli aerei passare / poi guardo giù, voglio saltare, voglio imparare a volare / e allora volo via / siamo in viaggio / io la mente mia guarda, ho già spiccato il volo / ed ora sono proprio sopra casa tua // Il falco va / senza catene / sfugge agli sguardi / sa che conviene / è indifferente, sorvola già / tutte le accuse / boschi e città / io che son falco, falco a metà // ... / e chissà se questo è / il segreto per vivere con me / seduto su un grattacielo devo stare / in alto come un falco per non farmi catturare...".
Non che si illudesse di essere stato d'ispirazione, sia ben chiaro: la canzone era già stata scritta, e Gianluca si era limitato a concedergliene un anticipo, il famoso "and so my friend, libera le ali / ogni anima le ha / oh oh / rubale alla libertà", che poi era chiaramente un consiglio che dava a se stesso da molto tempo.





Roberto ebbe lo stesso brivido quando ascoltò "L'allucinazione", così disperatamente sublime, nel passaggio centrale, esplosivo:
"E poi ad un tratto / dallo schermo cadi giù / e t'avvicini / come stai? io bene e tu? / ma non può essere / allora è un'ossessione / stai diventando la mia allucinazione".

Quando Roberto ci raccontò tutto, ci confessò anche che ciò che aveva provato quella volta era il suo segreto più grande, l'ultimo fantasma di cui si liberava, così come si era liberato da molto tempo di tutti gli altri fantasmi dei suoi turbolenti anni milanesi.
Riteniamo che fosse sincero, perché è sempre attenuto ad una regola di Mark Twain: "Se dici la verità, non hai bisogno di ricordarti niente", nel senso che non ci saranno mai versioni contraddittorie.
Certo ciò che è vero dipende dal punto di vista. 
Per esempio: un cilindro, a seconda di dove proviene la luce che lo investe, può proiettare come ombra un cerchio o un rettangolo: entrambi sono assolutamente veri, ma nessuno di loro è la Verità noumenica.




Non dobbiamo poi sottovalutare i fumi dell'alcol di quella memorabile prima sbronza: non capita certo a tutti di condividerla con qualcuno che poi quell'anno vinse il Disco di Platino con l'album "Destinazione paradiso".
Be', ad essere sinceri, a Milano, se si va in locali famosi, con gli amici giusti, certi incontri possono succedere (anche a Milano Marittima, aggiungiamo noi).

La sua esibizione a Sanremo fu perfetta: era meno timido di fronte al pubblico, meno impacciato. Aveva imparato molto in termini di presenza scenica, movenze, espressioni, modo di tenere il microfono o di rivolgersi alle telecamere e all'orchestra.
Un'esecuzione impeccabile, anche se tutti guardavano lui, più che ascoltare la canzone, e nessuno si accorse che la fuga di cui quel testo parlava era anche un'allusione, seppur velata, metaforica, allegorica ed espressa con delicatezza sognante, ed un sorriso rassicurante, al tema del suicidio.
Il testo del brano fa riferimento ad una fantomatica stazione ferroviaria detta "Paradiso città" da raggiungere con un treno che simboleggia la morte, sottintendendo il suicidio
Ecco il passaggio che soltanto molti mesi dopo i critici, i commentatori e i fan, capirono davvero, tutti tranne Roberto, che l'aveva capito subito:
"Un posto per scrollarsi via di dosso / quello che c'è stato detto / e quello che oramai si sa / E allora sai che c'è / c'è che prendo un treno che va / a Paradiso città / e vi saluto a tutti e salto su / prendo il treno e non ci penso più"
Roberto, ascoltando quelle parole che Gianluca aveva cantato col sorriso sulle labbra, si chiese: com'è possibile che una persona che ha avuto tanti doni e tanti talenti, possa anche solo pensare a questo?
Io se fossi bello come lui e potessi fare il lavoro che mi piace, mi sentirei felice! Cosa vuole di più dalla vita?
Sul momento non trovò la risposta, ma già l'anno successivo capì: Gianluca soffriva di attacchi di panico, disturbi d'ansia, e alcuni sintomi di disturbo bipolare o di quello "borderline".
Questi disturbi sono provocati da squilibri chimici dei neurotrasmettitori, e possono colpire tutti noi, indiscriminatamente, all'improvviso e quando meno ce lo aspettiamo: non si deve colpevolizzare chi ne soffre, sarebbe come rimproverare uno che soffre di pressione alta.
Questi sintomi lo avevano portato ad esagerare con l'alcol, ma poi imparò a tenerli a bada con lo Xanax o il Lexotan, come quasi tutti noi comuni mortali. A tal proposito disse, in un'intervista:
«Capita anche a noi privilegiati, quelli per intenderci baciati dalla fortuna e dal successo, quelli che non sono costretti ad alzarsi tutte le mattine all'alba per andare a lavorare e tutto quello che meglio vi viene da pensare. Ero stanco, nervoso, ansioso, mi è venuto un attacco di panico, ho avuto paura, e ho perso il controllo».
Si tratta di un male terribile, quello che ti fa passare dall'euforia all'angoscia, con "discese ardite e risalite", dalla malinconia alle esplosioni di rabbia, così, improvvisamente, facendoti patire le pene dell'inferno. Aveva pagato cara la sua fortuna, e col tempo la sua carriera ne risentì.

Ma Roberto, che pure lui, in quegli anni, incominciò a soffrire di ansia e disturbi dell'umore, capì che fu forse quella fragilità interiore ciò che fin dall'inizio aveva permesso loro di intendersi, pur essendo perfetti sconosciuti e provenendo da vicende completamente diverse.
Nella canzone “The Joker”, in seguito, mise a nudo la sua anima: “non sono una persona equilibrata / e ho l’anima sdoppiata che ogni tanto viene su”.

Va detto anche che, in seguito, nonostante il successo che lo travolse e lo sconvolse, Gianluca non mancò mai alle rimpatriate con Gabriele, Gianni, Giorgio e Roberto. 
Quest'ultimo era diventato un suo fedelissimo estimatore e sostenitore e le serate con i 4G si estesero anche ad Aurora, la quale però non subì più di tanto il fascino dell'Angelo oscuro, forse perché ne riconobbe subito i tormenti interiori, e lei ne aveva ormai avuto abbastanza, di anime tormentate, che volavano nell'Iperuranio, inseguivano fantasmi, sognavano la fuga o prendevano il treno con "Destinazione paradiso".
Tutte le altre ragazze, però, erano impazzite per lui, con quelle tipiche forme di isteria collettiva adolescenziale, un fenomeno che raggiunse l'apice nei decenni successivi, specie nei confronti di Harry Styles, a cui si perdonava e si perdona tutto, persino il fatto che si vesta da donna.

Se ci fossero stati i social media, Gianluca Grignani, che pure vendette moltissimi dischi anche all'estero, avrebbe avuto una notorietà molto più ampia e duratura.
E questa considerazione vale tanto più se pensiamo che adesso, personaggi strani che urlano strane cose, ma hanno l'endorsement dei Ferragnez, vincono tutto e finiscono nello stesso palco con i Rolling Stone. Ogni riferimento ai Maneskin è puramente voluto.
Va detto inoltre che negli Anni Novanta le canzoni erano ancora cantate, e non "dette" da quei buffoni rapper o da altri personaggi da circo equestre. 
Certo, l'hip-hop si stava affermando, ma c'era ancora chi osava difendere l'elemento melodico senza rischiare di essere lapidato nella pubblica piazza.
Erano i tempi in cui prima Videomusic e poi MTV trasmettevano liberamente tutte le clip, una dietro l'altra, dalla mattina alla sera. C'era ancora, persino, la Superclassifica Show su Canale 5 con un Gerry Scotti quasi magro e un'Ambra Angiolini in stile Lolita che faceva impazzire e avrebbe risvegliato i sensi e la libido anche ad un morto.
Eh, quelli sì che erano tempi!
E per dirla con Gabry Ponte, che ne sanno i Duemila di tutto questo?
C'era uno scarto generazionale amplificato dalla rivoluzione telematica: le macchine stavano prevalendo, si entrava nell'età dei cyborg, un'era post-umana.
Chi di loro si ricordava di un mondo più a misura d'uomo? Di tempi più umani, più civili, "prima dell'oscurantismoprima dell'impero" dell'I-Phone, dei Social, dei Reality e dei Talent e di quegli stramaledetti programmi di cucina che hanno invaso ogni canale con le loro schifezze da nouvelle cuisine in dosi microscopiche messe su un piattone enorme. Ma non divaghiamo!
Torniamo al presente.
Adesso Gianluca non è più un Angelo Oscuro, è un uomo di mezza età, con una evoluzione in stile Vasco Rossi, che peraltro è sempre stato un suo convinto sostenitore.
Ha diversi chili in più, la barba ispida, il viso indurito da una vita di eccessi.
E' la solita storia che il "solito" Virgilio aveva già mirabilmente sintetizzato nell'eterno adagio: "o formose puer, nimium ne crede colori, cadunt alba ligustra, vaccinia nigra leguntur.

Ma Gianluca ha anche quattro figli, con i nomi che iniziano tutti con la G, guarda caso, e una ex moglie adorabile la cui pazienza, però, ha raggiunto il limite, comprensibilmente.
Chissà se il giorno in cui lui e Francesca si sono separati, dopo tanti anni trascorsi insieme, nel bene e nel male, Gianluca abbia riascoltato, nella sua mente, la canzone che lo rese famoso"La mia storia tra le dita", che cantò quella sera dorata e lontana, dal vivo, suonando la chitarra e ammaliando un pubblico preso alla sprovvista.
Ma forse no, perché, come dicevamo, certe cose non tornano più, l'atmosfera cambia, noi cambiamo, invecchiamo, la nostra mente ci gioca brutti scherzi e il sogno interrotto non si può ripetere.
Essere maturi significa anche accettare che molto di ciò che è perduto, è perduto per sempre.

Ma quella sera, ah, quella sera...
Roberto ne parla ancora con gli occhi lucidi e l'entusiasmo di chi ha assistito ad una sorta di mondana epifania.
Una parte dell'anima di Roberto è ancora lì, e se volete farvi un'idea dell'atmosfera creatasi in quel locale, quando Gianluca incominciò a cantare, vi aiutiamo a ricostruirla con qualche immagine di repertorio, a cui seguirà il testo della canzone, con le nostre solite sottolineature e una postilla finale.
E vi consigliamo di ascoltarla, se non l'avete già fatto, guardando il videoclip del 1995. 









Sai penso che
Non sia stato inutile
Stare insieme a te
Ok, te ne vai
Decisione discutibile
Ma sì, lo so, lo sai

Almeno resta qui per questa sera
Ma no che non ci provo, stai sicura
Può darsi già mi senta troppo solo
Perché conosco quel sorriso
Di chi ha già deciso
Quel sorriso già una volta
Mi ha aperto il paradiso

Si dice che
Per ogni uomo
C'è un'altra come te
E al posto mio
quindi 
tu troverai qualcun altro
Uguale no, non credo io...

Ma questa volta abbassi gli occhi e dici
"Noi resteremo sempre buoni amici"
Ma quali buoni amici maledetti!
Io un amico lo perdono
Mentre a te ti amo
Può sembrarti anche banale
Ma è un istinto naturale

E c'è una cosa che io non ti ho detto mai
I miei problemi senza te
Si chiaman guai
Ed per questo che mi vedi fare il duro
In mezzo al mondo
Per sentirmi più sicuro

E se davvero non vuoi dirmi che ho sbagliato
Ricorda a volte un uomo
Va anche perdonato
E invece tu
Tu non mi lasci via d'uscita
E te ne vai con la mia storia fra le dita

Ora che fai?
Cerchi qualche scusa
Se vuoi andare, vai!
Tanto di me
Non ti devi preoccupare
Me la saprò cavare

Stasera scriverò una canzone
Per soffocare dentro un'esplosione
Senza pensare troppo alle parole
Parlerò di quel sorriso
Di chi ha già deciso
Quel sorriso che una volta
Mi ha aperto il paradiso

E c'è una cosa che io non ti ho detto mai
I miei problemi senza te
Si chiaman guai
Ed per questo che mi vedi fare il duro
In mezzo al mondo
Per sentirmi più sicuro
E se davvero non vuoi dirmi che ho sbagliato
Ricorda a volte un uomo
Va anche perdonato

E invece tu
Tu non mi lasci via d'uscita
E te ne vai con la mia storia fra le dita...


Roberto si commosse fino alle lacrime, ma c'era una differenza: lui non era stato mai lasciato e non lo fu nemmeno in seguito, anzi, fu sempre lui a fuggire, lui a lasciare, lui ad andarsene di soppiatto, come un ladro nella notte.
E faceva questo non per il proverbio errato secondo cui in amore vince chi fugge, no, c'era una ragione molto più meschina: era lui a lasciare per paura di essere lasciato.
Questo però avvenne soprattutto con la sua seconda fidanzata, Jessica e con quelle che vennero dopo, ma se ne parlerà quando sarà il momento, 
Con Aurora, fu diverso: gli ultimi anni della loro lunga relazione, tra il 1998 e il 2001, avevano visto un progressivo deterioramento, ma a dare il colpo di grazia fu l'incontro con Jessica a Bologna.
Quando Roberto si innamorò di Jessica, con Aurora ormai non c'era quasi più niente, se non il giuramento che avevano pronunciato nel 1992, l'Anno della Falsa Primavera, quando si erano fidanzati in maniera troppo frettolosa. Che fretta c'era?
Aurora comunque non tradì per prima: fu Roberto, a sua onta perpetua, colui che consumò il primo tradimento.
Questa era la squallida verità su di lui, l'ultimo dei Monterovere e l'unico che non seppe mantenere la parola data, trascinando la dinastia nel disonore e nel fango.

E dunque, in quella famosa notte a Milano, si potrebbe dire, a posteriori, che Roberto, in realtà, ascoltando "La mia storia tra le dita", non piangeva solo per se stesso, per la propria inadeguatezza, ma piangeva anche e soprattutto per lei, per Aurora, perché già intuiva cosa sarebbe accaduto e presagiva il male morale le avrebbe inflittoandandosene via nella maniera peggiore, e cioè per mettersi con un'altra, per poi lasciare anche quella, perché il suo cuore era "uno zingaro" (secondo una canzone dal titolo ormai politicamente scorretto) e si innamorava facilmente, ma non sapeva amare.
Per innamorarsi basta un'ora, ma per amare, bisogna impegnarsi tutta la vita.

E Roberto, avendo assistito al sostanziale fallimento del matrimonio dei genitori e di quello dei nonni materni, non credeva più che per lui fosse possibile un impegno di quel tipo.
Fu così che la sua educazione sentimentale lo portò ad avere un cuore nero come l'Asso di Picche .

Non accettava l'idea della convivenza, della prosaicità quotidiana, dell'opaca trafila delle cose che né sua madre, né sua nonna erano riuscite a sopportare, nei rispettivi matrimoni.
E quando si rese conto di questo, Roberto capì una cosa destinata a cambiagli la vita, e cioè che lui non era affatto un Monterovere,  era un Orsini, con tutta la capricciosità che questo comportava.

Tutto questo lui lo capì mentre ascoltava quella canzone, preconizzando il giorno in cui se ne sarebbe andato portandosi via, tra le dita, la storia di Aurora, quella storia che alla fine ha deciso di raccontarci e che noi vi raccontiamo, prendendo le distanze e condannando il suo comportamento e tutto ciò che, alla fine, lui era diventato: l'uomo dei giuramenti traditi e degli scudi frantumati, nell'ora in cui il secondo millennio giungeva al termine e il terzo incominciava, sotto funesti auspici.