mercoledì 18 gennaio 2017

Mappa dell'Isis a gennaio 2017



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I Mandei

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mandei (dal termine manda, "gnosi, saggezza"), in lingua mandea מנדעניאMandaʾnāye, in araboالصابئة المندائيون‎, al-Ṣābiʾa al-Mandāʾiyūn, detti anche Cristiani di San Giovanni, sono gli appartenenti all'unica comunità religiosa di origine gnostica tuttora esistente. Tracce della loro esistenza si trovano in documenti risalenti al III secolo.
Oggi si stima che i mandei siano dai 60.000[1] a 70.000[2].
La loro lingua liturgica è il mandaico, una varietà dell'aramaico affine all'aramaico-ebraico del Ghemara[3]. Esiste anche una forma moderna di mandeo, che è parlata solo dai mandei della provincia iraniana del Khūzestān.

La storia

Alcuni studiosi suppongono che i mandei derivino da una setta, i Nazareni, originaria del Vicino Oriente. A causa delle persecuzioni romane del I secolo i mandei abbandonarono la Palestina; alcuni si trasferirono nelle terre dei Parti e in Persia sotto il regno dei Sasanidi, altri si stabilirono nella città di Harran. Questi ultimi si scontrarono con i primi cristiani e dovettero lasciare la regione per rifugiarsi nella Babilonia meridionale.
Altri studiosi, invece, pensano che i mandei siano originari della Mesopotamia, la fertile regione sita tra i fiumi Tigri ed Eufrate. Altri ancora arrivano a supporre che la setta fu fondata da Giovanni Battista o, quantomeno, dagli Esseni. Questo dubbio sulle loro origini divide gli studiosi sulla loro collocazione, infatti alcuni pensano che il Mandeismo sia una eresia cristiana dei primi secoli, altri pensano che sia una gnosi pre-cristiana, ed un terzo partito è convinto che il loro sistema si fondi su un sincretismo tra elementi cristiani, giudei e manichei.
La religione mandea prende il nome dal proprio fondatore Mani, figlio di un'importante famiglia della Mesopotamia del II-III secolo d.C. I testi sacri più antichi risalgono a quel periodo[4] e sono scritti in una lingua, l'aramaico, molto simile a quella usati dagli Ebrei in fuga da Gerusalemme dopo la distruzione del secondo tempio ad opera dei Romani nel 70 d.C. I fuggiaschi probabilmente si unirono agli Ebrei rimasti a Babilonia dopo l'esilio del VI secolo a.C.[5]
È storicamente accertato, invece, che, con l'arrivo degli Arabi in Mesopotamia nel 636, ai mandei fu inizialmente riconosciuta una certa autonomia, in quanto identificati con i misteriosi Sabei, citati dal Corano; ma poi, poiché per la maggioranza dei musulmani i mandei non facevano parte delle "religioni del libro" (ebrei, cristiani, musulmani), essi non furono più tutelati e per poter sopravvivere, dovettero emigrare nella regione paludosa dello Shatt al-'Arab, dove sono sopravvissuti fino ad oggi.
L'ascesa al potere di Saddam Hussein nel 1979 inaugurò un nuovo periodo di repressione verso i mandei, che culminò dopo la Prima Guerra del Golfo. Tra il 1991 ed il 1993 il regime baathista iracheno soffocò nel sangue le ribellioni delle popolazioni sciite dell'Iraq meridionale. Con l'occasione il dittatore colpì anche la comunità mandea, disperdendola e distruggendone le abitazioni.
Dopo l'abbattimento del regime di Saddam Hussein la persecuzione violenta da parte di integralisti islamici sta minacciando seriamente la sopravvivenza dei mandei in Iraq. Molti si sono rifugiati nelle terre del Nord Iraq, dove le popolazioni di etnia curda, predominanti, mostrano maggiore tolleranza verso le altre religioni. Altri (parecchie migliaia) sono stati costretti a lasciare il paese.

Diffusione

A causa delle persecuzioni subite, negli ultimi decenni il loro numero si è drasticamente ridotto da circa 150.000 a 60.000[1] - 70.000[2], di cui 10.000 nel l'Iran meridionale[6] e un numero di poco inferiore nella provincia iraniana del Khūzestān[7].
Comunità di mandei si sono rifugiate in Europa occidentale (di cui 8.500 in Svezia[8]), AustraliaStati UnitiCanada e Nuova Zelanda, mentre alcune migliaia vivono come profughi in Siria ed in Giordania[9].

La dottrina

Il Mandeismo è una religione monoteista. Il suo è un sistema basato sostanzialmente sul dualismo gnostico: la contrapposizione tra un dio supremo del Mondo del Bene e della Luce (Malka d-nhura), circondato da angeli (Uthrê), dei quali il più importante è Manda d-Haiyê (Gnosi di Vita), e il mondo del Male e delle tenebre, abitato da demoni, il cui capo è Ruha, lo spirito malvagio.
L'uomo vive nel mondo delle tenebre, che però abbandona nel momento della morte. Dopo la morte, ogni anima passa attraverso degli stadi intermedi fino ad arrivare al regno della luce. Secondo la tradizione mandea, arriverà un messaggero che traghetterà le anime dal mondo dell'oscurità al regno della luce e questo sarà il segnale per la fine del mondo delle tenebre. Al termine esisterà solo il regno della luce e il tempo della sofferenza si sarà esaurito.
I mandei hanno per esempio in comune con l'ebraismo le figure di Adamo ed Eva, ma per loro Eva non nacque da una costola di Adamo, bensì fu un regalo del dio del regno della Luce per Adamo. Similmente ai cristiani, i mandei celebrano la domenica, ma soprattutto il battesimo (Masbütä). Inoltre, come in quasi tutte le sette gnostiche, separano il Gesù terreno (Ishu Mshiha), considerato un impostore e smascherato dall'angelo Anosh Uthrà, dal Cristo spirituale, il Manda d-Haiyê, battezzato la prima volta da Iuhana Masbana (Giovanni Battista) nel Giordano.
I testi sacri dei mandei sono il "Grande Tesoro" (Ginza Rabba) o "Libro di Adamo", "Il libro di Giovanni Battista" (Drashia d-Yahia) e il "libro canonico delle preghiere". Il "Ginza Iamina" è stato tradotto nel 1925 dallo studioso di religioni tedesco Mark Lidzbarski.
Le loro cerimonie più importanti sono il funerale, la festa dei morti e il battesimo. I mandei non hanno monumenti di culto, il loro unico tempio naturale sono le acque del fiume Tigri.
Non esiste alcuna norma che proibisca ai credenti di convertirsi ad un'altra religione o che impedisca o imponga a credenti di altre religioni la conversione al Mandeismo. Un mandeo, però, perde l'appartenenza alla propria comunità religiosa attraverso il matrimonio.
Altri importanti pilastri della religione mandea sono la preghiera, il digiuno e il prendersi cura degli altri.
Credono in una netta divisione tra il Bene ed il Male in continuo conflitto tra loro. Di ciò è sintomo l'alternarsi continuo di giorno e notte. Da questa visione del mondo in bianco o nero nasce l'aggettivo "manicheo"
Il mandeismo conobbe una precoce diffusione nel mondo romano. È noto che Sant'Agostino fu attratto dalla religione di Mani e dalla divisione netta del mondo in bene e male da lui propugnata[10].
"Dal momento che adorano un solo Dio, praticano il battesimo, celebrano la domenica come giorno festivo e riveriscono un profeta di nome Giovanni, i Mandei erano stati scambiati dai missionari europei del sedicesimo secolo per una delle molte e diverse sette cristiane della regione. In realtà, la loro religione è affatto distinta dal cristianesimo. Credono in un paradiso, ma lo chiamano il Mondo della Luce; credono in uno spirito maligno, che però, contrariamente a Satana, è femminile e si chiama Ruha; e credono nel battesimo come condizione necessaria per entrare nel Regno della Luce, benché per loro debba essere impartito con acqua corrente, mentre i bambini che muoiono senza battesimo trovano eterno conforto su alberi i cui frutti hanno le forme delle mammelle delle loro madri. Il loro Giovanni è il Battista, non l'Evangelista, e sebbene il Battista compaia nei testi cristiani come seguace di Gesù, i Mandei lo considerano un profeta maggiore."[11]

Il battesimo

Per i mandei, Giovanni Battista fu l'ultimo dei profeti e come tale battezzò il Cristo spirituale, pertanto la cerimonia del battesimo si ispira ai battesimi da lui celebrati. Ogni mandeo viene battezzato più volte, ma l'ottimo sarebbe ricevere il battesimo ogni domenica poiché, secondo la concezione mandea, durante la cerimonia del Masbütä ci si avvicina al regno della luce sempre di più. Grazie alla tripla immersione rituale, il battezzato viene purificato dai peccati commessi ed entra in contatto col mondo della luce permettendo la guarigione dalle malattie e la cacciata dei demoni.
Il battesimo mandeo viene celebrato presso acque correnti, sempre chiamate Giordano (Yardna). Il candidato, vestito con un abito bianco formato da sette pezzi viene guidato in acqua dal sacerdote ed immerso per tre volte. Durante il rito, la vita si ferma per un istante e, dopo il battesimo, riprende a scorrere con nuovo vigore.

Simboli

il Darfesh è il simbolo della religione Mandea. Si tratta di un bastone a forma di croce sul quale è posato un drappo bianco. È simbolo del battesimo nel Tigri. Apparve sulla terra al momento del battesimo di Giovanni Battista nel Giordano[12].

Note

  1. ^ a b Who Cares for the MANDAEANS?, Australian Islamist Monitor
  2. ^ a b Iraqi minority group needs U.S. attention, Kai Thaler,Yale Daily News, March 9, 2007.
  3. ^ Delle due componenti del Talmud babilonese la Mishnah è scritta in ebraico mishnaico e la Ghemara è scritta, con solo qualche eccezione, in un particolare dialetto noto come aramaico-ebraico babilonese (cfr. Judaic Treasures of the Library of Congress: The Talmud, American-Israeli Cooperative Enterprise.
  4. ^ Opinione della storica Jorunn Buckley.
  5. ^ Sacra Bibbia.
  6. ^ http://www.ipsnews.net/2014/11/disciples-of-john-the-baptist-also-flee-isis/
  7. ^ Russell Contrera, Saving the people, killing the faith – Holland, MI, The Holland Sentinel. URL consultato il 17 dicembre 2011.
  8. ^ Ekman, Ivar: An exodus to Sweden from Iraq for ethnic Mandaeans
  9. ^ Gerald Russel, Regni dimenticati, Milano, Adelphi, 2016.
  10. ^ Sant'Agostino da Ippona, Le Confessioni.
  11. ^ Gerald Russel, Regni dimenticati, Milano, Adelphi, 2016, p. 27.
  12. ^ Drasa d-Yahya "Libro di Giovanni".

Bibliografia

  • Edmondo Lupieri, I mandei. Gli ultimi gnostici, Brescia, Paideia, 1993, ISBN 88-394-0488-0
  • Gerald Russell, Regni dimenticati. Viaggio nelle religioni minacciate del Medio Oriente, Milano, Adelphi, 2016. ISBN 978-88-459-3091-1
  • Ibn al-NadimThe Fihrist: A 10th Century Ad Survey of Islamic Culture, New York, Columbia University Press 1970.

martedì 17 gennaio 2017

Yaldabaoth, il Demiurgo Malvagio creatore dell'universo secondo lo Gnosticismo




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Yaldabaoth è il demiurgo di molte sette gnostiche cristiane, raffigurato con testa di leone e corpo di drago detto anche Archigenitor, Grande Arconte e Arrogante ed identificato nello Yahweh biblico. L'etimologia del nome secondo alcuni significa "figlio del caos" e secondo altri "padre dei generatori".
Esso viene generato da Sophia nella sua caduta dal Pleroma. È l'equivalente dei diavolo cattolico, nel senso che è il capo degli spiriti inferi; con la sostanziale differenza che non è il corruttore della creazione ma il suo artefice, causa cioè solo il mondo materiale e non già quello spirituale che è emanazione del Re della Luce, o Ineffabile o Dio trascendente.

Pistis Sophia

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Il Pistis Sophia, o Libro del Salvatore, è un vangelo gnostico scritto in lingua copta probabilmente nella seconda metà del III secolo.
Come altri vangeli gnostici contiene una rivelazione segreta di Gesù risorto ai discepoli in assemblea (inclusa Maria Maddalena, la Madonna, e Marta), durante gli undici anni successivi alla sua resurrezione.
Perduto per secoli, è studiato dal 1772 grazie al codice Askew. Ne sono state ritrovate varianti tra i Codici di Nag Hammâdi nel 1945.

Tradizione manoscritta

Similmente a molte altre opere gnostiche il Pistis Sophia andò perduto con l'estinguersi dello gnosticismo. Una versione del testo fu trovata a Londra nel 1772 dal medico e bibliofilo Anthony Askew (1699-1774). Per questo motivo il manoscritto è noto anche come codice Askew o Codex Askewianus. Il titolo di Pistis Sophia gli fu dato da un certo C.G. Woide, a cui Askew diede l'incarico di studiare e trascrivere l'opera. L'anno dopo la morte di Askew, nel 1775, il codice fu acquistato dal British Museum, dove è tuttora conservato.
Altri due manoscritti hanno permesso lo studio del testo, il Codice Bruce ed il Codice di Berlino.
Nel 1945 sono state rinvenute tra i Codici di Nag Hammâdi altre versioni dell'opera.

Struttura e datazione dell'opera

Fin dai primi studi di Jack Finegan (Hidden Records of the life of Jesus, p. 298), il testo del Codice Askewianus fu diviso in quattro sezioni. Studi successivi effettuati da H. C. Puech e revisionati da Beate Blatz (New Testament Apocrypha, vol. 1, p. 362), prendendo come base l'analisi di K.R. Köstlin, giunsero alla conclusione che le quattro sezioni del manoscritto dovevano essere divise in due gruppi distinti. Le prime tre sezioni corrispondevano ai tre libri di uno stesso lavoro, probabilmente composti tra il 250 ed il 300. La quarta sezione (232.1-254.8) che non ha titolo, era, in realtà, un lavoro distinto, composto nella prima la metà del III secolo e quindi più vecchio di quelli che lo precedono. Di conseguenza solamente il contenuto dei primi tre libri corrisponde realmente al Pistis Sophia.

Gesù appare alla Maddalena, dipinto di Alexey Egorovich Egorov
In un primo tempo, il Pistis Sophia fu attribuito a Valentino, che probabilmente morì intorno alla metà del II secolo o una decade più tardi, o alternativamente ad un suo seguace (teoria del II secolo). Un certo numero di studiosi era di questa opinione, fra questi si possono ricordare: Woide, Jablonski, La Croze, Dulaurier, Schwartze, Renan, Révillout, Usener ed Amélineau. Questo punto di vista, comunque, non fu mai sostenuto da grandi argomentazioni, se si escludono quelle portate dall'egittologo e coptologo francese Amélineau, che fu il suo sostenitore più forte. Sette anni prima della sua traduzione del Pistis Sophia, nel 1895, Amélineau dedicò 156 pagine di una voluminosa composizione, alla dimostrazione delle origini egiziane dello gnosticismo paragonando il sistema di Valentino con quello del Pistis Sophia.
Nel frattempo, in Germania, poco dopo l'apparizione della versione latina di Schwartze del 1851, l'analisi accurata del sistema del Pistis Sophia da parte di Köstlin nel 1854 rafforzò o, addirittura, diede inizio ad un'altra teoria: si abbandonò l'origine Valentiniana, e ci si pronunciò in favore di quella che può essere chiamata generalmente una derivazione Ofitica. Köstlin posizionò la composizione del Pistis Sophia nella I metà del III secolo, e sia Lipsius che Jacobi accettarono la sua teoria (teoria del III secolo).
Nel 1891 Harnack, accettando l'analisi di Köstlin del sistema, attaccò il problema da un altro punto di vista, basandosi principalmente sull'uso delle sacre scritture (come dimostrano le citazioni dal Vecchio Testamento e dal Nuovo Testamento), sul progresso delle idee dottrinali e sullo stato delle pratiche sacramentali nella storia generale dello sviluppo dei dogmi e dei riti cristiani. Si basò anche su una o due altre vaghe indicazioni, come un riferimento ad una persecuzione, da cui concluse che fu scritta in un periodo in cui i cristiani erano "legalmente" perseguitati. Queste considerazioni lo condussero ad immaginare come data più probabile di composizione la II metà del III secolo. Schmidt, nel 1892 concordò su questa valutazione, con la pregiudiziale che il tomo 4 apparteneva ad una fase più antica della letteratura, e doveva, perciò, essere datato intorno alla I metà del secolo. Questo punto di vista generale fu estesamente adottato come il più probabile. In Germania fu accettato anche da specialisti del calibro di Bousset, Preuschen e Liechtenhan; ed in Francia da De Faye. Fra gli studiosi inglesi possono essere menzionati E. F. Scott, Scott-Moncrieff e Moffat.

Contenuto

Il testo proclama che Gesù rimase sulla terra dopo la resurrezione per altri 11 anni, ed in questo periodo insegnò ai suoi discepoli portandoli fino al primo (principianti) livello dei misteri. Esso inizia con un'allegoria che compara la morte e resurrezione di Gesù alla discesa ed ascesa dell'anima. Dopo questo procede nella descrizione di importanti figure della cosmologia gnostica, e poi, infine, elenca 32 desideri carnali da superare prima che sia possibile la salvezza; proprio il superarli costituiva la salvezza. In esso vengono esposte le complesse strutture e gerarchie dei cieli contenute negli insegnamenti gnostici. Il Pistis Sophia allude anche a riferimenti temporali copti e a nomi di demoni o divinità contenuti nei testi magici egiziani.

Cosmogonia

La struttura cosmogonica ed il suo stile letterario fanno pensare che il manoscritto appartenga alla setta gnostica degli Ofiti.
Al vertice dell'universo si trova un Dio ineffabile, infinito, inaccessibile, dalla cui luce deriva ogni cosa. Questi è immerso in tre spazi, nei quali risiedono i più grandi misteri a cui l'uomo può accedere:
  • il I spazio o spazio dell'ineffabile;
  • il II spazio o primo spazio del Primo Mistero;
  • il III spazio o secondo spazio del Primo Mistero.
Tutte le emanazioni furono originate dal Primo Mistero. Esso, immagine perfetta del Dio ineffabile, governa l'universo. Fu per suo comando che iniziarono le vicissitudini di Sophia ed è lui che protegge l'umanità dal potere degli arconti e che diede i natali a Gesù. Esso, in quanto mistero che guarda dentro (verso l'assoluto), si contrappone a Gesù inteso come mistero che guarda fuori (verso il contingente).
Sotto i tre spazi dell'ineffabile e del Primo Mistero si schiude il mondo della luce pura, suddiviso, a sua volta, in tre immense regioni:
  • la regione del tesoro della luce, in cui si radunano le anime che hanno avuto accesso ai misteri; qui stazionano le emanazioni e gli ordini con i sette amen, le sette voci, i cinque alberi, i tre amen, il fanciullo del fanciullo, i dodici salvatori che presiedono i dodici ordini e i nove custodi delle tre porte del tesoro della luce;
  • la regione di destra in cui si trovano i sei grandi principi, il cui compito è quello di estrarre dagli eoni e dal cosmo inferiore le particelle di luce e di riunirle al tesoro, e il grande messaggero, Jeu, chiamato anche primo uomo, vescovo della luce e provveditore del cosmo inferiore;
  • la regione di mezzo in cui abitano sei grandi entità di grande spicco:
    • Melchisedec il grande ricevitore della luce;
    • il Grande Sabaoth chiamato anche padre di Gesù poiché prese la sua anima e la inviò nel grembo di Maria;
    • il Grande Jao, al cui servizio sono i 12 diaconi dai quali Gesù estrasse le anime dei 12 apostoli;
    • il Piccolo Jao, a cui Gesù tolse una forza luminosa per inviarla nel grembo di Elisabetta e predisporre la nascita di Giovanni Battista, suo predecessore;
    • il Piccolo Sabaoth;
    • la vergine luce, preposta al giudizio delle anime e dispensatrice di felicità eterna o di tormenti; al suo servizio sono posti i ricevitori, sette vergini con quindici assistenti.

Gesù con l'ostia consacrata, dipinto di Juan de Joanes
Sotto il mondo della luce giace il mondo degli eoni. Caratteristica peculiare di questo livello è la commistione tra luce e materia, quale conseguenza della rottura dell'integrità originaria. È qui che viene svolta l'operazione attraverso la quale i due elementi vengono divisi e la luce inviata verso la sua origine (nel tesoro della luce), mentre la materia viene messa da parte in attesa della sua distruzione. Anche questo mondo è diviso in tre regioni:
  • la regione di sinistra. In principio, all'epoca della integrità, era la regione di 12 eoni: sei di questi dipendevano da Sabaoth Adamas, e sei da suo fratello Jabraoth. I loro Arconti erano uniti in tre sizigie o coppie, ma i due fratelli, con l'intenzione di creare un regno composto da esseri inferiori alle loro dipendenze, furono presi dalla brama sessuale: in questo modo perturbarono l'integrità e fecero irrompere la materia nel mondo della luce. Il primo mistero, allora, ordino a Jeu di legarli per sempre alle loro sfere terrestri, ma Jabraoth si pentì insieme ai suoi Arconti e fu creato, per loro, un tredicesimo eone (che in altri scritti gnostici, è detto ogdoade) che sovrastava gli altri dodici. Gesù, in seguito, trasferì in questo eone Abramo, Isacco e Giacobbe. Nel tredicesimo eone si trovano anche il padre primordiale, i tre dotati di triplice forza, i tre ricevitori (o ricevitori vendicativi) preposti alla selezione delle anime giuste che non sono state messe a parte dei sacri misteri (uno di questi è l'Arrogante), i 24 invisibili, emanati dal padre primordiale, fratelli e compagni di Pistis Sophia;
  • la regione degli uomini;
  • la regione inferiore (inferi, caos, tenebre).

La permanenza di Gesù

Secondo il Pistis Sophia, dopo la resurrezione, Gesù, allo scopo di istruire gli apostoli sui misteri, si trattenne sulla terra per undici anni. In questo lasso di tempo, indicato nel primo capitolo dell'opera, Gesù portò i suoi discepoli solo fino ad un certo livello di conoscenza, per poi portarli, in seguito, a gradi di conoscenza superiori. Il Pistis Sophia, infatti, fa capire che la trasmissione di una conoscenza (gnosi) superiore richiese a Gesù l'ascesa al cielo con la relativa trasfigurazione, così come viene descritta nei capitoli successivi.

Il ruolo delle donne


Ritratto bizantino di Maria Maddalena
«Detto questo ai suoi discepoli, soggiunse: - Chi ha orecchie da intendere, intenda! Udite queste parole del salvatore, Maria rimase un'ora (con gli occhi) fissi nell'aria; poi disse: - Signore, comandami di parlare apertamente. Gesù, misericordioso, rispose a Maria: - Tu beata, Maria. Ti renderò perfetta in tutti i misteri di quelli dell'alto. Parla apertamente tu il cui cuore è rivolto al regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli» (capitolo 17).
Questo passo del capitolo 17 mostra una donna che si erge a protagonista all'interno dell'opera. Nei capitoli precedenti si trovano solo due riferimenti, indiretti, a figure femminili: nel capitolo 7, quando viene citata Elisabetta, a cui venne deposto in grembo lo spirito di Elia per permettere la nascita di Giovanni Battista, e nel capitolo 8, quando Gesù racconta come, sotto le spoglie dell'Arcangelo Gabriele, infuse nel grembo di sua madre terrena la prima forza, cioè il Padre. Da questo passo può iniziare un'analisi più approfondita del ruolo delle donne sia nell'economia del Pistis Sophia sia all'interno dello gnosticismo cristiano dell'epoca. L'autorità e la dignità qui riconosciute alla donna non si trovano in nessun altro scritto così antico. Per questo motivo, si può anche ipotizzare un'aperta contrapposizione dell'ambiente da cui proviene il Pistis Sophia alla Chiesa di Roma sul ruolo della donna all'interno della comunità e del culto cristiano che, all'epoca, erano retti dal monito di San Paolo: mulieres in ecclesia taceant (le donne tacciano durante l'assemblea). All'interno dell'opera, in tutti e quattro i libri gli interlocutori di Gesù sono i suoi discepoli, accompagnati da quattro discepole: Maria, madre di Gesù, Salomè, Marta e Maria Maddalena. La Madre di Gesù interviene tre volte (capitoli 59, 61, 62), Salomè altre tre volte (capitoli 54, 58 e 145) e Marta quattro (capitoli 38, 57, 73 e 80). Tuttavia, Maria Maddalena interviene, in contesti sempre molto importanti, sessantasette volte. Gesù arriva a lodarla varie volte e lei arriva persino ad intercedere presso di lui quando i discepoli non capiscono qualche passaggio (capitolo 94). All'interno del Pistis Sophia, Maria Maddalena è sposa e sacerdotessa di Gesù, e come tale simboleggia la conoscenza (gnosi).

Pistis Sophia e l'Arrogante

Dal capitolo 29 in poi, la figura centrale dell'opera diventa Pistis Sophia. Ma cosa rappresenta? A livello puramente intellettuale, questa figura rappresenta il devoto, l'iniziato, l'adepto, e quindi tutta la promanazione eonica della creazione, all'interno della quale l'anima umana, caduta dal tredicesimo eone al caos della materia, trova l'opportunità per risalire e tornare al Dio ineffabile. Tutta la vicenda del Pistis Sophia altro non è che la rappresentazione della vicenda umana: dalla creazione alla salvezza, passando per la caduta. Gesù trova Pistis Sophia nel dodicesimo eone, dove è caduta, nel caos della materia, a causa dell'inganno dell'Arrogante, un arconte del tredicesimo eone, che le mostrò una luce dal volto di leone, inducendola a seguirla. Pistis Sophia seguì la luce perché la scambiò per una luce superiore, simbolo dell'anelito umano al raggiungimento di un essere superiore. Tale rappresentazione ricorda la caduta di Pistis Sophia nel mito valentiniano, che cade negli abissi a causa del suo anelito egoistico di ricerca del Padre ineffabile e prende il nome di ‘'Prunico'’, la lasciva.

Bibliografia

Voci correlate