giovedì 30 luglio 2026

L'ultima Dama del Lago. Capitolo 6. Gli Arcani Supremi, i Sette, la Semina dell'Avvenire.




Un’alba di perla, lattiginosa e velata da una nebbia che sfumava ogni linea d’orizzonte si insinuò di soppiatto nella stanza, dall'ampia finestra della camera che Vittoria Prinsivalli aveva riservato, nel secondo piano del Maniero, ad Edoardo de Rovere, il quale fu colto di sorpresa per come il tempo era volato. Chiuse il prezioso volume rilegato in seta indaco e ricompose alla meglio il sigillo di ceralacca di Amalia Atalarich, ancora sconvolto dalle rivelazioni che conteneva e a cui risultava difficile credere. Ma aveva già avuto una prova della magia che aleggiava in quel luogo senza tempo, che sembrava una Avalon circondata da un profondo incantesimo, ma non a Glastonbury, bensì nella Marca di Bevania, da cui i visitatori sgraditi non facevano ritorno.

Nonostante il mancato riposo notturno, non avvertiva fatica, poiché il Triskelion dorato e solare pulsava contro suo petto infondendogli calore nonostante il camino si fosse spento, e percepì le energie sprigionate dall'attivazione miracolosa del metabolismo, senza sentire la fame e cancellando, come un filtro alchemico, il senso di sconforto che da alcuni anni gli guastava il risveglio. 
C'era qualcosa di miracoloso in quell'oggetto appeso alla catenina dorata che portava al collo, perché non si sentiva oppresso dalla stanchezza che normalente gli pesava sulle spalle come un macigno e nemmeno dalla morsa allo stomaco che lo prendeva quando si sentiva inadeguato ed estraneo al mondo, sconfitto dalla vita e sotto assedio in una ideale cittadella le cui mura erano fatte di libri.


Si sentiva rigenerato, nonostante ciò che aveva appreso avrebbe dovuto suscitargli una tempesta di dubbi e paure. E invece l'anedonia che aveva caratterizzato gli anni seguiti alla fine della sua ultima relazione e del successo lavorativo, e che aveva tolto sapore alle sue giornate, aveva lasciato il posto ad una curiosità e ad uno spirito di iniziativa che non povava più da troppo tempo.

Tre colpi felpati alla porta di quercia interruppero la vertigine . Elvira entrò nella stanza, avvolta nel suo pesante abito nero da vedova del passato. I suoi occhi da chiaroveggente individuarono i gemelli d'oro a faccia di leone con le pupille di rubino che Edoardo aveva appoggiato sul comodino, insieme a un grande anello maschile di ametista ovale levigato su argento e oro, retaggio della linea di sangue materna, che la Sorellanza conosceva bene e che a quanto pareva lui non era più desideroso di nascondere.

«La giovane Signora desidera fare colazione con voi, Edoardo», disse Elvira, e la sua voce spigolosa tagliò l'aria fredda. «Il terzo incomodo siede al suo fianco. Il Capitano delle Guardie crede ancora di poter governare la Marca col ferro, ignaro che i piani della Sorellanza si misurano in secoli. Venite. Sarà l'ultima formalità prima di muovere verso le acque di Confluentia».




Edoardo, sentendo il calore del metallo sul petto che azzerava la fatica della notte, sollevò lo sguardo con un mezzo sorriso amaro. 

«Chiedo una breve dilazione, Elvira. Concedetemi il tempo di onorare la tavola dei Prinsivalli con il decoro che si conviene a una specie di dignitario in esilio».
Una volta rimasto solo, Edoardo sentì che quella neonata energia cinetica si traduceva nel desiderio viscerale di riappropriarsi della propria eleganza, un riscatto estetico che la sera precedente non era stato possibile poiché il Notaio gli aveva consegnato l'amuleto solare solo al termine del convivio.
Apri il vecchio baule di cuoio e riscoprì il piacere di vestirsi bene, come ai tempi brillanti e goliardici del passato bolognese; non era una sterile nostalgia, ma la fiera volontà di riprendere un filo spezzato e di ritrovare ciò che gli donava benessere e potere. Indossò l'unico abito buono che ancora riusciva a calzare, un completo gessato grigio a tre pezzi, col gilet elastico e contenitivo che ridisegnava la sua figura appesantita dagli anni, e la camicia bianca dal colletto alto alla francese.
Con gesti precisi, annodò la cravatta dorata XL della London York in un monumentale e simmetrico nodo Balthus, che premeva maestoso sotto la gola. Infine, appuntò ai polsi i gemelli d'oro a forma di testa di leone con le pupille di rubino, l'ultimo sigillo araldico del bisnonno, il Conte Achille Malatesta-Ordelaffi, prima che la rovina finanziaria costringesse la famiglia a cedere la primogenita al bracciante Ettore Ricci, della Cappella Ricci e Basta.
Era la sua armatura di power dressing.




Mentre stirava i pantaloni con la riga nel mezzo, lievemente svasati in stile anni Settanta, il suo pensiero andò inevitabilmente a Vittoria e a quel momento di segreta intimità vissuto la notte precedente. Una ritmica tensione alla vescica, acuita dal mattino lattiginoso, lo eccitò al ricordo della cena: Vittoria aveva fatto molti brindisi e bevuto copiosamente per quattro ore senza mai alzarsi dal lungo tavolo di quercia, esattamente come lui. Edoardo ne aveva ammirato il portamento regale anche quando, al momento dei congedi, si era diretta con una ovvia ma composta urgenza liquida verso l'ala dei servizi del Maniero. Lì, dove i tre battenti di legno riproducevano una precisa geometria cromatica — la porta Rosa Quarzo per le donne, l'Azzurro Serenity per gli uomini e una terza porta Verde Salvia, neutrale e riservata agli Iniziati che rifiutavano le catalogazioni laiche della carne — si era consumato il loro primo, silenzioso rispecchiamento. Quella liberazione dorata, vissuta quasi in contemporanea dietro i legni affiancati, gli aveva svelato la natura profonda di Vittoria: anche lei era stata sottoposta a un'educazione rigida, restrittiva e costrittiva, tipica delle scuole cattoliche e delle antiche casate nobiliari, per abituare il corpo alla resistenza durante le lunghe funzioni imperiali. Quell'ossessione geometrica del riempimento e dello svuotamento della propria citrinitas a scadenze di quattro ore era diventata per entrambi un piacere proibito. Spinto da quel codice segreto e da un'erezione orgogliosa che ne sosteneva la contenzione, Edoardo decise di compiere una scelta calcolata: scese le scale senza aver vuotato la vescica, limitandosi a lavare mani e denti. Rimandò la sosta fisiologica a pochi istanti prima della partenza per Confluentia, custodendo la ferma speranza che si ripetesse quell'evento intimo ed echeggiasse, dietro le porte del bagno azzurro, lo scroscio potente e tonico di una giovinezza che Vittoria manteneva intatta grazie al suo spietato vampirismo psichico. Quando entrò nella sala da pranzo, la Quota-Vittoria che sfidava la sua carne lo costrinse a mantenere una postura rigidamente eretta, regalandogli un'andatura di assoluta e olimpica gravitas davanti al Capitano delle Guardie, che sedeva già a tavola come un involucro vuoto destinato al fallimento.



L’impatto visivo fu immediato. Vittoria Prinsivalli sollevò lo sguardo dalle porcellane asettiche della tavola, pronta a saggiare la resistenza del forestiero con le spire invisibili del proprio vampirismo psichico. Ma quando i suoi occhi color fiordaliso incontrarono quelli di Edoardo, l’assalto energetico sbatteva contro una barriera invisibile. Lo scudo del Triskelion solare, attivato sul petto dello scrittore, rispediva al mittente le onde invisibili e voraci, e Vittoria rimase interdetta, sorpresa nel contemplare un contrasto fisionomico che non riusciva a catalogare: nonostante la chioma d'un biondo chiarissimo e la carnagione diafana, Edoardo possedeva occhi scuri, intensi, retaggio di una nonna latina che aveva sposato un vichingo della sua ascendenza patrineare, di cui Elvira le aveva parlato. Lui solo era stato capace di sostenere il suo sguardo di lei senza declinare. C’era in quel rispecchiamento la promessa di un interesse reciproco, un’inaccettabile attrazione tra due polarità d'eccellenza che giocavano in squadre rivali, e questo non sfuggì né alla vigilanza di Elvira né alla torva gelosia del Capitano delle Guardie. Entrambi sapevano che la giovane e nel contempo pluricentenaria Marchesa non era tipo da concedere facilmente la propria confidenza a un cavaliere errante, un aristocratico decaduto e in esilio. Rompendo quel silenzio magnetico, Elvira si mosse con la sua consueta compostezza spigolosa. «La mattinata è propizia, mia Signora. Propongo di scortare il dottor de Rovere in un viaggio esplorativo dei dintorni della Marca. Seguiremo il rivale della Torricchia verso nord, facendo tappa prima a Confluentia, tra le mie Sorelle, per poi muovere verso la farmacia di Robinia Mancini a San Zaccaria e infine dal Notaio Valeriano, che risiede stabilmente di fronte alla sponda della palude Standiana per sorvegliarne i pericoli biologici».
Il Capitano delle Guardie emise una risata canzonatoria, appoggiando i gomiti sul tavolo di quercia.
«Un viaggio di studio? Guardate come si è agghindato il nostro Premio Bancarella. Quella cravatta dorata XL e i gemelli con gli occhi di rubino sono decisamente un’eleganza eccessiva e ridicola per luoghi così infimi, fatti di fango, taglialegna e contadini superstiziosi».
Vittoria lo fissò, e nei suoi occhi passò un lampo di fredda insofferenza. Era infastidita dalla possessività prevaricatrice di quell'amante mortale che osava dettare legge e anticipare i suoi decreti, e tagliò corto con un sussurro glaciale:
 «Vi sbagliate, Capitano. Quei luoghi sono molto più importanti, antichi e strategici di quanto la vostra mente militare possa mai concepire. Il dottor de Rovere ha il mio pieno permesso di partire. Che veda con i suoi occhi la natura della Bevania».
Da quel momento ognuno si dedicò esclusivamente al pasto, anche se i loro pensieri erano altrove, ad inseguire i loro dubbi, le loro insicurezze, la loro paura per i possibili sviluppi, perché nella Marca di Bevania i tesori, le occasioni e i pericoli mortali abbondavano nello stesso modo.
Terminata la colazione in un silenzio carico di promesse, l’ora del dazio scoccò. Edoardo si alzò con un inchino formale, mantenendo la sua postura d’acciaio e si diresse con passo misurato verso l’ala dei servizi, puntando alla porta Azzurro Serenity; nello stesso istante, con una sincronia geometrica assoluta, Vittoria si alzò a sua volta, muovendosi verso la porta Rosa Quarzo. Fu il massimo della complicità che si erano concessi fino ad allora: un rito parallelo affidato interamente al non detto, dove gli scrosci potenti e tonici che di lì a poco sarebbero riecheggiati dietro i battenti di legno simboleggiavano il trionfo della giovinezza e del controllo sulla decadenza della carne. 
Edoardo sapeva che, per quanto protetto dal talismano degli Alchimisti, non doveva assolutamente abbassare la guardia. Vittoria era stata per secoli complice e Sacerdotessa del sistema criminale nato dal patto tra gli Eterni e l’Aristocrazia Nera; eppure, in quella crepa che aveva scorto nei suoi occhi fiordaliso, sentiva che la Dama del Lago poteva ancora espiare e trovare la via della redenzione tra le acque di Confluentia.

L'eco dei due fiumi simultanei si spense quasi nello stesso istante dietro i battenti affiancati, lasciando che il silenzio del Maniero riprendesse il sopravvento, gravato solo dal profumo di melissa di Matilde. Quando Edoardo riaprì la porta azzurra, Vittoria stava varcando la soglia della porta rosa quarzo. 
Il rispecchiamento fu perfetto: i loro centri del piacere, stimolati, avevano restituito ai loro corpi un'energia fluida, una ricarica biologica che si rifletteva nella lucentezza ritrovata degli occhi fiordaliso di lei. Non si dissero una parola, ma nel millimetrico cenno del capo con cui Vittoria salutò l'andatura d'acciaio del suo cronista c'era la ratifica di un patto segreto. Il libro della loro vita aveva appena subito la prima, invisibile correzione d'autore. 
Prima di entrare nel salotto grande, lui le sussurrò: <<Per me come per te valgono le stesse domande: chi ha scritto il libro della nostra vita? E chi glielo ha permesso? Sei ancora in tempo, Vittoria! Io sento che in te c'è qualcosa di diverso dall'immagine che vuoi proiettare, che nel tuo profondo tu c'è una speranza di libertà, una saggezza e una fibra morale che aspettano di manifestarsi. 
Sappi che anche se saremo lontani, io ti penserò e ti aspetterò>>

Lei aveva gli occhi lucidi, ma non disse nulla.
In passato, se qualsiasi altro uomo le avesse fatto un discorso simile, non sarebbe uscito vivo da Maniero, ma questa volta era diverso. Tutti gli uomini precedenti le erano scivolati via dalla memoria come se niente fosse, ma Edoardo no. Tutti gli altri erano stati arroganti stalloni con meno cervello di un dildo, ma Edoardo no. Lui era come una seconda emicrania ancora più lancinante di quella che l'aveva perseguitata fin dalla morte di sua madre.
I successivi saluti furono formali, come si conveniva di fronte al Capitano delle Guardie.

Quando Edoardo de Rovere ed Elvira varcarono la soglia posteriore, che mostrava un colonnato con pilastri che poggiavano nell'acqua del lago che fungeva da fossato, l'ombra del Maniero Prinsivalli si allungò su di loro come un gigante di mattoni e ardesia.
Visto da fuori, l'edificio rivelava la sua severa architettura neogotica: una fortezza d'angolo in cui le pareti di cotto rosso rosicchiato dal salnitro affondavano le loro arcate cieche direttamente nello specchio scuro del fossato, creando un riflesso geometrico perfetto che raddoppiava la verticalità delle torri.












La facciata principale era mossa da finestre a bifora slanciate, sormontate da archi a sesto acuto che trasmettevano immediatamente l'atmosfera gotica che regnava su quelle terre, mentre la torre scalare centrale, coronata da una guglia conica sottile che perforava la nebbia di perla, fungeva da perno visivo dell'intera struttura e si specchiava sul canale che alimentava il fossato.
Un ponte di pietra ad arcate ribassate collegava l'ingresso d'onore alla sponda opposta del lago che circondava il castello, creando un'isola nel cuore del parco alberato.
Il fossato era grande quasi come un lago ed era alimentato da un canale collegato al torrente Torricchia, che a sua volta riceva l'acqua dal Canale Eridano Riminese, il ramo artificiale più a sud del Delta del Po, che, fuori dalla Marca, nel mondo dove la tecnologia era all'avanguardia, tramite un sistema di idrovore che prelevavano l'acqua dal Po presso Bondeno e le paludi della Padusa e con un sistema di ponti, chiuse e sifoni, la conducevano lungo i Ducati di Bononia, Lingonia e Senonia fino al porto di Rimini.
Edoardo lo sapeva bene: ad idearlo era stato un suo bisnonno, chiamato un po' per scherzo e un po' per ammirazione "Il Profeta delle Acque".
Ma la modernità comunque non era andata oltre la vira Erbosa, limite della Bevania, e la dimora di Vittoria era ancora più segreta del resto della Marca come un'enclave immune allo scorrere del tempo, poco oltre il ponte della via Cervese di Forolivio sulla Torricchia.
Questa collocazione, con le sue barriere d'acqua e di boschi, conferiva al Maniero Prinsivalli il ruolo di presidio, ingresso e baluardo della Marca di Bevania, per proteggere l'immutabilità degli Eterni, un capolavoro neogotico specchiato nell'acqua verde del lago.
Poiché ormai soltanto Vittoria Prinsivalli risiedeva stabilmente nel Maniero dell'isola in mezzo al lago, era chiamata, in onore del mito arturiano, la Dama del Lago, anche se il riferimento lacustre comprendeva soprattutto la Palude Standiana, dove il Bevano, dopo aver ricevuto le acque di tutti i fossi e i canali, e i torrenti, compresa la Torrichia, convogliava il tutto in quella che ai tempi di Plinio il Vecchio era detta Vallis Candiana, collegata al mare dal canale Candiano presso il porto di Classe Antica.





La navigabilità dei corsi d'acqua era un grande veicolo commerciale, che riforniva la Marca di Bevania tramite il fiume da cui prendeva il nome.
E dunque l'itinerario verso Confluentia, dove la Torrichia sfociava nel Bevano, si svolgeva preferibilmente tramite navi di media dimensione.
E dunque anche il collegamento tra il Maniero e il villaggio di Confluentia avveniva tramite una delle navi della famiglia Prinsivalli, la Lancia privata dal nome "Vita et Victoria".

Vittoria osservò da una finestra la partenza di Edoardo ed Elvira, e nel momento stesso in cui essi salirono nella piccola nave da diporto, un improvviso languore strinse il suo petto.
Era qualcosa che non aveva più provato da moltissimo tempo, ed era per lei il segnale che la presenza di Edoardo come ospite aveva ridato vita al Maniero molto più di qualsiasi notabile del luogo.
Per decenni Vittoria non aveva percepito il peso del suo isolamento, poiché era il simbolo del suo primato di Dama del Lago, era la prova tangibile che lei era come una regina, si trovava al vertice, era la prima, la numero uno, ma in quel momento di malinconia ricordò le parole di una vecchia canzone «One is the loneliest number».
Senza distogliere lo sguardo dalla chioma longobarda di Edoardo che si allontanava nel parco, Vittoria posò le dita diafane sulla spalla del Capitano al suo fianco. Un brivido orrendo attraversò il soldato: la sua energia vitale venne prosciugata e risucchiata in un istante dalla Sacerdotessa dell'Ordine.
 Il Capitano barcollò, con le guance fatte improvvisamente bianche come il sale di Cervia, segnando il suo destino: finire all'Orma del Diavolo in pasto alla progenie anfibia della Morda. Vittoria non lo guardò nemmeno; la sua mente canticchiava una vecchia melodia: "Sarà più grande il mio prossimo amore"

La lancia Prinsivalli "Vita et Victoria", orgoglio della dinastia, attendeva con la vela latina ammainata; la sua chiglia affusolata e il legno di rovere scurito dal salmastro le conferivano l'aspetto di un vascello d'altri tempi, immune alla decomposizione che altrove divorava il mondo esterno.
Edoardo de Rovere salì a bordo stringendo il bastone dal pomo d'argento, seguito da Elvira, il cui abito nero frusciava contro le sartiame come un presagio. I quattro rematori al servizio della Sorellanza presero il ritmo con colpi muti, spingendo l'imbarcazione fuori dall'ombra monumentale del castello neogotico. Dalla finestra del secondo piano, la sagoma perfetta di Vittoria Prinsivalli rimase immobile, un punto fisso color fiordaliso che si rimpiccioliva man mano che la nave guadagnava il centro canale e si avvicinava al suo innesto nella Torricchia.
Il paesaggio fluviale si srotolò ai loro occhi avvolto nella nebbia mattutina, una sequenza geometrica di argini rinforzati e canali di scolo che tagliavano la pianura. Non c'era una sorgente nobile a nutrire quelle acque; la Torricchia, come il Bevano stesso, era un trionfo della volontà umana e dell'ingegneria idraulica, una fitta rete di fossi che raccoglieva il sudore ctonio della terra da Bertinoro fino alla costa. Ai lati del fiume, i pioppi cipressini emergevano dalla bruma come sentinelle di un regno dimenticato, mentre i canneti si piegavano al passaggio della scia dorata e liquida lasciata dalla nave.
Durante il viaggio, mentre Edoardo osservava come la Torricchia svolgesse anche un ruolo di demarcazione paesaggistica dove la zona occidentale della Marca di Bevania era più popolata, lungo la vicina via Erbosa, e più simile alla Marca di Forolivio, che era un crocevia moderno di molte strade e molte componenti etniche, mentre la parte orientale era boscosa, non fitta come la Foresta Standiana dove era rintanato il Patriarca dei Prinsivalli, ma comunque sponteanea, per quanto si potesse notare la presenza di sentieri e lavori di manutenzione certamente collegati ai boscaioli e taglialegna che lavoravano per la Sorellanza delle Erboriste di Confluentia.
Elvira non perse tempo per introdurre il discorso che le stava a cuore: 
<<Ora che hai letto il diario della pover Amalia, immagino che tu abbia capito che la Marca di Bevania, dietro a questa immagine selvaggia, nasconde un immenso potere. Qui, dove nessuno potrebbe mai sospettarlo, c'è il cuore dell'Ordine degli Iniziati agli Arcani Supremi. Hai potuto vedere le varie fazioni: oltre alla mia Sorellanza, che dietro alla copertura dell'erboristeria nasconde il controllo delle linee di discendenza di alcune famiglie ed individui che presentano predosposizioni a qualcosa di molto importante per noi e per molti altri, te compreso, ci sono i nostri alleati, gli Alchimisti e i nostri avversari, gli Eterni e l'Aristocrazia Nera. Nel loro insieme formano l'Ordine Iniziatico e costituiscono i quattro Arcani Supremi, rappresentati da altrettante antichissime carte ove sono impresse le immagini speciali che io ti mostrerò. Ti svelerò chi sono i nostri Soci Silenziosi, primo tra tutti il Marchese di Forolivio, che fa da tramite col mondo politico, e la chiesa dei Catari, che ci fornisce sostegno economico. Il collegamento tra noi e il marchese Federico Ordelaffi-Traversari-Argogliosi di Forlivio, amico personale del Re e dell'Imperatore, è il magistrato Borghi.
Ma il vero centro della fazione degli alchimisti si trova in un piccolo villaggio poco oltre l'incrocio tra la via che porta a Cervia e quella Decumana, che collega Ravenna a Cesena. In quell'incrocio c'è la parte storicamente più antica di Bevania, ma procedendo verso nord si arriva a San Zaccaria, una frazione appartamente insignificante, ma in realtà cruciale: lì c'è la farmacia di Robinia Mancini e lo studio del notaio Taliesin Valeriano, ultimo dei Druidi e Decano e Prefetto degli Alchimisti. Sarà la seconda tappa del tuo viaggio. Ti affiderò a una guida di massima fiducia.
Ed ora che tu conosci gran parte del nostro segreto, ti rivelo che io conosco tutto non solo riguardo a te, ma anche a tutti i tuoi antenati. La tua ascendenza patrilineare è longobarda, anche se tuo nonno paterno sposò una donna di Faenza, Giulia Maria Graziani, la figlia dell'ingegnere Francesco Graziani, il Profeta delle Acque, artefice di tutta la rete dei canali, dighe, idrovore che governa i fiumi del Distretto Idrico Padano. Tuo padre si chiamava Francesco come suo nonno materno ed è stato un grande docente universitario di Filosofia. Tua madre è Silvia Ricci Orsini, nata da un matrimonio che abbiamo combinato noi, tra l'homo novus Ettore Ricci, grande agricoltore, e la dama Diana Orsini Balducci, figlia del conte Achille Balducci e della contessa Emilia Orsini. I Ricci sono di stirpe Gallo-Senone, gli Orsini di stirpe Romana, imparentata con una potente dinastia papalina, ma schieratasi contro l'avversario del Pontefice, ossia l'Arcivescovo di Ravenna, e schieratasi a favore dei neo-ghibellini del Duca di Lingonia-Gotica, Iniziato di Rango Segreto e nostro alleato. La tua linea di sangue contiene il meglio delle stirpi che hanno costruito il Regno Confederato, ma di questo riparleremo più tardi
>>.








Ad Edoardo non interessava sapere come avesse fatto Elvira a conoscere tutto sulla sua famiglia e su di lui, ma aveva appreso dalla vita ad essere scettico, a dubitare di qualsiasi cosa, specialmente delle certezze:
<<Io sono venuto qui come giornalista, per capire se abbiano fondamento le voci su questo luogo, e il motivo per cui la modernità qui non è arrivata se non per vostra volontà, ma mai per altre imposizioni. 
La risposta che mi state dando è molto complessa e mitologica, e coinvolge la mia persona non come cronista, ma come parte di un disegno di cui non sapevo nulla e sul quale invece voi dite di sapere tutto, comprese le mie origini ancestrali. Ma io non sono qui per ascoltare una narrazione mitologica o fantascientifica. Sono qui per essere testimone trasparente e cronista fedele soltanto ai fatti documentati e documentabili. Voi sacerdotesse della Sorellanza mi testimoniate l'esistenza di una setta religiosa con quattro componenti interne in conflitto tra loro e volete chiamarmi in causa, fare di me uno di voi, perché io diventi non solo un relatore, ma un promotore. Voi mi chiedete di entrare in questa setta ed essere strumento delle sue cospirazioni, e predicarle facendo proselitismo.
Ma io conosco la storia delle religioni e se c'è una cosa che ho capito è che in fondo i miti, pur narrati diversamente, dicono quasi sempre le stesse cose, dividendo il mondo tra buoni e cattivi e chiedendo agli altri di credere e di schierarsi.
Perché dovrei credervi e schierarmi con voi, quando ho già sentito mille volte la storia dell'attesa di un predestinato: perché dovrei credere a voi se non ho creduto agli altri?
>>
La Madre Superiora lo ascoltava con interesse e sembrava persino che annuisse alle parole che esprimevano incredibilità e scetticismo e a queste parole rispose serenamente:
<<Noi non siamo l'unica verità, e non neghiamo la validità di ciò che è stato detto da altri in altri tempi e in altri luoghi, ma tu stesso hai detto che queste storie convergono, che sono animate dall'attesa di persone speciali. Come vale per gli altri, così vale per noi, perché gli Arcani Supremi sono concetti universali e si possono esprimere in mille modi per dire la stessa cosa. 
Mi chiedi perché dovresti credere a noi se non hai creduto agli altri?
Io rispondo che gli altri erano l'aratro che dissodava il terreno e l'erpice che frantumava le zolle del pregiudizio, ma noi siamo la semina, sì, noi siamo la Semina dell'Avvenire e, come ti ho già detto, i nostri piani si misurano in secoli
>>
Prima ancora che Edoardo avesse il tempo di replicare, la nave superò due grandi statue, colossali, di Teodorico e Amalasunta: quel punto era detto: il Cancello dei Goti, e l'ambiente si rivelò fitto di gelsi e risaie selvagge, ricco dell'odore antico di anguille.
<<Osserva la grandezza dei tuoi antenati. Tramite i Balducci, di stirpe ostrogota, tu hai in te anche il sangue degli Amali. E dovrai scegliere se essere loro degno erede o fare la fine di Amalia e sprofondare nell'oblio, insieme a ciò che resta della tua stirpe>>
Edoardo conosceva l'importanza della retorica persuasiva e delle parole efficaci, ma sapeva anche che erano fallacie argomentative:
<<Tu mi lusinghi tramite un pedigree quasi regale, e lusinghi te stessa dicendo che voi Inziati siete la Semina dell'Avvenire, ma non mi porti nessuna prova se non l'esistenza di una setta che vuole convertirmi con parole suadenti e promesse altisonanti. Ma fintanto che io non ho le prove, le vostre parole sono parole vuote>>
Elvira non si mostrò minimamente turbata dall'accusa che le era stata rivolta:
<<Le prove arriveranno prima di quanto tu creda, e saranno fin troppe. Per questo ho voluto procedere per gradi. Ora siamo al punto di svolta>>
Oltre le due statue di pietra d'Istria, la Torricchia allargò notevomente il suo letto, avvicinandosi al fiume che dava il nome alla Marca, ossia il Grande Bevano. In quel punto di convergenza, il fiume assumeva la maestosità idrografica del Po, un'autentica autostrada d'acqua verde e profonda che segnava il confine biologico e politico della Marca. Le correnti si univano in una simmetria perfetta, trascinando la nave verso nord, verso le paludi della Standiana. Edoardo sentì il Triskelion solare pulsare con forza rinnovata contro il petto; davanti a loro, sospeso tra le nebbie e i profumi di radici palustri, si profilava il profilo basso e nascosto di Confluentia, la Casa Capitolare dove le Erboriste custodivano i segreti della carne e del tempo.



I boschi d'Arcadia sono morti / e morta è la loro antica gioia / Anticamente il mondo si nutriva di sogni / ora la grigia verità è il suo giocattolo dipinto / Beati gli antichi, che si credevano degni dei baci delle immortali! / Io continuo a sognare che lei calpesti il prato / dove ondeggiano gigli candidi e narcisi d'oro / E se lei ha smesso di sognare allora sogna tu / sogna, sogna, perché anche questo è verità!



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