sabato 3 marzo 2018

La Turchia sta invadendo la Siria e massacrando i Curdi nel silenzio generale dei mainstream media



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Turkish General Staff Says 2,059 'Terrorists' Neutralized In Operation Olive Branch

2,083 'Terrorists' Neutralized In Operation Olive Branch In Afrin - Turkish Military



Mentre i principali quotidiani tacciono, in un’intervista al The Telegraph il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu non ha mostrato alcun segno di flessibilità. Ha ribadito che Ankara continuerà ad usare il pugno duro e ha descritto l’invasione del nord della Siria come un esempio della politica turca di «stabilizzazione» del Medio Oriente. Cavosoglu può provare ad ingannare la comunità internazionale e le forze armate turche comunicando di avere «neutralizzato 2.952 terroristi curdi», ma l’offensiva “Ramo d’Ulivo” si sta trasformando in un piccolo Vietnam turco. Altri otto militari turchi sono rimasti uccisi e 13 feriti. Finora, confermano i comandi militari, sono già 41 i soldati morti in combattimento, nonostante la copertura offerta dall’aviazione.
Ankara però va avanti e comunica di aver avviato la “fase 2” dell’offensiva che si concentra nei dintorni e all’interno del villaggio di Raju. Due giorni fa elicotteri turchi hanno bombardato due postazioni delle Forze di Difesa Nazionale, la milizia filo-governativa siriana fedele al presidente Assad, giunta ad Afrin in appoggio alle formazioni curde.
I caduti siriani sono stati almeno 17.
Ieri l’artiglieria di Ankara ha ucciso un altro civile a Yakhour. Un convoglio della Croce Rossa, giunto ieri ad Afrin con aiuti umanitari destinati a 50 mila sfollati, ha registrato la gravità della situazione nelle aree lungo il confine con migliaia di civili che vivono in condizioni disastrose.

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In Siria e in particolare ad Afrin, la guerra sta assumendo le forme sempre più marcate di un conflitto fra Stati più che di conflitto “per procura”. Qui ormai i cosiddetti proxy non ci sono più. La Turchia è entrata in territorio siriano con le sue forze armate e colpisce chiunque le si ponga come ostacolo, siano essi curdi o milizie siriane. E gli ultimi bollettini dal fronte mostrano che la situazione si fa sempre più incandescente.

Secondo la Reuters, che cita fonti dell’ormai ben noto Osservatorio siriano per i diritti umani (quindi, come già detto, una fonte da prendere con le dovute precauzioni), gli aerei da guerra turchi hanno colpito le forze governative filo-siriane nei pressi di Afrin uccidendo almeno 36 di loro. Un bombardamento che ha lasciato molti soldati fedeli ad Assad sul campo, ma che conferma anche lo stop dell’avanzata terrestre.

L’Osservatorio ha detto che l’attacco aereo, che ha colpito una base siriana nel campo di Kafr Jina, è il terzo in 48 ore che Ankara sferra contro le milizie filo-governative. Un’escalation militare che colpisce soprattutto per la brutalità degli attacchi, a dimostrazione che lì, ad Afrin, la guerra non sta per nulla volgendo al termine. Ieri, le fonti locali parlavano di otto soldati turchi morti sotto il colpi dei proiettili delle forze curdo-siriane nella città sotto assedio, mentre altri 17 soldati siriani sarebbero morti ieri sempre sotto le bombe degli aerei turchi.

Le forze governative filo-siriane sono entrate ad Afrin la scorsa settimana a sostegno della milizia curda Ypg, dopo un accordo siglato con il governo di Assad. L’obiettivo dichiarato dell’operazione Ramoscello d’ulivo, lanciata dalla Turchia e dai ribelli siriani filo-turchi a gennaio è quella di debellare le milze curde dall’enclave di Afrin. Il governo siriano, con il supporto delle forze non direttamente incluse nell’esercito regolare, ha assunto un ruolo di scudo contro l’esercito turco. Anche per evitare che Ankara avanzi ulteriormente in quella che ritiene una vera e propria invasione travestita da operazione “anti-terrorismo”.

Il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato che le forze del suo Paese hanno assunto il controllo della città di Rajo. L’Osservatorio ha detto che l’esercito turco aveva il controllo di circa il 70% della città, che si trova a meno di 30 chilometri a nord-ovest della città di Afrin. In questa differenza, c’è l’intervento delle milizie legate al governo della Siria che, secondo le fonti locali, sarebbero ancora presenti, insieme quanto rimane delle forze curde della cittadina, resistendo all’offensiva turca.

Quello che però è evidente, ormai, è che la guerra sul fronte settentrionale della Siria stia cambiando totalmente i suoi connotati. Secondo lo Stato maggiore turco, i “terroristi” (così definisce Ankara i combattenti curdi) neutralizzati dalle forze armate sono, ad oggi, 2516. Un numero molto alto, che dimostra come Ramoscello d’ulivo sia un’operazione su cui l’esercito turco ha puntato molto.

Erdogan ha già detto che la tregua umanitaria sulla Siria non inficia sull’offensiva di Afrin, perché ritenuta una guerra al terrorismo. Il governo turco considera l’operazione come “autodifesa” negando ogni tipo di volontà di occupare il territorio siriano. Ma la situazione è diversa. E sul campo i caduti aumentano, da una parte e dall’altra, mentre le vittime civili già sono molto numerose. Il ministero della Difesa turco ha dichiarato che sono 41 i soldati turchi morti nell’offensiva nella Siria nordoccidentale e 116 i miliziani dell’Esercito libero siriano.

Turkish Army Captures More Villages North And Northwest Of Afrin City (Map, Photos)

On March 3, the Turkish Army and its proxies from the Free Syrian Army (FSA) continued their advance in the district of Shara north of Afrin and captured the villages of Umranli, Shamanli, Karakinli and Ali Bazan, according to sources linked to the FSA. The sources added that the Turkish Army had captured the village of Ba’dinli in the Rajo district northwest of Afrin.

Kurdish sources reported that the Turkish Air Force (TAF) had stepped up its bombardment campaign against the Kurdish People’s Protection Units (YPG) in the northern and northwestern parts of the Afrin area during the last few hours. Eight civilians were killed and twelve others were injured in the TAF bombardment, according to reports.

Meanwhile, a YPG official told the Lebanese al-Mayadeen TV that clashes are still ongoing between the YPG and the Turkish Army in the center of the Rajo district, which was captured by the Turkish Army earlier.

The YPG press announced that YPG fighters had killed eight servicemen of the Turkish Army Special Forces during a “special operation” in the village of Maskah south of the Rajo district center.

Turkish sources claimed that the Turkish Army had deployed more armored vehicles and artillery pieces to its positions east of the city of Afrin. These reports allow to suggest that the Turkish Army is planning to open a new froont agiainst the YPG southeast of the Shara district.



Netanyahu, Putin e Trump stanno cercando di evitare ogni tipo di scontro militare in Siria. Questo è quanto rivelato da alcune fonti interne alle forze militari israeliane a Debka, sito legato all’intelligence israeliana. L’idea è che, nonostante le parole e i gesti di sfida, la situazione sia molto diversa. I tre leader, quello israeliano, russo e statunitense, non vogliono che in Siria scoppi una guerra che comporti anche scontri che coinvolgano i tre Stati. Almeno non direttamente. I rischi sono troppo elevati e l’effetto-domino potenzialmente disastroso.

Le parole, insomma, non corrispondono perfettamente ai fatti. Com’è normale che sia. E in Siria si sa che la situazione potrebbe veramente degenerare e tutti stanno correndo ai ripari. Lo stesso Israele, che ha bombardato a più riprese le forze siriane, sembra essere intenzionato più che altro a fare pressioni molto dure su Mosca per costringere l’Iran ad abbandonare la Siria. Troppi i rischi e troppo vasto l’eventuale fronte di guerra. E Israele non è più così sicuro, adesso, di avere la superiorità militare per confrontarsi con tutti i suoi nemici né di avere l’appoggio della comunità internazionale.



Secondo anonime “fonti israeliane di alto livello” che hanno parlato a Debka, sembra che il primo marzo, a causa delle pressioni della Russia, l’Iran abbia rinunciato al suo piano per stabilire una base navale nel porto siriano di Tartus e che “Israele era soddisfatto di un processo che aveva portato a una certa moderazione nell’attività iraniana in Siria”. Parliamo di fonti anonime, quindi è lecito anche dubitare della loro valenza. Ma certo movimenti in Siria fanno credere che qualcosa stia cambiando. E l’incontro di domani fra Netanyahu e Trump alla Casa Bianca potrebbe essere importante per capire fino a che punto la diplomazia russa abbia scavallato anche l’opzione più dura imposta da Israele.

L’idea è che ci si trovi di fronte a due tipi di narrazione. La prima, quella “ufficiale”, tesa a impressionare l’opinione pubblica interna ed esterna (anche in vista delle elezioni, per la Russia, e alle pressioni interne, come in Israele e Usa). La seconda, quella reale, che si incardina nella diplomazia ed è fatta anche di pressioni molto dure e di messaggi “in codice”, come gli attacchi e gli spostamenti delle truppe.

L’obiettivo di questi tre leader, in particolare di Trump e di Putin, è di evitare che la guerra si estenda alle proprie truppe. Entrambi stanno cercando di capire come rassicurare Israele mentre il Cremlino lavora per dare ampie garanzie all’Iran come partner strategico mediorientale. Ed entrambi vogliono trovare una exit strategy che li allontani dalla guerra in Siria ma soprattutto dal possibile confronto fra i due Stati. Dove resta, soprattutto per la Russia, il nodo Ghouta.

La situazione, in questo senso, non è affatto semplice. I partner regionali delle due potenze sono già in guerra fra loro e c’è rischio che, a un certo punto, i vertici militari di Russia e Stati Uniti siano costretti a dover scendere in campo. La Turchia bombarda le forze siriane, Israele colpisce Siria ed Hezbollah, le milizie curde combattono contro le forze turche e gli Stati Uniti colpiscono i convogli degli alleati russi e, nell’ultimo, a Deir Ezzor, hanno ucciso forse anche centinaia di contractors russi. Il tutto mentre l’aeronautica russa continua a martellare le roccaforti jihadiste insieme alle forze del governo di Damasco.

Insomma, finora lo scontro diretto non si è avuto. Ma il pericolo, per tutti, è che si arrivi a un punto in cui non si possa più evitare. Ed è su questo che stano lavorando le cancellerie delle maggiori potenze coinvolte in Siria. Israele, in questo senso, è certamente l’ago della bilancia. Netanyahu chiede il pugno di ferro contro l’Iran e le sue operazioni in Siria, ma questa volontà si scontra finora con l’alleanza tra Mosca e Teheran e con una certa diffidenza americana di arrivare direttamente allo scontro con le forze iraniane.



Finora tutti hanno colpito i “proxy”, in particolare le milizie sciite e quelle di Hezbollah. Ma a Tel Aviv vogliono qualcosa di più e Netanyahu lo chiederà domani alla Casa Bianca. Ma quello che nessuno vuole è che Israele, Russia e Stati Uniti si ritrovino coinvolti in scontri tra di loro. Perché ormai non è più una guerra per procura e il pericolo che si concretizzi in qualcosa di più ampio e diretto diventa sempre più alto. Ma tutto dipenderà dagli eventi. Disinnescare la bomba siriana, ora, è molto complicato.

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