giovedì 1 gennaio 2026

Vite quasi parallele. Capitolo 4. Noblesse oblige. I privilegi e gli obblighi di Diana Orsini di Casemurate e di sua madre Emilia Paulucci di Calboli secondo il conte Attilio.




Diana Orsini era stata messa in guardia da sua madre, Emilia Paulucci di Calboli, coniugata Orsini e contessa di Casemurate, riguardo alla natura effimera dei doni ricevuti per nascita e piovuti dal cielo.

<<Figlia mia, tieni a mente ciò che ti dico. Il benessere che deriva dalla fortuna è incerto e mutevole, come la fortuna stessa>>
E lei ne sapeva qualcosa.

I Paulucci di Calboli erano una delle famiglie patrizie più rispettabili di Forlì, ed Emilia era sorella maggiore del famoso Fulcieri, coraggioso militare volontario nella Grande Guerra e poi deceduto a causa della conseguenza delle ferite che lo avevano reso invalido.
Emilia aveva sposato Achille Orsini di Casemurate quando ancora lui non era Conte, essendo vivo il padre Giuseppe, "E Count" per antonomasia, la cui reputazione era irreprensibile sia tra la classe abbiente, sia tra il popolo.

Nessuno poteva sospettare che invece già allora gli Orsini di Casemurate fossero pieni di debiti che risalivano al padre di Giuseppe, il compianto conte Ludovico, che aveva restaurato la Villa Orsini introducendo elementi neogotici. 



I costi di restauro e quelli di manutenzione si erano rivelati proibitivi, ma i successori del conte Ludovico, ossia Giuseppe e Achille, continuarono con le "migliorie", introducendo una sorta di interior design in stile liberty floreale, molto Art Nuveau.

Le spese erano state faraoniche e avevano costretto i tre aristocratici a chiedere numerosi prestiti, ma prima ancora che i debiti si manifestassero, la contessa Emilia aveva avuto delle delusioni, alcune lievi, altre meno.




Come era tipico dei secoli passati, sia nelle famiglie aristocratiche che in quelle popolari, si sperava sempre che il primogenito fosse un maschio e invece era nata una femmina, a cui venne attribuito il nome di Diana, che all'epoca era molto meno diffuso rispetto ai giorni nostri, ma ricorrente nella famiglia Orsini. 
Dopo due anni la contessa Emilia mise al mondo il maschio tanto atteso, Eugenio, che però morì ancora infante a causa della meningite.

Secondo quasi tutte le versioni riguardanti la vicenda che stiamo narrando, fu allora che la Contessa incominciò a bere un po' troppi calici del suo vino preferito, il rosso e dolce Cabernet-Sauvignon.
E a quanto pare quel vizio, invece di diminuire durante le successive gravidanze, crebbe fino a diventare quello che oggi sarebbe riconosciuto come alcolismo conclamato.
Ma la contessa Emilia cercava di mascherare il tutto dicendo che quello che teneva in tavola era "Il nettare della Douche France, originario della regione di Bordeaux. Un balsamo per il corpo e per lo spirito"



E così la Contessa continuò a sorseggiarlo abbondantemente anche durante la sua terza gravidanza.
La terzogenita Ginevra aveva i capelli color rosso Tiziano, come la madre, e gli stessi occhi azzurri, e divenne la figlia prediletta.

Seguirono altre due figlie, Alice e Isabella, che invece vennero viste come un inutile ritardo nella generazione del maschio che doveva prendere il posto, nel cuore della madre e nell'orgoglio del padre, dell'infante morto anni prima.

La contessa Emilia si affidò alle due divinità che maggiormente le davano sollievo: Dio e il Cabernet-Sauvignon.

Alla fine nacque il suo amatissimo figlio maschio, Armando, come il generale Diaz trionfatore a Vittorio Veneto.

Ma la gioia della contessa fu spezzata da un'ennesima delusione: la scoperta che le finanze di famiglia erano allo sfascio, tanto che il conte Achille aveva dovuto ipotecare tutti i suoi possedimenti, compresa la Villa Orsini con le terre adiacenti.

Questo evento ebbe conseguenze radicali non solo sulla contessa, il cui alcolismo crebbe a dismisura, ma anche sulla sua prole e in particolare sulla primogenita, Diana.




Per quanto fosse di carattere introverso e riservato, Diana Orsini era comunque considerata una delle più affascinanti, tra le ragazze in età da marito. I suoi grandi occhi castani e vigili conferivano notevole intensità al suo sguardo, così come il profilo serio, ma sereno e i capelli corvini, il portamento aristocratico un tratto dominante del suo temperamento, compensato però dall'ironia.

Diana era alta, magra, aggraziata, armoniosa nelle forme longilinee e nei tratti gentili che ben si addicevano ai modi cordiali e garbati e ad una personalità che presentava numerosi pregi, come il buon gusto, la capacità di conversare in maniera interessante, seppur sempre con quella riservatezza che permetteva soltanto in un secondo momento di conoscere anche l'intelligenza e la tenacia che caratterizzavano la sua personalità. Non mancavano tuttavia i difetti come l'ironia un po' troppo corrosiva, la permalosità, la tendenza a non perdonare facilmente un torto subito, e a non dimenticarlo mai.

Fino ai diciotto anni, circa, Diana Orsini aveva motivo di ritenersi molto fortunataaveva ricevuto in dono dalla sorte molto più di quello che è concesso ai comuni mortali.
Bellezza, intelligenza, classe, un cognome nobile e riverito da tutti, un patrimonio in apparenza immenso e solido.

Aveva ricevuto un'educazione di prim'ordine, con tanto di diploma di liceo classico, (e quindi conoscenza di greco, latino e francese), e in più lezioni di pianoforte, di canto, di danza, di equitazione e altre simili attività aristocratiche di elevata inutilità sociale, che si univano a quelle tradizionali di una signorina di quei tempi: sartoria, giardinaggio, erboristeria e cucina. 

A diciotto anni aveva ufficialmente adempiuto al primo grande rito iniziatico delle ragazze "di buona famiglia", ossia il Debutto in Società. 
Nella Contea di Casemurate il luogo deputato a questo evento memorabile avveniva nella ben più antica residenza dei facoltosi marchesi Spreti, l'insigne dinastia ravennate che poteva vantare discendenze persino dagli Esarchi bizantini.

Lì era stata apprezzata da tutti i partecipanti, avendo conferma dell'illusione in cui era cresciuta, ossia di essere come una principessa destinata, un giorno, a innamorarsi di un principe azzurro, per poi sposarlo e vivere con lui felice e contenta.

Tuttavia, come avrebbe scritto Virgilio, dis aliter visum: agli dei parve giusto che le cose andassero diversamente.

Pochi giorni prima del suo diciannovesimo compleanno, i genitori la convocarono nel famoso Salotto Liberty, con la faccia delle grandi occasioni.





Il Conte Achille iniziò il suo discorso con una lunga rievocazione degli investimenti sfortunati di cui lui dichiarava di non avere alcuna colpa, e delle spese con le quali aveva cercato di rendere migliore la sua residenza, l'attività agricola che vi si svolgeva e le condizioni di vita della Contea di Casemurate, tutte cose per le quali la gente avrebbe dovuto ringraziarlo, ma lui concluse amaramente che, purtroppo: 
<<I nostri nostri cari villici non hanno capito>>

Nessuno può confermare o smentire tale affermazione classista, ma Diana aveva capito benissimo dove suo padre volesse andare a parare.
Il Conte le spiegò che il mancato ritorno economico degli investimenti paterni aveva causato una difficoltà nel restituire i prestiti che erano stati concessi, seppur con tasso "un po' troppo alto", dalla famiglia Ricci.

Diana non si lasciò abbindolare:
<<I Ricci sono degli usurai: lo sanno tutti, padre. Non è stato prudente, da parte vostra, indebitarsi con loro>> 
La Contessa Emilia, scandalizzata, intervenne:
<<Ma come osi rivolgerti in questo modo a tuo padre! Soltanto io ho il diritto di rimproverarlo per i suoi disastri! E comunque non intendo tollerare che tu ti esprima con questo linguaggio plebeo. L'essere aristocratici non è solo un privilegio, è anche una responsabilità. Noblesse oblige! Il mondo ci guarda e noi dobbiamo essere all'altezza del rango sociale che ci è stata data per grazia divina. E dunque io ti dico questo: ricordati sempre chi sei e che cosa rappresenti!>>

Diana però, a cui il ruolo di "fille rangée" di buona famiglia incominciava a stare stretto, non si fece intimidire:
<<Sono la figlia di persone indebitate fino al collo e rappresento la loro ultima speranza per evitare la bancarotta. So bene che mi volete vendere ad Ettore Ricci come se fossi una giumenta. Ma comunque vada, anche voi, padre non sarete più padrone in casa vostra>>
La Contessa Emilia sbottò:
<<Che insolenza!>>  e si scolò un intero calice di Cabernet-Sauvignon d'annata per sciogliere la tensione. Quei giorni furono molto importanti per l'avanzamento della sua formidabile carriera da alcolista impenitente.

Il Conte, che era un appassionato di retorica, si gettò a capofitto sulla carta più disperata di ogni oratore, e cioè la peroratio, ossia la mozione degli affetti:
<<Un Orsini paga sempre i suoi debiti! E finché io avrò vita non permetterò a nessun membro di questa famiglia di fare alcunché possa gettare un'ombra sul buon nome degli Orsini Balducci di Casemurate>>
Diana però non era tipo da farsi abbindolare dalle chiacchiere e tantomeno dalle perorazioni:
<<Il buon nome degli Orsini? Credi che non abbia sentito le ironie di tutti quanti riguardo agli investimenti assurdi del nonno? Il buon nome degli Orsini è andato perduto insieme a quei ridicoli campi da golf e bacini di canottaggio, costruiti in un luogo dove la gente fa fatica a mettere insieme il pranzo con la cena>>
Alla Contessa Emilia quasi andò di traverso il Cabernet-Sauvignon:
<<E' un'indecenza!>> tuonò e aggiunse << Vorrei proprio sapere chi ti ha insegnato questo linguaggio da taverna!>>
Glielo aveva insegnato l'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, in qualità di governante, e cioè la signora Ida Braghiri, moglie del fattore Michele Braghiri, amministratore del Feudo Orsini, nonché informatore a libro paga di Giorgio Ricci.
Il Conte riprese il filo del discorso:
<<Tu sei la maggiore delle mie figlie e l'unica in età da marito. Tuo fratello è troppo giovane per prender moglie. Di conseguenza è ovvio che io concederò la tua mano soltanto a qualcuno disposto ad aiutarmi a restituire i prestiti ricevuti, prima che i creditori facciano valere le ipoteche che sono state poste sul Feudo Orsini come garanzia. 
Ti informo che queste ipoteche gravano anche sulla nostra residenza, per cui potrebbe non essere lontano il giorno in cui questa antica e gloriosa magione si trasformi da Villa Orsini in Villa Ricci>>
Diana mise le mani avanti:
<<Potrò almeno scegliere, tra coloro che avanzeranno offerte di matrimonio unite ad un generoso emolumento, la persona che più si avvicina all'idea di marito che io mi sono fatta quando ancora credevo nelle favole?>>
Il Conte inarcò le sopracciglia:
<<L'età delle favole è finita da un pezzo, figlia mia. Per cui sarò sincero: tra le numerose richieste di matrimonio che ci sono pervenute nei tuoi confronti,  al momento soltanto quella di Ettore Ricci, figlio di Giorgio, risulta interessante dal punto di vista finanziario>>
Diana sospirò:
<<Se permetterai a Ettore Ricci di sposarmi e di riscattare le ipoteche, allora questa casa diventerà veramente Villa Ricci>>
Il Conte si sentì ferito nell'orgoglio:
<<Che destino! Dover vivere per sentirmi dire certe cose da mia figlia!>> e si alzò teatralmente, lasciando il Salotto Liberty.
La Contessa Emilia, che era al terzo calice di Cabernet-Sauvignon, scosse il capo, facendo tremare la complessa capigliatura, già fuori moda in età edoardiana.
<<Sei contenta adesso? Hai spezzato il cuore a tuo padre! E per cosa poi? Per una fantasia da ragazzina ingenua! Il Principe Azzurro non esiste! Le storie d'amore in cui credi tu sono solo nei tuoi libri e nella tua fantasia!
 Non esiste un amore così nella realtà... non esiste...>>
L'ultima frase era stata pronunciata con voce roca e tono diverso, impostato su una nota di tristezza e di rimpianto.
Il vino stava cominciando a fare i suoi effetti.
La severità polemica della Contessa Emilia, che forse era nata dalla lunga repressione dei propri istinti, si stemperò gradualmente, assumendo i contorni della nostalgia di cose passate, di cose perdute.

Era forse possibile che avesse ragione?
Diana si alzò senza dire una  parola e uscì dal Salotto Liberty, lasciando sua madre in compagnia della bottiglia di Cabernet-Sauvignon e dei fantasmi di un tempo e di un mondo, quello della Belle Epoque, passato e perduto per sempre. 

E con quell'epoca era tramontato anche il primato degli Orsini nella Contea di Casemurate.




Ora gli Spreti di Ravenna erano indubbiamente i più ricchi e i più elevati come status sociale.

Il prestigio di Villa Spreti era tale da far sì che la strada di fronte a quel notevole maniero, sorto vicino alla chiesa parrocchiale, avesse preso il nome di Via Spreti, e così è chiamata ancor oggi.


Inoltre, per dirla tutta, mentre Villa Spreti era una residenza di villeggiatura, la Villa Orsini era l'ultima residenza rimasta alla famiglia dei Conti di Casemurate, 

Nonostante il denaro speso per restaurarla in parte, la Villa Orsini versava in condizioni decisamente peggiori di Villa Spreti, sebbene quest'ultima fosse molto più antica.

Villa Orsini, col suo Salotto Liberty, dove la contessa Emilia riceveva alle 5 pomeridiane, per un tè, tutte le dame altolocate della zona, aveva goduto di un qualche prestigio nei decenni precedenti,
che però erandato declinando, man mano che le fortune economiche degli Orsini si erano a tal punto aggravate da minacciare la proprietà stessa non solo della casa, ma anche la stessa integrità e continuità delle terre costituivano il cosiddetto Feudo Orsini,

Diana non poteva ignorare il fatto che, essendo l'unica figlia in età da marito, tutte le trattative segrete per i matrimoni combinati si erano concentrate su di lei.
E si rendeva conto che forse l'unica soluzione per evitare la catastrofe era fare in modo di imparentarsi, tramite matrimonio, con qualche famiglia ricca.

Purtroppo, considerando l'enormità dei debiti che gravavano sulla famiglia dei Conti di Casemurate, e il rischio probabile di una completa rovina, seguita dal disonore sociale, spaventavano anche i più ricchi scapoli della zona, tranne uno, naturalmente.

Il ruspante Ettore Ricci, figlio dell'ancor più ruspante Giorgio, detto Zùarz, nel locale dialetto gallo-romanzo, era sinceramente innamorato di lei e anche del mondo che lei rappresentava.

La famiglia Ricci, nota in quel dialetto celtico come "Ca' ad Zùarz", era la principale creditrice della famiglia Orsini Balducci di Casemurate, detta "la Ca' de Count", con un tono nel quale rimaneva ben poco dell'antica reverenza, mentre dominava un senso di ironia che portava lo stesso Giorgio Ricci a parlare del suo debitore come di "un Count scunté".

Fondamentale, nel tessere la trama di quel desiderato fidanzamento era la maestra Clara Torricelli Ricci, moglie dell'irsuto Zuarz, come già si era accennato, autrice delle Istorie casemuratensi.

L'apporto della maestra Clara e della sua famiglia d'origine, i Torricelli da Forlì, aveva contribuito a almeno un po' a dirozzare le rudi maniere contadine dei Ricci, per non parlare del loro temperamento sanguigno, irascibile e assai poco propenso alle sottigliezze del galateo.


E tuttavia, raggiunta finalmente una certa agiatezza, il vecchio Giorgio Ricci si atteggiava ormai a riverito possidente.
Tra i suoi numerosi figli, Ettore era di sicuro il più intraprendente, e aveva fama di instancabile lavoratore. In lui l'indole bizzarra, focosa e irascibile dei Ricci, era compensata da una simpatia derivante da un talento istrionico e dalla capacità di avere sempre la battuta pronta.


Fisicamente non era un gran che: basso, irsuto, dai lineamenti duri,
 contrastava in maniera evidente con la bellezza di Diana Orsini.
Ma, come diceva Zsa Zsa Gabor: "Un uomo ricco è sempre bello".
Peccato che Diana Orsini non la pensasse affatto allo stesso modo.

Non si trattava solo di un capriccio: la contessina era consapevole che la personalità di Ettore Ricci e la propria erano agli antipodi.
Naturalmente nessuno si era minimamente preoccupato di informare per tempo Diana del fatto che, nonostante la sua opposizione, le trattative per un eventuale matrimonio con Ettore stavano proseguendo in maniera febbrile e concitata.


Le uniche allusioni a tal proposito provenivano dall'ultima domestica rimasta a Villa Orsini, una certa Ida Braghiri, moglie del fattore degli Orsini, che era già segretamente a libro paga della famiglia Ricci.
La signora Ida non faceva altro che tessere le lodi di Ettore Ricci.

Le pressioni erano sempre maggiori, ma Diana continuava a resistere.

<<Non lo sposerò mai!
>> dichiarò apertamente ai genitori <<Non potete costringermi>>
La Contessa Emilia assunse un'espressione affranta: <<Senti, la vita reale non è come un romanzo di Jane Austen, dove alla fine la ragazza bella e intelligente sposa l'uomo bello e ricco di cui è pazzamente innamorata. No, qui siamo nel mondo reale e...>>

Diana interruppe la madre:
<<Lo so benissimo! Ma credevo che il mondo, dai tempi di Jane Austen, fosse migliorato! Sono passati più di cent'anni e ne abbiamo fatti di passi in avanti...>>
<<Verso il basso!>> concluse la madre <<Cent'anni fa la nostra famiglia era ricchissima, ora non più, per cui, se tu non sposerai Ettore, finiremo tutti sul lastrico>>
<<Vorrà dire che lavoreremo, io ho il diploma magistrale>> sottolineò Diana <<e dunque posso insegnare e voi troverete qualcosa di adatto...>>
Questa volta fu il Conte in persona a intervenire: 

<<Piuttosto mi sparo un colpo di rivoltella! Ha detto bene tua madre! La nobiltà ha i suoi obblighi, e tra questi c'è il matrimonio combinato. Ma il lavoro... no, meglio la morte. Nessuno potrà mai dire di avere il Conte Orsini sul libro paga! 
Ma tu, figlia mia, potresti finire per avermi sulla coscienza. Hai avuto un'educazione di prima classe. Sei cresciuta nei privilegi. E' tempo che tu faccia il tuo dovere>>.

Diana scosse il capo con tutte le sue forze:
<<Mai! Avete capito? Mai e poi mai!>>

Le ultime parole famose...