sabato 29 settembre 2018

Vite quasi parallele. Capitolo 131. Il Risveglio dell'Iniziato



Riccardo si risvegliò in tarda mattinata, nella stanza che suo zio Lorenzo gli aveva riservato, presso la torre alta del Castello di Monterovere. 
Era una calda giornata di agosto. Il suono delle cicale era martellante, aspro, violento.
O forse era solo il suo mal di testa.
La serata precedente era stata molto impegnativa e si era conclusa a tarda ora.
Il ricordo di ciò che era stato detto gli creò subito un senso di inquietudine.
Perché mi sono lasciato incastrare da quei pazzi? Perché gli ho dato corda?
Ma almeno aveva avuto il buon senso di non promettere nulla.
È in uno stato d'animo non destinato a durare che si prendono, troppo spesso, risoluzioni definitive. Ma non era il suo caso, almeno per il momento.
Il punto, come sempre, è che la vita di ognuno può cambiare in un attimo, e le statistiche non sono certo incoraggianti riguardo al "come".
Per Riccardo, poi, ogni cambiamento, persino quelli presumibilmente in meglio, era quantomeno una seccatura.
La sorpresa è un'emozione primaria, almeno così dicono gli psicologi, e a volte può accompagnarsi con altre due o tre emozioni primarie fondamentali: la paura, la rabbia e il disgusto (a volte anche la vergogna).
La gioia o la tristezza, e cioè le rimanenti e più importanti emozioni primarie, subentrano dopo, quando ci si rende conto di cosa sta realmente succedendo.
Alla fine un insidioso senso di sconforto ebbe la meglio.
Guardò fuori, i boschi di querce, roveri e faggi si estendevano sui fianchi della collina e sulle cime delle alture: era da lì che derivava il nome del castello di Monterovere e di conseguenza il suo cognome.
Ma a ben vedere, gli alberi rimasti erano pochi: c'erano più che altro macchie di arbusti sparpagliati e ispidi.
Quella constatazione lo rattristò ulteriormente, e fu assalito dalle riminiscenze letterarie, che erano il suo modo di esorcizzare emozioni ingovernabili.
"I boschi d'Arcadia sono morti
e finita è la loro antica gioia;
in tempi remoti, di sogni si nutriva il mondo;
la Grigia Verità è ora il suo dipinto giocattolo,
ma ancora il mondo gira il suo capo irrequieto.
Ma più esso non sogna. Sogna tu!
Poiché belli sono i papaveri sull'orlo della scarpata;
sogna, sogna, poiché anche questa è verità."

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La nostalgia, veicolata dal ricordo dei versi di William Butler Yeats, prese il posto dello sconforto.
Ora capiva cosa intendeva dire Buzzati quando scrisse:
"Il tempo è fuggito tanto velocemente che l’animo non è riuscito ad invecchiare".
Sarebbe stato bello poter credere ancora alle favole.
Ma erano davvero imposture, quelle raccontate dal consigliere Albedo?
Quell'uomo faceva paura.
Era arrivato a sostenere che l'eugenetica era meglio dell'amore.
Ricordava bene le sue parole:
<<L'amore commette il maggiore dei delitti: la perpetuazione di altre creature destinate a soffrire.
L'eugenetica, invece, vuole estirpare la sofferenza>>
Affermazione discutibile, ma non priva di un suo ambiguo fascino.
E poi c'è quella ragazza! Joanna Burke-Roche... è il tipo di donna per la quale si possono fare follie...
Ma anche questa era un'affermazione difficile da spiegare.
In fondo lady Joanna non era affatto una bellezza di tipo canonico, anzi: aveva il naso lungo, le labbra sottili, il seno quasi piatto.
Eppure era straordinariamente attraente.

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Ne sapeva qualcosa Luca Bosco, che era nuovamente caduto nell'incantesimo di quell'adepta di Vlad Dracu.
In fondo l'amore era un demone, non certo migliore di tanti altri. Per alcuni era la rovina, per altri la causa di una sopravvivenza svuotata di significato:
"...e il mondo non esiste, crollano le persone, si dissolvono le città come nuvole e vapore, muore il sole, vive l’ombra, tutto è spento, dormono le ali, cessano di vibrare,
Perché soltanto attenderti tiene sveglia la mia vita. Allora, aspetto."
Non era forse così anche per lui?
Ma se la donna lo faceva soffrire, non le avrebbe mai dato una seconda possibilità.
Ho pianto per te, ma tu piangerai per me. 
Molti grandi amori sono andati così. Forse i più memorabili.
Nel caso gli chiedessero scusa, non esitava a perdonare.
In caso contrario, per quanto faticasse ad ammetterlo, serbava un sordo ed oscuro risentimento.
Era una caratteristica tipica delle persone che subiscono un grave torto senza essere risarcite.
Dopo un po' di tempo, incominciano a pensare che chiunque, a causa della propria indifferenza e incomprensione, o persino della propria fortuna, sia in qualche modo corresponsabile del mancato risarcimento, e dunque in debito nei loro confronti.  E ciò ha delle conseguenze, specie nei rapporti sociali, in quanto le persone danneggiate e non risarcite si sentono moralmente autorizzate, seppur in modo circospetto ed entro i limiti della legalità ufficiale, a farsi giustizia da sé, diventando sgarbate, ciniche, a volte persino sadiche. Tutto ciò non è per cattiveria o per invidia: è a causa della giustizia che non hanno avuto. Si sentono dalla parte della ragione, ed è per questo che non hanno pietà.
Tutti quei pensieri lo turbavano, e non gli infondevano la forza necessaria a dare inizio ad una nuova giornata.
Mentre si trovava sotto la doccia, il discorso interiore continuò, a ruota libera.
Spesso noi abbiamo un desiderio, ma ne esprimiamo un altro; e neppure agli dèi diciamo la verità.
Lui meno di tutti Era una di quelle persone che mentiva per proteggere il proprio diritto alla riservatezza.
Un amore segreto, deve rimanere segreto. Punto.
Ognuno di noi ha le sue piccole manie, che sono poi ciò che rende la vita sopportabile
Ogni cosa ha una crepa ed è da lì che entra la luce

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Dove aveva già letto tutte queste frasi?
Di solito, per ritrovare l'autore, scriveva la frase su internet.
Come facevano, prima di internet, a ritrovare le citazioni?
Rileggevano tutto? Forse. In fondo, il solo modo serio di leggere è rileggere... e anche questo era stato già detto da qualcun altro.
Si ricordava quasi tutte le citazioni di Tolkien, non sono quelle dei romani e delle poesie, ma anche delle opere di saggistica, come il testo "Sulle fiabe" nel quale il Professore inglese sosteneva che
<<La Fantasia resta un diritto umano»
Molti non amavano il genere fantasy o piuttosto non lo capivano.
Era un rifiuto aprioristico, supponente, che assegnava al realismo la priorità e accusava il fantasy di "escapismo", di fuga dalla realtà.
Ma se la realtà diventava un carcere e un inferno (e Tolkien quell'inferno l'aveva visto con i suoi occhi, nella Battaglia della Somme, durante la Prima Guerra Mondiale) allora, per usare le sue parole, la fantasia non era "la fuga del disertore, ma l'evasione del prigioniero" dal penitenziario in cui la vita stessa lo aveva gettato.

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In certe sere di sconforto totale, Riccardo si preparava un brodino caldo, con dado e fiocchi d'avena, e si riguardava "Lo Hobbit" o "Il Signore degli Anelli". Quel rito aveva un tale potere di rigenerazione che avrebbe fatto resuscitare un morto.
E proprio riguardo a quel potere Tolkien aveva messo in bocca a Gandalf una delle sue frasi più celebri.
Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze
Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.

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C'era tutta una vita di riflessioni dietro a queste sentenze: Tolkien aveva perso i genitori quando era ancora bambino, e poi, durante la guerra, erano morti suoi amici più cari.
Mentre la febbre lo tormentava nelle trincee della Francia e poi negli ospedali militari, a salvarlo dalla disperazione erano state soprattutto due cose: l'amore per Edith, la sua "Luthien", e quello per la letteratura mitologica e la linguistica che ne costituiva le fondamenta.
L'elfico, seppur intriso di profonda malinconia, era comunque capace di suscitare speranza.
Galadriel, prima del suo commovente addio, il lamento "Namarie", dona al portatore dell'Anello, di cui conosceva il tormento, tutta la speranza che le era rimasta.
Ti dono la luce di Earendil, la nostra stella più amata. Possa essere per te una luce in luoghi oscuri, quando ogni altra luce si spegne.
Il mito di Earendil, padre di Elrond, era uno dei più belli e importanti del Legendarium tolkieniano.
In certe notti angosciose Riccardo teneva una piccola lampada accesa e pensava ad Earendil che navigava nei cieli, portando nella sua nave l'ultimo dei Silmaril.
Chi lo sa cosa hai detto alle tenebre, nelle amare veglie notturne, quando tutta la tua vita sembrava contrarsi e le pareti della tua stanza ti si stringevano addosso, come le sbarre di una gabbia per imprigionare qualcosa di selvaggio.
Così diceva Grima ad Eowyn. E così Riccardo avrebbe potuto dire non solo a se stesso, ma anche a Joanna.
Tu, così bella, così fredda, come un pallido mattino di primavera ancora pervaso dal gelo dell'inverno.
E infine le parole del venerabile Cirdan, quando dona a Gandalf l'Anello del Fuoco:
<<Prendi questo anello, perché le tue fatiche saranno gravi e in tutte esso ti sosterrà, preservandoti dalla stanchezza. Quanto a me, il mio cuore è vicino al mare e dimorerò presso le grigie sponde fino alla partenza dell'ultima nave degli Elfi. Fino a quel giorno, io ti aspetterò>>
Queste erano le vette.
Ma per scacciare la tristezza e la paura poteva andar bene anche un "Harry Potter", la cui magia bianca scacciava il male oscuro che tentava di insinuarsi nella mente, come un "dissennatore".
Perché gli Hobbit o Harry Potter? Perché infondevano fiducia e riconciliavano col mondo.
Perché noi tutti abbiamo paura, e questi racconti ci danno coraggio.
In molti disapprovavano, soprattutto tra gli accademici blasonati o, sull'altro versante, coloro che erano entusiasti della vita così com'era (gli "automi", li chiamava Riccardo, pur ammettendo che "forse gli automi hanno ragione").
Ma non teneva più in considerazione il giudizio altrui.
Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi tu stesso.
C'era stato un tempo in cui aveva perso tempo, energie e buonumore, cadendo nelle provocazioni di chi cercava di demolire il suo equilibrio.
Altri tempi, ormai.
La saggezza è la capacità di passare oltre.
Evitava ormai anche le dispute di carattere più dotto, perché in esse c'era più retorica che logica, e comunque, in fin dei conti, aver ragione non serviva a niente.
Che ognuno la pensasse come voleva, purché non pretendesse di imporre a lui la propria verità.
Le verità è una bugia.
Almeno quando pretendeva di essere l'unica voce.
E dunque se la realtà era un inferno e la verità un'illusione, perché condannare la fantasia?
Potevano esserci molti più valori in un'opera fantasy che in tutta la neoavanguardia.
<<E noi a cosa siamo aggrappati, Sam?>>
<<C'è del buono in questo mondo, Padron Frodo. E' giusto combattere per questo>>
Certo nella vita il lieto fine era molto raro, per questo era meglio che le guerre fossero combattute nelle opere di fantasia.
Nella realtà era sempre meglio cercare la quiete, perché se c'è pace non ci può essere sconfitta.
Forse nella tarda antichità o nel primo medioevo, Riccardo sarebbe diventato un monaco o un eremita.
Nel Terzo Millennio, però, questa opzione non esisteva più: la società era diventata onnipervasiva e non c'era modo di sfuggire alla sua gabbia.
Anche le religioni erano delle gabbie mentali, specie quelle monoteiste.
Fino a quando accetteremo un padrone nei cieli, accetteremo anche la schiavitù sulla terra.
Chissà cosa ne pensavano gli Iniziati agli Arcani Supremi?
Avevano parlato di entità sovrumane, ma non avevano usato il termine divinità.
Forse si trattava di entità immanenti, con poteri comunque limitati.
Potevano essere considerati creatori soltanto limitatamente a ciò che un essere intelligente può costruire tramite l'arte o la scienza o altri suoi poteri.
Ma allora chi era il Demiurgo, il creatore dei creatori?
Forse era meglio che non esistesse un Creatore, perché, considerando gli orrori del mondo, non ci faceva una gran bella figura.
Gli Iniziati lo sapevano e infatti ripetevano spesso una frase che Riccardo condivideva profondamente e cioè: "Esistono cose molto peggiori della morte".
Per questo, in fondo, ai funerali, il vero pianto era per i sopravvissuti.
When I'm dead my dearest, sing no sad song for me...

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Un'altra citazione, ed era la prova che certi concetti potevano essere espressi al meglio grazie alla voce della letteratura, perché la vita, da sola, non basta, persino quando si parla della morte.
Era un argomento tabù: persino la parola stessa veniva evitata e per i giornalisti, in ogni sciagura, i morti diventavano "vittime", come se invece i feriti gravi non lo fossero.
And if you will, remember, and if you will, forget...
Gli edonisti non volevano sentirne parlare, così come i fedeli del "pensiero positivo" (che arrivavano a definire "un dono" persino il cancro), mentre i religiosi ritenevano che dopo incominciasse una presunta vera vita, tutta da dimostrare, ma da conquistare attraverso grandi sofferenze, che per molti cattolici avevano un sado-masochistico valore in termini di redenzione.
Se fosse stato per Riccardo, tutti avrebbero avuto il diritto di ricevere gratis un tubetto di Nembutal per poter decidere, in tutta autonomia e con la massima dignità, di rifiutare il "dono di Dio" o semplicemente l'esito della copula di tutti i propri antenati, fino ai primordi dell'evoluzione.
Insomma, morire sì, ma è il modo che fa la differenza.
Dicono che la vita è un dono: e allora perché non ci è consentito di rifiutarlo?
Chi offre un dono deve concedere a chi lo riceve la possibilità di disporne secondo coscienza, e invece Dio, o chi per lui, ci ha imposto la Via del Dolore.
E questo lo riconduceva all'Iniziazione a cui l'Ordine degli Arcani Supremi voleva sottoporlo.
Se fosse stato solo per le insistenze dello zio Lorenzo o del vecchio consigliere Albedo, avrebbe rifiutato subito.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue. Dimenticate i padri, le loro tombe sprofondano nella cenere...

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Persino le Scritture avevano da dire la loro sull'argomento, qualcosa del tipo "...i vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, eppure anche loro sono morti. Ma io sono il Pane della Vita".
Per decenni Riccardo aveva cercato di ricostruire, forse invano, il suo pedigree, ed ora si trovava davanti ad una risposta ambigua.
Non siamo stati tutti cavalli di razza, in famiglia: i dati di molti nostri ascendenti non sono negli almanacchi.
Per fortuna.
Coloro che hanno presunto di saperne di più, non erano nulla essi stessi, né noi per loro.
E allora? Tutto per nulla, dunque?
Eppure resta che qualcosa è accaduto, quel niente
che è tutto...
Non importava se fossero stati convegni d'amore o matrimoni di convenienza: le vite di quegli uomini e di quelle donne, per quanto avessero seguito traiettorie in apparenza parallele, alla fine si erano incontrate, e il frutto di tutti quegli incontri ora era chiamato a scegliere, a sua volta, se perpertuare ancora quella farsa.
 Avrebbe detto di no, ma c'era quella ragazza, o meglio quella giovane donna che sembrava ancora una ragazza: lady Joanna Burke-Roche, in arte Virginia Dracu.
La notte precedente si era addormentato pensando a lei.
Era strano il sentimento che Joanna gli ispirava: era come una nostalgia per qualcosa, o qualcuno, che aveva perduto, ma di cui non ricordava più nulla, se non qualche ombra.
C'era qualcosa... come un deja vù, o un sogno, o una riminiscenza di un'altra vita.
Fatto sta che era stato il suo ultimo pensiero, prima di addormentarsi.
E in fondo tutto si riduce all'ultima persona a cui si pensa prima di prendere sonno: è lì che si trova il nostro cuore.

Tutto si riduce all'ultima persona a cui pensi la notte, è lì che dorme il tuo cuore. (C. Bukowski) - Libroza.com

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Riccardo pensava a Joanna e sentiva che lei lo aveva stregato, e non solo metaforicamente.
Era anche convinto che la misteriosa fanciulla, nonostante facesse coppia con Luca Bosco, in realtà avesse in mente altri piani. Forse il dottor Bosco era stato coinvolto, suo malgrado, come paravento per un'operazione più complessa e molto più pericolosa.
Dovrei dirgli quello che dissi a me stesso ai tempi in cui decisi di lasciare Ilaria: "Se devi insistere non è la tua taglia, e questo vale per anelli, vestiti, scarpe, amori e amicizie".
Ma Joanna sapeva recitare bene, e come era già successo ai tempi in cui stava con Waldemar Richmond, ancora una volta era probabile che stesse facendo un doppio o triplo gioco, seducendo tutti senza concedersi a nessuno.
Avrebbe fatto appello persino alla mozione degli affetti.
Basterebbe dirselo un "mi manchi" piuttosto che mancarsi in silenzio per tutta la vita.
Ecco, quella era il tipo di frase con cui una donna come Joanna avrebbe potuto mascherare di romanticismo anche la più cinica e fredda transazione.
E fu in quel momento che comprese finalmente il significato di ciò che stava accadendo.
Questo è l'ultimo incrocio tra vite quasi parallele: la mia e quella di Joanna.
C'era qualcosa di diabolico in quell'ennesimo tentativo di interferire con le vite e i sentimenti degli altri, al fine di consolidare equilibri di potere o, peggio ancora, di incrociare le stirpi al fine di generare una sorta di Anticristo.
Mi hanno tolto tutto per mettermi con le spalle al muro e non lasciarmi via di fuga.
Poteva soltanto sperare che Jenna fosse meno manovrabile di quanto credevano individui come Albedo o Vlad Dracu.
E ora che ne sarà del mio viaggio?
Troppo accuratamente l'ho studiato, senza saperne nulla.
Un imprevisto è la sola speranza.
Ma dicono che è una stoltezza dirselo.

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