domenica 10 maggio 2026

Una con tutte stelle nella vita. Capitolo 14. "Il nostro mondo si regge appena". Notizie dal Ducato in fiamme.




Tutto appariva quasi perfetto nella più preziosa tra le residenze brianzole dei Prinsivalli, quella di Galbiate, portata in dote dalla madre del Patriarca, Elisabetta Bonaccorsi, il cui ricordo sbiadito sprofondava nella cenere in cui erano andate bruciate le sue speranze
Il marito Vittorio, industriale tessile, era innamorato, ma non tanto di lei, quanto della villa e fu disposto a garantire ai genitori di Elisabetta che avrebbe provveduto alle spese di manutenzione, cosa di non poco conto. Non si sa molto riguardo al rapporto che intercorse tra i novelli sposi. Si dice che, dopo aver dato alla luce il figlio Umberto, donna Elisabetta fosse precipitata in quella che oggi chiameremmo depressione post partum, e che l'avrebbe condotta alla dipendenza dal laudano e ad una vita trascorsa nel languore inerte e indifferente degli oppiomani. Tutto ciò viene considerato alla radice della feroce misoginia del figlio, mentre il marito, il cavalier Vittorio, aveva trovato presto consolazione altrove, disinterentessandosi della famiglia e persino degli affari, di cui l'erede prese il controllo anzitempo e lo matenne con ostinata e feroce pervicacia.


Nel grande parco di Villa Bonaccorsi-Prinsivalli, l’alba non era un risveglio, ma un’ispezione.

Il novantaseienne Umberto Prinsivalli, alto, magro, implacabile, percorreva i suoi cinque chilometri quotidiani con la precisione di un metronomo, la schiena dritta come quella di Charles Dance nei panni di Tywin Lannister, assomigliando al primo nell'aspetto e al secondo nella spietata ambizione. Vestiva di tutto punto, a strati, e impugnava un bastone dal pomello d'argento con la stessa naturalezza con cui un sovrano impugna lo scettro.
Al posto di una corona portava un cappello, una bombetta da finanziere della City di Londra, ai tempi di re Giorgio V.


Il sentiero della villa, oltre il lago che la circondava, era punteggiato dalla bruma, ma gli occhi chiarissimi di Umberto, di un azzurro quasi bianco, erano come quelli di un rapace.
Quando vide il fagiano impigliato tra i rovi, non provò pietà. Con un gesto che avrebbe fatto inorridire anche i più duri di cuore, ma assentire il fantasma di Elisabetta II, Umberto calò il bastone. Non era il colpo di grazia concesso a chi soffre, ma nemmeno, secondo lui, una gratuita crudeltà: era ciò che il Patriarca chiamava "l'ordine naturale del cose", che andava oltre la fagocitosi predatoria della catena alimentare, per addentrarsi nell'eugenetica applicata: ciò che era debole o insano doveva essere sterminato. Non sapeva ancora che quella regola sarebbe valsa anche contro di lui, ma stava per averne un assaggio.
Fu infatti proprio allora che il suo trafelato e ossequioso segretario, un uomo tremebondo che viveva nel terrore di un’ulcera altrui, gli porse una copia di Questione di Stile, la rivista domenicale diretta da Marina Hagauer, la "Miranda Priestley della Milano che conta". Il segnalibro era collocato sulla pagina introduttiva che la direttrice in persona aveva redatto come come premessa all'intervista concessale da Eleonora e Gianluca Prinsivalli (di cui Umberto era nonno). 
In base a quanto narrato in precedenza, conosciamo le ragioni per le quali tale articolo non fu esattamente ciò che i Prinsivalli si aspettavano, perché nonostante la loro rampolla Vittoria, quella "con tutte stelle nella vita", fosse stata difesa, come concordato, dalle accuse di "leggerezza" mossegli dai salotti tradizionalisti milanesi, tutto il resto dell' "editoriale" fu l'esatto opposto di ciò che Eleonora e Gianluca si erano ingenuamente aspettati, nel loro eccesso di sicurezza (e più avanti vedremo anche la loro reazione), ma prima vale la pena tornare alle generazioni precedenti.

La ricostruzione delle loro reazioni, riferitami dal personale delle residenze di campagna dove, come ogni fine settimana, sia Umberto, il Patriarca, che Carlo, l'Eterno Erede, si recavano per "rigenerarsi". E la domenica era il giorno in cui il settimanale diretto da Marina Hagauer usciva nelle edicole e anche, per i più tecnologizzati, nell'edizione on-line, il cui abbonamento costava più di quello ad una televisione via cavo, tanta era l'influenza di colei, come secondo soprannome, aveva il discutibile onore d'esser chiamata "l'Anna Wintour della crème ambrosiana" e delle sue infinite ramificazioni.
E per quanto né Umberto né Carlo, fossero certo lettori devoti di tale rivista, quel giorno dovettero fare un'eccezione. E la loro domenica si rivelò piuttosto complessa, come ora mi accingo a narrarvi.

Umberto lesse l'articolo di Marina Hagauer senza fermarsi, il passo che rimaneva costante nonostante il veleno delle parole che scorrevano sotto i suoi occhi.
"C’è una forma di giustizia poetica nel modo in cui le dinastie decidono di ripetere per ogni generazione un errore più grave di quello di cui avevano accusato la generazione precedente.
Se trent'anni fa il 'caso lady Gloria' fu un deragliamento passionale che scosse le fondamenta della famiglia Prinsivalli, ora la questione è completamente diversa.
In questa introduzione all'intervista concessami sia dalla terza che in parte anche dalla quarta della generazione della famiglia, mi sento in dovere di esprimere qualche ipotesi tesa a ri-centrare la narrativa di tutta la questione che si sta dibattendo nei salotti che si è riflessa nell’attuale imbarazzo di Eleonora e Gianluca e nell'assenza di Vittoria nel salotto di famiglia.
Non è questione di decenza o indecenza: cos'è mai oggi la lacerazione di un fidanzamento ufficiale? Siamo forse ai tempi di Jane Austen?
E dunque mettiamo da parte l'ipocrisia e ammettiamo che Vittoria, nel mostrare un disinteresse nei confronti di qualcuno imposto dall'altro, interno al ristrettissimo giro di frequentazioni ammesse dalla famiglia, non ha forse seguito il sano principio del rifuggire una volta per tutte questa sorta di endogamia classista prima che presentasse i 
sintomi di un’anemia definitiva? 
E dunque, come ho detto, è davvero il caso di "ri-centrare" la narrazione verso chi già mostra di essere come per incanto scampato all'anemia endogamica di cui sopra. 
Osservando l'ultimo erede maschio della casata, Enrico, fratello minore Vittoria, ma così diverso da lei.
Vi confesso che è difficile non rimanere ammaliati da quel "sapor mediorientale" di quegli occhi d'un nero così intenso, quei ricci scuri in cui affondare le mani fino a giungere al bronzo della sua pelle vigorosa e solare.
Questi elementi, che nulla hanno a che fare con l'oro sempre più slavato dei ritratti di famiglia, si capisce che l'odierna e sana priorità non è l'estenuante ricerca del puro 'sangue blu', così privo di vigore d'apparire ormai come una vernice scrostata. 
Questo dunque è il giusto punto di vista onde affrontare la nuova narrazione.
E' in torto chi, anche nei più elevati contesti pensa che la Storia universale, così come le storie familiari, sia destinata a ripetersi commettendo sempre gli stessi errori. Non sarò certo io a commetterli di nuovo, né possiamo onestamente pensare che rompere un findanzamento infelice sia un errore.
Se proprio di errori dobbiamo parlare, allora chi esprime la critica abbia il buon gusto di partire da una salutare auto-critica. Io per prima l'ho fatto ed ora ne condivido con voi la terapeutica conclusione: fu un errore crocefiggere lady Gloria per una colpa senza conseguenze in termini di discendenza, e fingere di non vedere ciò che in tutta evidenza si manifesta, nel suo vigoroso cromatismo, come qualcosa che, prima di tutto, sarà argomento privatissimo di Eleonora Prinsivalli, semmai sentisse la necessità di confessare qualcosa che ieri, nella mia intervista, è rimasto, implicito, sospeso nell'aria, ma catturato da una così eloquente fotografia familiare.
Il principio ereditario non è più da secoli questione di sangue, e dunque invitiamo Eleonora a non temere un nostro giudizio e lasciamo a Gianluca la scelta tra l'abolizione della legge Salica in favore di un'autentica figlia per quanto emancipata, o l'accogliere un erede che ben rinnova il vigore del nome con nuovo sangue più robusto.
Mentre lasciamo che la terza e la quarta generazione risolvano i casi loro, è tempo, per parte nostra, di tornare a Pusiano col capo cosparso di cenere, e per chiedere a Gloria Prinsivalli se per la seconda generazione c'è rimedio, non foss'altro 'tamquam frater et soror', come si mormora da tempo tra le mura del castello di Montescudo, e infine per domandarle come ci si senta a vedere, l'incendio che divora il Palazzo di via Mozart dal quale fu cacciata."
Il Patriarca aveva mantenuto il suo gelido contegno per gran parte della lettura, ma quando arrivò al passaggio sul «vigoroso cromatismo» e su quegli occhi neri "dal sapor mediorientale" del pronipote Enrico che nulla avevano a che fare con l'azzurro e l’oro di famiglia, la sua maschera di ghiaccio si incrinò. Il naso, lungo e bitorzoluto, ebbe come uno spasimo, che lo fece sembrare il becco di un avvoltoio.
L’ulcera, alimentata da decenni di spremute d’arancia, caffè amaro e rancore puro, gli morse lo stomaco. Il pensiero che il suo unico erede maschio fosse un errore genetico, un corpo estraneo che portava il suo nome ma non il suo sangue, gli fece salire un sapore ferroso in bocca. Umberto non sputò sangue, non ancora; si limitò a guardare il fagiano ormai immobile ai suoi piedi e pensò che, se la stirpe doveva estinguersi, lui avrebbe personalmente abbattuto chiunque avesse osato sopravvivere al disonore.
"Marina vuole la guerra. Una guerra per procura, di sicuro. C'è Gloria dietro a tutto questo. E' tempo che io metta in campo tutte le mie truppe, e non sono poche". 
La dovrei abbattere, ma non soffrirebbe abbastanza...
E poi c'erano altre considerazioni. La prudenza occorreva sia per non farsi incriminare, sia perché colpire Marina significava dare inizio ad una faida con gli Hagauer e di conseguenza andare contro l'intero Salotto delle Quattro Streghe, suscitando un vespaio senza fine. Le conosceva bene: avrebbero fatto quadrato, di fronte a uno scontro frontale.

Prima devo capire se Marina vuole rovesciare il sistema, oppure ottenere un posto al tavolo della tirannia.

C'era sicuramente Gloria dietro a tutta quella macchinazione, e se aveva convinto Marina Hagauer, allora doveva avere in mano carte che scottavano.
Bisognerà agire con astuzia. Anche gli Hagauer hanno i loro scheletri nell'armadio, e se Marina non sentirà ragioni, Clelia sarà più malleabile, perché se affondo io, affonderanno tutti.



A Milano, nel frattempo, l’atmosfera nel salotto di donna Clelia Topazia "Crudelia" Valentini Hagauer, era così densa di lacca e sospetto che si sarebbe potuta tagliare con un tagliacarte d'avorio.
Le "Quattro Streghe" erano schierate intorno al tavolo da canasta. Al centro, la centenaria Crudelia osservava le sue amiche con lo sguardo di chi ha visto nascere e morire tre repubbliche e non ha mai creduto a nessuna di esse.
La prozia di Eleonora, Violetta, una Visconti di Modrone di "rango segreto" (così era detta per la riservatezza, in ispecie nel praticare la stregoneria) che portava le perle come un’armatura, non smetteva di elogiare il genio di Luchino. «Luchino avrebbe saputo come mettere in scena questa tragedia,» sospirava, ignorando che l'unica cosa che avesse mai visto del celebre parente era la sua firma su un invito a cena del 1971.
Crudelia, però, non ascoltava. Il suo sguardo era fisso sulla copia della rivista di sua nipote Marina. Sapeva che il "cane non morde cane" era l'unica legge che teneva in piedi quel mondo di specchi e menzogne.
E Marina aveva azzannato alla gola Umberto Prinsivalli, nientemeno, e Crudelia sentiva l’odore sangue.
Sospettava il patto segreto con Gloria. Sospettava che Marina, in un rigurgito di quella "coscienza" che suo figlio, il tronfio e pedante Professor Hagauer, aveva tanto lodato nelle sue lezioni (modellate su un omonimo personaggio di Musil che nessuno al tavolo avrebbe mai saputo citare), si fosse incaricata di abbattere il tempio. E se il tempio cadeva, le macerie avrebbero travolto tutti: le raccomandazioni, i figli mediocri spacciati per geni, i "Che indecenza!" urlati per nascondere i propri peccati.
«Marina ha sempre avuto una pericolosa attrazione per le verità,» sussurrò Crudelia, sbattendo un due di picche con un colpo deciso che risuonò come uno sparo. «E la verità, mie care, è l'unica cosa che non ci possiamo permettere.»


Frattanto, al Castello di Montescudo, il tempo non passava: si limitava a stratificarsi sotto forma di polvere grigia sopra i mobili di noce. Carlo Prinsivalli si aggirava da solo per le stanze, con il passo cauto di un inquilino abusivo del proprio destino.
Suo padre, il Patriarca, lo aveva tenuto per settant’anni in un’anticamera morale, un eterno apprendistato al potere che era diventato, infine, un’abitudine alla sconfitta.
Ora però qualcosa stava accadendo, "il cambiamento reale che abolisce lo stato di cose del presente". Tra i peccati che suo padre mai gli avrebbe perdonato, il peggiore era forse l'aver conseguito una seconda laurea in Storia e una terza in Filosofia. Del resto, nell'attesa, doveva pur passare il tempo, in qualche modo?
L'articolo di Marina Hagauer però aveva premuto troppo sull'acceleratore, e non sarebbe stato facile per lui anche solo ipotizzarne le conseguenze.
Si fermò nel salone delle armature, dove la luce livida del pomeriggio brianzolo filtrava attraverso vetrate istoriate che filtravano solo tristezza. Appoggiò la mano su un tavolo di marmo gelido.
«Gli oggetti sono ancora al loro posto,» sussurrò tra sé, quasi a voler scongiurare il crollo che sentiva vibrare fin nelle fondamenta. Tutto era immobile, a custodire la quiete polverosa delle stanze, in quell'incantesimo oppiaceo che fingeva un'illusione di eternità. Carlo sentiva il peso dei decenni sfumati nell'inconcludenza, un tempo nascosto ormai negli interstizi dei pavimenti e sotto i tappeti logori di dote materna.
Era l’unico uomo colto in una stirpe di ruvidi nostromi e avidi mercanti. Come il principe di Galles tra i suoi castelli scozzesi, Carlo aveva cercato rifugio nell'architettura, nel paesaggio, nell'armonia delle forme, per non vedere la deformità delle anime che lo circondavano. Ma ora non serviva a nulla fare l'inventario delle cose perdute. Inutile aggrapparsi a quegli arredi fragili mentre tutto franava intorno. E sulla schiena sentiva il peso del fallimento, poiché, così come le illusioni di sua nonna, anche le sue erano si erano dileguate, e come le onde del Segrino si infrangevano sugli scogli, così le sue speranze residue si erano infrante leggendo il venefico articolo in cui, ancora una volta, Marina Hagauer aveva infierito sulla sua famiglia. 
Aveva cercato di essere un buon padre per Gianluca e un buon nonno per Vittoria, ma anche lì le sue buone intenzioni avevano fatto naufragio, schiantandosi contro l'iceberg dell'ostinazione con cui i Prinsivalli riuscivano, in un modo o nell'altro, a scavarsi, pervicacemente, la fossa da soli.
Sentì un fruscio. Per un istante, gli parve di vedere l’ombra di sua madre Adelaide, la spettrale "Madre Superiora" di quella specie convento infestato dai demoni, aggirarsi tra le ali malsicure del maniero. Poteva quasi udire la sua voce gracchiante ricordargli che il castello era vetusto e celava molti tristi ricordi. E del resto valeva sempre il monito virgigliano: quisque suos patimur manes.
«Lo so, madre» pensò Carlo. «Ma i ricordi sono tutto ciò che mi resta». 
Nel tentativo di aggrapparsi a qualsiasi appiglio che gli impedisse di precipitare nell'abisso della disperazione, pensò a Gloria, a com'era magnifica il giorno del loro matrimonio, nonostante quello sfarzo celasse una messinscena dove c'era tutto tranne l'amore.
Lady Gloria. 
Ma non era più l'equivalente nostrano di Diana Spencer, nobili genere nata, seppur vittima sacrificale che i giornali avevano oblato in pasto alle Quattro Streghe, ma più una regina Camilla, improbabile certo, ma incoronata a Westminster, suocera e nuora assenziendo, e che gli inconsolabili se ne facessero una ragione.
Gloria in fondo aveva compiuto lo stesso percorso di Camilla Shand, in prime nozze signora Parker-Bowles, ed in seconde Mountbatten-Windsor.
Gloria forse l'aveva pensato, ne aveva tratto ispirazione: Camilla, la donna che aveva resistito al fango, che aveva aspettato per mezzo secolo nell’ombra, l’unica che avesse mai capito che la fragilità di Carlo non era una colpa, ma una forma superiore di resistenza.
Re Carlo III aveva vinto, ma quale regno poteva ereditare mai Carlo Prinsivalli, il mancato Conte di Montescudo?
Mentre suo padre Umberto, a Galbiate, massacrava fagiani con elisabettiana spietatezza, per sentirsi ancora un dio, Carlo a Montescudo sceglieva di abitare la rovina, ma non per sempre. Si trattava solo di attendere ancora un po'.
In fondo nessuno meglio di lui aveva chiaro il concetto che stava alla base di ogni vittoria finale, ossia che nella vita bisogna saper attendere.
In quel momento, tra il fragore lontano di un temporale che saliva dal lago e l'odore di bismuto che gli risaliva la gola, Carlo Prinsivalli smise di essere l'erede. Si sedette sulla poltrona di velluto consumato, aprì il libro di Montale che portava sempre con sé e, mentre i volti dei suoi antenati sembravano congedarsi dalle cornici dorate, comprese che la sua vera incoronazione sarebbe iniziata lì, tra le macerie, "debole sistro al vento", come l’ultimo custode di un universo vacillante: "Il nostro mondo si regge appena".  Alcuni sarebbero morti, altri rovinati, altri ancora sbattuti in galera, ma lui no: il non contare niente aveva i suoi vantaggi, per questo lui poteva sopravvivere, e i sopravvissuti avrebbero creato un nuovo mondo, o quantomeno proposto modelli interessanti.



In città, nel suo Ducato, Eleonora Prinsivalli, nata Visconti di Modrone, sedeva nel bow-window del palazzo di via Mozart, quella sua porzione di "Milano-Milano" dove persino il pulviscolo atmosferico sembrava avere un pedigree. Davanti a lei, su un vassoio d'argento che rifletteva la sua immagine tesa come una corda di violino, riposava una tazza di porcellana di Meissen e l'ultima copia di Questione di Stile.
Aveva concesso quell'intervista con la magnanimità di una sovrana che elargisce un'indulgenza. "Marina capirà," aveva confidato al marito Gianluca, mentre lui cercava nervosamente di nascondere le occhiaie da licenziamento imminente. "Siamo della stessa pasta. Lei sa che certi panni sporchi si lavano nel Lambro, ma si asciugano in segreto nei giardini di Brera."
Ma non appena gli occhi di Eleonora caddero sull'incipit, quelle certezze si infransero in una frazione di secondo. Dalle colonne di Questione di Stile, Marina Hagauer, più tagliente che mai, sentenziava: 
"C’è una forma di giustizia poetica nel modo in cui le dinastie decidono di ripetere per ogni generazione un errore più grave di quello di cui avevano accusato la generazione precedente..."
Dopo aver scorso rapidamente l'articolo, Eleonora posò la rivista, o meglio, la lasciò cadere come se le pagine scottassero. Quel riferimento a Pusiano, l'invito pubblico a inginocchiarsi davanti alla 'reietta' Gloria, era la fine del suo regno. Guardò fuori, verso via Mozart: le auto scivolavano silenziose, la Milano operosa continuava a produrre fatturati e nebbia, ma per lei lo spazio si era improvvisamente ristretto alle dimensioni di una cella foderata di seta.
Non era la fine dei soldi a spaventarla — i Prinsivalli avevano sempre saputo come nascondere i forzieri — ma la fine dello sguardo altrui. Senza l'ammirazione del Salotto delle Quattro Streghe, senza il primato della cerchia dei Navigli, lei non era che una Visconti senza Ducato, madre di un erede che la carta stampata aveva appena dichiarato 'straniero' in casa propria.

Gianluca Prinsivalli non urlava; la sua voce era un sibilo gelido che tagliava l’aria satura di profumo francese e fallimento:
«Avrei anche potuto perdonarti, Eleonora, se almeno tu fossi stata parte del ramo principale dei Visconti » disse, mentre le mani gli tremavano così forte da doverle affondare nelle tasche della vestaglia di seta «Quante volte è mai venuto il Duca Uberto con sua moglie, Antonella Bechi Piaggio, pace all'anima loro? Lei era stata la prima moglie di Umberto Agnelli, suo figlio dirigeva la Piaggio! Che Dio li abbia in gloria! Ci aspettavamo molti affari con loro e invece niente, hanno preferito trasferirsi ad Atlanta, piuttosto che aver a che fare con noi!  
Ma noi... noi siamo stati l’appendice inutile, il paragrafo a piè di pagina che tutti i tuoi parenti titolati hanno cercato di saltare.»
Eleonora lo fissava immobile, la tazza di Meissen ormai fredda tra le dita.
«Hai cercato di venderci come l'aristocrazia del domani, e invece i tuoi parenti hanno fatto finta di non conoscerti nemmeno! Nemmeno il Duca di Grazzano Visconti, Barnabò, ci ha degnato di una visita! E suo figlio ci snobba! E tua cugina Ortensia? Non sia mai detto! La figlia di Eriprando e Patrizia Ruspoli non si abbasserebbe mai a varcare la nostra soglia! E per forza, sua nonna era Nicoletta Valenti Gonzaga! E nemmeno il fantasma di Luchino, il regista, Conte di Lonate Pozzolo, neanche lui si mescolerebbe con noi, e dire che era pure comunista! E gli altri tuoi cugini? I Bossi-Fedrigotti! I Sanfelice di Monforte! I Viviani della Robbia! Non sia mai! Tutti lor signori preferiscono baciare la pantofola di Clelia Topazia Valentini Hagauer! E la tua prozia che è una delle Quattro Streghe? Nemmeno lei ha speso una parola a nostro favore!
E sai una cosa? Tutti loro avevano ragione! Perché avevano capito che tu sei una poco di buono!»

Eleonora non si scompose:  
 «Oh no! Non provare a scaricare la colpa su di me! Se non sono venuti a trovarci, non è certo a causa mia! E' il cognome Prinsivalli quello che crea imbarazzo! Tuo nonno era un parvenu! Tuo padre ha paura anche della propria ombra! E tu pensavi che citare i cognomi dei miei parenti a ogni cena ti avrebbe reso simile a loro? Loro sentivano l’odore della tua nullità da chilometri di distanza!  Hanno capito subito di che pasta sei fatto e sapevano che non saresti mai stato una di loro!»
Gianluca si infuriò ulteriormente:
 «La colpa non è mia! Sei stata tu che per fare un dispetto a mia madre hai causato uno scandalo, sempre con quella vipera di Marina Hagauer, una serpe in seno che adesso ha azzannato anche te! I suoi articoli hanno demolito il matrimonio dei miei genitori, su tua istigazione! Per cercare di rimediare io ho finanziato il restauro dei film del caro Luchino, ma i tuoi parenti non ci hanno riservato nemmeno un posto nel Mausoleo di Cassago Brianza!
Era chiedere troppo? Due loculi almeno!
Era troppo onore concederlo alle nostre ceneri? 
Neanche da morti ci avrebbero accettati, e adesso poi... »
Eleonora fece finta di non capire: «Adesso cosa?»
Gianluca lanciò alla moglie uno sguardo omicida e le sue parole furono un colpo al cuore, quello che la direttrice Hagauer aveva armato nell'editoriale:
«Marina capirà, dicevi! Certo, ha capito fin troppo! Ha messo nero su bianco il tuo capolavoro, Eleonora. Non sei stata nemmeno capace di scegliere un amante che passasse inosservato. Potevi sceglierne uno che assomigliasse ai Prinsivalli, almeno per il biondo, il candore, il dorato riflesso della nostra stirpe morente. E invece no, hai pensato bene di rimanere incinta di quel... quel turco, quel siriano... quell'interferenza che oggi Marina ha sbattuto in prima pagina come il necrologio dei Prinsivalli. Non possiamo neanche denunciarla per diffamazione, perché il test del DNA darebbe un esito inequivocabile che mi renderebbe lo zimbello della città! E' tutta colpa tua!»
La risposta di Eleonora non fu un pianto, ma una risata rauca, un suono che sembrava provenire dalle fondamenta stesse del palazzo:
«Ah, quindi se non sei riuscito a mettermi incinta, dopo la nascita di Vittoria, la colpa sarebbe mia? E volevi scegliermi anche un "inseminatore" naturale? Ma ti senti quando parli? Lanci insulti razzisti per nascondere una sola cosa: la tua impotenza! Nemmeno il Viagra è servito! Tanto valeva che mi concedessi a tuo nonno: lui, a novantasei anni, ha ancora più vigore di quanto tu ne abbia mai avuta in tutto il tuo inutile fisico da amministratore delegato fallito! E non osare prendertela con Enrico! Mio figlio ha il cognome dei Prinsivalli, e tu lo hai riconosciuto come se fosse tuo, anche se lui, al contrario di te, ha sangue caldo nelle vene. Tu invece non hai né sangue caldo né sangue blu: c'è solo acqua sporca che scorre nelle tue vene!»
«Fuori da casa mia! Puttana!» ruggì Gianluca, il viso paonazzo che richiamava l'ulcera del Patriarca. «Va’ pure da quel turco o da mio nonno, va’ dove vuoi, ma questa è ancora casa mia
Eleonora si sistemò una ciocca di capelli con una calma glaciale: «Io da qui non mi muovo. Se vuoi il divorzio, allora dovrai accettare il disonore, Gianluca, e lo avrai completo! Chiamami pure puttana davanti ai giudici, trascina la mia nobile stirpe nel fango, fa’ volare gli stracci! Ma ricorda: quando gli stracci volano, ricadono sempre sul volto di chi li ha lanciati. Io resto qui, e se proverai ad alzare un dito contro di me, ti rovinerò definitivamente!»
A quel punto la rabbia di Gianluca si trasformò in disperazione: si rese conto di essere sotto scacco e di non avere più nessuno a cui aggrapparsi. Aveva rinnegato sua madre, lady Gloria, per compiacere il nonno Umberto, senza ricevere nulla in cambio. Aveva deriso suo padre Carlo per essere stato un marito debole e un uomo irrilevante persino negli affari. Ma adesso era lui, Gianluca, il marito tradito e l'ex dirigente licenziato. Fino a pochi giorni prima era stato amministratore delegato del gruppo Aragonesi. E questo era accaduto per colpa della sua unica vera figlia, Vittoria, che lo aveva deluso mandando a monte il fidanzamento con Fabio Aragonesi per mettersi con un "signor nessuno".
Gianluca aveva perso tutto: i genitori, i figli, il lavoro, la moglie e la casa. Non poteva certo rimanere più lì, doveva trasferirsi in qualche altra residenza di famiglia, diventando un reietto come sua madre e suo padre.
Se ne andò senza dire una parola.

Eleonora rimase sola con se stessa, consapevole di essersi fatta prendere in giro dalla giornalista che credeva sua amica e che invece le aveva inferto un colpo mortale, con spietata raffinatezza stilistica, gettando quel poco che rimaneva dell'onore dei Prinsivalli in pasto "crème" milanese, ed ora lei, una Visconti, si trovava a dover vivere come una straniera nella sua stessa città, e nel suo "Ducato in fiamme".











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