lunedì 12 gennaio 2026

Una con tutte stelle nella vita. Capitolo 8. "Gloria, sui tuoi fianchi, la mattina nasce il sole..."






<<Gli dei non l'avranno sempre vinta. Questi dei che non rinunciano mai all'occasione di ferire, ostacolare e rovinare la vita degli esseri umani, rimangono seriamente sconcertati se, malgrado tutto, una signora rimane pur sempre una signora>> era solita ripetere, parafrasando Clarissa Dalloway nel romanzo di Virginia Woolf, la nobildonna "lady" Gloria Aldobrandi Prinsivalli, Contessa di Montescudo, giovanile e raffinata nonna paterna di Vittoria e sua unica vera alleata nelle faide familiari, all'interno di quel covo di vipere che era il clan sorto da innumerevoli matrimoni dinastici tra le Antiche Famiglie di Milano, che garantivano il "puro sangue Longobardo e la nobiltà per diritto di conquista", e le Nuove Famiglie, quelle che portavano i soldi, il "new money" che veniva in soccorso ad un "old money" che stava diventando un "no money", tanto per intenderci.

Era stato quello lo spirito che aveva determinato, in tempi lontani, il matrimonio tra l'allora incantevole damigella Gloria Aldobrandi, contessina di Montescudo e il noioso e stempiato Carlo Prinsivalli, nonno di Vittoria ed eterno erede dell'immortale bisnonno Umberto che a 96 anni continuava a dominare il clan col pugno di ferro.
La differenza tra lei e il resto della famiglia allargata era che Gloria era decisamente più intelligente e astuta di tutti gli altri messi insieme.
Non era mai facile capire cosa lei pensasse veramente, dietro ai suoi incantevoli sorrisi, tanto che tra le sue cosiddette amiche circolava la battuta secondo cui:
"Gloria è capace più di ogni altra di sorridere con eleganza e, sorridendo, assassinare".





Non bisognava dunque lasciarsi ingannare dai suoi ammalianti sorrisi mentre bisognava ricordare che lei non era certo il tipo di donna che si facesse intimidere facilmente.

Ma su una cosa si poteva far affidamento e cioè il suo sconfinato affetto verso Vittoria, mentre le altre nipoti non le facevano, come diceva lei "né caldo, né freddo".
Ma per Vittoria era diverso: in lei riconosceva se stessa.
 Bastava vedere come si guardavano, con reciproca adorazione, forse perché la loro somiglianza fisica era evidente a tutti, così come la loro eleganza, e questo fin da quando la nipote era una bambina.





I detrattori di Gloria, tuttavia, dicevano che sapeva essere spietata e persino crudele, se qualcuno cadeva in disgrazia presso di lei.
In gioventù era stata nel contempo ribelle e inflessibile. Secondo alcuni sarebbe stata capace di infliggere, ma anche di sopportare le peggiori torture, pur di raggiungere i propri obiettivi.

Col passare degli anni e della bellezza giovanile (senza che nulla scalfisse l'autorevolezza aristocratica del suo sguardo e del suo aspetto), la sua innata ironia si trasformò in una forma di cinismo molto ben nascosto e confidato soltanto all'adorata nipote.
Di certo i proverbi di Gloria erano molto più sarcastici di quelli delle altre nonne:
"Un un imbroglio è tale solo se ti fai scoprire"
Oppure:
"L'ironia è un insulto celato dietro un sorriso"
E infatti lei usava l'ironia con molta frequenza, quando voleva stroncare qualcuno senza essere maleducata.
Memorabile fu il suo finto tentativo di consolare una scrittrice che non sopportava:
"Mia cara, non dare retta ai critici. So che dicono che il tuo ultimo romanzo è noioso, insulso e volgare. Ma, credimi, io non lo trovo affatto volgare!"
Nessuno, sul momento, notò che invece, riguardo alla noia e all'insulsaggine, lady Gloria non aveva affatto smentito i critici.
Vittoria mi aveva raccontato che durante le cene da lei generosamente offerte a tutti, compresi i nemici più acerrimi, lady Gloria aveva sempre la battuta pronta.
Quella che preferiva era anche una delle mie preferite, la famosa risposta di Fouché a Napoleone riguardo all'assassinio del Duca d'Enghien:
«È stato peggio di un crimine, è stato un errore».
Il bersaglio preferito delle sue battute era il suocero 96-enne, tirannico bisnonno di Vittoria.
<<E' un uomo talmente polemico che se gli dai ragione lui cambia opinione pur di darti torto>>
Tra loro c'era una faida molto antica, sia perché lei, in un tempo molto lontano, aveva rifiutato le sue avances, sia perché lui pretendeva di comandare a bacchetta tutti i membri del clan, ma lady Gloria non si faceva comandare né offendere impunemente da nessuno.
E così, quando il suocero la provocava, lei rispondeva:
<<Potrei anche darti ragione se solo sapessi di cosa stai parlando>>
Spesso i loro scambi di battute erano del tipo:
<<Ehi, senti, Gloria, posso dirti una cosa?>>
<<Preferirei di no>>
Oppure, quando il suocero stava per partire e provava a fare il cascamorto, il dialogo era del tipo:
<< Confessa, nuora! Senti già la mia mancanza?>>
<<No, ma mi stavo quasi abituando alla tua presenza>>
Se lui voleva convincerla a confessare i motivi per i quali era turbata, allora la situazione era la seguente:
<<Gloria, hai un aspetto orribile. Che cosa ti angoscia così tanto?>>
<<Al momento, soprattutto la tua persona>>
Una delle accuse che il suocero Umberto Prinsivalli le rivolgeva era la seguente:
<<Hai sposato mio figlio solo per i soldi! Se ti interessano tanto, allora prendili, ecco una mazzetta per te, è lì sul pavimento, mi piacerebbe vedertela raccogliere, perché nonostante tutte le arie che ti dai, sei solo una pezzente col sangue blu>>
E Gloria rispose:
<<Sei sempre così gentile e generoso, Umberto, ma io ho smesso di accettare mance da chi mi fa pena>>




Al suocero interessavano solo il denaro e il potere
, e lo faceva capire in maniera molto gretta e a volte anche meschina. Gloria non disdegnava certo né il denaro, né il potere, ma aveva il buon gusto di non parlarne quasi mai.

Aveva comunque una visione del mondo aristocratica, ma era più un' "aristocrazia dello spirito", ed era stata educata secondo una mentalità in stile "ancien régime".

 Solo per questo alla fine aveva accettato di sposare Carlo Prinsivalli,
una nullità che però le assicurava una vita adeguata alla sua educazione signorile e al suo titolo di Contessa di Montescudo, erediato dal padre, essendo lei figlia unica.

Riguardo al marito non aveva nulla di cui lamentarsi:
<<Io e Carlo siamo in ottimi rapporti: non ci vediamo mai. Lui è sempre al lavoro e di notte vuole dormire in camera sua. Non potrei chiedere di meglio>>

Peggiori erano invece i rapporti con i Prinsivalli in generale, sui quali ogni tanto, quando era in lite con uno di loro, diceva a Vittoria:
<<A loro non interessa la bellezza artistica. Sono il tipo di persone che comprano mobili antichi per far finta di avere un passato>>

Naturalmente, siccome il marito disertava, fortunatamente, il letto coniugale, Gloria si era scelta un amante di suo piacimento. Non era stato difficile: come Vittoria mi raccontò, da giovane sua nonna aveva una notevole somiglianza con Catherine Deneuve, anche se con gli passare degli anni era diventata più simile a Vanessa Redgrave: due bellezze raffinate e dall'aspetto aristocratico.





Quando sua suocera lo venne a sapere, le disse:
<<Che indecenza! Io proprio non ti capisco, Gloria. Come fai a non vergognarti?>>
Gloria, senza scomporsi, rispose:
<< La vergogna appartiene soltanto alla borghesia e a chi vuole imitarla>>

Era una frase tratta dai diari dell'imperatrice Sissi, decisamente snob, ma in linea con il suo carattere anticonformista.






Il suocero di Gloria, l'inflessibile Umberto Prinsivalli, aveva ordinato al figlio Carlo di divorziare da "quella meretrice: è stata lei la prima a commettere adulterio, per cui la lasceremo senza un centesimo!"
Carlo, il nonno di Vittoria, era molto grato alla moglie per aver avuto da lei il permesso di poter frequentare la sua amante storica, per cui non era affatto desideroso di divorziare, ma aveva troppa paura del padre.

Alla fine Gloria dovette cercarsi un avvocato e non fu facile, considerato il potere della famiglia di suo marito.
La volontà di Gloria era quella di riconciliarsi col marito, mentre l'avvocato continuava a fingere che ci fossero possibilità di ottenere un buon vitalizio.
<<Avvocato, non mi è stato di grande aiuto oggi>>
gli disse lei. E lui replicò:
<<La mia linea difensiva si chiarirà andando avanti>>
Gloria allora lo liquidò alla sua maniera:
<<Va be', ci penserò e le farò sapere. Nel frattempo lei veda di procurarsi una laurea in giurisprudenza!"

Alla fine vinse il buonsenso e la volontà di non dare scandalo, e così Carlo e Gloria tornarono apparentemente molto affiatati, mentre in realtà divennero semplicemente molto più discreti nel frequentare i rispettivi amanti.

Ma la faida tra Gloria e i Prinsivalli trovò un nuovo motivo per esprimersi.
Risultò di grande scandalo il fatto che Gloria avesse disapprovato le nozze tra suo figlio Gianluca, il padre di Vittoria, e l'eccessivamente altezzosa e snob donna Eleonora Visconti di Modrone, che aveva una vaga somiglianza con Meryl Streep ai tempi de "La casa degli spiriti".




Lady Gloria si sentiva schiacciata tra i suoceri decrepiti e la nuora insopportabile.

Questo aveva resto ancor più forte il legame tra lei e Vittoria, che provavano le stesse antipatie per le stesse persone.

Inoltre lei aveva finito per odiare i matrimoni combinati e le alleanze dinastiche e aveva perso ogni simpatia per Fabio Malatesta, il fidanzato imposto a Vittoria, dopo una disastrosa cena a tre, in cui il giovanotto, credendo di guadagnare punti mostrandosi anticonformista, finì per apparire solo un insolente, cosa che era da sempre.
Il clamoroso autogol, complice l'alcol, si svolse nel peggiore dei modi per l'allora fidanzato di Vittoria.

<<Cara Gloria, io so che lei è una donna di larghe vedute. So praticamente tutto di lei e delle sue cene, delle sue feste, delle sue battute.
E lei non immagina quale segreto io conosca su di lei!>>
Lady Gloria accennò un gelido sorriso:
<<Ho come la sensazione lei stia per dirmelo>>
Fabio Malatesta, che aveva la sensibilità di un blocco di cemento armato, dichiarò allegramente:
<<Lei è stata con un uomo molto più giovane, vero? Un toyboy, insomma. Adesso non so come si diceva ai suoi tempi, ma doveva essere qualcosa tipo"Ufficiale e gentiluomo", con quel vecchio attore americano... come si chiamava?>>

Vittoria mi raccontò che l'espressione di nonna Gloria divenne improvvisamente di ghiaccio, non l'aveva mai vista così determinata a demolire un insolente col suo arsenale di battute.




Lo fissò per un interminabile minuto con i suoi occhi azzurri che pulsavano di disprezzo da tutte le parti, non tanto per il fatto che Fabio avesse parlato dell'adulterio, ma per il modo in cui ne aveva parlato, facendola apparire come una vecchia e decaduta tenutaria di bordello.

<<Richard Gere, si chiama il "vecchio attore", che si dà il caso che abbia la mia stessa età, 76 anni. Lei me lo ha gentilmente ricordato ed io le sarò sempre riconoscente per avermi aiutato a tenere bene a mente quanto sono vecchia. 
Mi complimento per la sua cultura cinematografica. In effetti il titolo era proprio "Ufficiale e gentiluomo", due parole di cui forse lei non ha ben chiaro il significato, giovane signor Malatesta>>
Lui si rese conto improvvisamente della gaffe che aveva fatto e cercò di rimediare, peggiorando la situazione, come sempre succede in questi casi:
<<Mi scusi signora, lei ha un aspetto così giovanile che io non pensavo potesse avere la stessa età di Robert... come si chiama l'attore, mi scusi, ma l'emozione mi sta mandando in tilt... e dire che lei l'ha appena nominato. Ah, sì, Robert Redford!>>

L'espressione di Gloria Aldobrandi Prinsivalli, diciottesima Contessa di Montescudo, divenne ancor più glaciale.



<<Robert Redford è morto tre mesi fa a 89 anni>> dichiarò Gloria con aria quasi divertita, perché in effetti la seconda gaffe era stata talmente colossale e improbabile da risultarle comica.
Quando l'ex fidanzato di Vittoria tentò un ulteriore rimedio, Gloria lo fermò:
<<Se fossi in lei, caro ragazzo, io mi avvarrei della facoltà di non rispondere. Anzi, proprio di non aprire bocca>>
E quello era stato il colpo decisivo che aveva sancito la decisione di Vittoria di rompere il fidanzamento con quell'idiota.

Ma soltanto lady Gloria era a conoscenza di quell'intenzione ed era di certo l'unica alleata affidabile, come già detto, apparve dunque naturale che, prima di ufficializzare la rottura con Fabio, Vittoria ed io ci recammo da lei, come amava essere chiamata, per avere i suoi consigli su come contenere e superare limitando i danni al minimo il putiferio che sarebbe accaduto nel momento in cui lei avrebbe ufficialmente rotto il fidanzamento.

Gloria e suo marito Carlo vivevano in una villa neogotica fuori Milano, tra il monzese e la Brianza, che era stata portata in dote da Gloria stessa, per sua volontà, in quanto quello era da sempre il suo paradiso, e il legame si era rafforzato col passare degli anni, e ormai ne erano passati più di quanto lei fosse disposta ad ammettere.







Lady Gloria ci venne incontro con gioia autentica, seguita dalla governante che era anche la sua migliore amica.
La bellezza signorile di Gloria Aldrovandi di Montescudo, era a tal punto maggiore di quella della moglie di suo figlio, donna Eleonora, che quest'ultima aveva considerato il fatto in sé come un insulto.

Gloria mi salutò con gentilezza e semplicità, senza alcun elemento inquisitorio, ed io percepii una forte simpatia nei miei confronti:
<<Ragazzi, spero che vorrete unirvi a noi e ai nostri ospiti, stasera, per una cena che non ho potuto disdire. Parleremo poi in seguito della questione di come liquidare Fabio Malatesta, mai cognome fu più appropriato. Vi voglio dire solo una cosa: quando mio marito volle riconciliarsi con me, dopo che si era parlato di divorzio, io accettai di buon grado, perché se no sarei finita sul lastrico. Ma il punto è un altro. Carlo mi aveva sinceramene perdonata, ma la sedicente buona società non lo fece affatto. Ci sono voluti 20 anni prima che il mio salotto tornasse ad essere frequentato. Non voglio scandalizzare il tuo giovane amico, Vittoria, ma bisogna che sappia in che covo di vipere sta per entrare. Mio figlio Gianluca e sua moglie Eleonora sono i classici milanesi che si credono animati da cristiana pietà verso il loro fratello pezzente o la loro sorella puttana, oh, pardon, a Milano non ci sono puttane, ci sono solo giovani sfortunate, è una città che brulica di giovani donne molto, molto sfortunate, nella cui lista mia nuora annovera anche me>>

Ci mettemmo tutti a ridere, ma poi sentimmo il rumore delle auto degli ospiti che stavano arrivando e lady Gloria guardò dalla finestra e ci fece segno di rimandare il discorso a più tardi.





Ricordo ancora quella serata, con gli ospiti in smoking bianco, come se si fosse ancora ai tempi di Downton Abbey, e da un lato il radioso saluto dell'affascinante nonna Gloria, che mi tese nuovamente la mano, quando fui presentato agli ospiriti e io la baciai da consumato gentiluomo quale la mia stessa nonna mi aveva insegnato ad essere, e poi conobbi anche il molle signor Carlo "DuediPicche" Prinsivalli, nonno di Vittoria, che a 78 anni era schiavo di suo padre 96enne e di suo figlio 54enne.




Gloria era davvero una Signora: quando accoglieva un ospite lo faceva sentire unico, illuminandosi alla sua presenza e tendendo verso di lui le mani con grande cordialità, e a tutti loro ripeteva:
<<Oh, carissimi, siete stati così gentili a venire! Io quasi non ci speravo più! Non avete idea di che gioia sia rivedervi! Ma prego, accomodavi, conoscete già agli nostri allegri compagni di brigata. Prego, datemi pure i soprabiti, ci penso io, a dopo!>>.
Rivedevo in lei la memorabile interpretazione di Vanessa Redgrave nei panni di Mrs. Clarissa Dalloway, nel meraviglioso film tratto dal romanzo di Virginia Woolf.
E quella rassomiglianza con la Signora Dalloway, di cui in fondo condivideva sia la vitalità che i rimpianti, la rendeva ai miei occhi ancora più degna di ammirazione.
Quello che amavo in sua nipote Vittoria derivava in gran parte da lei, e fu quindi soltanto allora che riuscii a comprendere da dove la ragazza dei miei sogni aveva tratto ciò che, tra tante belle giovani donne, mi aveva fatto innamorare di lei: quella bellezza raffinata che sapeva mantenere in perfetto equilibrio la classe con l'ironia, compresa l'autoironia.
Certo, Vittoria era un fiore in boccio, troppo giovane per aver acquisito la naturalezza dello stile di lady Gloria, ma fisicamente ancora salva da tutti i segni che l'età lasciava sul volto delle persone che avevano superato una certa soglia di anni.




Vittoria mi disse: <<Mia nonna sta recitando. In realtà non li sopporta, ma è costretta ad invitarli per far piacere a quel pover'uomo di mio nonno, che ha sofferto tanto durante il periodo in cui erano caduti in disgrazia. Non hai idea di quanto si stanchi la nonna nel ricevere tutte quelle sciure ingioiellate e quei palloni gonfiati dei loro mariti. Alla fine di queste serate sembra moribonda>>

All'inizio pensai che Vittoria esagerasse, perché a me era parsa una serata molto piacevole, dove c'erano stati molti balli e io stesso avevo ballato con lady Gloria in persona, leggera come una piuma.

Quando però, alla fine, riuscì a congedare gli ospiti ringraziandoli per aver animato quella festa che senza di loro sarebbe stata un mortorio, la sua maschera cedette e lei ci fece segno di seguirla nei suo apparamenti e crollò su una poltrona, esausta per quella recita interminabile che era la sua vita, moderna riedizione della fastosa vita, piena di rimpianti, di Mrs. Clarissa Dalloway.



venerdì 9 gennaio 2026

Una con tutte stelle nella vita. Capitolo 7. Qualche stella incomincia a cadere. La decisione di Vittoria Prinsivalli

 


Dopo l'ennesimo sfogo di Vittoria riguardo agli innumerevoli difetti del suo fidanzato, io decisi che era il momento di chiarire la questione una volta per tutte:
<<Mi pare evidente che tu e il tuo ragazzo non andate più d'accordo su nulla: a questo punto non capisco perché continuate a stare insieme?>>
Vittoria aveva gli occhi lucidi e le tremavano le mani dalla tensione:
<<Se dipendesse solo da noi...>>
Finalmente il muro di omertà si stava sgretolando ed io non persi tempo:
<<Perché, da chi altri dovrebbe dipendere la decisione?>>

Forse sarebbe stato meglio che io non le avessi mai posto quella domanda, e ne capirete gradualmente il perché.

Fino a quel momento, la mia segretamente amata Vittoria Prinsivalli aveva mantenuto una certa riservatezza su determinate questioni, ma in quel momento, sopraffatta dalla volontà di porre fine alla relazione con Fabio Malatesta e spronata dalle mie domande, sentì che era giunto il momento di "svuotare il sacco" e confidarmi le prime questioni non certo esaltanti che riguardavano la sua famiglia e il rapporto che lei aveva con essa:
<<La decisione del fidanzamente è stata voluta e incoraggiata in tutti i modi dalla mia famiglia e dalla famiglia di Fabio, i Malatesta. Mio padre è amministratore delegato dell'azienda "cassaforte" dei Malatesta, la holding che controlla tutto il loro impero nei più disparati settori economici. E anche loro sono di nobile stirpe. Insomma, c'è una specie di "patto dinastico" non detto apertamente, ma favorito in tutti i modi fin da quando eravamo bambini.
Tutti desiderano questa unione tranne me. 
Devi capire che non c'è solo mio padre a volere questa alleanza, ma anche mio nonno e il mio bisnonno, che tengono ancora le redini della famiglia con una mentalità patriarcale da tribù Longobarda, cosa che in effetti siamo da sempre
>>
Io sospettavo da tempo che esistesse una notevole pressione familiare nei confronti di Vittoria, ma non fino a questo punto:
<<E se tu facessi notare al tuo bisnonno che i tempi sono cambiati e che adesso le donne hanno acquisito il diritto di sposare chi vogliono loro? Cosa succederebbe?>>
La risposta di lei oscillò tra il tragico e il comico:
<<Il grosso dei soldi li ha il mio bisnonno. Se io lo indisponessi, lui non solo toglierebbe a mio nonno la quota disponibile nel testamento, ma anche quella legittima, tramite un sistema di assicurazioni e altre elusioni del diritto ereditario. Di conseguenza mio nonno farebbe la stessa cosa con mio padre. Infine mio padre sarebbe cacciato dal consiglio di amministrazione dell'azienda dei genitori di Fabio e le sue entrate diminuirebbero notevolmente, così come anche il suo affetto e la sua generosità nei miei confronti. In pratica mi ritroverei senza un centesimo>>
Quel discorso attenuò il mio rimpianto per non aver conosciuto i miei bisnonni:
<<Ma tu hai il reddito che ti deriva dalla tua attività di influencer!>>
Lei rise amaramente:
<<In realtà il mio profilo non va proprio benissimo... insomma, non sta decollando... non ha raggiunto gli obiettivi prefissati... e questo perché non posso organizzare il mio tempo come vorrei: sai com'è, c'è un calendario fisso per le influencer di moda e lifestyle : la settimana bianca, la settimana alle Maldive, la settimana della moda di New York, quella di Londra, quella di Parigi, e poi la Pasqua a Dubai, il mese successivo in Florida, e poi inizia l'estate con la stagione detta "tette e culi" in cui si passa da un arcipelago all'altro: Mikonos, Sardegna, Corsica, Ibiza, Formentera, Santa Cruz de Tenerife, Las Palmas de Gran Canaria...>>
Qui la bloccai:
<<Ho afferrato il concetto. Ma se, per ipotesi, tu decidessi di seguire questo calendario, i tuoi viaggi sarebbero pagati dagli sponsor?>>
Lei annuì:
<<Avrei vitto e alloggio gratis, ma il resto dipende all'engagement e ovviamente dai risultati. In parole povere, dovrei avere molta interazione con i follower, con molti commenti e molte condivisioni e poi un riscontro nelle vendite dei vari prodotti o nei rendimenti dei vari hotel o residence che mi hanno ospitata. Inoltre dovrei prendermi anche un fotografo, perché il mio ragazzo faceva anche questo e si occupava anche della parte informatica. Insomma sono schiava di lui, della sua famiglia, della mia famiglia, dei miei sponsor e dei miei stessi follower. A volte vorrei mandare tutti al diavolo e fare una vita normale>>
Io entrai automaticamente nella "modalità migliore amico/psicoanalista autodidatta":
<<E tu cosa intendi per vita normale? Lo chiedo perché molte studentesse fanno le cassiere alla Conad, per arrotondare, oppure, se sono belle come te, possono anche fare le bariste nei disco-pub esclusivi>>
Vittoria mi guardò come se l'avessi presa a schiaffi:
<<Cassiera? Barista? Una Prinsivalli figlia di una Visconti di Modrone a sua volta figlia di una Borromeo Arese Taverna? No, io per vita normale intendo fare la studentessa e per arrotondare potrei fare un po' come la mia lontana cugina Beatrice Borromeo, che lavorò come modella e come giornalista, prima di sposare Casiraghi>>
Io rimasi impassibile:
<<E così si ritorna al matrimonio dinastico>>
Lei si sentì punta sul vivo:
<<Ma l'ho detto solo per inciso, io non l'avrei mai sposato! Insomma, io potrei fare l'indossatrice, diventare una supermodella. Sì, lo so che a 23 anni è già tardi, ma ai casting farei di sicuro una buona impressione. Insomma, mi presento bene>>











Io annuii:
<<Senza alcun dubbio! Ma se il colloquio lo tenesse una donna forse potresti farle ombra e se lo tenesse un uomo non vorrei mai che fosse tentato di approfittarsi di te... purtroppo succedono ancora cose di questo genere, in certi ambienti. E poi, scommetto che la tua famiglia, o quella del tuo fidanzato, che hanno molta influenza nel mondo della moda, ti metterebbero i bastoni tra le ruote, per farti tornare nei ranghi e ricucire il fidanzamento con Fabio. 
E inoltre tuo padre, tuo nonno e il tuo terribile bisnonno non permetterebbero mai ad uno stilista qualunque di avere una Prinsivalli Visconti Borromeo nel proprio libro paga!>>
Gli occhi grigio-azzurri di lei mi fissarono con un barlume d'odio e il broncio delle sue labbra carnose si accentuò:
<<Insomma, l'incoraggiamento non è certo il tuo forte!>>
Capii che dovevo correggere il tiro, e in fondo era anche nel mio interesse:
<<Ci sono altre possibilità. Mentre cerchi lavoro come supermodella puoi continuare a studiare Scienza delle Comunicazioni e poi fare la giornalista di moda, oppure seguire la strada di molte influcencer che, per usare il vostro linguaggio, hanno creato un team, un brand, un magazine di lifestyle e sono diventate imprenditrici digitali, non solo nel campo della moda, ma anche in quello dell'editoria destinata ad un pubblico di donne emancipate>>
Poteva anche essere una bella idea, ma c'era un punto fondamentale:
<<Sì, ma mentre studio Comunicazione e Marketing e incomincio a creare il mio team, il mio brand e il mio magazine di lifestyle, se mio padre, mio nonno e il mio bisnonno mi tagliano i fondi, come faccio a mantenermi?>>
La domanda era decisiva e meritava una risposta altrettanto decisiva:
<<La tua famiglia è molto grande. Tu hai in vita, oltre ai genitori, tutti e quattro i nonni e tutti e otto i bisnonni, e ognuno di loro è pieno di soldi e dorme su una montagna d'oro... io credo che almeno una tra le nonne e le bisnonne o le prozie potrebbe finanziarti sottobanco>>
Vittoria valutò la cosa:
<<In effetti ce ne sarebbe più di una, anche tra le prozie, disposte a farlo, specie quelle che non sopportano il mio bisnonno Prinsivalli e si divertirebbero un mondo a fargli un dispetto, ma ti avverto, lui è un uomo pericoloso, è affiliato a società segrete e sarebbe disposto a tutto.>>
Mi chiesi se era un rischio credibile:
<<I tempi però sono cambiati. Nemmeno i più ricchi del mondo possono sperare di farla franca. Lui potrebbe anche fare delle minacce e dei dispetti, ma non credo che si spingerebbe oltre... insomma, non è certo un mafioso!>>
Lei non ne era tanto sicura:
<<La mafia esiste anche a Milano, anche se qui si cerca sempre di salvare le apparenze. Qui arrivano i soldi riciclati a Zurigo, a Ginevra, a Montecarlo. Loro li puliscono e la gente come il mio bisnonno li reimmette in circolazione. Meglio non interferire.
Insomma, prima di fare una mossa, dobbiamo rifletterci bene.
In ogni caso, se dovessi decidere di mollare il mio fidanzato e lavorare al progetto che mi hai suggerito, tu dovrai far parte del team, e dovrai cambiare Facoltà e aiutarmi a raggiungere la laurea, oltre a farmi da consulente globale. Credo che con te come tutor avrei dei risultati tali per cui persino i miei più feroci detrattori potrebbero arrendersi e riaccogliermi nei salotti buoni>>
In quel momento non mi resi conto che, con quel colloquio, avevo indirizzato la mia sorte e quella di molte altre persone verso una direzione completamente diversa da quella che ognuno poteva anche solo lontanamente immaginare.
<<E io avrò mai l'onore di essere accolto nel salotto buono di casa tua?>> le chiesi.
Lei sorrise con una certa malizia:
<<Per la tua sicurezza, è meglio di no: per il momento, meglio non farsi notare da mio padre.
Per ora hai il permesso di riaccompagnarmi a casa in macchina, quando avremo finito di studiare, ossia di chiacchierare>>
Io risi, perché in fondo la "friendzone" mi andava bene, nel senso che non ero tormentato dall'ansia di prestazione delle mie precedenti poche e disastrose relazioni con rapporti sessuali non proprio esaltanti.
<<E qualche volta però potremmo almeno uscire insieme, come amici dico, sia chiaro>>
Vittoria rimase sorpresa e lievemente delusa dalla mia gioiosa accettazione della condizione di "amico/tutor/psicoanalista":
<<Sì, certo, è ovvio, ma dovrai pagare tu, perché io devo già abituarmi alla mia prossima caduta in disgrazia, visto che ormai ho deciso, entro breve io mollo quel cazzone di Fabio e chissenefrega delle conseguenze!>>

Questa volta fui a rimanere sorpreso, sia perché lei aveva aspettavo che fossi io a fare la proposta, ma l'aveva accettata subito, sia perché la decisione era stata presa dopo che io l'avevo di fatto posta davanti ad un bivio e le mie domande le avevano implicitamente indicato una direzione che tuttavia nemmeno io ritenevo così sicura e così agevole, ma ormai i giochi erano fatti:
<<Una decisione coraggiosa>> commentai.
Lei annuì e mi fissò con i suoi magnetici occhi color turchese:
<<Tu mi dovrai fare da stampella, da spalla su cui piangere, da tutor universitario, da autista col compito di depistare gli autisti di mio padre e così via...>>
Mi resi conto che mi ero messo in una condizione più pericolosa di quanto immaginassi: la famiglia di lei era davvero capace di farla spiare.
<<Tutto quello che vuoi, Vicky. La tua compagnia mi rende felice e la tua amicizia mi onora>>
Vittoria mi concesse un rapidissimo abbraccio con un altrettanto rapido bacio sulla guancia e poi disse:
<<Bene, da adesso siamo... come si dice... partners in crime.
Farò in modo che sia chiaro a tutti che sei un amico, ma non un fidanzato, e lo faccio per il tuo bene, perché se no rischi di far la fine di quel filosofo medievale che è stato castrato... >>
Un brivido mi percorse:
<<Abelardo. Sì, fu evirato dai fratelli di Eloisa. Ma loro erano amanti, ed è avvenuto molti secoli fa>>
Lei annuì:
<<Per la mia famiglia valgono ancora le regole feudali e medievali. Sono una principessa Longobarda, non dimenticarlo!>>

Non c'era il rischio di dimenticarsene.






giovedì 1 gennaio 2026

Vite quasi parallele. Capitolo 4. Noblesse oblige. I privilegi e gli obblighi di Diana Orsini di Casemurate e di sua madre Emilia Paulucci di Calboli.




Diana Orsini era stata messa in guardia da sua madre, Emilia Paulucci di Calboli, coniugata Orsini e contessa di Casemurate, riguardo alla natura effimera dei doni ricevuti per nascita e piovuti dal cielo.

<<Figlia mia, tieni a mente ciò che ti dico. Il benessere che deriva dalla fortuna è incerto e mutevole, come la fortuna stessa>>
E lei ne sapeva qualcosa.

I Paulucci di Calboli erano una delle famiglie patrizie più rispettabili di Forlì, ed Emilia era sorella maggiore del famoso Fulcieri, coraggioso militare volontario nella Grande Guerra e poi deceduto a causa della delle ferite che lo avevano prima reso invalido e poi condotto a una prematura dipartita.
Emilia aveva sposato Achille Orsini di Casemurate quando ancora lui non era Conte, essendo vivo il padre Giuseppe, "E Count" per antonomasia, nel dialetto casemuratense. 
All'epoca la reputazione dei Conti di Casemurate era ritenuta irreprensibile sia tra la classe abbiente, sia tra il popolo.
Nessuno poteva sospettare che invece già allora gli Orsini fossero pieni di debiti che risalivano al padre di Giuseppe, il compianto conte Ludovico, che aveva restaurato la Villa Orsini introducendo elementi neogotici. 




I costi di restauro e quelli di manutenzione si erano rivelati proibitivi, ma i successori del conte Ludovico, ossia Giuseppe e Achille, continuarono con le "migliorie", introducendo una sorta di interior design in stile liberty floreale, molto Art Nuveau, che non si adattava minimamente alla medievale severità esteriore dell'edificio.

Le spese, come sempre accade quando si ha a che fare con immobili antichi, erano state faraoniche e avevano costretto i tre aristocratici a chiedere numerosi prestiti.
Ma prima ancora che i debiti si manifestassero, dando il colpo di grazia alla serenità della contessa Emilia, ella aveva già avuto delle delusioni, alcune lievi, altre molto meno, in seguito alle sue ripetute e complicate gravidanze.




Come era tipico dei secoli passati, sia nelle famiglie aristocratiche che in quelle popolari, si sperava sempre che il primogenito fosse un maschio e invece era nata una femmina, a cui venne attribuito il nome di Diana, che all'epoca era molto meno diffuso rispetto ai giorni nostri, ma ricorrente nella famiglia Orsini. 
Due anni dopo, quasi per "riparazione" del danno, la contessa Emilia aveva messo al mondo il maschio tanto atteso, Eugenio, che però morì ancora infante a causa di una meningite acuta.

Secondo quasi tutte le versioni riguardanti la vicenda che stiamo narrando, fu allora che la Contessa incominciò a bere un po' troppi calici del suo vino preferito, il rosso e dolce Cabernet-Sauvignon.
E a quanto pare quel vizio, invece di diminuire durante le successive gravidanze, crebbe fino a diventare quello che oggi sarebbe riconosciuto come alcolismo conclamato.

Ma la contessa Emilia cercava di mascherare il tutto dicendo che quello che teneva in tavola era "Il nettare della Douche France, originario della regione di Bordeaux. Un balsamo per il corpo e per lo spirito"



E così la Contessa continuò a sorseggiarlo abbondantemente anche durante la sua terza gravidanza.
La terzogenita Ginevra aveva i capelli color rosso Tiziano, come la madre, e gli stessi occhi azzurri, e divenne la figlia prediletta.

Seguirono altre due figlie, Alice e Isabella, che invece vennero viste come un inutile ritardo nella generazione del maschio che doveva prendere il posto, nel cuore della madre e nell'orgoglio del padre, dell'infante morto anni prima.

La contessa Emilia si affidò alle due divinità che maggiormente le davano sollievo: Dio e il Cabernet-Sauvignon.

Alla fine nacque il suo amatissimo figlio maschio, Armando, come il generale Diaz trionfatore a Vittorio Veneto.

Ma la gioia della contessa fu spezzata da un'ennesima delusione: la scoperta che le finanze di famiglia erano allo sfascio, tanto che il conte Achille aveva dovuto ipotecare tutti i suoi possedimenti, compresa la Villa Orsini con le terre adiacenti.

Questo evento ebbe conseguenze radicali non solo sulla contessa, il cui alcolismo crebbe a dismisura, ma anche sulla sua prole e in particolare sulla primogenita, Diana.




Per quanto fosse di carattere introverso e riservato, Diana Orsini era comunque considerata una delle più affascinanti, tra le ragazze in età da marito. I suoi grandi occhi castani e vigili conferivano notevole intensità al suo sguardo, così come il profilo serio, ma sereno e i capelli corvini, il portamento aristocratico un tratto dominante del suo temperamento, compensato però dall'ironia.

Diana era alta, magra, aggraziata, armoniosa nelle forme longilinee e nei tratti gentili che ben si addicevano ai modi cordiali e garbati e ad una personalità che presentava numerosi pregi, come il buon gusto, la capacità di conversare in maniera interessante, seppur sempre con quella riservatezza che permetteva soltanto in un secondo momento di conoscere anche l'intelligenza e la tenacia che caratterizzavano la sua personalità. Non mancavano tuttavia i difetti come l'ironia un po' troppo corrosiva, la permalosità, la tendenza a non perdonare facilmente un torto subito, e a non dimenticarlo mai.

Fino ai diciotto anni, circa, Diana Orsini aveva motivo di ritenersi molto fortunataaveva ricevuto in dono dalla sorte molto più di quello che è concesso ai comuni mortali.
Bellezza, intelligenza, classe, un cognome nobile e riverito da tutti, un patrimonio in apparenza immenso e solido.

Aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine, con tanto di diploma di liceo classico, (e quindi conoscenza di greco, latino e francese), e in più lezioni di pianoforte, di canto, di danza, di equitazione e altre simili attività aristocratiche di elevata inutilità sociale, che si univano a quelle tradizionali di una signorina di quei tempi: sartoria, giardinaggio, erboristeria e cucina. 

A diciotto anni aveva ufficialmente adempiuto al primo grande rito iniziatico delle ragazze "di buona famiglia", ossia il Debutto in Società. 
Nella Contea di Casemurate il luogo deputato a questo evento memorabile avveniva nella ben più antica residenza dei facoltosi marchesi Spreti, l'insigne dinastia ravennate che poteva vantare discendenze persino dagli Esarchi bizantini.

Lì era stata apprezzata da tutti i partecipanti, avendo conferma dell'illusione in cui era cresciuta, ossia di essere come una principessa destinata, un giorno, a innamorarsi di un principe azzurro, per poi sposarlo e vivere con lui felice e contenta.

Tuttavia, come avrebbe scritto Virgilio, dis aliter visum: agli dei parve giusto che le cose andassero diversamente.

Pochi giorni prima del suo diciannovesimo compleanno, i genitori la convocarono nel famoso Salotto Liberty, con la faccia delle grandi occasioni.





Il Conte Achille iniziò il suo discorso con una lunga rievocazione degli investimenti sfortunati di cui lui dichiarava di non avere alcuna colpa, e delle spese con le quali aveva cercato di rendere migliore la sua residenza, l'attività agricola che vi si svolgeva e le condizioni di vita della Contea di Casemurate, tutte cose per le quali la gente avrebbe dovuto ringraziarlo, ma lui concluse amaramente che, purtroppo: 
<<I nostri nostri cari villici non hanno capito>>

Nessuno può confermare o smentire tale affermazione classista, ma Diana aveva capito benissimo dove suo padre volesse andare a parare.
Il Conte le spiegò che il mancato ritorno economico degli investimenti paterni aveva causato una difficoltà nel restituire i prestiti che erano stati concessi, seppur con tasso "un po' troppo alto", dalla famiglia Ricci.

Diana non si lasciò abbindolare:
<<I Ricci sono degli usurai: lo sanno tutti, padre. Non è stato prudente, da parte vostra, indebitarsi con loro>> 
La Contessa Emilia, scandalizzata, intervenne:
<<Ma come osi rivolgerti in questo modo a tuo padre! Soltanto io ho il diritto di rimproverarlo per i suoi disastri! E comunque non intendo tollerare che tu ti esprima con questo linguaggio plebeo. L'essere aristocratici non è solo un privilegio, è anche una responsabilità. Noblesse oblige! Il mondo ci guarda e noi dobbiamo essere all'altezza del rango sociale che ci è stata data per grazia divina. E dunque io ti dico questo: ricordati sempre chi sei e che cosa rappresenti!>>

Diana però, a cui il ruolo di "fille rangée" di buona famiglia incominciava a stare stretto, non si fece intimidire:
<<Sono la figlia di persone indebitate fino al collo e rappresento la loro ultima speranza per evitare la bancarotta. So bene che mi volete vendere ad Ettore Ricci come se fossi una giumenta. Ma comunque vada, anche voi, padre non sarete più padrone in casa vostra>>
La Contessa Emilia sbottò:
<<Che insolenza!>>  e si scolò un intero calice di Cabernet-Sauvignon d'annata per sciogliere la tensione. Quei giorni furono molto importanti per l'avanzamento della sua formidabile carriera da alcolista impenitente.

Il Conte, che era un appassionato di retorica, si gettò a capofitto sulla carta più disperata di ogni oratore, e cioè la peroratio, ossia la mozione degli affetti:
<<Un Orsini paga sempre i suoi debiti! E finché io avrò vita non permetterò a nessun membro di questa famiglia di fare alcunché possa gettare un'ombra sul buon nome degli Orsini Balducci di Casemurate>>
Diana però non era tipo da farsi abbindolare dalle chiacchiere e tantomeno dalle perorazioni:
<<Il buon nome degli Orsini? Credi che non abbia sentito le ironie di tutti quanti riguardo agli investimenti assurdi del nonno? Il buon nome degli Orsini è andato perduto insieme a quei ridicoli campi da golf e bacini di canottaggio, costruiti in un luogo dove la gente fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena>>
Alla Contessa Emilia quasi andò di traverso il Cabernet-Sauvignon:
<<E' un'indecenza!>> tuonò e aggiunse << Vorrei proprio sapere chi ti ha insegnato questo linguaggio da taverna!>>
Glielo aveva insegnato l'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, in qualità di governante, e cioè la signora Ida Braghiri, moglie del fattore Michele Braghiri, amministratore del Feudo Orsini, nonché informatore a libro paga di Giorgio Ricci.
Il Conte riprese il filo del discorso:
<<Tu sei la maggiore delle mie figlie e l'unica in età da marito. Tuo fratello è troppo giovane per prender moglie. Di conseguenza è ovvio che io concederò la tua mano soltanto a qualcuno disposto ad aiutarmi a restituire i prestiti ricevuti, prima che i creditori facciano valere le ipoteche che sono state poste sul Feudo Orsini come garanzia. 
Ti informo che queste ipoteche gravano anche sulla nostra residenza, per cui potrebbe non essere lontano il giorno in cui questa antica e gloriosa magione si trasformi da Villa Orsini in Villa Ricci>>
Diana mise le mani avanti:
<<Potrò almeno scegliere, tra coloro che avanzeranno offerte di matrimonio unite ad un generoso emolumento, la persona che più si avvicina all'idea di marito che io mi sono fatta quando ancora credevo nelle favole?>>
Il Conte inarcò le sopracciglia:
<<L'età delle favole è finita da un pezzo, figlia mia. Per cui sarò sincero: tra le numerose richieste di matrimonio che ci sono pervenute nei tuoi confronti,  al momento soltanto quella di Ettore Ricci, figlio di Giorgio, risulta interessante dal punto di vista finanziario>>
Diana sospirò:
<<Se permetterai a Ettore Ricci di sposarmi e di riscattare le ipoteche, allora questa casa diventerà veramente Villa Ricci>>
Il Conte si sentì ferito nell'orgoglio:
<<Che destino! Dover vivere per sentirmi dire certe cose da mia figlia!>> e si alzò teatralmente, lasciando il Salotto Liberty.
La Contessa Emilia, che era al terzo calice di Cabernet-Sauvignon, scosse il capo, facendo tremare la complessa capigliatura, già fuori moda in età edoardiana.
<<Sei contenta adesso? Hai spezzato il cuore a tuo padre! E per cosa poi? Per una fantasia da ragazzina ingenua! Il Principe Azzurro non esiste! Le storie d'amore in cui credi tu sono solo nei tuoi libri e nella tua fantasia!
 Non esiste un amore così nella realtà... non esiste...>>
L'ultima frase era stata pronunciata con voce roca e tono diverso, impostato su una nota di tristezza e di rimpianto.
Il vino stava cominciando a fare i suoi effetti.
La severità polemica della Contessa Emilia, che forse era nata dalla lunga repressione dei propri istinti, si stemperò gradualmente, assumendo i contorni della nostalgia di cose passate, di cose perdute.

Era forse possibile che avesse ragione?
Diana si alzò senza dire una  parola e uscì dal Salotto Liberty, lasciando sua madre in compagnia della bottiglia di Cabernet-Sauvignon e dei fantasmi di un tempo e di un mondo, quello della Belle Epoque, passato e perduto per sempre. 

E con quell'epoca era tramontato anche il primato degli Orsini nella Contea di Casemurate.




Ora gli Spreti di Ravenna erano indubbiamente i più ricchi e i più elevati come status sociale.

Il prestigio di Villa Spreti era tale da far sì che la strada di fronte a quel notevole maniero, sorto vicino alla chiesa parrocchiale, avesse preso il nome di Via Spreti, e così è chiamata ancor oggi.


Inoltre, per dirla tutta, mentre Villa Spreti era una residenza di villeggiatura, la Villa Orsini era l'ultima residenza rimasta alla famiglia dei Conti di Casemurate, 

Nonostante il denaro speso per restaurarla in parte, la Villa Orsini versava in condizioni decisamente peggiori di Villa Spreti, sebbene quest'ultima fosse molto più antica.

Villa Orsini, col suo Salotto Liberty, dove la contessa Emilia riceveva alle 5 pomeridiane, per un tè, tutte le dame altolocate della zona, aveva goduto di un qualche prestigio nei decenni precedenti,
che però erandato declinando, man mano che le fortune economiche degli Orsini si erano a tal punto aggravate da minacciare la proprietà stessa non solo della casa, ma anche la stessa integrità e continuità delle terre costituivano il cosiddetto Feudo Orsini,

Diana non poteva ignorare il fatto che, essendo l'unica figlia in età da marito, tutte le trattative segrete per i matrimoni combinati si erano concentrate su di lei.
E si rendeva conto che forse l'unica soluzione per evitare la catastrofe era fare in modo di imparentarsi, tramite matrimonio, con qualche famiglia ricca.

Purtroppo, considerando l'enormità dei debiti che gravavano sulla famiglia dei Conti di Casemurate, e il rischio probabile di una completa rovina, seguita dal disonore sociale, spaventavano anche i più ricchi scapoli della zona, tranne uno, naturalmente.

Il ruspante Ettore Ricci, figlio dell'ancor più ruspante Giorgio, detto Zùarz, nel locale dialetto gallo-romanzo, era sinceramente innamorato di lei e anche del mondo che lei rappresentava.

La famiglia Ricci, nota in quel dialetto celtico come "Ca' ad Zùarz", era la principale creditrice della famiglia Orsini Balducci di Casemurate, detta "la Ca' de Count", con un tono nel quale rimaneva ben poco dell'antica reverenza, mentre dominava un senso di ironia che portava lo stesso Giorgio Ricci a parlare del suo debitore come di "un Count scunté".

Fondamentale, nel tessere la trama di quel desiderato fidanzamento era la maestra Clara Torricelli Ricci, moglie dell'irsuto Zuarz, come già si era accennato, autrice delle Istorie casemuratensi.

L'apporto della maestra Clara e della sua famiglia d'origine, i Torricelli da Forlì, aveva contribuito a almeno un po' a dirozzare le rudi maniere contadine dei Ricci, per non parlare del loro temperamento sanguigno, irascibile e assai poco propenso alle sottigliezze del galateo.


E tuttavia, raggiunta finalmente una certa agiatezza, il vecchio Giorgio Ricci si atteggiava ormai a riverito possidente.
Tra i suoi numerosi figli, Ettore era di sicuro il più intraprendente, e aveva fama di instancabile lavoratore. In lui l'indole bizzarra, focosa e irascibile dei Ricci, era compensata da una simpatia derivante da un talento istrionico e dalla capacità di avere sempre la battuta pronta.


Fisicamente non era un gran che: basso, irsuto, dai lineamenti duri,
 contrastava in maniera evidente con la bellezza di Diana Orsini.
Ma, come diceva Zsa Zsa Gabor: "Un uomo ricco è sempre bello".
Peccato che Diana Orsini non la pensasse affatto allo stesso modo.

Non si trattava solo di un capriccio: la contessina era consapevole che la personalità di Ettore Ricci e la propria erano agli antipodi.
Naturalmente nessuno si era minimamente preoccupato di informare per tempo Diana del fatto che, nonostante la sua opposizione, le trattative per un eventuale matrimonio con Ettore stavano proseguendo in maniera febbrile e concitata.


Le uniche allusioni a tal proposito provenivano dall'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, una certa Ida Braghiri, moglie del fattore degli Orsini, che era già segretamente a libro paga della famiglia Ricci.
La signora Ida non faceva altro che tessere le lodi di Ettore Ricci.

Le pressioni erano sempre maggiori, ma Diana continuava a resistere.

<<Non lo sposerò mai!
>> dichiarò apertamente ai genitori <<Non potete costringermi>>
La Contessa Emilia assunse un'espressione affranta: <<Senti, la vita reale non è come un romanzo di Jane Austen, dove alla fine la ragazza bella e intelligente sposa l'uomo bello e ricco di cui è pazzamente innamorata. No, qui siamo nel mondo reale e...>>

Diana interruppe la madre:
<<Lo so benissimo! Ma credevo che il mondo, dai tempi di Jane Austen, fosse migliorato! Sono passati più di cent'anni e ne abbiamo fatti di passi in avanti...>>
<<Verso il basso!>> concluse la madre <<Cent'anni fa la nostra famiglia era ricchissima, ora non più, per cui, se tu non sposerai Ettore, finiremo tutti sul lastrico>>
<<Vorrà dire che lavoreremo, io ho il diploma magistrale>> sottolineò Diana <<e dunque posso insegnare e voi troverete qualcosa di adatto...>>
Questa volta fu il Conte in persona a intervenire: 

<<Piuttosto mi sparo un colpo di rivoltella! Ha detto bene tua madre! La nobiltà ha i suoi obblighi, e tra questi c'è il matrimonio combinato. Ma il lavoro... no, meglio la morte. Nessuno potrà mai dire di avere il Conte Orsini sul libro paga! 
Ma tu, figlia mia, potresti finire per avermi sulla coscienza. Hai avuto un'educazione di prima classe. Sei cresciuta nei privilegi. E' tempo che tu faccia il tuo dovere>>.

Diana scosse il capo con tutte le sue forze:
<<Mai! Avete capito? Mai e poi mai!>>

Le ultime parole famose...