domenica 1 giugno 2025

Una con tutte stelle della vita. Capitolo II. Colei che voleva detronizzare Chiara Ferragni dopo il Pandoro Gate



<<Tu hai la faccia di uno che ne sa a pacchi>>: queste furono le stravaganti parole che Vittoria mi disse al termine di quella famosa lezione di storia dell'arte contemporanea in cui per la prima volta la vidi di persona, all'università.
Non era il tipo di complimento che avrei sperato di sentire, perché io sapevo già di essere, modestia a parte, una persona molto colta e uno studente modello. Diciamo pure un secchione, ma non un nerd, perché almeno i nerd sono bravi in informatica, io invece ero negato per la tecnologia: ero un letterato, uno storico, forse anche un filosofo, un umanista, insomma, ma scientificamente non ero un gran che e a livello pratico ero una nullità completa.
Avrei preferito un complimento sul mio aspetto fisico, in fondo, quando avevo 22 anni, ero abbastanza carino, non bello, questo sarebbe dire troppo, ma avevo un mio fascino.
Non che nutrissi speranze riguardo a Vittoria: sapevo che lei era fidanzata con un bocconiano molto portato per la finanza e con grandi prospettive di carriera. Non era bellissimo, ma aveva l'aspetto del tipo molto sicuro di sé e molto, se mi passate il termine, "fighetto".

Quando Vittoria si era seduta nel posto a fianco a me, seppure a una certa distanza, io mi ero imposto un assoluto autocontrollo, senza dare alcuna impressione di riconoscerla e persino cercando di non guardarla. I miei amici, Fabio e Nicola, che l'avevano riconosciuta, mi avevano fatto cenni verso di lei, ma io, dopo averli zittiti con un'occhiataccia, ero rimasto completamente imperturbabile. 
Loro non avevano mai approvato questo mio atteggiamento, che consideravano rinunciatario.
Mi dicevano: "Se fai così ti autoescludi in partenza".
Io rispondevo: "Quando non c'è speranza, tutto ciò che resta è la dignità. Io scelgo un comportamento dignitoso".
E mi attenni a questo motto.
Il fatto che, durante quella lezione, io avessi mostrato la massima indifferenza nei confronti di Vittoria, poteva non essere stato da lei notato o comunque poteva essere interpretato  in tanti modi, tra cui quello, falso, che non mi piacessero le donne (al massimo si poteva dire che non mi piacessero gli esseri umani, ma si trattava di una delle mie raggelanti battute misantrope), ma venni a sapere in seguito, da lei stessa, che invece era rimasta colpita dal fatto che fossi estremamente concentrato e attento alla lezione e prendessi appunti con la velocità del fulmine, riuscendo comunque a scrivere in calligrafia leggibile. 

Questo le poteva tornare utile, e fu per questo che al termine di quella fatale lezione, mi disse la frase gergale che ho riferito all'inizio e che ripeto, perché fu l'inizio del nostro primo colloquio.
<<Tu hai la faccia di uno che ne sa a pacchi>>
Io la guardai dritto negli occhi, che in quel momento erano di un blu così scuro non si sarebbe trovato nemmeno in una fossa oceanica, e le risposi, asciutto:
<<Di cosa?>>
E lei, con un lieve sorriso canzonatorio:
<<Di questa materia. Arte contemporanea>>
Io intuivo dove lei volesse arrivare: molte volte mi era stato chiesto in prestito il quaderno degli appunti, che lei non aveva preso quasi per niente.
<<Io so solo quello che dice che la prof. Non è il mio settore e devo dire che non mi piace nemmeno gran che, soprattutto dopo le avanguardie>>
Lei scrollò le spalle, come a dire che quello non contava niente:
<<Eh, ma a me interessa più che altro sapere informazioni sull'esame, su quello che avete fatto nelle prime lezioni, se vale la pena dare l'esame da frequentante...>>
Dopo quelle parole, i miei amici si scambiarono uno sguardo d'intesa e mi dissero che loro andavano in biblioteca, mentre io rimasi lì, davanti alla ragazza di cui ero tremendamente innamorato e a cui dovevo dare una risposta che avrebbe determinato la possibilità di rivederla ancora, con tutti i rischi connessi alla mia serenità mentale.
Sapevo che la prospettiva che lei frequentasse sarebbe stata per me come l'avere davanti una torta deliziosa che però non mi era concesso di assaggiare. E così scelsi, onestamente, la sincerità:
<<La prof. segue il libro. Tra l'altro l'autore del libro è suo marito. Per i non frequentanti c'è da portare in più un libricino di estetica, che dicono sia breve e interessante, per cui non so se valga la pena frequentare. Io frequento solo nella speranza che si ricordi di me all'esame... con i frequentanti forse è più tenera, ma chi può dirlo?>>
Lei parve sorpresa dal mio tono distaccato e poco incoraggiante.
<<Ma spiega bene? Aiuta a capire e memorizzare quel che c'è scritto nel libro. Perché io ho letto qualche riga e mi sembra assurdo. Usa parole senza senso, tipo biomorfismo o meccanomorfismo, che roba è?>>
A quel punto ammetto che mi diedi un po' di arie da grande sapiente:
<<Be', è l'etimologia che suggerisce il significato. Il biomorfismo c'è quando le figure rappresentate ricordano esseri viventi, anche piante, come nello stile floreale o art nuveau, mentre il meccanomorfismo si ha quando le figure ricordano oggetti meccanici, come nel cubismo, o nell'art deco>>
Lei annuì:
<<Lo sapevo che eri uno che ne sapeva a pacchi. Io da sola non riesco a studiare, mi perdo e mi distraggo, ho altre cose per la testa, sai sono un'influencer di moda...>>
Io annuii a mia volta:
<<Lo so, io sono uno dei tuoi follower>>
Vittoria rimase di sasso:
<<Ah... e me lo dici solo adesso? E con questo tono distaccato?! Di solito i miei follower appena mi vedono si mettono a fare salti di gioia. Insomma, nel mio piccolo sono famosa...>>
Io provai un sottile piacere nel mostrarmi più distaccato rispetto al "follower medio":
<<Be', io immagino che una persona... famosa...>> e la pausa valse più di mille parole <<preferisca, nella vita privata, vivere le cose in maniera normale, non come una star, dico bene?>>

Lei non ne era affatto convinta:
<<No, sinceramente a me piace essere trattata come una star, anche se ancora non ho abbastanza follower. Ma è solo questione di tempo: sarò io a sottrarre la corona alla Ferragni, ora che lei è caduta in disgrazia dopo la questione del pandoro. E comunque qui, in questo dipartimento, sono, come dire...>>
Io colsi l'occasione per sfoggiare il mio latino, perché dovete sapere che una bella citazione latina fa sempre colpo:
<<...in partibus infidelium>>
Lei fu colta di sorpresa:
<<Ehm, io ho fatto il classico, il Parini, quindi in teoria dovrei capire tutte le citazioni, ma questa mi manca...>>
Io, sorridendo con aria da saggio "sensei" che guarda un allieva che ha "ancora molto da imparare", risposi:
<<Oh, è una frase ecclesiastica, che ho appreso studiando storia: si riferisce ai prelati la cui diocesi è caduta nelle mani degli infedeli e che quindi si trovano fuori dal loro ambiente>>
Vittoria afferrò il concetto e approvò:
<<Esatto! Qui siete tutti così seriosi! Nel mio corso di laurea invece mi conoscono tutti, e sono più divertenti, ad essere sinceri... qui siete un po' snob... i letterati, gli storici, i filosofi... quelli che non abbassano a seguire la moda... eppure tu sei un mio follower, anche se non credo che tu mi segua perché ti interessano i vestiti che indosso>>
Non era del tutto vero:
<<In realtà io sono affascinato dall'eleganza. I letterati sono degli esteti, ma più che la moda si interessano allo stile. La moda va e viene, ma lo stile è ciò che contraddistingue una persona, in tutto, compreso l'abbigliamento>>
Lei colse una specie di rimprovero:
<<E secondo te io seguo la moda, oppure ho un mio stile?>>
Mi meravigliò il fatto che le interessasse il mio parere, perché non pensavo che avesse bisogno di conferme, e di certo non da uno studioso come me:
<<Entrambe le cose. Il tuo stile valorizza il tuo aspetto fisico. Certo è uno stile forse troppo sportivo per i miei gusti, ma oggi, per esempio, sei molto elegante>>
Lei mi fissò con gli occhi socchiusi e le pupille leggermente dilatate da un disappunto incipiente:
<<Davvero? Non mi hai degnata di uno sguardo durante tutta la lezione. E da come parli, lo dico senza pregiudizi, sembrerebbe che tu sia gay...>>
Io risi:
<<Ah, ah... no, mi dispiace deluderti, ma sono etero! Credevo che il non sbirciare solo fosse un gesto di buona educazione. Del resto, al giorno d'oggi, persino uno sguardo può essere percepito come un forma di molestia>>
Vittoria non era d'accordo:
<<Solo se è uno sguardo indiscreto e insistente. Tu invece proprio non mi hai, scusa il francesismo, "cagato" neanche di striscio. Ma comunque, ora che abbiamo chiarito l'equivoco, apprezzo il fatto che tu abbia promosso il mio outfit di oggi: temevo di aver osato troppo>>
Era l'inizio del secondo semestre, nel febbraio del 2023: l'inverno era stato mite, per fortuna, considerando il costo del gas dovuto alla guerra, e quella era una giornata soleggiata.
Vittoria aveva scelto un look da scuola privata, con una uniforme con camicia bianca attillata, cravatta e gonna plissettata, calze a rete, molto sexy.
Io non ero abituato a fare troppi complimenti alle ragazze per le quali nutrivo un amore impossibile.
Cercai di mantenere una certa obiettività:
<<Il fascino della divisa vale anche per le donne. E confesso che uniformi scolastiche incontrano il mio gusto un po' feticistico>>
Come elogio non era abbastanza, per lei:
<<Capisco i tuoi gusti, ma vorrei un giudizio più preciso, che tenga conto del mio look nella sua totalità. Voglio dire, ci sono delle haters che mi hanno criticata perché ho i seni troppo grandi per portare camicie attillate, specialmente a lezione>>
In effetti era vero, ma non volevo certo dare ragione a coloro che la odiavano:
<<Non bisogna dare importanza a cosa dicono gli haters! Comunque io trovo che sia un outfit molto sexy e nel contempo molto accademico. Mette in risalto la tua indiscutibile bellezza, ma non occorre certo che sia io a confermarti quello che è evidente di per sé, non credi?>>
Lei sembrava un po' incerta, come se pensasse che nelle mie parole ci fosse qualche nota stonata, qualche critica implicita:
<<A me importa il giudizio di tutti i miei follower. Purtroppo non posso rispondere ai vostri commenti perché se rispondo a uno, gli altri si offendono e se rispondessi a tutti non avrei tempo nemmeno per respirare. Ma non mi pare di aver mai visto tuoi commenti, o mi sbaglio?>>
Era l'ora della pausa pranzo, ma lei sembrava molto presa da questa conversazione, con mia grande meraviglia, per cui cercai di rispondere in una maniera onesta:
<<In effetti è vero, non ho mai commentato, ma più che altro per non essere invadente. E del resto non credo che tu abbia bisogno di aumentare il... come si chiama il tasso di interazione... ah, sì, l'engagement!>>
Lei parve divertita:
<<Vedo che ne sai a pacchi anche riguardo a questioni meno culturali. Comunque d'ora in avanti ti autorizzo, anzi ti invito a commentare, a esprimere la tua ammirazione senza timidezza. L'engagement non è mai abbastanza alto! Ma non è solo per quello: mi fanno piacere i commenti positivi, anche gli apprezzamenti, se espressi in maniera educata>>
Percepivo un certo narcisismo, dietro quelle parole e quell'invito in apparenza cortese.
<<Il tuo fidanzato non è geloso?>>

Lei si rabbuiò come se avessi nominato uno stalker. Ebbi la netta impressione che avessero litigato di recente e che lei avesse un gran bisogno di sfogarsi. E le sue parole me lo confermarono:
<<Lui non è entusiasta del fatto che io faccia l'influencer, è un po' all'antica, forse un po' geloso e invece dovrebbe essere fiero che io abbia tanti ammiratori e che, tra i tanti, io scelga di stare con lui>>
Io non mi ero mai accorto che ci fosse quel tipo di problema, tra loro:
<<Dalle vostre foto e dai vostri filmati mi sembrate una coppia perfetta. State insieme da tanto tempo, e si vede chiaramente che vi amate. E poi gli scrivi sempre parole molto commoventi... insomma, sono convinto che siate anime gemelle, ed è una gran fortuna per voi>>
Vittoria scosse il capo:
<<Una volta lo credevo anch'io, ma non ne sono più così sicura. Tu mi sembri una brava persona, per cui credo di potermi confidare sperando nella tua discrezione. Vedi, lui è un po' troppo, come dire, "precisino"... non so se mi spiego... un po' troppo fighetto... poi, sai, è un ingegnere... un tipo quadrato come la sua testa...>>
Io non potei fare a meno di dire:
<<In effetti ha la testa un po' quadrata, o per meglio dire, rettangolare...>>
Lei rise:
<<Ah ah, lo dicono tutti... a me all'inizio piaceva molto la sua mascella squadrata, ma adesso meno... è come se rispecchiasse il suo carattere: un tipo dalle solide certezze, uno che non ha dubbi, che non cambia mai idea, che non comprende i miei sbalzi d'umore... insomma, lui ha poca sensibilità>>
Io l'avevo capito da molto tempo, e mi erano bastate le immagini e i filmati:
<<Ma in genere le donne cercano un uomo forte, un maschio alpha, una roccia a cui appoggiarsi durante le tempeste, uno che le faccia sentire al sicuro>>
Vittoria scosse vigorosamente il capo:
<<Questo lo cercano le ragazzine, oppure le donne deboli che hanno bisogno di attaccarsi a quella roccia che dici tu come se fossero delle cozze! Io sono una donna emancipata e lui mi fa sentire in gabbia. Non mi prende sul serio. Viene da una famiglia patriarcale, molto conservatrice...>>
Io avevo intuito anche quello, ma non pensavo che a lei dispiacesse così tanto.
In ogni caso, pur essendo io segretamente innamorato di lei, non mi compiacevo certo del ruolo che in quel momento lei mi attribuiva, ossia quello di spalla su cui piangere, una delle caratteristiche di coloro che finiscono nella friendzone: la zona degli amici che non saranno mai amanti.
Non era certo una bella condizione, e lo sapevo per esperienza, a causa della mia malaugurata tendenza a innamorarmi sempre di donne fuori dalla mia portata. Era una tremenda maledizione che mi aveva portato inizialmente ad avere relazioni con donne di cui non ero innamorato, giusto per "fare esperienza", come mi consigliavano gli altri, ma purtroppo non sono mai stato capace di accontentarmi, cosa che invece fa la maggior parte delle persone.
Di conseguenza, i miei innamoramenti, di cui non facevo mistero con gli amici più fidati, rimanevano però, almeno da parte mia, non manifestati alle troppo perfette ragazze di cui ero infatuato. 
Certo era una cosa frustrante e dolorosa, ma c'era un modo per sublimare quel sentimento e quella pulsione insoddisfatta, e quel modo era la poesia. Ero consapevole del fatto che tutte le poesie d'amore corrono il rischio di essere patetiche, ma oso affermare che le mie non lo erano: io emulavo lo stile di Montalemisterioso e dignitoso, nel trattare il tema della mancanza e quello della disarmonia rispetto all'universo, senza mai cedere alle lamentazioni esplicite, perché il dolore può essere espresso, ma non spiattellato. Per questo bisognava essere criptici, soprattutto nella poesia.
Non pretendo di avere ragione, anche perché aver ragione non serve a niente, e di certo non è piacevole essere consapevoli del fatto che le donne che ho amato di più, tranne Vittoria, ovviamente, sapevano a malapena della mia esistenza, e non perché io fossi timido o perché mi sentissi ferito da un eventuale rifiuto, ma perché semplicemente non mi facevo illusioni e sapevo stare al mio posto. 
Avevo imparato presto, nella prima adolescenza, a conoscere i miei limiti, in particolare sapevo di essere piuttosto impacciato e imbranato per natura, e negato per gli sport, e le mie doti non in grado di compensare quei difetti, agli occhi di quelle ragazze troppo perfette di cui mi innamoravo.
Questo tipo di riflessione non c'entra niente con la teoria LMS (look, money, status) o da quella degli "incel", i celibi involontari, nel senso che io attribuisco molto valore alla personalità e alla capacità di essere disinvolti, ironici, avere la risposta pronta, la citazione giusta, efficace, e saper fare le cose con abilità, stile e naturalezza. 
Quel tipo di capacità, che io acquisii solo in parte e molti anni dopo, con l'esperienza, all'epoca erano ancora in una fase di rodaggio. Incominciavo ad essere noto per certe mie risposte basate su un umorismo disincantato e ironicamente pessimista, da film noir, con freddure del tipo: "Ho conosciuto uomini coraggiosi, alcuni di loro sono morti, gli altri vorrebbero esserlo", che spiazzavano gli interlocutori e non necessariamente in maniera positiva.
Poi però gli eventi della vita possono condurre a circostanze particolari e sorprendenti, ed è proprio questo ciò che avvenne con Vittoria.
Mi chiedevo che cosa l'avesse spinta a frequentare il corso di storia dell'arte contemporanea, quando avrebbe potuto sostenere l'esame da non frequentante.
Non mi rendevo conto, all'epoca, che la stavo sottovalutando, nel senso che, conoscendola solo tramite i social, ed esclusivamente come osservatore silenzioso, credevo che lei fosse identica all'immagine che voleva dare di sé sui social, un'immagine un po' troppo frivola, troppo allegra, ma il mio era un pregiudizio.
In quella realtà più prosaica e grigia, come spesso appare il mondo reale se confrontato con quello a cui si accede con lo smartphone (oggetto che io non ho mai amato, ma solo usato per necessità, preferendo il pc tradizionale, con i suoi ampi spazi e il suo radicamento in casa, per il tempo limitato che dedicavo alla navigazione sul web), Vittoria si stava confidando con me rivelandomi di avere una personalità più complessa, forse più tormentata, il che ai miei occhi le faceva onore.

<<Capisco. Le tue confidenze sono al sicuro con me: non ne parlerò con nessuno, finché tu non me ne darai il permesso. Comunque vadano le cose, per questo esame puoi sempre contare su di me, nel caso ti servissero gli appunti>>
Lei annuì:
<<Ti ringrazio. Ci rivediamo a lezione e poi, magari, potremmo anche studiare insieme>>
Quelle parole mi collocarono chiaramente nella friendzone, ma era pur sempre piacevole il pensiero di stare in sua compagnia.
<<Ma sì, certo, volentieri!>>
Se avessi immaginato le conseguenze di quel mio "sì", sarei fuggito a gambe levate. Ma la vita ci gioca brutti scherzi, all'improvviso e quando meno ce lo aspettiamo.














giovedì 15 maggio 2025

Una con tutte stelle nella vita. Capitolo I. La bella influcencer incontra un follower anomalo



La mia vita e quella di Vittoria Prinsivalli si incrociarono per la prima volta nel 2023, ma non di persona, bensì su Instagram, per puro caso e senza alcun contatto, quando lei ancora ambiva a diventare una famosa influencer di moda, ed aveva tutte le carte in regola per raggiungere quell'obiettivo. Dalle immagini e dai filmati che si potevano vedere quando ancora il suo profilo Instagram era pubblico, Vittoria era una giovane studentessa di 23 anni, di una bellezza indiscutibile, affascinante, attraente, elegante e di carattere determinato, brillante, ironico, allegro e sportivo. Alta, snella, slanciata, con meravigliosi occhi blu, lunghi capelli dorati e ondulati, e un viso dai tratti angelici, sebbene la sua espressione fosse quella di una ragazza sicura di sé e capace di essere dura, se la situazione lo richiedeva.
Tutte queste caratteristiche si potevano dedurre chiaramente osservando i suoi profili social, compreso quello di Tik Tok, che io sentivo però estraneo al mio carattere, a differenza di Instagram, Facebook o Youtube, e soprattutto di Pinterest, il social che amavo di più, dove, senza volerlo, avevo raggiunto, con mia stessa sorpresa, gli 11.300 follower.
Approdai al suo profilo mentre navigavo in rete cercando altro: succede sempre così. 
Ma non fu solo il suo aspetto fisico a colpirmi, per quanto io sia troppo sensibile all'elemento estetico; fu anche il fatto che eravamo entrambi milanesi, frequentavamo la stessa università, sebbene in facoltà diverse, lei scienza della comunicazione, io lettere moderne, e avevamo in comune un elemento che per ora è giusto e prudente non rivelare.
Non l'avevo mai vista di persona, né l'avevo mai sentita nominare. Se fossi stato saggio non avrei dato corda e coltivato l'infatuazione immediata nei suoi confronti, ma la saggezza è una virtù che purtroppo io non ho mai posseduto.

Si dice che per innamorarsi basta un'ora, ma a me bastò molto meno, quando rimasi irretito nella regnatela dei profili social di Vittoria. Fu un colpo di fulmine, anche fuor di metafora, nel senso che all'infatuazione istantanea si accompagnò subito una sensazione negativa che conoscevo molto bene, ossia lo sconforto dovuto alla consapevolezza, già tante volte sperimentata, che io non ero alla sua altezza e non mi sembrava di aver niente da offrire ad una ragazza così apparentemente perfetta, "una con tutte stelle nella vita", per citare una famosa canzone.

Potevo solo contemplarla da lontano, come se fosse una creazione artistica esposta in una galleria molto esclusiva e dai prezzi vertiginosi.
Avevo sufficiente dignità e rispetto del vivere civile per aborrire la mentalità degli stalker, i pedinatori che non si rassegnano al fatto di essere esclusi dalla vita delle persone da cui sono attratti e vogliono distruggere tutto ciò che non possono avere.

Mi limitai quindi alla triste, ma innocente condizione di follower, che segue i suoi idoli sui social media, con curiosità e attrazione, ma nella consapevolezza di vivere molto al di sotto del loro Olimpo dove queste "divinità" baciate della fortuna degustano l'ambrosia mitologica negata ai comuni mortali.
Ciò non significa, tuttavia, che in un remoto angolo della mia mente lo struggimento per una attrazione impossibile non generasse un vago risentimento verso colei che mi aveva tolto la libertà di non amare, o meglio di non essere innamorato di un'illusione.
E' quel risentimento che mi portava a cercare in lei, soltanto nel suo profilo social, sia chiaro, dei difetti che potessero guarirmi dall'infatuazione dolorosa di cui mi sentivo vittima.

Credo sia un meccanismo più comune di quanto siamo disposti ad ammettere, perché nel momento in cui cadiamo sotto l'incantesimo di queste "divinità" inarrivabili, ci rendiamo anche conto dell'ingiustizia della sorte, che a livello di dotazione iniziale, alla nascita, è stata molto meno generosa con noi che con la persona da cui siamo attratti.

In generale, una persona molto fortunata dovrebbe trovare il modo di farsi perdonare la propria fortuna, ma Vittoria non faceva nulla in quella direzione. Già nelle poche righe di presentazione del profilo c'era una frase che suonava come una vanteria: "Sembro più giovane della mia età". Forse, volendo essere generosi, lei aveva sentito il bisogno di scrivere quella frase per tranquillizzare i follower riguardo alla sua maggiore età, quando anni prima si era iscritta e aveva incominciato a postare le prime immagini, ma era passato molto tempo da allora e c'erano già le foto dei compleanni con tanto di palloncini dorati a forma di cifre che dichiaravano senza timore gli estremi della sua nascita, e dunque perché compiacersi ulteriormente sottolineando una qualità per la quale il novanta per cento dell'umanità venderebbe l'anima al diavolo?
E poi nei suoi filmati autoironici c'era in realtà un inequivocabile un narcisismo, in cui ogni apparente autocritica in realtà era un'inezia di fronte alla bellezza travolgente e sconvolgente della sua immagine e all'allegria spensierata che si irradiava da lei come un caleidoscopio di luci.
C'è sempre, tra i personaggi che gli internauti seguono nei social network, un preferito o, nel mio caso, una preferita, che era appunto lei, Vittoria, che potevo anche illudermi di immaginare regalmente come la mia maitresse-en-titre, la favorita del re, in un'ottica che verrebbe subito tacciata di mentalità patriarcale, ma che in realtà era una divinità indifferente di fronte a cui mi prosternavo pur sapendo che c'era qualcosa di molto patetico e avvilente in tutto questo, che non deponeva a favore della mia intelligenza e della cultura che pure mi era di grande consolazione, perché artisti e poeti di grande fama e lustro erano caduti loro stessi vittime di questa deprimente condizione.
Ma sapevo anche che prima o poi quell'innamoramento idealizzato e lontano si sarebbe lentamente, ma costantemente, ridimensionato, fino ad arrivare a spegnersi col passare del tempo e con l'avvicendarsi degli eventi della vita reale, che grazie al cielo ci salva dalla trappola virtuale in cui altrimenti finiremmo prigionieri come Alice nel paese delle meraviglie che finisce per diventare un paese degli orrori.
Tutto sarebbe evaporato e rimasto un semplice ricordo, sempre più sbiadito, perso nel labirinto delle umane vicissitudini, se, per una malaugurata serie di casualità, non fosse accaduto, con mio grande sgomento e contro la mia volontà, Vittoria non fosse entrata, inconsapevolmente, nella mia vita reale, decidendo di seguire le lezioni di un insegnamento, storia dell'arte moderna e contemporanea, che apparteneva al mio obbligatorio piano di studi, mentre per lei rientrava negli esami opzionali.

Quando la vidi entrare le coronarie del mio cuore furono in serio pericolo e contrariamente a quel che mi sarei aspettato, l'emozione che mi dominò fu la paura, con un istinto che mi urlava da dentro di uscire immediatamente da quell'aula e dare quell'esame da non frequentante.
Il mio corpo però era paralizzato, soprattutto quando mi accorsi che, essendomi io seduto in fondo, nella "piccionaia" dei ritardatari, con molto posto ai miei lati, lei, che era alla ricerca di posti liberi e di spazio di manovra, si stava dirigendo proprio nella mia direzione.
Non potei fare a meno di guardarla di sottecchi, notando che, rispetto alle foto di Instagram, nella realtà il suo aspetto pareva più sobrio e riservato, ma questo la rendeva ai miei occhi ancora più bella.
Il caso volle, infine, che lei si sedette di fianco a me, e questo evento era destinato a cambiare la vita di entrambi, e non in meglio.
















































giovedì 1 maggio 2025

Quel che resta dei Celti

 






Che cosa si intende con il termine "Celti"? La domanda sembrerebbe banale, ma quando si entra nel campo delle definizioni etniche allora tutto diventa più difficile. L'elemento base per definire un'etnia è la lingua parlata. All'interno delle lingue indo-europee esiste un gruppo chiamato "celtico" che ora è parlato solo come dialetto in alcune zone della Gran Bretagna, dell'Irlanda, della Francia e della Spagna, ma che un tempo comprendeva tutta la Gallia, sia transalpina (Francia) che cisalpina (Italia settentrionale), tanto che esiste una somiglianza tra il francese e i dialetti gallo-italici per quanto il francese si sia raffinato nel tempo come lingua ufficiale della classe dirigente, mentre i dialetti gallo-italici siano ormai parlati soltanto nelle campagne.














Nel Regno Unito l'identità celtica è stata riconosciuta dalla legge sulla Devolution, voluta da Tony Blair, che riconosce un rilevante grado di autonomia a Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
La Cornovaglia resta invece una pertinenza privata della Corona. Qui sotto possiamo osservare lo stemma dell'attuale Duca di Cornovaglia, William, Principe di Galles che in Scozia è anche Duca di Rothesay.




Sotto lo stemma di S.A.R. William, Principe di Galles

Sotto abbiamo lo stemma sempre del principe William, ma in qualità di Duca di Rothesay, titolo che in Scozia è di pertinenza dell'erede al trono del Regno Unito.


Possiamo vedere il collare dell'Ordine del Cardo, massima onorificenza scozzese, con il pendente di Sant'Andrea, patrono di Scozia.

Il principe William è diventato Duca di Cornovaglia e Rothesay nel momento in cui suo padre Re Carlo III è succeduto alla madre, la defunta Elisabetta II. 
Il giorno successivo re Carlo ha annunciato la proclamazione di William a Principe di Galles e di sua moglie Kate a Principessa di Galles, Duchessa di Cornovaglia, Rothesay e Cambridge.

Per 70 anni re Carlo, prima di ascendere al trono, ha detenuto i titoli di Duca di Cornovaglia e Rothesay e dal 1958 quello di Principe di Galles e infine dal 2021 quello di Duca di Edimburgo dopo la morte di suo padre Filippo Mountbatten. Dopo essere diventato Re, Carlo III ha conferito il titolo di Duca di Edimburgo a suo fratello Edoardo, il quale a sua volta a ceduto il titolo di Conte di Wessex al figlio James, già Visconte Severn.

mercoledì 23 aprile 2025

Dal Patrimonium Sancti Petri allo Stato Pontificio: mappe e storia del Papato


Durante l'Alto Medioevo, mentre l'Italia passava dalla dominazione duplice e rivale dei Longobardi e dei Bizantini, in seguito alla conquista dell'Esarcato di Ravenna e del Ducato Romano-Bizantino da parte del re longobardo Liutprando, e al successivo intervento dei Franchi, l'autorità bizantina su Roma cessò definitivamente ed i poteri politici sulla città e sul Lazio passarono al Pontefice Massimo, il Vescovo di Roma, che già dai tempi di Gregorio Magno amministrava il Patrimonium Sancti Petri, ossia l'entità che riuniva la proprietà della diocesi del pontefice di Roma (sede apostolica petrina che però ancora non deteneva un primato amministrativo sulle altre diocesi della Chiesa cattolica, ma solo un primato in termini di prestigio) che i documenti chiamano Patrimonium Sanctae Romanae Ecclesiae (rivendicando il primato di Roma).

Il successore di Liutprando, Astolfo, cercò di unificare l'Italia sotto il loro dominio, ma i pontefici Zaccaria e Stefano II si opposero. Papa Zaccaria siglò un'alleanza con i Franchi, autorizzando Pipino il Breve a deporre l'ultimo re merovingio, Childerico III, nel 751. ma l'intervento di Pipino il Breve. Quando Astolfo conquistò l'Esarcato di Ravenna, la Pentapoli e marciò verso Roma, nel 754, il nuovo papa, Stefano II, formalizzò l'alleanza con Pipino il Breve tramite la Promissio Carisiaca, impropriamente detta Donazione di Pipino, in base alla quale Pipino e suo figlio Carlo ricevettero l'unzione regale in cambio del loro sostegno contro i Longobardi. Pipino sconfisse Astolfo e conquistò l'Esarcato di Ravenna e la Pentapoli che, formalmente e teoricamente furono promessi al Pontefice come donazione feudale, cosa che divenne concreta soltanto secoli dopo, dal momento che il reale controllo militare spettò ai Franchi e al dominio dell'Esarca succedette quello dell'Arcivescovo di Ravenna, all'epoca molto autonomo rispetto alla Santa Sede di Roma.

Fu così che sorse l'entità che gli storici chiamano Papato, perché sarebbe anacronistico usare il termine Stato Pontificio o Stato della Chiesa, in quanto lo stesso termine Stato designa un'entità centralistica che controlla politicamente e burocraticamente un territorio , cosa che nel Medioevo, almeno fino al Trecento, non esisteva.
Nel periodo medievale centrale il territorio poteva essere controllato da un regno, un principato o un repubblica che esercitava tale autorità in maniera indiretta e decentrata, per mezzo del sistema vassallatico-beneficiario, base del feudalesimo.




Il termine Stato, che prima significava solo "status Regni", ha iniziato ad avere l'accezione moderna dal XV secolo, e si è poi affermata attraverso l'uso che ne fa Niccolò Machiavelli nell'incipit della sua celebre opera Il principe (1513), in cui lo usa come termine analogo a dominio. Il mutamento che ha portato la parola "Stato" da un significato generico di situazione a uno specifico di condizione di possesso di un territorio (e di comando sui suoi cittadini) non è ancora stato ben chiarito. Il concetto di sovranità è invece stato introdotto da Jean Bodin (1586), che ha definito le caratteristiche dello Stato assoluto.

Una cosa è certa, fino al Rinascimento non si usò mai il termine Stato Pontificio o Stato della Chiesa. C'era il Patrimonium Petri, che coincideva, all'incirca, all'ex ducato romano di età bizantina, e poi c'erano altri patrimonia sui quali la Curia Romana avanzava diritti di proprietà o di signoria feudale.

In molti atlanti storici e manuali scolastici di Storia e negli atlanti meno precisi si commette un errore grossolano sostenendo che le Donazioni dei Carolingi ai papi Stefano II e Leone III, negli anni successivi alla Promissio Carisiaca (754) e alla cosiddetta Donazione di Carlo Magno (774), conferissero l'effettivo controllo, da parte del Papato di Roma, della Romagna, o Romandiola, in precedenza costituita dall'Esarcato bizantino di Ravenna e da parte della Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona). Questi territori non divennero un reale dominio del Papa, ma costituirono tre entità relativamente autonome: l'Arcivescovato di Ravenna, la Marca di Ancona e il Ducato di Spoleto, che solo teoricamente e astrattamente risultavano feudi del Papato, mentre in realtà, come si è detto, erano controllati militarmente dai Franchi e dai Longobardi a loro sottomessi.

Papa Adriano I, con molto senso della realtà, avanzò richieste solo su territori che confinavano con il Lazio. Fu così che ottenne da Carlo Magno una parte della Sabina (781); una serie di città da Soana a Populonia a nord e, a sud, Sora, Arpino, Arce e Aquino (787).

L'insieme dei territori cui la Sede Apostolica aspirò con Stefano II e Leone III assomigliava molto all'Italia suburbicaria di romana memoria. Quello che ottenne effettivamente invece parve ricalcare il distretto giudiziario del Praefectus Urbis, che si estendeva sul Lazio per cento miglia romane sia nord che a sud dell'Urbe, cioè da Talamone, presso il Monte Argentario, fino a Minturno, sul fiume.




Va quindi ribadito chiaramente che le donazioni di Esarcato e Pentapoli in teoria le avrebbero rese feudi del Papa, ma in pratica, almeno fino ad Innocenzo III, questo vassallaggio fu solo nominale, mentre il potere reale venne detenuto dall'Arcivescovo di Ravenna, che all'epoca non riconosceva la supremazia apostolica del Papa di Roma, e dalle grandi famiglie franche, longobarde e italiche che poi divennero, sotto la dinastia imperiale sveva, il centro delle signorie ghibelline in Italia.

Intorno all'anno 1000, sotto il regno dell'imperatore Ottone III, il centro-nord dell'Italia, si presentava all'incirca come le mappe che vediamo qui sotto. Il Regnum Italiae comprendeva la Longobardia, la Romandiola (che coincide con la Romagna attuale, mentre l'Emilia era longobarda da secoli e poi inserita nei domini dei Franchi), la Pentapoli (da Rimini ad Ancona), la Marca di Toscana, il Ducato di Spoleto e naturalmente il Patrimonium Petri, signoria territoriale del Papa di Roma. 







In riferimento alle mappe sottostanti, va ricordato che la Longobardia Maior si era estesa fino a inglobare l'Esarcato, il quale soltanto in teoria fu donato alla Sede Romana, ma nella pratica la signoria papale era solo nominale e sistematicamente ignorata e anche apertamente contestata, persino dal Arcivescovo di Ravenna (la Diocesi ravennate, infatti, aspirava a diventare qualcosa di simile a ciò che erano i vescovi-conti nell'Impero degli Ottoni e della dinastia Salica).

La successiva dinastia imperiale degli Hohenstaufen di Svevia tentò, sotto Federico II, di unificare l'Italia sotto il dominio imperiale, ma la la morte di Federico nel 1250, seguita dalle sconfitte di Corrado IV, suo figlio Corrado V (detto Corradino) e del fratello Manfredi, re di Sicilia, sancirono la vittoria del Papato, alleato con Carlo d'Angiò, fratello di San Luigi IX, re di Francia.

Nel 1278 l'imperatore Rodolfo I d'Asburgo rinunciò a ogni pretesa feudale sulla Romandiola, consentendo a papa Niccolò III Orsini di nominare suo nipote Bertoldo alla carica di Conte di Romagna. 

Bertoldo Orsini dovette però scontrarsi con le resistenze dei Comuni e delle Signorie locali.






A Niccolò III succedette brevemente Celestino V, che rinunciò alla carica pontificia a favore del cardinale Caetani, che divenne papa Bonifacio VIII.
Contrariamente ai suoi predecessori, papa Bonifacio, pur inizialmente alleato col Re di Francia Filippo IV il Bello e al fratello di lui, il conte Carlo di Valois, osò successivamente infrangere l'alleanza francese, quando re Filippo pretese che la Chiesa pagasse le tasse alla Corona di Francia. 

Quando Bonifacio VIII si oppose, Filippo mandò il suo primo ministro Nogaret ad Anagni, dove il Papa si trovava per questioni di salute. Nogaret osò percuotere il Papa, episodio passato alla storia come "lo Schiaffo di Anagni". Papa Bonifacio ne fu a tal punto sconvolto che morì poche settimane dopo, nel 1304.

Gli succedette, per dirla con i versi di Dante "di ver ponente e di più laida opra un pastor sanza legge", ossia Clemente V, che spostò la sede del Papato ad Avignone.
Seguirono anni turbolenti, che videro lo sterminio dell'Ordine dei Templari, ordinato sempre da Filippo il Bello, e il rischio di scomunica dei Francescani "spirituali" da parte di papa Giovanni XXII, negli anni tra il 1314 e il 1327.

Papa Innocenzo VI, per riprendere il controllo dei territori del Papato in Italia, nominò l'arcivescovo di Toledo, Cardinale Edigio Albornoz, al rango di Nunzio Pontificio e Vicario Generale terrarum et provinciarum Romane Ecclesie in Italie partibus citra Regnum Siciliae.

L'Albornoz fu sotto molti aspetti il vero fondatore dello Stato Pontificio.
 
Le Constituziones Egidiane del cardinale Albornoz rappresentano la prima fase del passaggio della Signoria Papale all'entità che poi, in Età Moderna, sarebbe diventata lo Stato Pontificio.
Tale documento, redatto a metà del Trecento, durante il periodo avignonese, rivendicava la proprietà o il vassallaggio dei territori donati in base ai seguenti trattati:

Ducato romano (754) donato da Pipino il Breve
Sabina (dal Tevere fino a Farfa, 781) donato da Carlo Magno
(Queste prime due entità costituirono il Patrimonium Petri)

Benevento (1052) donato da Roberto I d'Altavilla, re normanno di Sicilia.
Avignone e Contado Venassino (1229) donati dal re di Francia, Luigi IX il Santo.

Provincia Romandiolæ (1278) ceduta dall'imperatore Rodolfo I d'Asburgo (in cambio dell'incoronazione imperiale che però non ebbe mai luogo, perché Rodolfo a stento riusciva a controllare i feudi tedeschi)
Marca Anconitana e Ducato di Spoleto (1278) ceduti da Rodolfo I d'Asburgo e rinconquistati dal cardinale Egidio Albornoz.

Fu però soltanto tra il pontificato di Alessandro VI Borgia e quello di Giulio II Della Rovere che le annessioni precedenti divennero effettive e stabili.




Le successive annessioni furono:

Umbria (1424)
Città di Ancona (1532)
Ducato di Castro (1649)
Ducato di Ferrara, divenuto legazione (1598)
Ducato di Urbino, divenuto legazione (1631)




Dopo il superamento dello Scisma Occidentale e il ritorno di papa Martino V a Roma, lo Stato Pontificio iniziò a consolidarsi e ad assumere un controllo sempre più diretto sui territori rivendicati dai tempi delle donazioni carolinge.

Giulio II della Rovere annesse definitivamente le Marche, la Romagna e Bologna. Da quel momento, fino al 1870, lo Stato della Chiesa divenne un principato potente dell'Italia centrale.
Lo Stato Pontificio cadde sotto il pontificato di Pio IX, quando venne a mancare la protezione francese da parte di Napoleone III, sconfitto a Sedan.
La breccia di Porta Pia segnò l'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia.
Pio IX si ritirò nel Vaticano e solo con i patti Lateranensi, nel 1929, si giunse al riconoscimento della Città del Vaticano come stato autonomo della Santa Sede.



lunedì 21 aprile 2025

La possibile "soluzione Kellogg" per l'armistizio in Ucraina


 Gli analisti la chiamano "soluzione Kellogg", dal nome dell'inviato americano Ketih Kellogg che da oltre un mese sta tenendo le fila di una trattativa ad ampio spettro per l'armistizio in Ucraina, un compromesso che sembra trovare consensi persino tra i cosiddetti "volenterosi" riguardo al futuro di un paese che da tre anni vive le devastazioni di una guerra che nessuno si rassegna a perdere, ma che nessuno può vincere.
Il punto interessante della proposta di Kellogg, quello che sembra piacere sia a Trump che a Macron e a Starmer, con una sorta di silenzio assenso da parte di Putin e Zelensky è il seguente: il presidente ucraino, consapevole del fatto che ormai più che i fondi e le armi mancano gli uomini, sarebbe disposto a permettere la permanenza delle truppe russe nei territori attualmente occupati, in cambio di un cessate il fuoco che preveda una sorta di tripartizione militare del paese. 
Come si è detto, la parte occupata dai russi rimarrebbe sotto il loro controllo "de facto", mentre la restante parte dell'Ucraina si dividerebbe ufficiosamente in due zone: una a oriente del fiume Dniepr sotto l'esclusivo controllo delle truppe ucraine, onde evitare che, nella zona del fronte, ci possa essere un confronto diretto tra truppe occidentali e truppe russe; l'altra zona, a occidente del Dniepr prevedrebbe una temporanea presenza di contingenti britannici e francesi come bilanciamento della presenza russa nel sud-est.
La questione estremamente delicata e tutti sono consapevoli che la presenza di truppe occidentali in Ucraina sarebbe un grande pericolo per la pace globale, ma Keith Kellogg ritiene, e non è il solo, che, se a Putin fosse concesso di mantenere il controllo russo sul sud-est ucraino, dalla Crimea fino al Lugansk, allora lo Zar potrebbe accettare che l'Ucraina occidentale diventasse una sorta di protettorato "anglo-francese". 
La novità della proposta di Kellogg, che ha avuto carta bianca da Trump, consiste nell'evitare ogni possibile punto di contatto nella zone del fronte tra le truppe russe e quelle occidentali: la zona demilitarizzata dovrebbe essere completamente priva di operatori militari, idea che all'inizio è apparsa bizzarra e non sostenibile, ma che col passare dei giorni e il dilungarsi delle trattative ufficiali, si è fatta strada come unico compromesso che offra a tutte le parti in gioco un "contentino".
Putin potrebbe rivendicare il successo dell'Operazione Militare Speciale, Zelensky potrebbe rivendicare il merito di aver salvato dall'occupazione russa la grande maggioranza del territorio ucraino, i "Volenterosi" potrebbero ottenere la loro fetta della torta nell'Ucraina occidentale e gli USA, tramite un accordo più o meno formale con il presidente ucraino potrebbero avere i contratti di collaborazione per i rilevamenti delle fantomatiche "terre rare" e delle meno fantomatiche risorse minerarie e agricole di cui l'Ucraina orientale dispone.
Il punto debole rimarrebbe la zona di contatto dell'area occidentale con quella russa nella zona dell'oblast di Kherson e anche qui Kellogg ha messo in tavola un compromesso che potrebbe risolvere una volta per tutte il contenzioso che ha dato inizio alla guerra già nel 2014 e cioè la questione della Crimea e quella di Odessa e dell'accesso al mare dello stato ucraino.
Zelensky potrebbe essere disposto a rinunciare alla Crimea a patto che Putin rinunci definitivamente ad ogni rivendicazione sull'oblast di Odessa e sulla città di Kherson, pur mantenendo il controllo dell'oblast a oriente del Dniepr.
L'adesione alla Nato sarebbe rinviata "sine die", ma di fatto ci troveremmo di fronte a una soluzione che può ricordare quella decisa a Yalta sulla Germania nel '45 oppure la famosa soluzione "coreana".
In realtà qui si salverebbero le apparenze: ufficialmente i confini restano quelli teorici del '94, ma ufficiosamente l'Ucraina occidentale vedrebbe un'influenza europea militare nella zona a sinistra del Dniepr, un'influenza economica statunitense nella zona a oriente del fiume, e una occupazione russa radicata nelle zone che Putin considera ormai sue e quindi non negoziabili.
La diplomazia sta lavorando intensamente da ormai un mese su questo possibile compromesso e, dietro al "gioco delle parti" svolto dai leader per riaffermare le rispettive istanze, ci sarebbero degli ammiccamenti dettati dall'oggettiva stanchezza da parte dei cittadini dell'Ucraina e della Russia per una guerra che sta annientando un'intera generazione in entrambi i paesi, senza però scalfire il potere dei rispettivi presidenti che continuano a guardarsi ovviamente in cagnesco, ma sotto sotto si rendono conto che per ragioni demografiche, oltre che umanitarie, politiche ed economiche, questa potrebbe essere una onorevole via d'uscita da un tunnel che da tre anni sembra senza vie d'uscita.
Ora esiste un compromesso che sta circolando, una tregua pasquale offerta da Mosca e una volontà statunitense di arrivare il prima possibile a un accordo, tenendo conto anche dei fermenti di Parigi, Londra e Bruxelles.


venerdì 11 aprile 2025

La nostra storia

 

Tu 
che non mi riconosceresti;
io 
che ti confondo in mille volti;
tu 
che sei andata molto avanti;
io 
che sono fermo da una vita;
tu 
che non sei più quella di un tempo;
io 
che per amore tuo ho perduto tutto;
tu 
che non dicevi mai né sì, né no;
io 
che camminavo sui carboni ardenti;
tu 
che facevi finta un po' di non capire;
io 
che non osavo dir quel che sapevi già;
tu 
che non ricordi più di me nemmeno il volto;
io 
che ho tatuato il tuo su occhi e cuore;

esci 
dalla mia mente,
esci, 
fuggi dalla mia mente,
fuggi!

Come il silenzio, 
noi scenderemo ognuno
per le proprie scale,
non penseremo più
al tuo bene ed al mio male,
e poi che vada tutto un po' 
come gli pare!
Come il deserto,
che avanza dentro me
veloce come il suono,
la nostra storia brucerà
un'ultima volta
e finalmente poi sarà
soltanto fumo!
Che ne faremo 
di questa fiaba 
che si ferma e poi riparte
di questo amore
che non nasce e che non muore?
Dalla corrente 
ci faremo trasportare
e finalmente tutto svanirà.
Svanirà,
svanirà,
svanirà...


Il freddo della stanza che raggela
e il luogo dove tu posasti lieta 
ora deserto e nel silenzio solo 
si sente l'aspra loquela
dei presenti, e l'eco dei ricordi, muta,
oltre la biblioteca, e sento che è reale
solo la tua assenza:
tutto il resto è morto, finto, vano
e come queste scale 
tutto scende, precipita, si schianta.


Gli oggetti sono ancora al loro posto
a custodire muti la quiete polverosa 
delle stanze, nell'oppiaceo incantesimo 
che inutilmente finge un'illusione:
come se i decenni non fossero sfumati
nell'inconcludenza di un tempo nascosto
già negli interstizi e sotto i tappeti.
E non serve a nulla fare l'inventario 
delle cose perdute, per poi soffocare dentro
l'urlo dei rimpianti e appoggiarsi a questi 
arredi fragili come fossero pilastri
mentre tutto frana intorno
e i volti a poco a poco si congedano.