mercoledì 1 luglio 2026

L'Ultima Dama del Lago. Capitolo III. I misteri del ritratto di Amalia Atalarich, l'ultima discendente di Teodorico.





Mentre Edoardo osservava il dipinto, Vittoria comparve alle sue spalle. 
«Le interessa l'arte, dottor De Rovere?»
Edoardo mantenne la sua consueta espressione enigmatica e lievemente annoiata, per celare l’attrazione che provava per lei: 
«E’ un suo ritratto, marchesa Prinsivalli? Vedo una somiglianza, anche se nel quadro c’è una malinconia che non vedo visto in Lei>>
Vittoria scosse il capo:
<<Non sono io la donna del ritratto, è mia madre. Si chiamava Amalia Atalarich, una famiglia associata al clan degli Amali, quello di re Teodorico il grande e di sua figlia Amalasunta. Nelle mie vene c’è anche il loro sangue. Purtroppo è venuta meno molto tempo fa>>
Edoardo chinò il capo e rispose con cordoglio:
<<Ne ero stato informato e me ne dispiace molto. Indubbiamente Sua madre aveva il portamento di una Altezza Reale. Per quanto nel viso mi pare di leggere un tormento interiore>>





Vittoria sospirò, spazientita:
<<Mia madre era una persona troppo sensibile, troppo incline alla malinconia. C’era in lei una debolezza che da queste parti è inammissibile>>
Lui rimase sorpreso da quel tono sprezzante:
<<E perché mai dovrebbe essere inammissibile?>>
Lei si spazientì:
<<Non faccia il “finto tonto”, Edoardo! Lo vede anche Lei che qui le condizioni di vita sono spartane. Questo non è un luogo per deboli, e Lei deve tenerne conto! Crede che io non abbia capito ciò che si cela dietro alla Sua maschera di indifferenza? Io percepisco in Lei la paura e la solitudine, intuisco persino l’angoscia.
Edoardo, le parlo sinceramente: se vuole salvarsi la vita, deve andarsene, torni a casa sua... e sappia che è un grande privilegio per uno straniero uscire vivo e incolume dalla Marca di Bevania. Io sto facendo del mio meglio per aiutarla!
>>
Edoardo rimase colpito dal fatto che lei lo avesse chiamato per nome:
<<La mia vita vale poco, Vittoria. Ciò che cerco è quella che i nativi americani chiamano: “una buona morte”. Una morte dignitosa". Sono stanco e la vita mi è insopportabile, ma intendo affrontare la morte con onore, con un atto di coraggio, che mi riscatti dagli errori del passato>>
Vittoria, per la prima volta, apparve genuinamente sorpresa:
<<E’ disperato fino a questo punto, Edoardo? Quand'è che ha smesso di sentire la musica della vita? Chi o cosa le ha tolto la voglia di vivere? Una donna, una ragazza superficiale che non meritava le sue attenzioni? Anche io mi sono informata, sul suo conto>>
Lui non si aspettava tanta curiosità:
<<Infandum regina iubes renovare dolorem! Lei mi chiede di rinnovare un dolore indicibile. Ma, è lunga storia e non è certo piacevole da ascoltare>>
Lei si sentì provocata dalla reticenza di lui:
<<Era tanto tempo che non sentivo qualcuno citare Virgilio. Ma non abbia timore, io non sono certo come Didone. E nemmeno come mia madre>>

<<Trovo semplicemente che questo quadro sia l'elemento più sincero che ho incontrato fino ad ora. Non cerca di nascondere ciò che prova, mentre il resto della Marca si affanna a simulare una perfezione che non le appartiene».
Vittoria, colpita dall'assenza di ammirazione nei suoi occhi, avvertì la prima crepa nella sua sicurezza: «La perfezione della Senonia non è una simulazione. È l'ordine naturale delle cose. Quello che voi chiamate segreto è solo il rifiuto della debolezza».
Edoardo con un leggero inchino formale, gelido, rispose:
«Un ordine che ha bisogno di silenzi e misteri per reggersi mi sembra un ordine fragile. Ma capisco che per chi è nato dalla parte fortunata della bilancia, la fragilità sia un concetto incomprensibile. Con il vostro permesso, torno alle mie letture».
Vittoria gli si parò di fronte, infuriata:
<<Le tue letture non ti salveranno, Edoardo! Tu non sei solo un fallito, sei un morto che cammina!>>
Persino nella rabbia e nelle offese riusciva a mantenere la sua stomachevole bellezza, come una tazza di tè al limone in cui si è messo troppo zucchero, e l’acido si confonde con una dolcezza malefica e malsana, che intossica il sangue:
<<Le attribuivo più finezza, marchesa Prinsivalli. Ma visto che siamo passati al "tu" e agli insulti, diamoci pure del tu, in fondo le dichiarazioni d’odio sono pur sempre l’espressione di un sentimento>>  commentò Edoardo mantenendo la calma.
Vittoria invece aveva perso ogni compostezza, eppure la rabbia la rendeva più umana, più simile a un comune mortale:
<<Non azzardarti a usare questo tono di scherno con me! La morte non è la peggiore delle punizioni che ti posso infliggere, io posso farti soffrire!>>
Edoardo allora ritenne che fosse giunto il momento di usare la sincerità per disarmarla e disinnescare la sua furia:
<<Lo stai già facendo, Vittoria. La tua bellezza mi fa male. La tua forza mi schiaccia. La tua energia mi opprime. Il tuo disprezzo accentua la mia consapevolezza di essere un perdente ed un fallito, forse un malato, uno di quegli scarti di natura che tu vorresti cancellare. Sei contenta adesso? O vuoi che io mi umili ancora di più al tuo cospetto?>>




Improvvisamente lei parve stanca e infelice:
<<Tu non sai niente di me!  Tu giudichi senza sapere, senza pensare, senza capire! Credi che non abbia sofferto anch’io? Credi di avere il monopolio della sofferenza? Tu non sai niente di me, eppure sei il primo a disprezzarmi, in base ai tuoi pregiudizi, che ti autorizzano a trattarmi con indifferenza e freddezza, pur essendo mio ospite!>>
Edoardo sentì una stretta allo stomaco e un senso di sfinimento:
<<E allora dimmi la verità. Dimmi chi sei veramente. Parlami di te, della persona che si cela dietro la maschera di serenità olimpica. Tu mi accusi di indifferenza e freddezza? Non ho forse anch’io il diritto di difendermi indossando un elmo e un’armatura?>>
Queste parole colpirono nel segno e Vittoria si placò e nei suoi occhi ci fu un’improvvisa e illuminante comprensione:
<<Perdonami. Sono talmente abituata alle lusinghe e alle adulazioni che se qualcuno dimostra indifferenza verso di me, mi sento ferita. Ma ora che ci siamo entrambi tolti la maschera e l’armatura, forse possiamo riuscire a parlare senza farci del male a vicenda>>
Edoardo si sentì rinascere di fronte alla sincera gentilezza che percepiva, per la prima volta, nella voce di quella donna così speciale:
<<Ma certo! Perdonami anche tu per il mio atteggiamento. Ho avuto una vita segnata dal dolore, un’ombra che ha gravato sempre su di me. Del resto ognuno di noi soffre per i suoi fantasmi. Quisque suos patimur manes. Virgilio comprendeva bene tutto questo, perciò mi sono permesso di citarlo due volte. Non vorrei apparire un vecchio pedante, ma è stata la cultura a salvarmi, nei momenti difficili. Leggendo il dolore dei poeti sapevo che le mie sofferenze erano state condivise ed espresse anche dai grandi uomini, da quelli il cui nome resterà scritto nella Storia per sempre. Si tratta di temi universali e per questo hanno conferito a chi li ha espressi artisticamente in maniera originale e acuta una forma di immortalità>>
Vittoria annuì:
<<E quella dovrebbe essere l’unica immortalità a cui un essere umano può aspirare. E’ difficile pensare che, pur essendo questa nostra vita mortale ingiusta e crudele, molti di noi vorrebbero protrarla oltre i suoi limiti naturali. La mia citazione sarà forse meno aulica, ma è tratta da una canzone che credo anche tu abbia apprezzato: "Who dares to love forever – When love must die?". Chi osa amare per sempre, quando ciò che amiamo è destinato a morire? Anche io ho sofferto per amore. Nessuno è immune da questo dolore e da molti altri. Nessuno può ritenersi al sicuro. La vita può darti molto o poco, ma prima o poi ti chiede il conto. Ho imparato presto che il dolore è un concetto universale. Mia madre morì quando io ero una bambina di nove anni. E nell’ultimo anno ho visto le sue sofferenze. E dire che quando i miei genitori si sposarono, mia madre sembrava la donna più felice e fortunata del mondo. Ma il cuore degli umani si spezza facilmente, e più in alto si sale, più distruttiva è la caduta>>
Edoardo apprezzò molto quelle confidenze e non volle approfittarne per fare il giornalista indiscreto. Ancora una volta, le parole di Virgilio gli tornarono alla mente: sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt: sono le lacrime delle cose, e le cose mortali sconvolgono la mente.
<<Mi dispiace per averti giudicata troppo presto, basandomi solo sulle apparenze. A volte credo davvero di avere il monopolio del dolore, per tutto ciò che ho perduto e anche per ciò che non ho avuto mai>>
Il clima si era rasserenato e Vittoria aveva apprezzato il fatto che lui non avesse approfittato della vulnerabilità di lei, in quel momento, per farle domande indiscrete:
<<Conosco la tua biografia, ho letto anche i tuoi libri e ne sono rimasta conquistata: avresti meritato riconoscimenti molto maggiori. Per questo ho deciso di invitarti qui, di offrirti questa opportunità. Il Marchese non era d’accordo, e neanche alcuni Notabili, ma la mia opinione conta molto, qui nella Marca. Non posso però farmi garante della tua incolumità: questo è un luogo pericoloso. Se ti dicessi tutta la verità, poi dovrei ucciderti e non voglio farlo.
La tua vita vale più di quel che pensi
>>
Edoardo capì che lei stava cercando di aiutarlo, seppure a modo suo, tramite enigmi e in maniera volutamente confusa.
<<Sono lusingato dei tuoi apprezzamenti. E ti ringrazio per l’opportunità che mi hai offerto, pur essendo consapevole del pericolo e sentendo che si nasconde dietro ogni angolo. 
Come ti ho detto, non temo la morte poiché non amo la vita. Ma ti sarei molto riconoscente se tu mi proteggessi, per quanto ti è possibile, dal dolore. Se conosci la mia biografia, saprai che credo di "averle prese dalla vita" , le botte, e di averne dovuto subire oltre ogni umana sopportazione.
In fondo io sono un sopravvissuto, e la mia esistenza non è vita: è sopravvivenza.
Uno dei motivi per cui ho continuato a vivere è stato per non far perdere validità ai miei scritti e alle mie opinioni. Ma sopravvivere sempre più difficile
>>
Ci fu nei suoi occhi un guizzo di comprensione e per un attimo mi apparvero lucidi, come se una commozione istantanea si fosse creata e fosse sparita nel giro di un attimo.
<<Ti capisco molto più di quanto tu possa immaginare. Vorrei poterti dire di più, ma se non lo faccio è anche per preservarti dal dolore. E c’è un’altra cosa. La mia biografia non è qualcosa che, oltre una certa data, possa recarmi onore. Un tempo tentai di ribellarmi al sistema che domina questo luogo, ma non mi ero resa ancora conto del potere contro cui mi sarei dovuta scontrare.
E così sono divenuta loro complice e la mia vita è diventata una serie di decisioni che nel migliore dei casi si potrebbero definire meschine, ma sarebbe un eufemismo
>>
A quel punto, una domanda parve lecita ad Edoardo:
<<Tu sei giovane, hai la metà dei miei anni, eppure parli come se avessi vissuto molto più a lungo. E nella Marca il tuo potere è grande nonostante gli altri siano più vecchi. Il tuo carisma è ciò che mi ha colpito fin dal primo momento in cui ti ho vista>>
Lei, per la prima volta, lo gratifico di un sorriso sincero:
<<E io che credevo che tu mi considerassi soltanto una altezzosa ereditiera! Mi fa piacere sentire che invece l’impressione che ti ho fatto sia stata diversa e certamente, dal mio punto di vista, molto migliore. Sai, qui mi chiamano “la Dama del Lago”. Mi vedono come una erede spirituale delle Somme Sacerdotesse di Avalon: Viviana, Morgana, Nimue, Niniane… tanti sono i nomi delle ultime dame del lago nel ciclo arturiano. Qui a Bevania siamo celti, per quanto metà del mio sangue sia gotico, e in fondo la differenza tra i Galli, i Bretoni e i Britanni qui è minima, quasi inesistente. Noi come loro abbiamo assorbito un superstrato prima latino e poi germanico, ma la specificità della Marca di Bevania è la conservazione della sua tradizione celtica. So di dire cose che tu già in gran parte conosci, ma vorrei che, prima di scoprire il nostro lato oscuro, tu fossi consapevole del fatto che siamo i custodi di una grande tradizione e che i presupposti da cui partono le nostre azioni e convinzioni non sono arbitrari. So che questa non è una giustificazione, ma per qualche motivo che non riesco a spiegarmi, voglio che per un attimo questi luoghi richiamino qualcosa di profondamente bello e grande. Vorrei che almeno per una volta, tu vedessi il bosco Standiano come se fosse la foresta di Broceliande>>
Era cosa nota la sua passione per il ciclo arturiano, il Graal e la “materia di Bretagna”, ma era chiaro anche il fatto che a Vittoria piacesse questa immagine di Dama del Lago, di Fata delle Acque e di Sirena, per quanto queste creature immaginarie fossero tutte potenzialmente pericolose.
<<A Broceliande c’è la tomba di Merlino. E si dice che sia stata proprio Niniane, o Nimue, a volere la sua morte>>
Vittoria sospirò:
<<E’ una delle storie più tristi della mitologia arturiana. Del resto tutte le leggende collegate a Merlino, ad Artù, alla Dama del Lago o alla fata Morgana, a Lancillotto o a Ginevra, sono tutte destinate a finir male. Eppure il nome di Camelot, quello di Excalibur o di Avalon evocano qualcosa di grande. E’ il concetto di Gloriosa Sconfitta. 
Ci sono molti modi per fallire, ma il migliore è farlo affrontando la sconfitta in maniera coraggiosa, dignitosa, se possibile persino eroica. Se deve essere la fine, che sia almeno una Grande Fine, degna di essere cantata e ricordata nei secoli>>
Edoardo concordò, ma con una riserva:
<<In quelle leggende ci sono anche lati molto oscuri: oltre a quello già citato sulla morte di Merlino, c’è anche l’incesto tra Artù e Morgana, il tradimento di Ginevra e Lancillotto, il parricidio da parte di Mordred, l’ambiguità del Graal e dei Re suoi custodi, la cui ferita continua a sanguinare.
Ma questo fa parte di ogni mitologia: grandi imprese e terribili misfatti coesistono fianco a fianco, e nessun personaggio ne esce bene. Forse fu una Grande Fine per i Britanni, ma i singoli personaggi andarono incontro a una sorte non certo invidiabile
>>
Vittoria lo fissò con un’intensità che pareva quasi ipnotizzarlo:
<<Eppure quando Artù si trova davanti alla Spada nella Roccia, non è forse desiderio di tutti noi, lettori o spettatori, che egli la estragga? Anche conoscendo le conseguenze, preferiresti un Artù che di fronte a quella spada si volti e torni indietro, mentre gli invasori mettono a ferro e fuoco la sua terra senza incontrare resistenza?>>
Edoardo riuscì a resistere al magnetismo degli occhi di lei:
<<Nel caso di Artù posso anche accettare l’idea che sia meglio estrarre la spada e concedere alla propria terra un’ultima stagione di gloria. Ma nel caso della Marca di Bevania mi chiedo se il prezzo che tu e i tuoi Notabili pagate per la difesa del vostro piccolo regno sia qualcosa di moralmente accettabile>>
Gli occhi di Vittoria divennero tristi come quelli del ritratto di sua madre:
<<La tua capacità di demistificare ogni cosa è atroce. Il nostro è un regno piccolo e il prezzo che paghiamo è moralmente inaccettabile. E’ per questo che esiste un disaccordo tra le varie fazioni dei Notabili. Alla fine sarà la mia scelta a determinare la decisione finale di tutti. E tu hai un incredibile potere di toccare i miei nervi sensibili, e di scuotere la mia coscienza senza nemmeno conoscere di quali colpe mi sono resa complice e di quali sono stata l’artefice. Non so come tu ci riesca, ma è così>>
Quelle parole un tempo sarebbero state percepite da Edoardo come un trionfo, ma non era più così:
<<Pur essendo io e te molto diversi, c’è qualcosa che ci lega. Tu mi hai chiamato qui, dovresti essere a tu a sapere quale può essere la natura di questo legame. Come tu hai detto, io non ti conosco, ma forse tu incominci a renderti conto di non conoscere me. Forse ti aspettavi che io fossi diverso, ma non saprei dire come>>
Vittoria chiuse gli occhi e per un istante apparve stanca e fragile:
<<Credevo di poterti rendere mio complice, ma sta accadendo l’esatto contrario. Non dico che tu mi stia contrastando, dal momento che ancora non sai quasi nulla di me e dei miei segreti. E’ che mi aspettavo di trovare un relitto umano a tal punto disperato da diventare un puro strumento nelle mie mani. E invece ho trovato un uomo che, pur provato e logorato da una vita crudele, ha conservato una sua moralità, una sua dignità, qualcosa che io credevo si fosse spezzato. Da dove hai tratto la forza per non spezzarti, per non diventare crudele e senza scrupoli, divorato dalla rabbia per ciò che hai dovuto subire?>>
Edoardo si poneva le stesse domande da anni:
<<Non lo so. Ma c’è qualcosa che so riguardo a te: io credevo che tu fossi interamente malvagia, senza speranza di redenzione, destinata soltanto a suscitare il mio sdegno. E invece percepisco che c’è ancora del buono in te, molto più di quanto tu creda. E qualunque cosa tu mi stia nascondendo, qualunque atrocità tu abbia tollerato come complice, o qualunque punizione tu abbia inflitto a chi non rientrava nelle tue grazie, esiste in te una coscienza che ora si sta risvegliando e cerca di far sentire la sua voce dentro di te. Vittoria, da' ascolto a quella voce… forse ciò che ci lega è il fatto che possiamo salvarci a vicenda dai nostri demoni interiori. Guarda dentro di te, rifletti su ciò di cui abbiamo parlato. Forse esiste ancora una speranza di salvezza per la parte migliore di noi stessi>>
Lei scosse il capo:
<<No, Edoardo. Per me è troppo tardi. Ed è meglio che tu non interferisca con determinate cose che qui avvengono da millenni. Nemmeno la mia protezione potrebbe salvarti>>
Edoardo era più possibilista.
«Ho già capito quali sono le fazioni...» incominciò, ma Vittoria gli pose l'indice della mano sinistra sulla bocca, un gesto nel contempo imperioso ed intimo che lo zittì all'istante.
«Non qui. Non stanotte, Edoardo,» sussurrò lei, e per la prima volta la sua voce non aveva nulla della regale fermezza della Dama del Lago. Era solo la voce di una donna stanca di sopportare il peso dei millenni. «Anche le mura hanno orecchie. Torna nelle tue stanze. E ricorda: guarda la foresta Standiana finché puoi. Prima che la palude ti mostri il suo vero volto.»
Senza attendere risposta, Vittoria si voltò e svanì nell'ombra del corridoio, lasciando Edoardo solo davanti al ritratto malinconico di Amalia. Fuori dalle finestre del maniero, la nebbia della Marca continuava a salire, inghiottendo il mondo. Ma nel petto di Edoardo, quel mattone pesante che lo stringeva da anni sembrava, per la prima volta, aveva lasciato spazio a un respiro più profondo.



Nessun commento:

Posta un commento