domenica 18 febbraio 2024

La Quarta Era. Capitolo 2. Eldarion e Silmarien

 

Chiunque guardasse il nuovo re, Eldarion, figlio di re Elessar e della regina Arwen, gli avrebbe dato al massimo venticinque anni, forse meno.
E invece ne aveva centodiciotto.
Era nato durante il secondo anno di regno di suo padre, insieme alla sua gemella, la principessa Ancalime.
Nessuna premonizione di Arwen aveva previsto un parto gemellare: Eldarion, l'erede maschio del Regno Unito di Arnor e Gondor, era il principe che era stato promesso nelle profezie degli Elfi e dei Dunedain legati all'Antica Via, e per questo era stato accolto con grandi festeggiamenti.
Ancalime, che era uscita per prima dal ventre della madre, aveva suscitato fin dall'inizio incredulità e scalpore, e persino una certa inquietudine, perché lo scostamento dalle profezie era considerato un segnale di malaugurio.

E così, Eldarion aveva ricevuto fin dall'inizio molte più attenzioni rispetto alla sua gemella, per quanto il Re e la Regina cercassero di trattarli con equità.
Lei sarebbe diventata una grande guerriera, se gliel'avessero permesso, pensava Eldarion, e diventerebbe anche una grande Regina, se io rinunciassi al trono.

Eldarion era stato sul punto di firmare e sigillare un editto a tal proposito, ma poi aveva riflettuto e concluso che Ancalime era troppo assetata di potere per essere una giusta sovrana, in lei c'era troppa rabbia e troppa avidità.
Eldarion lo comprendeva: Ancalime, all'inizio, chiedeva semplicemente giustizia ed equità, e parità di trattamenti e opportunità. In fondo lei era la gemella, aveva la stessa età di Eldarion, e dunque perché scartarla fin dall'inizio dalla possibilità di una successione?

Questo diverso trattamento aveva profondamente influenzato lo sviluppo di entrambi.
Eldarion era, prima di ogni altra cosa, il figlio e l'erede. Non era mai esistito autonomamente. Chiunque lo guardasse non poteva fare a meno di pensare a suo padre, a sua madre, ai suoi illustri antenati o al compito che lo attendeva, chiedendosi se ne fosse all'altezza.




C'era una grandissima aspettativa nei suoi confronti, e questo alla lunga era diventato un peso.
Chi conosceva le imprese di Aragorn Elessar, o quelle di Elrond, o dei principi di Andunie, della Casa di Elendil, non poteva che considerare difficile che quel "ragazzo", nato nella bambagia e cresciuto in un'epoca di pace e ricchezza, potesse riuscire ad eguagliare l'eroismo e la grandezza di suo padre, o la millenaria saggezza carismatica dei suoi elfici antenati materni.
Chi non conosceva le leggende, vedeva semplicemente un giovane che ai loro occhi sembrava un eterno ventenne, privo di esperienza.
Il popolo di Gondor non riusciva proprio ad accettare l'idea che il suddetto "ragazzo" fosse diventato prima un uomo, poi un anziano, pur mantenendo le sembianze di un giovane e infine un vecchio vero e proprio, nell'anima.
E questo accentuava il problema principale e cioè il fatto di essere stato principe ereditario per troppo tempo.
Giungo al Trono vecchio e stanco, disilluso, senza alcun desiderio di regnare. L'entusiasmo giovanile è passato da così tanto tempo che fatico a ricordarlo. 
Solo uno sciocco, a quest'età, può credere che il potere sia qualcosa di desiderabile, o anche soltanto di utile per fare del bene.
Ho visto troppi fallimenti e troppe "vittorie" inutili per capire che il mondo può essere davvero migliorato grazie alla buona volontà di un singolo uomo probo in una società resa corrotta dall'indolenza.
Era un pensiero pericoloso, che Eldarion non aveva mai espresso a nessuno, nemmeno a suo padre.
Forse il Ramingo mi avrebbe capito, ma non il Re. Lui vedeva solo il bene, poiché era un uomo senza macchia, un uomo che non conosceva certe cose, certe meschinità e non solo non le conosceva, ma non poteva nemmeno immaginare che esistessero.
Per tanto tempo suo padre Aragorn era vissuto nell'ombra, prima che il destino lo chiamasse alle grandi imprese che lo avevano portato alla gloria e al regno.
Intere generazioni sono nate, cresciute e decedute durante il suo regno. Nemmeno i più vecchi ricordano i tempi in cui Elessar non era il Re, i tempi in cui Gondor era limitato alla sola roccaforte bianca.
Ed ora che Elessar era andato incontro al suo destino mortale, il popolo di Minas Tirith era rimasto attonito, confuso, come se il sole fosse venuto meno.
Poteva esistere Gondor senza re Elessar? Quasi tutti se lo domandavano.
Ora sono chiamato a dare loro una risposta, a dimostrare che Gondor potrebbe persino diventare migliore se gli uomini di buona volontà si unissero a me, nel governo del regno.
Eldarion sospirò e volse lo sguardo verso il fondo della grande sala delle udienze.
L'Alto Trono bianco di Gondor pareva avvolto nell'ombra, e il seggio nero dei sovrintendenti, occupato per tutto il regno dalla regina Arwen, spiccava maggiormente.


Ancalime avrebbe reclamato il seggio nero. Arwen gliel'avrebbe ceduto e Silmarien non avrebbe avuto nulla da obiettare.

Ancalime guida il partito della guerra. Io invece ho sempre detestato le armi. Ero scarso come cavaliere e peggio ancora come duellante nei tornei.
Nessuno aveva il coraggio di deriderlo, almeno non in presenza di suo padre, ma il Re era consapevole dell'imbarazzo generato da quella situazione.
Quando il suo sguardo si posava su Eldarion, c'era comunque benevolenza e tenerezza, come se si trovasse davanti a un bambino mai cresciuto.

Disse bene Merry Brandybuck, quando mi sussurrò che era lo stesso sguardo con cui il vecchio Re osservava gli Hobbit. 
Povero Merry, per lui era un complimento!

Più diretto era stato Gimli, forse il più simpatico tra gli amici di suo padre. Un giorno, dopo troppe pinte di birra, il vecchio nano si era lasciato sfuggire una frase rivelatrice: <<Non è colpa tua ragazzo! Le grandi cose le abbiamo già fatte tutte noi... abbiamo raggiunto la vetta e adesso si può solo scendere>>

Già. Si poteva solo scendere.

Legolas non diceva niente, ma i suoi occhi mostravano nel contempo apprensione e pena.
C'era stato un tempo in cui Eldarion aveva nutrito una sconfinata ammirazione per l'elfo amico di suo padre. Per quanto la parentela tra la famiglia di Legolas e quella di Arwen fosse piuttosto lontana, l'elfo era sempre stato come uno zio per Eldarion e un modello da seguire.

Poi però la sua brama di azione e di allenamento cresce di giorno in giorno. Sembra quasi che abbia nostalgia delle guerre. Non è pronto per andare all'Ovest, e mia madre si sta appoggiando a lui.
Ogni volta che Eldarion faceva notare all'elfo che l'eccessiva vicinanza alla Regina Vedova poteva essere mal equivocata, Legolas assumeva un'aria di disappunto che valeva più di mille parole.

Solo mio padre, tra gli uomini, si era guadagnato il suo completo rispetto. E, tra le donne, mia sorella Silmarien, la più giovane e la più bella. Legolas aiuta mia madre, ma i suoi sguardi ricadono su mia sorella.




Silmarien era rimasta giovane anche nello spirito, a differenza di Eldarion ed Ancalime. Era la più "elfica", tra i figli di Aragorn ed Arwen.
In lei c'era l'amore per gli elfi ereditato dai Principi di Andunie, vissuti nella perduta Numenor.
Ancalime invece era cinica e disillusa nei confronti degli Elfi rimasti nella Terra di Mezzo.
Eldarion cercava di mediare tra le due fazioni capeggiate dalle sue sorelle.
Cercava di essere equidistante, ma a volte questo finiva per scontentare tutti, lo aveva sperimentato molte volte, durante i suoi tentativi di mediazione, quando era solo l'erede al trono.
La longevità mi ha condotto alla saggezza e alla pazienza, ma questo dono ha un suo prezzo. 
Il mondo cambia e io resto indietro.
I giovani scambiano la mia prudenza per viltà e codardia. 
Considerano le mie meditazioni come mancanza di iniziativa e di argomentazione.
Non sanno che la mia memoria è carica di troppi ricordi, troppi lutti, troppi rimpianti per il bel tempo andato, per tutto ciò che non tornerà, tutto ciò che è perduto per sempre.
Che ne sanno loro di com'era bella la Terra di Mezzo quando io ero giovane? Che ne sanno di com'era pura l'aria e limpida l'acqua, prima che ogni terra selvaggia diventasse terra da coltivare o su cui costruire?
Niente. Non ne sapevano niente, né potevano saperlo. A loro non interessava il passato: guardavano solo in avanti.
Forse hanno ragione loro. Forse io sono solo un nostalgico reazionario in un mondo che cambia e che mi è sempre più estraneo.

Era davvero un dono, quello concesso ai discendenti di Numenor e ai Mezzelfi?
Vivere sì, ma non ad ogni costo. Regnare, sì, ma non su un reame che ha dimenticato la sua storia e perduto la sua identità.

Era questo il punto. L'Albero di Gondor era tornato ad appassire. Tutti dicevano che la causa era la morte del vecchio Re e forse in parte era vero, ma il motivo principale era un altro.
Abbiamo perso il legame con le nostre radici e non ce ne siamo nemmeno accorti.
Eppure uno dei motti del Re era "le radici profonde non gelano".
Il collegamento tra le radici e il tronco si sta spezzando.

Nessuno lo sapeva meglio di lui, nemmeno le sue sorelle, a cui non spettava l'onere della successione.
Io conosco la fragilità del Regno Unito di Arnor e Gondor. Solo io ne vedo le crepe.

Ma c'era un altro motivo di preoccupazione.
I miei figli sembrano più vecchi di me. La loro madre non era una Dunedain e loro non hanno avuto il dono. Credevo fosse meglio per loro, ma poi li ho visti declinare e indebolirsi, e guardarmi con il risentimento di chi si sente escluso da un diritto di eredità ancestrale.
La moglie di Eldarion era morta da tempo.
Lui l'aveva amata perdutamente, anche se all'inizio le nozze erano state favorite da ragioni politiche.

Si chiamava Anduril, "Fiamma dell'Occidente", come la spada di Elessar, ed era di nobile stirpe, primogenita di Faramir, primo ministro di Gondor, e di sua moglie Eowyn, principessa di Rohan.
Era stata un'unione felice, benedetta da figli e figlie, per molti anni, ma poi era accaduto l'inevitabile: mentre lui si manteneva giovane, per il sangue elfico e numenoreano che scorreva nelle sue vene, lei deperiva con l'età. Non per questo Eldarion l'aveva amata di meno, ma era stato straziante perderla così, un poco alla volta, giorno per giorno.
Mia madre mi aveva messo in guardia. "Il dolore non appartiene ai morti, ma ai sopravvissuti"

Ecco perché sua madre in quel momento cercava il conforto di Legolas: lui era vissuto a lungo quasi quanto lei, e aveva condiviso gli anni dell'ombra prima di quelli della gloria.
Io, Arwen, Legolas e Gimli siamo gli ultimi sopravvissuti di un mondo che non c'è più. Io sono il più giovane, e Legolas partirà per l'Ovest. Alla fine resterò soltanto io.


English version

Anyone looking at the new king, Eldarion, son of King Elessar and Queen Arwen, would have given him twenty-five years at most, perhaps less.

And instead he was one hundred and eighteen.

He was born during the second year of his father's reign, along with his twin, Princess Ancalime.

No premonition of Arwen had foreseen a twin birth: Eldarion, the male heir of the United Kingdom of Arnor and Gondor, was the prince who had been promised in the prophecies of the Elves and Dunedain linked to the Ancient Way, and for this reason he had been welcomed with great celebrations.

Ancalime, who was the first to emerge from her mother's womb, had aroused disbelief and uproar from the beginning, and even a certain uneasiness, because deviation from the prophecies was considered a sign of bad omen.

And so, Eldarion had received far more attention than his twin from the beginning, even though the King and Queen tried to treat them fairly.

She would make a great warrior, if they let her, Eldarion thought, and she would make a great Queen too, if I gave up the throne.

Eldarion had been on the verge of signing and sealing an edict to this effect, but then he had reflected and concluded that Ancalime was too power-hungry to be a just ruler, there was too much anger and too much greed in her.

Eldarion understood this: Ancalime, at first, simply asked for justice and fairness, and equal treatment and opportunity. After all, she was the twin, she was the same age as Eldarion, and so why discard her from the beginning from the possibility of succession?

This different treatment had profoundly influenced the development of both.

Eldarion was, above all else, the son and heir. It had never existed independently. Anyone who looked at him could not help but think of his father, his mother, his illustrious ancestors or the task that awaited him, wondering if he was up to it.

There was a huge expectation of him, and in the long run this had become a burden.

Those who knew the exploits of Aragorn Elessar, or those of Elrond, or of the princes of Andunie, of the House of Elendil, could only consider it difficult that that "boy", born in cotton wool and raised in an era of peace and wealth, could be able to match the heroism and greatness of his father, or the thousand-year-old charismatic wisdom of his elven maternal ancestors.

Those who didn't know the legends simply saw a young man who in their eyes seemed like an eternal twenty-year-old, with no experience.

The people of Gondor just couldn't accept the idea that the aforementioned "boy" had become first a man, then an old man, while maintaining the appearance of a young man and finally a real old man in his soul.

And this accentuated the main problem, namely the fact that he had been crown prince for too long.

I come to the Throne old and tired, disillusioned, with no desire to reign. The youthful enthusiasm is so long gone that I struggle to remember it.

Only a fool, at this age, can believe that power is something desirable, or even just useful for doing good.

I have seen too many failures and too many useless "victories" to understand that the world can truly be improved thanks to the good will of a single honest man in a society made corrupt by indolence.

It was a dangerous thought, one that Eldarion had never expressed to anyone, not even his father.

Perhaps the Ranger would have understood me, but not the King. He saw only the good, since he was a man without blemish, a man who did not know certain things, certain meannesses and not only did he not know them, but he could not even imagine that they existed.

For a long time his father Aragorn had lived in the shadows, before fate called him to the great deeds that had brought him glory and kingdom.

Entire generations were born, raised and died during his reign. Not even the oldest remember the times when Elessar was not King, the times when Gondor was limited to the white stronghold alone.

And now that Elessar had met his mortal fate, the people of Minas Tirith were left astonished, confused, as if the sun had failed.

Could Gondor exist without King Elessar? Almost everyone wondered that.

Now I am called to give them an answer, to prove that Gondor might even become better if men of good will would join me in ruling the kingdom.

Eldarion sighed and looked towards the back of the great audience hall.

The High White Throne of Gondor seemed shrouded in shadow, and the black seat of the Stewards, occupied throughout the kingdom by Queen Arwen, stood out the most.

Ancalime would have claimed the black seat. Arwen would have given it to him and Silmarien would have had no objection.


Ancalime leads the war party. I, on the other hand, have always hated guns. I was poor as a knight and even worse as a duelist in tournaments.

No one had the courage to mock him, at least not in the presence of his father, but the King was aware of the embarrassment generated by that situation.

When his gaze fell on Eldarion, there was still benevolence and tenderness, as if he were looking at a child who had never grown up.

Merry Brandybuck said it well, when she whispered to me that it was the same look with which the old King looked at the Hobbits.

Poor Merry, for him it was a compliment!

Gimli, perhaps the nicest of his father's friends, had been more direct. One day, after too many pints of beer, the old dwarf let slip a revealing phrase: <<It's not your fault, boy! We have already done all the great things... we have reached the top and now we can only go down>>

Already. You could only go down.

Legolas said nothing, but his eyes showed both apprehension and pain.

There had been a time when Eldarion had had boundless admiration for his father's elf friend. Although the relationship between Legolas's family and Arwen's was quite distant, the elf had always been like an uncle to Eldarion and a role model to follow.

But then his hunger for action and training grows day by day. It almost seems like he is nostalgic for wars. He's not ready to go West, and my mother is leaning on him.

Every time Eldarion pointed out to the elf that excessive closeness to the Dowager Queen could be misunderstood, Legolas assumed an air of disappointment that was worth a thousand words.

Only my father, among men, had earned his complete respect. And, among the women, my sister Silmarien, the youngest and most beautiful. Legolas helps my mother, but his gaze falls on my sister.

Silmarien had also remained young in spirit, unlike Eldarion and Ancalime. She was the most "elven" of the children of Aragorn and Arwen.

In her there was the love for elves inherited from the Princes of Andunie, who lived in the lost Numenor.

Ancalime, on the other hand, was cynical and disillusioned towards the Elves who remained in Middle-earth.

Eldarion tried to mediate between the two factions led by his sisters.

He tried to be equidistant, but sometimes this ended up displeasing everyone, he had experienced this many times, during his attempts at mediation, when he was only the heir to the throne.

Longevity has led me to wisdom and patience, but this gift comes at a price.

The world changes and I'm left behind.

Young people mistake my prudence for cowardice and cowardice.

They consider my meditations as a lack of initiative and argumentation.

They don't know that my memory is full of too many memories, too many mournings, too many regrets for the good times gone by, for everything that will not return, everything that is lost forever.

What do they know how beautiful Middle-earth was when I was young? What do they know about how pure the air was and how clear the water was, before every wild land became land to be cultivated or built on?

Nothing. They knew nothing about it, nor could they know it. They weren't interested in the past: they only looked forward.

Maybe they are right. Maybe I'm just a nostalgic reactionary in a changing world that is increasingly alien to me.

Was it really a gift, the one given to the descendants of Numenor and the Half-elves?

Living yes, but not at any cost. Reign, yes, but not over a realm that has forgotten its history and lost its identity.

That was the point. The Tree of Gondor had withered again. Everyone said that the cause was the death of the old King and perhaps it was partly true, but the main reason was another.

We have lost the connection with our roots and we didn't even realize it.

Yet one of the King's mottos was "deep roots do not freeze".

The connection between the roots and the trunk is breaking.

No one knew this better than him, not even his sisters, who were not responsible for the succession.

I know the fragility of the United Kingdom of Arnor and Gondor. Only I see the cracks.

But there was another cause for concern.

My kids look older than me. Their mother was not a Dunedain and they did not have the gift. I thought it was better for them, but then I saw them decline and weaken, and look at me with the resentment of those who feel excluded from an ancestral inheritance right.

Eldarion's wife was long dead.

He had loved her madly, even if at the beginning the wedding had been favored by political reasons.

Her name was Anduril, "Flame of the West", like the sword of Elessar, and she was of noble lineage, eldest daughter of Faramir, prime minister of Gondor, and his wife Eowyn, princess of Rohan.

It had been a happy union, blessed with sons and daughters, for many years, but then the inevitable had happened: while he remained young, due to the Elven and Numenorean blood that flowed in his veins, she wasted away with age. That didn't make Eldarion love her any less, but it had been heartbreaking to lose her like this, little by little, day by day.

My mother had warned me. "Pain does not belong to the dead, but to the survivors"

That was why his mother sought Legolas's comfort at that moment: he had lived almost as long as she had, and had shared the years of shadow before those of glory.

I, Arwen, Legolas and Gimli are the last survivors of a world that no longer exists. I am the youngest, and Legolas will leave for the West. In the end only me will remain.

giovedì 8 febbraio 2024

La Quarta Era. Capitolo 1. La morte del Re






"Perverrà alla morte come immagine dello splendore dei Re degli Uomini, in gloria, senza macchia, prima del crollo del mondo. Ma tu, figlia mia, tu ti trascinerai nell'oscurità e nel dubbio come la notte d'inverno che arriva senza una stella"
(Elrond Mezzelfo, Lord di Imladris, a sua figlia Arwen - dalla sceneggiatura del film "Il Signore degli Anelli - Le due Torri", 2002)

Arwen aveva saputo fin dall'inizio che quel momento sarebbe arrivato ed era stata l'unica argomentazione con cui, molto tempo prima, suo padre aveva tentato di dissuaderla dall'amore per Aragorn, prima che lui diventasse per tutti il re Elessar, sovrano dei reami riuniti di Arnor e Gondor.
Ma anche dopo il giorno del matrimonio e dell'incoronazione, il nome da lei prediletto per rivolgersi al suo sposo era sempre rimasto Estel, "speranza", in lingua elfica sindarin.
Così era stato chiamato e cresciuto a Imladris il figlio di Arathorn e Gilraen, quando ancora gli Eldar non avevano lasciato la Terra di Mezzo.
"Se non troverai la forza di dirgli addio adessol'aveva avvertita Elrond in quei giorni ormai lontani "dovrai farlo comunque, quando sarà più penoso, dopo una vita trascorsa insieme. Siete infatti destinati a separarvi: se non sarà la tua partenza ora, sarà la morte a farlo, poiché nulla di umano può durare per sempre".
Per gli elfi era indiscutibile la certezza che l'eternità fosse un loro esclusivo privilegio, tra i Figli di Iluvatar.
E se ti sbagliassi, padre? Se gli uomini, dopo la morte, fossero destinati a vivere ancora, e a incontrarsi di nuovo, da un'altra parte, in un altro tempo e in un luogo che noi non possiamo nemmeno immaginare?
Per gli elfi caduti in battaglia o periti di morte violenta, vi erano le Aule di Mandos, ma nessuno sapeva quale fosse la sorte degli uomini, dopo il trapasso.
Forse un giorno Iluvatar manderà qualcuno per annunciarlo. Per adesso, ognuno di noi può soltanto aggrapparsi alle proprie speranze e a ciò che sente nel cuore.
Speranza. Estel.
Rammentò le parole di Gilaren, l'amata madre di Aragorn, che le era stata amica nei tempi remoti:
Onen i-Estel Edain, ú-chebin estel anim. Ho dato la speranza agli uomini, non ne ho conservata per me.
E lei, la regina Arwen Undomiel, la "Stella del Vespro", figlia di Elrond d'Imlardirs e di Celebrian di Lothlorien, era certa, in cuor suo, che avrebbe incontrato nuovamente il suo amato, in un'altra vita, in un'altra era, in un'altra dimensione.






Chi conobbe Luthien Tinuviel disse che io ero uguale a lei. E dunque non è forse possibile che lo spirito della mia antenata sia rivissuto in me, come quello di Beren sia rinato in Aragorn e morto nuovamente con lui, per poi un giorno ritornare e incontrarmi ancora?
Questi erano i suoi pensieri, mentre il vento scorreva attraverso il suo velo nero e modellava le vesti del lutto, davanti al sepolcro di Elessar, re di Arnor e Gondor, che si era spento infine, carico d'anni, dopo aver vissuto e regnato sulla Terra di Mezzo più di tutti i Dunedain della stirpe reale di Numenor.
Correva l'anno 122 della Quarta Era del Sole e della Luna, nel Regno Unito di Arnor e Gondor, nella Terra di Mezzo, nel mondo di Arda.
Erano passati così in fretta i secoli, dopo i giorni trionfali in cui il Nemico era stato sconfitto per sempre e gli ultimi portatori degli Anelli del Potere erano partiti per l'ovest, per Valinor e Aman, le Terre Imperiture.
E non è stata forse quella un'altra morte? Andare verso il tramonto nelle terre degli immortali non è in fondo come passare a miglior vita, in un altrove da cui non si può più fare ritorno? 
Se infatti vi era per lei ancora speranza di ritrovare Aragorn in un'altra vita, non ve n'era nessuna di poter rivedere suo padre e sua madre, i suoi fratelli e tutti gli elfi che le erano stati amici e parenti, prima di partire per l'estremo occidente.
Forse fu quella consapevolezza a farle volgere spontaneamente lo sguardo verso Legolas, che sostava poco distante, assorto in profondi pensieri.



Non era invecchiato di un giorno, né avrebbe dovuto, poiché a differenza di lei non aveva scelto una vita mortale.
Eppure la sua tristezza era grande, come mai prima d'allora, forse perché si avvicinava anche per lui il momento di prendere una grave decisione.
Aewen gli si avvicinò e gli parlò sottovoce:
<<Ora rimanete soltanto tu e Gimli, nella Terra di Mezzo, tra coloro che ebbero l'onore e il coraggio di far parte della Compagnia dell'Anello. Sarebbe troppo chiedervi di restare qui, come aiuto e conforto ad Eldarion, ora che il peso della corona grava sul suo capo?>>
Legolas sospirò e per lunghi momenti tenne chiusi gli occhi, come se fosse consapevole che quanto stava per dire non sarebbe piaciuto alla regina vedova Undomiel, che pur avendo scelto la natura umana, conservava ancora la bellezza elfica dei Primogeniti.
<<A lungo Eldarion è stato preparato per il compito che ora lo attende. Tutto ciò che sapevo, gliel'ho già insegnato, e così ha fatto Gimli, e prima di lui tutti coloro che fecero parte della Compagnia e decisero di non partire con Elrond e Galadriel. Ma tu sai bene, mia regina, che si trattò soltanto di un rinvio. Per quanto grande sia il mio amore per la Terra di Mezzo, non posso fingere che essa sia cambiata. 
Questa è l'era degli uomini ed è destino che tutti gli elfi desiderino sempre di più recarsi nel luogo dove fin dall'inizio furono invitati dai Valar>>
Così infatti era accaduto anche ai più restii alla partenza e cioè agli Elfi Silvani, che mai prima di allora avevano sentito il bisogno di mettersi in mare e fare vela verso occidente.
Ma quello era il segno dei tempi.
Lui lo sa. Il tempo degli elfi è finito. Persino il superbo Thranduil lasciò il reame boscoso, e tutta la sua gente lo seguì. Persino il venerabile Cirdan lasciò ad altri il compito di sovrintendere alla creazione delle navi e dopo millenni decise di solcare il grande mare.
Come posso sperare di convincere Legolas a indugiare ancora in un luogo che non gli appartiene più e che sente ormai estraneo?
Annuì, cercando di non rivelare la propria commozione:
<<Non a lungo saresti costretto a tardare, Legolas Verdefoglia, se anche avessi il cuore di attendere che la luce di Arwen Undomiel si spenga. So quello che dicono di me: "E' ormai fredda e grigia come una notte d'inverno senza stelle". La morte mi si approssima, già ne sento i crudeli assalti e ne odo le orme
Troppo a lungo ho vissuto, ho visto troppe partenze, troppe volte ho detto addio a coloro che amavo. 
Non vuoi dunque risparmiare, ai pochi giorni che restano a questa mortale, la pena di doversi separare da te, ultimo della mia gente tra coloro che mi sono amici e quasi fratelli? Cos'è un anno degli uomini per un immortale? Solo un battito di ciglia. Ed io non ti chiedo di più>>


English version

The Fourth Age. Chapter 1. The death of the King

"He will come to death. An image of the splendor of the kings of men, in glory, undimmed before the breaking of the world. But you, my daughter, you will linger on in darkness and in doubt. As night falling winter has come without a star."

Arwen had known from the beginning that this moment would come and it had been the only argument with which, long ago, her father had tried to dissuade her from love for Aragorn, before he became for everyone King Elessar, ruler of the reunited realms of Arnor and Gondor.
But even after the day of the wedding and coronation, the name she preferred to address her husband had always remained Estel, "hope", in the elvish Sindarin language.
Thus the son of Arathorn and Gilraen had been named and raised in Imladris, when the Eldar had not yet left Middle-earth.
"If you do not find the strength to say goodbye to him now" Elrond had warned her in those days long gone "you will have to do it anyway, when it is most painful, after a life spent together. You are in fact destined to part: if you do not leave now , it will be death that does it, since nothing human can last forever."
For the elves, the certainty that eternity was their exclusive privilege among the Children of Iluvatar was indisputable.
What if you're wrong, father? What if men, after death, were destined to live again, and to meet again, somewhere else, in another time and in a place that we cannot even imagine?
For the elves who fell in battle or died a violent death, there were the Halls of Mandos, but no one knew what the fate of men was after their passing.
Perhaps one day Iluvatar will send someone to announce it. For now, each of us can only hold on to our hopes and what we feel in our hearts.
Hope. Estel.
She remembered the words of Gilaren, Aragorn's beloved mother, who had been her friend in ancient times:
Onen i-Estel Edain, ú-chebin estel anim. I gave hope to men, I kept none for myself.
And she, Queen Arwen Undomiel, the "Evenstar", daughter of Elrond of Imlardirs and Celebrian of Lothlorien, was certain, in her heart, that she would meet her beloved again, in another life, in a 'another era, in another dimension.
Those who knew Luthien Tinuviel said that I was like her. And so isn't it possible that the spirit of my ancestor relived in me, just as that of Beren was reborn in Aragorn and died again with him, and then one day returned and met me again?
These were her thoughts, as the wind flowed through her black veil and shaped the garments of mourning, before the tomb of Elessar, king of Arnor and Gondor, who had passed away at last, burdened with years, after having lived and reigned on Middle-earth more than all the Dunedain of the royal line of Numenor.
It was the year 122 of the Fourth Age of the Sun and Moon, in the Kingdom of Arnor and Gondor, in Middle-earth, in the world of Arda.
The centuries had passed so quickly, after the triumphal days when the Enemy had been defeated forever and the last bearers of the Rings of Power had departed to the west, to Valinor and Aman, the Undying Lands.
And wasn't that another death? Isn't going into the sunset in the lands of the immortals basically like passing on to a better life, to an elsewhere from which one can no longer return?
In fact, if there was still hope for her of finding Aragorn in another life, there was none of being able to see her father and mother, her brothers and all the elves who had been friends and relatives before leaving. for the far west.
Perhaps it was that awareness that made her spontaneously turn her gaze towards Legolas, who was standing nearby, absorbed in deep thoughts.

He hadn't aged a day, nor should he have, for unlike her he had not chosen a mortal life.
Yet his sadness was great, like never before, perhaps because the time to make a serious decision was approaching for him too.
Aewen approached him and spoke to him in a low voice:
<<Now only you and Gimli remain, in Middle-earth, among those who had the honor and courage to be part of the Fellowship of the Ring. Would it be too much to ask you to remain here, as help and comfort to Eldarion, now that the weight of the crown weighs on his head?>>
Legolas sighed and kept his eyes closed for long moments, as if he were aware that what he was about to say would not have pleased the dowager queen Undomiel, who, despite having chosen human nature, still retained the elven beauty of the Firstborn.
<<Eldarion has long been prepared for the task that now awaits him. Everything I knew, I have already taught him, and so did Gimli, and all those before him who were part of the Fellowship and chose not to leave with Elrond and Galadriel. But you know well, my queen, that it was only a postponement. As much as I love Middle-earth, I can't pretend that it has changed.
This is the age of men and it is destined that all elves will increasingly desire to go to the place where they were invited by the Valar from the beginning>>
In fact, this had happened even to those who were most reluctant to leave, namely the Wood Elves, who had never before felt the need to set sail and sail towards the west.
But that was the sign of the times.
He knows it. The time of the elves is over. Even the haughty Thranduil left the woodland realm, and all his people followed him. Even the venerable Cirdan left the task of supervising the creation of ships to others and after millennia decided to sail the great sea.
How can I hope to convince Legolas to linger any longer in a place that no longer belongs to him and which now feels foreign to him?
He nodded, trying not to reveal his emotion:
<<You would not be forced to delay long, Legolas Greenleaf, even if you had the heart to wait for Arwen Undomiel's light to go out. I know what they say about me: "It's now cold and gray like a starless winter night." Death is approaching me, I already feel its cruel assaults and hear its footsteps.
I have lived too long, I have seen too many departures, too many times I have said goodbye to those I loved.
Don't you therefore want to spare, in the few days that this mortal has left, the pain of having to separate from you, the last of my people among those who are my friends and almost brothers? What is a year of men to an immortal? Just a blink of an eye. And I don't ask you for more>>