giovedì 1 gennaio 2026

Vite quasi parallele. Capitolo 4. Noblesse oblige. I privilegi e gli obblighi di Diana Orsini di Casemurate e di sua madre Emilia Paulucci di Calboli.




Diana Orsini era stata messa in guardia da sua madre, Emilia Paulucci di Calboli, coniugata Orsini e contessa di Casemurate, riguardo alla natura effimera dei doni ricevuti per nascita e piovuti dal cielo.

<<Figlia mia, tieni a mente ciò che ti dico. Il benessere che deriva dalla fortuna è incerto e mutevole, come la fortuna stessa>>
E lei ne sapeva qualcosa.

I Paulucci di Calboli erano una delle famiglie patrizie più rispettabili di Forlì, ed Emilia era sorella maggiore del famoso Fulcieri, coraggioso militare volontario nella Grande Guerra e poi deceduto a causa della delle ferite che lo avevano prima reso invalido e poi condotto a una prematura dipartita.
Emilia aveva sposato Achille Orsini di Casemurate quando ancora lui non era Conte, essendo vivo il padre Giuseppe, "E Count" per antonomasia, nel dialetto casemuratense. 
All'epoca la reputazione dei Conti di Casemurate era ritenuta irreprensibile sia tra la classe abbiente, sia tra il popolo.
Nessuno poteva sospettare che invece già allora gli Orsini fossero pieni di debiti che risalivano al padre di Giuseppe, il compianto conte Ludovico, che aveva restaurato la Villa Orsini introducendo elementi neogotici. 




I costi di restauro e quelli di manutenzione si erano rivelati proibitivi, ma i successori del conte Ludovico, ossia Giuseppe e Achille, continuarono con le "migliorie", introducendo una sorta di interior design in stile liberty floreale, molto Art Nuveau, che non si adattava minimamente alla medievale severità esteriore dell'edificio.

Le spese, come sempre accade quando si ha a che fare con immobili antichi, erano state faraoniche e avevano costretto i tre aristocratici a chiedere numerosi prestiti.
Ma prima ancora che i debiti si manifestassero, dando il colpo di grazia alla serenità della contessa Emilia, ella aveva già avuto delle delusioni, alcune lievi, altre molto meno, in seguito alle sue ripetute e complicate gravidanze.




Come era tipico dei secoli passati, sia nelle famiglie aristocratiche che in quelle popolari, si sperava sempre che il primogenito fosse un maschio e invece era nata una femmina, a cui venne attribuito il nome di Diana, che all'epoca era molto meno diffuso rispetto ai giorni nostri, ma ricorrente nella famiglia Orsini. 
Due anni dopo, quasi per "riparazione" del danno, la contessa Emilia aveva messo al mondo il maschio tanto atteso, Eugenio, che però morì ancora infante a causa di una meningite acuta.

Secondo quasi tutte le versioni riguardanti la vicenda che stiamo narrando, fu allora che la Contessa incominciò a bere un po' troppi calici del suo vino preferito, il rosso e dolce Cabernet-Sauvignon.
E a quanto pare quel vizio, invece di diminuire durante le successive gravidanze, crebbe fino a diventare quello che oggi sarebbe riconosciuto come alcolismo conclamato.

Ma la contessa Emilia cercava di mascherare il tutto dicendo che quello che teneva in tavola era "Il nettare della Douche France, originario della regione di Bordeaux. Un balsamo per il corpo e per lo spirito"



E così la Contessa continuò a sorseggiarlo abbondantemente anche durante la sua terza gravidanza.
La terzogenita Ginevra aveva i capelli color rosso Tiziano, come la madre, e gli stessi occhi azzurri, e divenne la figlia prediletta.

Seguirono altre due figlie, Alice e Isabella, che invece vennero viste come un inutile ritardo nella generazione del maschio che doveva prendere il posto, nel cuore della madre e nell'orgoglio del padre, dell'infante morto anni prima.

La contessa Emilia si affidò alle due divinità che maggiormente le davano sollievo: Dio e il Cabernet-Sauvignon.

Alla fine nacque il suo amatissimo figlio maschio, Armando, come il generale Diaz trionfatore a Vittorio Veneto.

Ma la gioia della contessa fu spezzata da un'ennesima delusione: la scoperta che le finanze di famiglia erano allo sfascio, tanto che il conte Achille aveva dovuto ipotecare tutti i suoi possedimenti, compresa la Villa Orsini con le terre adiacenti.

Questo evento ebbe conseguenze radicali non solo sulla contessa, il cui alcolismo crebbe a dismisura, ma anche sulla sua prole e in particolare sulla primogenita, Diana.




Per quanto fosse di carattere introverso e riservato, Diana Orsini era comunque considerata una delle più affascinanti, tra le ragazze in età da marito. I suoi grandi occhi castani e vigili conferivano notevole intensità al suo sguardo, così come il profilo serio, ma sereno e i capelli corvini, il portamento aristocratico un tratto dominante del suo temperamento, compensato però dall'ironia.

Diana era alta, magra, aggraziata, armoniosa nelle forme longilinee e nei tratti gentili che ben si addicevano ai modi cordiali e garbati e ad una personalità che presentava numerosi pregi, come il buon gusto, la capacità di conversare in maniera interessante, seppur sempre con quella riservatezza che permetteva soltanto in un secondo momento di conoscere anche l'intelligenza e la tenacia che caratterizzavano la sua personalità. Non mancavano tuttavia i difetti come l'ironia un po' troppo corrosiva, la permalosità, la tendenza a non perdonare facilmente un torto subito, e a non dimenticarlo mai.

Fino ai diciotto anni, circa, Diana Orsini aveva motivo di ritenersi molto fortunataaveva ricevuto in dono dalla sorte molto più di quello che è concesso ai comuni mortali.
Bellezza, intelligenza, classe, un cognome nobile e riverito da tutti, un patrimonio in apparenza immenso e solido.

Aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine, con tanto di diploma di liceo classico, (e quindi conoscenza di greco, latino e francese), e in più lezioni di pianoforte, di canto, di danza, di equitazione e altre simili attività aristocratiche di elevata inutilità sociale, che si univano a quelle tradizionali di una signorina di quei tempi: sartoria, giardinaggio, erboristeria e cucina. 

A diciotto anni aveva ufficialmente adempiuto al primo grande rito iniziatico delle ragazze "di buona famiglia", ossia il Debutto in Società. 
Nella Contea di Casemurate il luogo deputato a questo evento memorabile avveniva nella ben più antica residenza dei facoltosi marchesi Spreti, l'insigne dinastia ravennate che poteva vantare discendenze persino dagli Esarchi bizantini.

Lì era stata apprezzata da tutti i partecipanti, avendo conferma dell'illusione in cui era cresciuta, ossia di essere come una principessa destinata, un giorno, a innamorarsi di un principe azzurro, per poi sposarlo e vivere con lui felice e contenta.

Tuttavia, come avrebbe scritto Virgilio, dis aliter visum: agli dei parve giusto che le cose andassero diversamente.

Pochi giorni prima del suo diciannovesimo compleanno, i genitori la convocarono nel famoso Salotto Liberty, con la faccia delle grandi occasioni.





Il Conte Achille iniziò il suo discorso con una lunga rievocazione degli investimenti sfortunati di cui lui dichiarava di non avere alcuna colpa, e delle spese con le quali aveva cercato di rendere migliore la sua residenza, l'attività agricola che vi si svolgeva e le condizioni di vita della Contea di Casemurate, tutte cose per le quali la gente avrebbe dovuto ringraziarlo, ma lui concluse amaramente che, purtroppo: 
<<I nostri nostri cari villici non hanno capito>>

Nessuno può confermare o smentire tale affermazione classista, ma Diana aveva capito benissimo dove suo padre volesse andare a parare.
Il Conte le spiegò che il mancato ritorno economico degli investimenti paterni aveva causato una difficoltà nel restituire i prestiti che erano stati concessi, seppur con tasso "un po' troppo alto", dalla famiglia Ricci.

Diana non si lasciò abbindolare:
<<I Ricci sono degli usurai: lo sanno tutti, padre. Non è stato prudente, da parte vostra, indebitarsi con loro>> 
La Contessa Emilia, scandalizzata, intervenne:
<<Ma come osi rivolgerti in questo modo a tuo padre! Soltanto io ho il diritto di rimproverarlo per i suoi disastri! E comunque non intendo tollerare che tu ti esprima con questo linguaggio plebeo. L'essere aristocratici non è solo un privilegio, è anche una responsabilità. Noblesse oblige! Il mondo ci guarda e noi dobbiamo essere all'altezza del rango sociale che ci è stata data per grazia divina. E dunque io ti dico questo: ricordati sempre chi sei e che cosa rappresenti!>>

Diana però, a cui il ruolo di "fille rangée" di buona famiglia incominciava a stare stretto, non si fece intimidire:
<<Sono la figlia di persone indebitate fino al collo e rappresento la loro ultima speranza per evitare la bancarotta. So bene che mi volete vendere ad Ettore Ricci come se fossi una giumenta. Ma comunque vada, anche voi, padre non sarete più padrone in casa vostra>>
La Contessa Emilia sbottò:
<<Che insolenza!>>  e si scolò un intero calice di Cabernet-Sauvignon d'annata per sciogliere la tensione. Quei giorni furono molto importanti per l'avanzamento della sua formidabile carriera da alcolista impenitente.

Il Conte, che era un appassionato di retorica, si gettò a capofitto sulla carta più disperata di ogni oratore, e cioè la peroratio, ossia la mozione degli affetti:
<<Un Orsini paga sempre i suoi debiti! E finché io avrò vita non permetterò a nessun membro di questa famiglia di fare alcunché possa gettare un'ombra sul buon nome degli Orsini Balducci di Casemurate>>
Diana però non era tipo da farsi abbindolare dalle chiacchiere e tantomeno dalle perorazioni:
<<Il buon nome degli Orsini? Credi che non abbia sentito le ironie di tutti quanti riguardo agli investimenti assurdi del nonno? Il buon nome degli Orsini è andato perduto insieme a quei ridicoli campi da golf e bacini di canottaggio, costruiti in un luogo dove la gente fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena>>
Alla Contessa Emilia quasi andò di traverso il Cabernet-Sauvignon:
<<E' un'indecenza!>> tuonò e aggiunse << Vorrei proprio sapere chi ti ha insegnato questo linguaggio da taverna!>>
Glielo aveva insegnato l'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, in qualità di governante, e cioè la signora Ida Braghiri, moglie del fattore Michele Braghiri, amministratore del Feudo Orsini, nonché informatore a libro paga di Giorgio Ricci.
Il Conte riprese il filo del discorso:
<<Tu sei la maggiore delle mie figlie e l'unica in età da marito. Tuo fratello è troppo giovane per prender moglie. Di conseguenza è ovvio che io concederò la tua mano soltanto a qualcuno disposto ad aiutarmi a restituire i prestiti ricevuti, prima che i creditori facciano valere le ipoteche che sono state poste sul Feudo Orsini come garanzia. 
Ti informo che queste ipoteche gravano anche sulla nostra residenza, per cui potrebbe non essere lontano il giorno in cui questa antica e gloriosa magione si trasformi da Villa Orsini in Villa Ricci>>
Diana mise le mani avanti:
<<Potrò almeno scegliere, tra coloro che avanzeranno offerte di matrimonio unite ad un generoso emolumento, la persona che più si avvicina all'idea di marito che io mi sono fatta quando ancora credevo nelle favole?>>
Il Conte inarcò le sopracciglia:
<<L'età delle favole è finita da un pezzo, figlia mia. Per cui sarò sincero: tra le numerose richieste di matrimonio che ci sono pervenute nei tuoi confronti,  al momento soltanto quella di Ettore Ricci, figlio di Giorgio, risulta interessante dal punto di vista finanziario>>
Diana sospirò:
<<Se permetterai a Ettore Ricci di sposarmi e di riscattare le ipoteche, allora questa casa diventerà veramente Villa Ricci>>
Il Conte si sentì ferito nell'orgoglio:
<<Che destino! Dover vivere per sentirmi dire certe cose da mia figlia!>> e si alzò teatralmente, lasciando il Salotto Liberty.
La Contessa Emilia, che era al terzo calice di Cabernet-Sauvignon, scosse il capo, facendo tremare la complessa capigliatura, già fuori moda in età edoardiana.
<<Sei contenta adesso? Hai spezzato il cuore a tuo padre! E per cosa poi? Per una fantasia da ragazzina ingenua! Il Principe Azzurro non esiste! Le storie d'amore in cui credi tu sono solo nei tuoi libri e nella tua fantasia!
 Non esiste un amore così nella realtà... non esiste...>>
L'ultima frase era stata pronunciata con voce roca e tono diverso, impostato su una nota di tristezza e di rimpianto.
Il vino stava cominciando a fare i suoi effetti.
La severità polemica della Contessa Emilia, che forse era nata dalla lunga repressione dei propri istinti, si stemperò gradualmente, assumendo i contorni della nostalgia di cose passate, di cose perdute.

Era forse possibile che avesse ragione?
Diana si alzò senza dire una  parola e uscì dal Salotto Liberty, lasciando sua madre in compagnia della bottiglia di Cabernet-Sauvignon e dei fantasmi di un tempo e di un mondo, quello della Belle Epoque, passato e perduto per sempre. 

E con quell'epoca era tramontato anche il primato degli Orsini nella Contea di Casemurate.




Ora gli Spreti di Ravenna erano indubbiamente i più ricchi e i più elevati come status sociale.

Il prestigio di Villa Spreti era tale da far sì che la strada di fronte a quel notevole maniero, sorto vicino alla chiesa parrocchiale, avesse preso il nome di Via Spreti, e così è chiamata ancor oggi.


Inoltre, per dirla tutta, mentre Villa Spreti era una residenza di villeggiatura, la Villa Orsini era l'ultima residenza rimasta alla famiglia dei Conti di Casemurate, 

Nonostante il denaro speso per restaurarla in parte, la Villa Orsini versava in condizioni decisamente peggiori di Villa Spreti, sebbene quest'ultima fosse molto più antica.

Villa Orsini, col suo Salotto Liberty, dove la contessa Emilia riceveva alle 5 pomeridiane, per un tè, tutte le dame altolocate della zona, aveva goduto di un qualche prestigio nei decenni precedenti,
che però erandato declinando, man mano che le fortune economiche degli Orsini si erano a tal punto aggravate da minacciare la proprietà stessa non solo della casa, ma anche la stessa integrità e continuità delle terre costituivano il cosiddetto Feudo Orsini,

Diana non poteva ignorare il fatto che, essendo l'unica figlia in età da marito, tutte le trattative segrete per i matrimoni combinati si erano concentrate su di lei.
E si rendeva conto che forse l'unica soluzione per evitare la catastrofe era fare in modo di imparentarsi, tramite matrimonio, con qualche famiglia ricca.

Purtroppo, considerando l'enormità dei debiti che gravavano sulla famiglia dei Conti di Casemurate, e il rischio probabile di una completa rovina, seguita dal disonore sociale, spaventavano anche i più ricchi scapoli della zona, tranne uno, naturalmente.

Il ruspante Ettore Ricci, figlio dell'ancor più ruspante Giorgio, detto Zùarz, nel locale dialetto gallo-romanzo, era sinceramente innamorato di lei e anche del mondo che lei rappresentava.

La famiglia Ricci, nota in quel dialetto celtico come "Ca' ad Zùarz", era la principale creditrice della famiglia Orsini Balducci di Casemurate, detta "la Ca' de Count", con un tono nel quale rimaneva ben poco dell'antica reverenza, mentre dominava un senso di ironia che portava lo stesso Giorgio Ricci a parlare del suo debitore come di "un Count scunté".

Fondamentale, nel tessere la trama di quel desiderato fidanzamento era la maestra Clara Torricelli Ricci, moglie dell'irsuto Zuarz, come già si era accennato, autrice delle Istorie casemuratensi.

L'apporto della maestra Clara e della sua famiglia d'origine, i Torricelli da Forlì, aveva contribuito a almeno un po' a dirozzare le rudi maniere contadine dei Ricci, per non parlare del loro temperamento sanguigno, irascibile e assai poco propenso alle sottigliezze del galateo.


E tuttavia, raggiunta finalmente una certa agiatezza, il vecchio Giorgio Ricci si atteggiava ormai a riverito possidente.
Tra i suoi numerosi figli, Ettore era di sicuro il più intraprendente, e aveva fama di instancabile lavoratore. In lui l'indole bizzarra, focosa e irascibile dei Ricci, era compensata da una simpatia derivante da un talento istrionico e dalla capacità di avere sempre la battuta pronta.


Fisicamente non era un gran che: basso, irsuto, dai lineamenti duri,
 contrastava in maniera evidente con la bellezza di Diana Orsini.
Ma, come diceva Zsa Zsa Gabor: "Un uomo ricco è sempre bello".
Peccato che Diana Orsini non la pensasse affatto allo stesso modo.

Non si trattava solo di un capriccio: la contessina era consapevole che la personalità di Ettore Ricci e la propria erano agli antipodi.
Naturalmente nessuno si era minimamente preoccupato di informare per tempo Diana del fatto che, nonostante la sua opposizione, le trattative per un eventuale matrimonio con Ettore stavano proseguendo in maniera febbrile e concitata.


Le uniche allusioni a tal proposito provenivano dall'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, una certa Ida Braghiri, moglie del fattore degli Orsini, che era già segretamente a libro paga della famiglia Ricci.
La signora Ida non faceva altro che tessere le lodi di Ettore Ricci.

Le pressioni erano sempre maggiori, ma Diana continuava a resistere.

<<Non lo sposerò mai!
>> dichiarò apertamente ai genitori <<Non potete costringermi>>
La Contessa Emilia assunse un'espressione affranta: <<Senti, la vita reale non è come un romanzo di Jane Austen, dove alla fine la ragazza bella e intelligente sposa l'uomo bello e ricco di cui è pazzamente innamorata. No, qui siamo nel mondo reale e...>>

Diana interruppe la madre:
<<Lo so benissimo! Ma credevo che il mondo, dai tempi di Jane Austen, fosse migliorato! Sono passati più di cent'anni e ne abbiamo fatti di passi in avanti...>>
<<Verso il basso!>> concluse la madre <<Cent'anni fa la nostra famiglia era ricchissima, ora non più, per cui, se tu non sposerai Ettore, finiremo tutti sul lastrico>>
<<Vorrà dire che lavoreremo, io ho il diploma magistrale>> sottolineò Diana <<e dunque posso insegnare e voi troverete qualcosa di adatto...>>
Questa volta fu il Conte in persona a intervenire: 

<<Piuttosto mi sparo un colpo di rivoltella! Ha detto bene tua madre! La nobiltà ha i suoi obblighi, e tra questi c'è il matrimonio combinato. Ma il lavoro... no, meglio la morte. Nessuno potrà mai dire di avere il Conte Orsini sul libro paga! 
Ma tu, figlia mia, potresti finire per avermi sulla coscienza. Hai avuto un'educazione di prima classe. Sei cresciuta nei privilegi. E' tempo che tu faccia il tuo dovere>>.

Diana scosse il capo con tutte le sue forze:
<<Mai! Avete capito? Mai e poi mai!>>

Le ultime parole famose...

mercoledì 10 dicembre 2025

Una con tutte stelle nella vita. Capitolo 6. L'educazione delle ragazze di buona famiglia secondo Eleonora Prinsivalli, nata Visconti di Modrone, madre di Vittoria (e le sue aspettative nei confronti della brillante rampolla)





Secondo la madre di Vittoria, la nobildonna milanese Eleonora Visconti di Modrone, coniugata Prinsivalli, discendente per parte di madre anche dai Borromeo, nonché residente in Via Monte Napoleone a Milano, nel Quadrilatero della Moda, per una "ragazza di buona famiglia" esistevano soltanto tre possibilità di scelta, a livello di scuole superiori.
La prima in assoluto era il Liceo Classico Giuseppe Parini, il Ginnasio più vicino alla residenza centralissima dei Prinsivalli, che pertanto fu quello frequentatato da Vittoria; la seconda era il Liceo Classico Cesare Beccaria, vicino alla zona dei "nuovi ricchi" di Citylife, detta anche "Rolex-BMW-Mercedes"; la terza era il Liceo Classico Giovanni Berchet, per i ricchi della zona sud, tra Porta Romana e i Navigli. 
Le argomentazioni a sostegno di quell'affermazione non riguardavano minimamente la didattica, ma le frequentazioni, ossia dove andavano gli studenti appartenenti alle "grandi famiglie" in termini di status e cioè la sacra trinità profana: "Prestigio, Potere, Denaro", qualità di cui i Prinsivalli erano ampliamente dotati da moltissimo tempo.
Questa era ciò che donna Eleonora Prinsivalli nata Visconti chiamava, con i suoi frequenti ricorsi al british english, la "legacy familiare", perché usare il termine eredità, secondo lei, non rendeva bene l'idea.
Erano ammessi inoltre a quell'Olimpo fin troppo mitizzato rispetto alla realtà, gli studenti "fenomeni", eccellenti per doti personali, o perché semplicemente coloro cheabitavano nel Centro Storico milanese, ormai noto come zona ZTL, ossia zona a traffico limitato, a cui potevano accedere soltanto i residenti e coloro che lavoravano i zona.
"La mia Vittoria" diceva donna Eleonora "possiede tutti e tre i requisiti: lo status sociale, l'eccellenza personale e la residenza nel Centro più centrale possibile".



E per controprova aggiungeva che invece gli altri licei classici del centro, specie quelli con specializzazioni strane e progetti didattici stravaganti come il "baccalaureato in francese" del Setti Carraro Dalla Chiesa, erano invece frequentati da figli di famiglie che la sua stessa Vittoria, in gergo giovanile, avrebbe potuto chiamare "spanate" ossia pazze, eccentriche e chiacchierate, insomma, per donna Eleonora quelle erano persone che, persino se appartenenti ai parvenu del new money, che Dante avrebbe definito "la gente nova e i subiti guadagni", erano da evitare per non rovinarsi irreparabilmente la reputazione, ed era così fino ai tempi degli antichi romani, quando i patrizi della gens Iulia si abbassavano a stringere alleanze con gli "homines novi" come Caio Mario, un "italico che non sapeva di greco".
Tutti questi discorsi si potevano concentrare in una affermazione lapidaria con cui donna Eleonora Prinsivalli, nata Visconti di Modrone, esprimeva l'essenza della sua famiglia: "Noi siamo di Milano-Milano" tanto per far capire che e non avevano niente a che fare con quelli che non erano di puro sangue meneghino fin dai tempi di San Carlo Borromeo, della nobile stirpe dei Borromeo Arese Taverna.
Se i Prinsivalli, i Visconti, i Borromeo, e altre famiglie aristocratiche, rappresentavano il vertice della piramide sociale di riferimento di donna Eleonora, i cosiddetti "maranza" dei sobborghi e delle periferie degradate dell'hinterland ne rappresentavano il gradino più basso.

E tuttavia esiste una legge di natura secondo cui la persona che sente il bisogno di vantarsi lo fa quasi sempre perché è insicura di possedere realmente le doti di cui si vanta.
Per esempio un re che sente il bisogno di dire: "Io sono il re", non è un vero re, ma solo un fantoccio nelle mani dei suoi vassalli.
Cosa mai poteva rendere insicura la signora Prinsivalli?






Il cavalier Galeazzo Prinsivalli era stato nominato marchese dall'Imperatore del Sacro Romano Impero, niente meno che Federico I Barbarossa, di cui avevano adottato le insegne del Ducato di Svevia, a cui si erano aggiunti col tempo le croci dell'Ordine Teutonico e il motto spagnolo "Fortaleza Y Honor en la Eternidad", suggerito loro dal governatore don Gonzalo Fernandez de Corboba, quando il ducato era passato in mano agli Asburgo, tramite il matrimonio dell'imperatore Massimiliano I con la seconda consorte, Bianca Maria Sforza, sorella di Caterina, signora di Forlì, e tramite Filippo il Bello e Giovanna la Pazza a loro figlio Carlo V d'Asburgo, Imperatore e Re di Spagna, d'Italia, di Napoli, Sicilia e Sardegna.

Il padre di Vittoria e marito di Eleonora, l'avvocato Lorenzo Prinsivalli, oltre che un "patrizio di Milano", titolo che gli spettava in quanto nipote dell'attuale Marchese, era un avvocato e consulente legale molto stimato, che aveva clienti di altissimo livello, e disponeva di un patrimonio che, secondo l'opinione generale, era leggendario (la gente comune diceva: "E' ricco da far schifo").

Lo studio Prinsivalli era stato fondato dal bisnonno di Vittoria, ancora vivente, il novantacinquenne marchese Umberto Prinsivalli di Castelseprio, anche lui grande penalista, come suo figlio Carlo, il sessantasettenne nonno di Vicky.
Il Marchese aveva raggiunto anche elevate posizioni onorifiche nella carriera militare.





C'erano poi molti altri avvocati di valore che lavoravano nello studio Prinsivalli, alcuni dei quali avevano sposato le sorelle dei fondatori, che erano molte in quel clan numeroso.

Due caratteristiche tipiche dei Prinsivalli erano quelle di avere una bellezza nordica (alti, biondi e con gli occhi azzurri) e di generare principalmente figlie femmine.

Della prima qualità andavano molto fieri, perché a loro volta avevano sposato donne altrettanto "nordiche"; il bisnonno aveva sposato Elisabetta Vimercati, la novantaduenne bisnonna di Vittoria, una nobildonna glaciale e con una salute di ferro, e a sua volta il loro figlio Carlo aveva sposato un'altra nobile bionda e con gli occhi azzurri, Gloria Maria Aldobrandi di Montescudo, che aveva sessantacinque anni, portati divinamente, ed era la nonna preferita di Vicky. 

Il matrimonio tra i nonni paterni di Vittoria, Carlo e Gloria Prinsivalli non era particolarmente felice
e i due, pur fingendo di essere ancora una coppia affiatata, erano di fatto separati in casa, una villa così grande che potevano riuscire a non vedersi per intere settimane.
I genitori di Vittoria, Lorenzo ed Eleonora, avevano avuto quattro figlie e solo un figlio maschio, che era l'ultimogenito, un adolescente scapestrato e godereccio.

In questa numerosa schiera di figli, Vittoria era la secondogenita: la prima si chiamava Isabella e aveva 25 anni, la terza Caterina e aveva 20 anni, la quarta Lucrezia, di 18 anni, e il maschio tanto bramato si chiamava Enrico, 16 anni.

La signora Eleonora era stata dunque molto prolifica, soprattutto per le insistenze del marito che voleva un erede maschio, ma questo non aveva danneggiato in alcun modo la sua linea perfetta e la sua bellezza aristocratica.

C'era però una cosa che turbava i sonni di Lorenzo Prinsivalli, e cioè che suo filgio Enrico, oltre ad essere un fannullone dedito alla bella vita, era inspiegabilmente castano e con gli occhi nocciola pur avendo tutti gli antenati biondi e con gli occhi azzurri.

Questo fatto rattristava l'avvocato Lorenzo molto più dei problemi comportamentali di Enrico, e nell'ordine le ragioni di tale afflizione paterna erano, in ordine di priorità, che l'erede tanto desiderato non fosse esteticamente "ariano" come i suoi ascendenti patrilineari e secondo che questa mancanza di somiglianza avesse generato molte dicerie sulla sua paternità, per quanto il test avesse confermato che il dna corrispondeva: aplogruppo del cromosoma patrilineare Y tipico degli Indoeuropei, ossia l'R1b, clade U106, tipica dei discendenti di genitori germanici, nel caso specifico sicuramente Longobardi, e quindi, apparentemente, tutto era in regola, anche se i più sospettosi ritenevano che il test fosse stato truccato.




Lorenzo Prinsivalli era un grande conoscitore della storia meneghina e rimpiangeva i tempi del Ducato di Milano dei Visconti del ramo primogenito e quelli degli Sforza.
Essendo poi stata la famiglia Prinsivalli molto legata agli Asburgo fin dai tempi di Massimiliano I, erano anche nostalgici dei tempi del Regno Lombardo-Veneto, quando gli Asburgo-Lorena dominavano sul Nord Italia, direttamente su Lombardia, Veneto, Friuli e Granducato di Toscana ed esercitando una notevole influenza sullo Stato Pontificio e persino sul regno borbonico del sud, tramite i soliti matrimoni combinati.


Ai tempi della Lega di Bossi erano stati sostenitori di una particolare forma di indipendenza del Nord Italia, che chiamavano Grande Lombardia, o Lombardia Maior, ossia i territori del nord dominati dal re Astolfo dopo la conquista dell'Esarcato di Ravenna nell'anno Domini 791.



Tale posizione era stata però giudicata troppo estrema da sua moglie Eleonora, che pur era una Visconti, ma pur sempre più astuta del marito, cosa che l'aveva spinta, anche in virtù della sua personale amicizia con Letizia Moratti, ad avvicinarsi al partito di Silvio Berlusconi, per molto tempo, pur prendendone le distanze dopo il 2011, quando le sue simpatie politiche erano divenute opache ed oscillanti come le sorti politiche di Milano.
Non si era spinta fino a diventare una radical-chic, ma aveva sostanzialmente appoggiato l'opera di rilancio urbanistico milanese da parte del sindaco Sala.

Come molti residenti nella ZTL aveva dunque ritenuto saggio avvicinarsi ad una posizione di liberalismo centrista alla Renzi-Calenda, aperto a tutte le alleanze purché non si introducessero tasse patrimoniali o altre simili "eresie".
Con l'avvento al potere del centro-destra di Giorgia Meloni, aveva mostrato apprezzamento nei confronti della nuova Presidente del Consiglio, definendola "una donna rimarchevole e di grande ispirazione".
Insomma, era stata abilissima nell'assicurarsi di essere sempre col piede su due staffe.

Si era persino ipotizzato per lei una candidatura elettorale a qualche carica di rilievo, in stile Elisabetta Casellati, sua grande amica, ma poi non se ne era fatto niente, perché per una discendente dei Visconti e dei Borromeo, coniugata Prinsivalli, destinata a diventare Marchesa di Castelseprio







Nelle fotografie dei giornali di moda, donna Eleonora appariva ancora una giovane, avvenente e seducente, nei suoi abiti firmati YSL o Armani o Chanel o Prada.
E mettendola a confronto con sua figlia Vittoria parevano sorelle, specie quando indossavano abiti simili.











Vittoria però era diversa da sua madre nello spirito, se così si può dire: la sua aspirazione sarebbe stata quella di fare la modella, seguendo l'esempio di Beatrice Borromeo,
che poi era diventata anche giornalista, seppur per breve tempo, prima dell'esilio monegasco.
Ma donna Eleonora diceva alla figlia prediletta: "Beatrice Borromeo era sì figlia di suo padre, ma è nata fuori dal matrimonio, e sua madre, Paola Marzotto, era pur sempre la figlia di una mondina, perché tale era Marta Marzotto, anche se utilizzò il cognome del marito anche dopo il divorzio, e aveva posato muda per quel pittore comunista i cui quadri non appenderei nemmeno nel bagno del seminterrato".
Ricordo che Vittoria mi chiese: <<Ma chi era quel pittore comunista che era intimo con Marta Marzotto>>.
Confesso che nemmeno io ero un suo grande ammiratore: <<Renato Guttuso. I suoi quadri che ebbero la contessa Marzotto come modella sono in effetti discutibili. Si disse che non la ritraesse in maniera riconoscibile per evitare uno scandalo di cui in realtà tutti erano a conoscenza, per primi i rispettivi consorti dei due amanti. Ma secondo i maligni, la compianta Marta non era poi questa grande bellezza da ritrarre in viso in maniera realistica>>





Ma Vittoria mi rimproverò dicendo: <<L'amore non è mai da deridere, in nessuna delle sue forme>> ed erano queste le frasi che aumentavano la mia stima per lei, perché io, oltre ad amarla e a volerle bene, la stimavo profondamente e ritenevo che dovesse essere libera di esprimere la sua personalità, invece di dover sottostare alle ambizioni di sua madre, o peggio ancora a quelle di suo padre che voleva fare di lei l'erede dello Studio Legale Prinsivalli, condannandola per questo a studiare "Giuri-in-Bocconi", come dicono adesso i milanesi DOC, quelli "di Milano-Milano" per usare le parole della stessa Eleonora Prinsivalli di Castelseprio, nata Visconti di Modrone.





lunedì 1 dicembre 2025

Vite quasi parallele. Capitolo 3. Da Malalbergo alla Padusa. La "catabasi" dei Monterovere dalla Valle di Marmorta alla Palude Definitiva

  




Romano Monterovere osservava il paesaggio nebbioso da una delle finestre della lurida locanda di Malalbergo dove lui e i suoi fratelli maggiori erano alloggiati, nel novembre del 1928, mentre loro padre Enrico era alla ricerca di una nuova dimora per sé e famiglia, dopo aver lasciato definitivamente la loro residenza storica, a Querciagrossa di Pavullo.

La madre di Romano, Eleonora, era a Bologna, con i figli più piccoli, ospite di sua sorella Valentina, che aveva sposato un ricco commerciante, ma di figli non ne aveva avuti ed era ben felice di avere con sé la nuova generazione dei Monterovere.
Il viaggio a cavallo da Bologna a Malalbergo era stato deprimente: aveva diluviato per tutto il tempo, la strada era fangosa, il canale Navile, di fianco, era esondato, come al solito, e a nord c'era il rivale del Reno, che conteneva a malapena le acque minacciose del fiume ingrossato.
Malalbergo si trovava nella zona dove il Navile, le cui acque derivavano dal Reno stesso tramite un canale passante per Bologna, tornavano a confluire nel fiume, cosa piuttosto problematica perché ogni volta che pioveva per più di due giorni, il canale esondava nei campi.










Il nome Malabergo non era solo dovuto alla scarsa reputazione delle locande di quel crocevia tra il bolognese, il ravennate e il ferrarese.
Il vero motivo erano le inondazioni, le paludi, la nebbia d'inverno, le zanzare d'estate, la malaria, il colera, la tisi e le febbri tifoidali.

Il paesaggio odierno è ovviamente cambiato rispetto a quando i Monterovere vi sostarono durante la loro peregrinazione alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere.
All'epoca alcune delle innumerevoli bonifiche non erano state ancora concluse, per cui il paesaggio complessivo della Bassa Padana era estremamente diverso da ciò che si può vedere ai giorni nostri.






Non erano state drenate soltanto le paludi salmastre ferraresi a nord-ovest delle Valli di Comacchio, ma anche buona parte dell'enorme, immensa palude Padusa che da tempo immemorabile si trovava al di sotto del Po di Primaro, che fu per molti secoli il ramo più meridionale del delta padano, dove tutti i fiumi dal Secchia in giù faticavano a confluire nelle acque del Primaro stesso e dunque si impaludavano.
La Padusa era così antica che ne parlava persino Plinio il Vecchio, descrivendo l'antico delta, e prima ancora persino Virgilio, che accennava al Po di Primaro chiamandolo "piscosus Amnis Padusae" che secondo la classificazione di Plinio era detto anche Messanico o Vatrenico (poiché vi confluiva il Vatrenus, che oggi si chiama Santerno) che era collegato a Ravenna e al Porto di Classe tramite la Fossa Augusta.





Non abbiamo a disposizione molte fonti per ricostruire la storia della Padusa nei tempi antichi, né per capire se fosse una palus putredinis, un locus orridus o un locus amoenus, ma i riferimenti e le mappe si fanno più numerosi in epoca rinascimentale.
Secondo la famosa biografia di Lucrezia Borgia scritta da Maria Bellonci, la bellissima figlia di papa Alessandro VI, per andare in sposa al Duca di Ferrara, Ercole d'Este, aveva percorso in barca tutto il tratto tra Bologna e la stessa capitale dello stato estense.

Sempre secondo la Bellonci, la duchessa Lucrezia era solita raggiungere Ostellato (all'epoca alle rive delle Valli del Mezzano, l'antico Messanicus), tramite il Po di Volano, dove la raggiungeva, passando tra lagune e canali, il cardinale veneziano Pietro Bembo, suo amante, nonché, illustre diplomatico, letterato e linguista, noto per aver gettato le basi della grammatica italiana nelle Prose della volgar lingua.

Fino a quando Ferrara rimase sotto il dominio estense, la situazione del Delta padano e della palude Padusa rimase invariata secondo uno schema che prevedeva due rami fondamentali del Po (da cui poi se ne distaccavano altri).

Il ramo fondamentale più a nord,  il Po di Venezia (detto anche Po Grande, perché era divenuto il maggiore dopo la rotta d'argine di Ficarolo, o Po di Goro perché sfociava, appunto, presso Goro).

L'altro era il Po di Ferrara, che a sua volta si separava in due rami: il settentionale era il Po di Volano, (l'antico Olana di Plinio, che sfocia al porto di Volano, e da cui si distaccava il Padovetere, detto Spinetico, poiché sfociava presso la città di Spina) nel mezzo delle Valli di Comacchio, canalizzato oggi fino a Porto Garibaldi), il meridionale, a cui abbiamo già accennato è il Po di Primaro, o Vatrenico, il ramo più a sud.






Quando però la linea primogenita degli Este si estinse, il Ducato di Ferrara divenne parte dello Stato Pontificio e da allora i papi iniziarono un ambizioso piano di bonifiche, cambiando il corso del Reno, che all'epoca sfociava nel Po di Primaro, e che venne artificialmente inalveato nel Cavo Benedettino, un canale voluto da papa Benedetto XIV (il bolognese Prospero Lambertini, 1740-1758) con l'intento di far defluire tramite questo nuovo corso del Reno (ormai disgiunto dal delta padano) molte acque della Padusa, che però continuava ad esistere.





Si cercò un ulteriore rimedio creando come scolo di drenaggio il Canale in Destra di Reno, che oggi sfocia a Casal Borsetti e si alimentava delle acque degli scoli a sud di Argenta.



A nord di Argenta e dell'Idice rimasero ancora le paludi e si possono ammirare ancor oggi, essendo divenute un'oasi protetta.
La Padusa quindi non fu mai sconfitta del tutto e la gente del luogo, ogni volta che pioveva troppo, vedeva ricrearsi gli ampi acquitrini e commentava: "Un giorno la palude si riprenderà tutto".
E nonostante si fosse creduto, fino ad alcuni anni fa, che questo fosse impossibile, in realtà le inondazioni e gli allagamenti sono tornati di recente, come sappiamo, anche a causa dell'estremizzazione di alcuni fenomeni climatici attuali.



E gli enormi pesci chiamati Siluri si sono moltiplicati diventando giganteschi, ridando vita ad antiche paure della tradizione orale, tra cui quelle della Borda, una specie di strega mostruosa che viveva nelle zone della Padusa e divorava chiunque incontrasse, specialmente i bambini.
Quando la nebbia calava sulla pianura, i genitori abbassavano la voce: "Non andare vicino all'acqua o al fosso, la Borda ti prenderà." Una semplice frase capace di far rientrare a casa anche il più avventuroso dei bambini.






Queste leggende erano ancora molto temute ai tempi della "Catabasi" dei Monterovere verso la Bassa ravennate.

Romano Monterovere era già spaventato dalle dicerie che si raccontavano nelle locande di Malalbergo, ma non poteva immaginare che suo padre Enrico avrebbe scelto di trasferirsi in una zona ancora più acquitrinosa, dalle parti di Argenta.

Era proprio in quella zona dove le ultime vestigia della Padusa continuavano ad esistere che Enrico Monterovere era riuscito a trovare un podere semi-diroccato con molta terra fangosa attorno, il cui unico pregio, determinante nella scelta, era il prezzo stracciato con cui lo si poteva acquistare.
E così, dimostrando un senso degli affari non molto brillante, Enrico Monterovere comprò proprio quel podere, che si trovava a Sud della Valle di Marmorta e delle Paludi di Argenta, tra il torrente Idice e il Sillaro, in quella che si può a buon diritto considerare la Palude Definitiva della Padusa, poiché esiste ancora come sua ultima rimanenza.



Al giorno d'oggi tutta questa zona è divenuta un vero e proprio Ecomuseo che fa parte del Parco Regionale del Po dell'Emilia-Romagna, così come le Paludi di Ravenna e ciò che resta della Valle Standiana e della Pineta di Classe alla foce del Bevano.
Tuttavia, un secolo prima, ai tempi in cui Enrico Monterovere acquistò quella proprietà, chiamata per ovvie ragioni "Il Podere del Pantano", quella zona era più che altro una torbiera ancora intrisa d'acqua che fino al Seicento era stata la palude B della Padusa, cioè la seconda dall'alto delle mappe.







Una parte di quelle terre era ancora selvaggia, con zone boscose che però non avevano nulla della magnificenza della Selva di Querciagrossa.
Osservando quel paesaggio, Enrico Monterovere rifletteva sulle sue decisioni, e si pentiva, adesso che era, come sempre, troppo tardi.

Gli mancava la sua casa, la sua terra, il suo lavoro.
Lui, sua moglie e i loro nove figli, erano partiti illudendosi di costruirsi una vita migliore in un posto migliore, senza aver programmato nulla se non la direzione del viaggio, verso la pianura, verso la Bassa.
Per secoli i Monterovere erano stati guardacaccia di una nobile famiglia, vicino a una foresta e ad un castello, in una "valle d'elfi e funghi fino al cono diafano della cima".
Guardacaccia e boscaioli, questo era sempre stato il loro ruolo, il loro posto nel mondo, e lassù, presso la selva di Querciagrossa e il castello di Montecuccolo, erano stati guardati con rispetto, per secoli, o almeno col timore reverenziale che si deve a chi è ritenuto discendente di un castellano e di una strega.
Ma già mentre erano in viaggio per la Bassa, avevano capito che al di fuori del piccolo mondo dove avevano sempre vissuto non erano più nessuno.
Niente, nessuno, in nessun luogo, mai.

L'unica cosa che quella terra poteva produrre erano due cose: torba e ghiaia.
Per questo Enrico acquistò anche un piccolo appezzamento di terreno chiamato Cava della Golena del Sillaro, e questo fu l'acquisto migliore perché nelle zone limitrofe si sarebbe espansa un giorno l'Azienda Escavatrice e Idraulica Fratelli Monterovere, che inizialmente fu solo una cava, ma ben presto divenne parte di un progetto più ampio, specie quando, quattro anni dopo, il Regio Decreto 215 del 13 febbraio 1933, "Nuove norme per la bonifica integrale", introdusse, appunto, il concetto di "bonifica integrale", ossia l'integrazione di tutte le opere fondiarie, di qualunque natura tecnica (idrauliche, stradali, edilizie, agricole, forestali), necessarie per adattare terra ed acqua a produzione più intensiva, superando il precedente e più restrittivo concetto di "bonifica idraulica".
Fu allora che, pur rimanendo segretamente antifascisti, i Monterovere vendettero l'anima al diavolo.
Ma tra il 1929 e il 1933 la loro vita fu davvero grama, tra miseria e sconforto.

La casa a due piani sembrava stare in piedi per miracolo. 
Il piano terra era alquanto umido, e la muffa un po' troppo resistente, il seminterrato tendeva ad allagarsi ad ogni temporale, mentre nelle stanze da letto al secondo piano avevano fatto il nido i piccioni.
Rendere abitabile quel tugurio non fu un'impresa da poco, ma in fondo i Monterovere non erano forse stati temprati dai rigori degli inverni appenninici?
Certo, per gente nata negli Appennini, trasferirsi nella Bassa ravennate era un po' come sprofondare nelle sabbie mobili, ma i nove figli di Enrico ed Eleonora, "venuti al mondo come conigli", ognuno a due anni di distanza dal precedente, reagirono a modo loro, in maniera rispettivamente diversa, ma riuscirono comunque ad adattarsi, cosa che invece non accadde per i genitori.

Eleonora, che era sempre stata considerata una donna forte e carismatica, durante il giorno riusciva a mantenere la consueta compostezza, ma di notte cadeva preda di incubi terribili dai quali si svegliava urlando.
Una notte l'incubo coincise con una forma di sonnambulismo che la portò a correre nella stanza dove dormivano le figlie minori, Maura e Renata, e si mise a gridare: "La fossa! Che ci fate voi nella fossa?".
All'epoca nessuno dette troppa importanza a quegli incubi, ma quando, pochi mesi dopo, Maura e Renata si ammalarono quasi contemporaneamente di una forma aggressiva di turbercolosi, il ricordo di quell'incubo risvegliò nei Monterovere la stessa forma di paura che li aveva portati a fuggire dalla selva di Querciagrossa.

Enrico alternava momenti di irascibilità con altri di cupa depressione.
Ad essere sinceri, Enrico Monterovere non era quel che si direbbe un infaticabile lavoratore nessuno, nemmeno sua moglie, era in grado di dire con esattezza di cosa si occupasse, almeno fino al 1934, quando arrivò la grande svolta nella sua vita, la Chiamata dal Sinai, ossia l'assunzione da parte delle Ferrovie dello Stato, presso la ridente stazione di Lugo, non molto vicino al "Podere del Pantano", per cui il patriarca doveva andarci in bicicletta (non era più il tempo dei viaggi a cavallo che furono letali a suo padre), ma un posto nelle Ferrovie valeva questo ed altro.
Infine, riuscì a rimediare una motocicletta scassata.
Il percorso prevedeva soste "di rinfresco" presso tutte le osterie dei vari paesini locali: Conselice, San Patrizio, Massa Lombarda (esistevano un tempo Lombardi in Emilia-Romagna, anche se quelli erano di epoca successiva ai loro antenati Longobardi o Gallo-Italici) e Sant'Agata sul Santerno, l'antico Vatrenus, sempre pronto a tracimare, fino ad arrivare alla città che i Galli Lingoni dedicarono al dio Lugh: Lugo, con la sua ferrovia che da Castel Bolognese portava a Ravenna fermandosi per Bagnacavallo.
Certi maligni insinuavano che quando Enrico Monterovere arrivava al lavoro fosse già completamente ubriaco.
In sua difesa "pro bono publico" diremo che la sua tendenza all'alcolismo era nota, ma solo negli ultimi anni raggiunse quelle proporzioni.

Restava comunque piuttosto nebulosa la natura dell'incarico di Enrico Monterovere presso la Stazione dei treni.
Nessuno lo aveva mai visto con una divisa o una paletta rossa e verde in mano.
Qualche malalingua, però, insinuava di averlo scorto con secchi d'acqua, stracci e scopone, che a volte passava all'ultimogenito Edoardo, mentre lui andava a fare "una pausa" al Caffè, e i soliti maligni dicono che si trattasse di un caffè corretto col Cognac.

Ma si trattava di malelingue, certamente ostili al fatto che un montanaro venuto da chissà dove fosse stato assunto, chissà per quale ragione, presso un'istituzione riverita e forte quale le Ferrovie dello Stato.
In ogni caso, né la moglie, né i figli decisero di indagare ulteriormente sulle mansioni del capofamiglia. 
In fondo un salario alla fine del mese arrivava, e per quanto non fosse gran che, valeva pur sempre il detto: pecunia non olet.