martedì 4 maggio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 131. Aperitivo e Dinner party alla Suite Royale


Nel suo biglietto d'invito, Sua Grazia l'onorevole Lord Waldemar Richmond FitzCharles-Stuart, settimo Duca di Ravensbourne, si riferiva alla cena come a un cocktail and dinner party con aperitivo alle otto di sera e cena a partire dalle nove.
Specificava inoltre che quella serata non era da considerarsi un evento formale, per cui gli ospiti potevano sentirsi liberi di vestirsi come volevano. Lui avrebbe indossato lo smoking, ma era solo per abitudine.

Roberto aveva subito detto con Aurora che per nessuna ragione al mondo avrebbe indossato quel ridicolo farfallino: lui era per la cravatta senza se e senza ma, e col nodo Double Windsor, "sia ben chiaro", su questo non poteva transigere.
Aurora sostanzialmente era d'accordo ma gli chiese:
<<E se te lo chiedessi io?>>
<<Per te farei di tutto, tranne perdere la stima di me stesso>>
Questa frase ci suonava familiare e ci siamo chiesti se l'avesse detto qualcun altro, oltre a Roberto, per cui, così come citiamo i poeti e i filosofi e altri personaggi illustri, dobbiamo segnalare anche la canzone, intitolata "Per averti" e il suo interprete, che non ci è particolarmente simpatico come uomo, ma il suo mestiere lo sa fare bene, ed è sufficiente il suo nome di battesimo, e cioè Adriano. La trascriviamo con qualche nostra modifica che la rende più consona a quelli che potrebbero essere stati i pensieri di Roberto.

Per averti farei di tutto / tranne perdere la stima di me stesso / e se è questo che tu mi chiedi /
io ti perdo, ma stavolta resto in piedi / anche se qui dentro me qualcosa muore //  sì,  farei di tutto, / farei di tutto ma rinuncio con dolore / farei di tutto, farei di tutto / ma rinuncio, sì rinuncio senza amore // tu due cuori non li hai / e a me non basta la metà / se tu scegliere non sai / scelgo io, che male fa // Io non mi vendo, ma sto morendo / morsicato da un serpente e senza siero / disperato ma però un uomo vero...

Mentre Aurora sceglieva i vestiti per entrambi, Roberto concordava con lei sulle cose che avrebbero potuto dire e quelle che invece sarebbe stato meglio evitare.
Poi lei continuò a curare la parte estetica, mentre lui passò molto tempo nelle varie piscine del centro benessere, per poi tornare di sopra e prepararsi a sua volta. 
Ed in effetti la scelta di lei gli piacque molto.

I due fidanzati si presentarono alla Royal Suite del Savoy in perfetto orario, alle otto di sera. 
Entrambi erano, come sempre, molto eleganti, e nel contempo originali: Aurora voleva comunicare l'idea che loro fossero come due sposi, per cui Roberto avrebbe indossato un abito scuro e lei uno bianco.
Ma voleva anche apparire come una sposa di carattere e dunque aveva scelto di stupire tutti ancora una volta, indossando un abito con giacca bianca (con lievissime sfumature azzurre, che si potevano notare solo se l'illuminazione era dalla parte giusta), camicia bianca a collo alto e lungo, una cravatta bianca molto spessa e decorata, ampi pantaloni a palazzo bianchi (sempre con sfumatura azzurrognola) che arrivavano fino a terra (con sotto scarpe con tacco molto alto, affinché l'effetto complessivo le desse un aspetto da top model, da indossatrice in una sfilata).
Le erano sempre piaciute le divise, comprese quelle maschili, e questo la induceva, ogni tanto, ad osare abiti simili a quelli maschili, forse per controbilanciare l'aspetto angelico del suo volto, attribuendogli più carattere.

Aveva trascorso il pomeriggio nel solarium, per cui la sua notevole abbronzatura era particolarmente in sintonia col colore dei capelli.






Roberto aveva trovato un accordo con lei: avrebbe sì indossato lo smoking regalatogli da Aurora, ma con una cravatta scura color indaco. 
Il farfallino rimase incellofanato, destinato a restare intonso, come certi libri comprati sull'onda dell'emozione del momento, ma la cui lettura era sempre posticipata a impossibili "tempi migliori".
Gli oggetti non usati, come i libri non letti, un giorno si vendicheranno. 
Ogni feticista con tendenza ad accumulare oggetti inutili lo sa fin troppo bene: alla fine quegli oggetti avrebbero sommerso la casa e il suo stesso proprietario, che ne sarebbe morto, come la vittima di una valanga.





L'onorevole lord Waldemar Richmond FitzCharles-Stuart, Duca di Ravensbourne era invece, come anticipato, in smoking e quando vide i suoi ospiti, mostrò di apprezzare molto la scelta estetica di entrambi, specialmente, com'era ovvio, quella di Aurora.
Lui a sua volta appariva diverso: così vestito e pettinato sembrava aver messo da parte, almeno per quella sera, il suo aspetto androgino, preferendo un look adeguato al proprio rango.
Forse la riunione con i suoi soci in affari gli aveva fatto capire che certe sue pose troppo effemminate gli avrebbero fatto perdere credibilità.
Si era negli Anni Novanta del secolo scorso, quando ancora l'elite non aveva accettato certi atteggiamenti e comportamenti che ora sono diventati quasi una moda.
Ma il Duca voleva anche darsi un'aria principesca, persino regale ed era quello il suo intento, e se avesse avuto indosso la corona, il mantello di velluto blu con gigli d'oro, bordato di ermellino, la spada e lo scettro, avrebbe fatto impallidire anche Luigi XIV.





La Royal Suite al quinto piano del Savoy era ed è ancora un gioiello: un appartamento di sette stanze e tre bagni, collegate l'una all'altra lungo una direttrice open plan che si estende sul lato verso il  fiume, con vista panoramica sul Tamigi e sui monumenti di Londra. Lo stile residenziale che soddisfava il desiderio del viaggiatore di lusso era un misto tra eleganza antica e comfort moderno. Questo stile era una armoniosa composizione di elementi classici con altre correnti artistiche, tra cui l'Art Nuveau e l'Art Deco. L'ingresso conduceva in un’ampia soggiorno con un bar privato di notevoli dimensioni. Vi era poi, collegato da una porta, un secondo salotto più intimo e tradizionale.






Dal secondo salotto si entrava nella sala da pranzo.



Nel ricordo di Roberto la sala da pranzo era molto luminosa, grazie sia alla vetrata con vista sul Tamigi, sia alla presenza di specchi e ornamenti chiari, con le pareti in stile neoclassico e l'arredamento che affiancava elementi liberty però più sobri.

Adiacente alla sala da pranzo, c'era la sala per il guardaroba da cui si dipartivano due bagni di cui uno per gli ospiti e, in fondo, c'era una stanza adibita a studio e biblioteca, con tanto di librerie, scrivanie e custodie per i documenti, lampade decorate e poltrone ergonomiche.






Le camere da letto con baldacchino erano nel reparto notte, e affiancato si trovava uno spazioso spogliatoio con armadi rivestiti in cedro e un maestoso bagno con profonda vasca idromassaggio Jacuzzi e tonificante doccia a vapore.









Lady Jessica Burke-Roche arrivò con un quarto d'ora accademico di ritardo, elegantissima, con un vestito lungo, azzurro, che le lasciava quasi del tutto scoperte le spalle, e una stola dello stesso colore che le avvolgeva il petto, passando sopra gli avanbracci.
I capelli castano chiari erano ravvivati da colpi di sole e il viso, pur mostrando tratti affilati, era addolcito da un make-up che riusciva a far apparire meno lungo il naso e più corpose le labbra.

Lo sguardo era magnetico, molto intenso, con un'espressione che oscillava tra il serio e il vagamente divertito, e infatti la prima cosa che disse, in un italiano privo di inflessioni, fu:
<<Chiedo scusa per il ritardo, ma per rendermi presentabile c'è voluto molto tempo. Un lavoro di restauro molto impegnativo. Più di così non poteva fare>>
Lord Ravensbourne si alzò andarle incontro e dopo un cortese baciamano disse :
<<Sei meravigliosa, Jessi>> e poi le indicò gli ospiti <<ti presento lady Aurora Visconti-Ordelaffi e il suo fidanzato Roberto Monterovere, nipote del celebre Filosofo Metafisico>>
Roberto si chiese come mai suo zio fosse stato citato come filosofo invece che come storico delle religioni. Forse i suoi studenti lo conoscevano meglio di quanto lo conoscesse lui.

Jessica porse la mano a entrambi con molta cordialità, poi concentrò inizialmente la sua attenzione sulla giovane Visconti:
<<Aurora, che splendido nome! E tu sei la ragazza più bella che io abbia mai conosciuto! 
Io venderei l'anima al diavolo se potessi essere alta come te, avere le gambe così lunghe, poter indossare pantaloni come i tuoi e avere un viso d'angelo come il tuo.
Be', anche le tue tette non guasterebbero..,
Sarò anche una banale eterosessuale, ma per una come te potrei fare un'eccezione>>
Aurora rise, lusingata:
<<Ah ah, e io ci starei molto volentieri, perché guarda che anche tu sei un bel bocconcino.  Ah sì, decisamente!>>
Jessica rise a sua volta:
<<Sì, ma a me c'è voluto tutto il giorno per rendermi vagamente appetibile, mentre io ci scommetto la testa che tu anche al naturale sei perfetta, cosa ne dici Roberto?>>




Chiamato in causa a sorpresa, Roberto sorrise e annuì:
<<Confermo, e infatti mi reputo un uomo molto fortunato>>
Jessica concentrò la sua attenzione e il suo sguardo magnetico su di lui:
<<Lo credo bene!>>
Roberto non poté fare a meno di notare il suo italiano perfetto:
<<Ma dove hai imparato a parlare così bene l'italiano?>>
Lei si aspettava quella domanda:
<<Be', vedi, noi inglesi abbiamo l'innegabile vantaggio di conoscere già l'inglese>>  e qui tutti risero perché la battuta li aveva colti di sorpresa <<per cui abbiamo molto più tempo per dedicarci allo studio di altre lingue.
Io frequento un liceo classico con indirizzo linguistico, per cui sto studiando il greco e il latino, ma anche il francese e l'italiano. In più ho un'istitutrice italiana, che è la stessa che ha aiutato anche Wald a perfezionare il suo>>
Waldemar Richmond Fitzjames Stuart confermò:
<<Io e Jessica ci siamo conosciuti così. E' stata la nostra istitutrice a farci conoscere e a invitarci a parlare italiano tra di noi, in sua presenza, ed è stato un metodo molto efficace.
Ed è cosa pubblicamente nota che è da allora che ho cominciato, purtroppo ancora senza risultati incoraggianti, a corteggiare lady Jessica>>
L'attenzione di tutti si spostò di nuovo sulla giovane Burke-Roche:
<<No, Wald, se presenti le cose in questo modo dai l'idea che io sia una che se la tira, il che non è affatto vero. E' solo che ho paura di essere, come si dice... "sedotta e abbandonata". 
Succede così quando si è corteggiati da un Duca che potrebbe aspirare a molto meglio>>



Roberto intervenne:
<<Non credo che lo farebbe mai. Sono io quello che deve preoccuparsi di più, se penso che Aurora potrebbe trovare qualcuno più degno di me>>
Jessica colse la palla al balzo:
<<Allora non resta che gli indegni lascino il posto alle divinità. Io e Roberto ci togliamo dal mezzo e così Aurora e Wald potranno generare una stirpe di eletti>>
Tutti presero quella frase come una battuta, ma tra loro Jessica era l'unica a conoscere quello che gli Iniziati chiamavano "Il Grande Disegno".
Aurora, volendo mostrare di essere altrettanto ironica e auto-ironica, disse:
<<Sì, però in questo modo tu e Roberto ci portereste via tutta l'intelligenza>>
Waldemar sollevò l'indice della mano destra:
<<Avrebbero dei rampolli con grande quoziente intellettivo, ma si dovrebbero assumere la responsabilità dei loro nasi>>
Tutti risero.
Jessica guardò il Duca con la sua tipica espressione maliziosa:
<<E va bene, allora. Mi hai convinto, Wald. Vorrà dire che mi sacrificherò e diventerò la Duchessa di Ravensbourne, il che in fondo è pur sempre meglio che lavorare>>




La risata corale che ne seguì, sancì il trionfo della giovane Burke-Roche. 
Lo spirito di Jessica era contagioso, gli altri cercavano sempre di trovare arguzie migliori delle sue, ma era difficile riuscirci. Sembrava che fin da bambina avesse studiato un manuale su come rispondere in maniera intelligente e ironica in qualsiasi tipo di conversazione brillante.
Lord Ravensbourne ne era molto compiaciuto, e si vedeva chiaramente che amava Jessica, tanto che le fece sapere:
<<Quando vuoi, c'è un anello di fidanzamento con zaffiro e diamanti più grande di quello della tua cugina ricca, la Principessa di Galles>>
Jessica sorrise:
<<In una delle prossime serate, magari più intime, potremo riparlarne, ma mi raccomando, io sono una persona romantica, per cui, prima di inginocchiarti, assicurati che l'anello sia davvero più grande e più prezioso!
Il romanticismo si misura a carati, in Inghilterra, specie per quel che riguarda gli aristocratici caduti in disgrazia, come me>>
Roberto si sentì in dovere di precisare:
<<Io credo di essere l'unico plebeo qui, dal momento che l'unico quarto di nobiltà accertato è quello di mia nonna materna>>
Incredibilmente fu il Duca a smentirlo:
<<Tuo zio mi ha detto che anche i Monterovere sono nobili>>
Roberto rise:
<<Lorenzo sarà pure un grande "filosofo metafisico" come il suo maestro Franz Kranz, ma il resto è pura invenzione>>
Ancora più incredibile fu la smentita di lady Jessica:
<<Ma tu li hai letti i libri di tuo zio?>>
Imbarazzato, Roberto dovette ammettere la verità:
<<No. A dire il vero li ho acquistati solo di recente e non ho ancora avuto tempo per...>>
Jessica non accettò scuse:
<<Devi leggerli al più presto, soprattutto gli ultimi. Ci sono dei contenuti che ti faranno capire che il Professore è uno studioso le cui tesi sono accompagnate e suffragate da ricerche approfondite e da prove robuste. Se afferma qualcosa, qualsiasi cosa, non lo fa mai per caso e tanto meno per millanteria. Uno come lui non ne ha bisogno>>
Aurora cercò di capire meglio la situazione:
<<Si direbbe che tu conosca Lorenzo meglio di suo nipote e anche meglio di Waldemar>>
Era verissimo, per questo Jessica smentì in maniera categorica:
<<Io conosco i suoi libri, e le loro fonti, e so che su certi argomenti, come ad esempio le genealogie, ha consultato gli archivi di mezzo mondo. L'apparato delle note e la bibliografia dei suoi testi sono più che illuminanti al riguardo>>
Ci fu un momento di silenzio meditativo e ne approfittò il cameriere privato del Duca, che si offrì, in inglese, di preparare un aperitivo per tutti i presenti, se eventualmente volevano accomodarsi in soggiorno.
Per Waldemar l'anziano cameriere era come un secondo padre, perché subito disse:
<<Senza Archibald sarei perduto>>
Si sedettero nelle poltrone: erano le 20.45 e chissà cosa sarebbe successo, da lì a fine serata, o nottata, a seconda delle abitudini del Duca e di lady Jessica, la futura Duchessa.

sabato 1 maggio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 130. Lady Jessica Burke-Roche



Aurora e Roberto erano ancora a letto insieme, quando la mattina dopo, a tarda ora, Battista suonò con decisione il campanello finché lei trovò la forza di andargli ad aprire.
Le consegnò allora, con aria solenne, l'invito di Lord Ravensbourne, il quale esprimeva il suo grande desiderio di averli come ospiti a cena, nella Suite Royale, insieme a lady Jessica Burke-Roche, che conosceva molto bene la lingua e la cultura italiana, di cui era grande ammiratrice.

Aurora guardò Roberto, il quale annuì, poi tornò a rivolgersi a Battista e gli disse:
<<Va bene, fagli sapere che accettiamo l'invito... >>
E con quelle semplici parole segnò il destino di molte persone, compreso il proprio.

Quello fu il momento in cui Jessica entrò in scena nella vita di Roberto, facendo dunque la sua prima comparsa nella nostra narrazione e diventerà una delle tante vite "quasi" parallele destinate a collidere con le altre, concorrendo alla realizzazione di qualcosa che fu nel contempo mirabile e terribile.
Perciò è necessaria, anche in questo caso, una premessa introduttiva.

Se Aurora Visconti-Ordelaffi fu il primo grande amore di Roberto Monterovere, lady Jessica Burke-Roche era destinata ad essere, molto tempo dopo, l'ultimo, e il più importante.

Prima di tutto va notato che, come nel caso di Aurora, sarebbero dovuti passare anni prima che Roberto si innamorasse di lei.
E del resto Roberto era felicemente fidanzato con Aurora, la amava profondamente ed era senza ombra di dubbio intenzionato a sposarla.

Non c'era nessuna ragione al mondo che gli facesse prevedere che Jessica, negli anni a venire, sarebbe salita e scesa sulla Ruota del suo Destino per tante volte, ed ogni volta sarebbe stata un po' più grande nel suo cuore.

E' difficile da spiegare, persino per noi che abbiamo udito raccontare questa storia da più fonti, come sia potuto accadere.
Ci sono esempi simili anche nella grande Storia, quella dei personaggi famosi del passato, e forse il modo migliore per capire tutto questo sono proprio le similitudini.

Il primo esempio che ci viene in mente è molto famoso e controverso: Jessica fu per Roberto qualcosa di simile a ciò che Wallis Simpson fu per Edoardo VIII, nel bene e nel male.

E per dare significato a questa similitudine, ci sia consentita l'ennesima digressione sui reali inglesi e le loro consorti e amanti. 

Wallis Warfield Spencer Simpson Windsor (Baltimora 1896 - Parigi 1986) ebbe tre mariti, divorziò dai primi due per sposare un uomo che per lei aveva rinunciato alla corona dell'Impero Britannico.
Come fu possibile? Wallis non era bella, né giovane, né fertile, né inglese, né nobile, né, soprattutto, nubile: era sposata con altro uomo, Ernest Simpson, dopo aver divorziato dal primo marito, un certo Spencer, ufficiale dell'aviazione statunitense di stanza a Shangai e Pechino.

Ma Wallis era interessante, elegante, brillante, ironica, carismatica, seducente, sicura di sé e molto esperta nelle questioni erotiche, apprese negli anni in cui visse in Cina, ai tempi dei Signori della Guerra, che dominarono la scena dopo l'esautorazione dell'ultima Dinastia e la fine dell'Impero.

La sua personalità fu tale da far tremare la Corona britannica e nel contempo, però, fu capace di dare il via ad una secolare stagione di scandali drammaturgicamente appassionanti e aventi come fulcro le vicende dei reali, specie per quel che riguarda i matrimoni, i tradimenti, i divorzi e le tragedie, perché c'è una cosa che bisogna ammettere, senza l'adulterio e lo scandalo, la Monarchia britannica sarebbe morta a causa della noia.










Alla fine lo capirono anche Elisabetta II e il principe Filippo, quando decisero di riconciliarsi con Wallis, durante la malattia di Edoardo VIII e dopo la morte di quest'ultimo, nel 1972.
La Regina acconsentì persino che Wallis fosse seppellita accanto al marito, nel cimitero reale di Frogmore, a Windsor, a pochi metri di distanza dal mausoleo di Vittoria e Alberto.

L'unico membro della Famiglia Reale che non perdonò mai Wallis fu la Regina Madre, e possiamo comprendere le sue ragioni, che trovarono espressione limpidissima nel sorriso trionfale con cui osservò passare la bara della Duchessa di Windsor, nel 1986.




Ma Elisabetta II e Filippo concessero a Wallis un funerale molto dignitoso, a Windsor, che, paradossalmente, servì allo stesso Filippo come prima prova per il suo stesso funerale, le cui linee principali incominciarono a definirsi già due anni dopo, a partire dal 1988.

Uscire di scena in punta di piedi è qualcosa di molto dignitoso, e le esequie del Principe, nel 2021, ci fanno pensare che egli fosse una persona migliore di quanto lo descrivessero i media e le serie tv.
E' risaputo infatti che Filippo (pace all'anima sua) fu un marito infedele, ma gli va comunque riconosciuto il non indifferente merito di essere stato sempre molto discreto. 
Se però il suo matrimonio è durato così a lungo, il merito principale va attribuito a Elisabetta, che oltre a possedere le doti della pazienza, della prudenza, della riservatezza e del senso di responsabilità che il suo ruolo le imponeva, amava profondamente suo marito e sentiva di aver bisogno di lui, della sua forza di ruvido nostromo, di navigato ufficiale di marina, come tutti i Mountbatten, zio e nonno, prima di lui.

Massima ammirazione quindi per una coppia che ha dimostrato che i matrimoni, a volte, possono anche riuscire bene. Ma se tutti i matrimoni dei Windsor fossero stati così, la Corona, paradossalmente, avrebbe perso parte del suo fascino, quel tipo di fascino che deriva dallo scandalo, dal tormento, dalla passione e dalla tragedia.

Più volte abbiamo sostenuto la tesi secondo cui in genere i lettori non sono interessati a leggere storie di amori felici.

La felicità degli altri, nel migliore dei casi, genera noia e quindi disinteresse, e nel peggiore genera invidia e persino odio, e adesso lo sappiamo ancor meglio attraverso il fenomeno degli haters, gli "odiatori" da tastiera che, non essendo riusciti a farsi una vita propria, non hanno niente di meglio da fare che insultare coloro che sembrano felici, e dico "sembrano", perché ognuno porta la sua croce, ed è turbato dalle sue paure. 

Quisque suos patimur manes: ognuno di noi soffre per i propri fantasmi. Ognuno, senza eccezioni.

"Chi più e chi meno", si potrebbe obiettare, ma questo vale per il presente: riguardo al futuro, anche i più previdenti sono esposti egualmente agli eventi imprevisti e imprevedibili.

L'invidia, oltre che essere meschina, perché non riconosce il merito e gioisce dei mali altrui, è anche infondata, perché non tiene conto la fortuna è volubile, la felicità è effimera, le cose materiali si logorano, e niente, assolutamente niente è indistruttibile, nessuno può considerarsi fuori pericolo, e questa è la Ruota del Destino o del Caso o della Provvidenza o del Karma o di qualunque cosa che eccede la nostra umana comprensione.

Ma se anche sconfiggiamo il demone dell'invidia, resta pur sempre presente quello della noia.
La preoccupazione primaria di chi scrive è cercare di non annoiare, e come disse Manzoni, "se invece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta".

E così come i lettori si annoiano di fronte agli amori eternamente felici, allo stesso modo si sarebbero annoiati i cittadini britannici, e se non ci fosse stato nemmeno un adulterio, nemmeno uno scandalo, nemmeno una tragedia, allora col tempo questi cittadini avrebbero incominciato persino per provare antipatia ed invidia verso queste persone troppo felici e troppo baciate dalla fortuna.

Gli Inglesi, che crescono studiando o "respirando" nell'aria  le tragedie di Shakespeare, sono abituati a veder scorrere il sangue tra fratelli e tra cugini, e ad appassionarsi alle vicende degli York e dei Lancaster che si sterminano a vicenda per poi regalare la Corona a un gallese tisico e sconosciuto come Enrico VII Tudor.
La Monarchia Britannica, che ci piaccia o no, è anche questo.
I Britannici, e gli Inglesi in modo particolare, si sentono parte di questo infinito dramma shakespeariano.

Certo, nella famiglia ci deve essere una persona autorevole che tiene in piedi la baracca, e in questo caso a farlo sono state principalmente le donne, anch'esse, come le loro rivali, donne di carattere: Eleonora d'Aquitania, Elisabetta Woodville, Margaret Beaufort, Elisabetta I, Vittoria, Mary di Teck, Lizzie Bowes-Lyon ed Elisabetta II.







Vale la pena soffermarsi sul mistero che circonda lady Margaret Beaufort Tudor, Contessa di Richmond, che fu la vera vincitrice della Guerra delle Due Rose.
Donna di grande cultura e di granitica fede cattolica, lady Margaret, appartenente a un ramo cadetto e morganatico del Casato dei Lancaster, sposò il gallese Edmund Tudor, conte di Richmond, all'età di soli dodici anni ed ebbe un unico figlio, Enrico, destinato a diventare Enrico VII, il fondatore della dinastia Tudor.
Quando Enrico nacque, lady Margaret era consapevole del fatto che l'unico modo con cui suo figlio sarebbe potuto diventare Re, era passare sopra sette bare: quella di Enrico VI, di suo figlio Edoardo di Galles, di Edoardo IV di York e dei i suoi due figli Edoardo V e Riccardo, di Giorgio di Clarence e di Riccardo III, ma non smise mai di credere che suo figlio avrebbe vinto e lei sarebbe diventata la vera dominatrice del Regno.

Margaret seppellì anche suo figlio, e nel breve periodo che intercorse tra la sua reggenza e l'incoronazione del nipote, cercò di convincere quest'ultimo a non sposare la vedova di suo fratello, Caterina d'Aragona, perché facendo questo si contravveniva a un precetto religioso, che rendeva annullabili le nozze, ma Enrico giurò che Caterina era una "virgo intacta" e dunque il matrimonio era valido.

E così, quando molti anni dopo chiese l'annullamento sostenendo il contrario, creò uno dei più controversi casi di diritto canonico della storia.

A questo punto è legittimo chiedersi: come sarebbe stata la storia inglese senza quella specie di stallone sanguinario, violento, brutale, spergiuro e paranoico che fu Enrico VIII ?
Ovviamente non possiamo saperlo, forse sarebbe stata migliore, ma di una cosa possiamo stare certi, sarebbe stata molto più noiosa.

Purtroppo i personaggi come Enrico VIII sono il sale della Storia: senza di loro la storia sarebbe insipida.
Ma se lui non fosse stato ciò che era, non ci sarebbe stata Elisabetta I, considerata la vera fondatrice della supremazia marittima britannica.





Ma non è necessario arrivare alle vette di crudeltà di Enrico VIII, o all'eccessivo ricorso, da parte delle sue figlie, del rogo (nel caso di Maria I) , della scure e della forca, nel caso di Elisabetta (e se il malcapitato non aveva la "fortuna" di soffocare o rompersi l'osso del collo, l'esecuzione sarebbe proseguita con eviscerazione e squartamento. Si consiglia la lettura di Sorvegliare e punire, di Michel Foucault)

Ai cittadini britannici, per divertirsi un po', basta semplicemente che ad un principe o una principessa del sangue reale un matrimonio d'amore sia negato e che uno non voluto sia imposto: basta questo per creare uno psicodramma destinato a durare mezzo secolo e anche più, coinvolgendo generazioni su generazioni, e questo vorrà pur dire qualcosa!

E non stiamo parlando solo di Wallis Simpson o di Diana Spencer.
Crediamo che persino l'amore vero tra Carlo e Camilla, vituperati e derisi, ma uniti e coerenti da mezzo secolo di affetto reciproco, un giorno diventerà esso stesso materia di leggenda, perché ha resistito a tutto, si è imposto su tutti, e pur avendo tutti contro, ha continuato e continua a procedere, da cinquant'anni, verso la meta finale: il Trono.

Ce la faranno? Tutto dipende dalla longevità di Elisabetta II. La legge di successione parla chiaro, nel momento stesso in cui il cuore dell'attuale sovrana smetterà di battere, il Principe di Galles e la sua consorte, se saranno ancora vivi (ed è un "se" grande come una casa, anzi, come il castello di Windsor) saranno Re e Regina del Regno Unito, (con o senza la Scozia), con grande scorno dei tanti ignorantelli che credono che la Corona si erediti mediante testamento, come se fosse una pelliccia di castorino, e vorrebbero "saltare una generazione", come se l'esperienza maturata in tanti anni di attività diplomatica sia qualcosa di insignificante rispetto a ciò che a loro dire conta davvero, ossia il colore del cappotto di Kate Middleton (ottima persona, ma la vedremmo meglio, per un po', come futura Principessa di Galles).

Carlo, uomo colto e reso saggio dall'età e dalle tormentate esperienze della vita, paga, in termini di popolarità, lo scotto di aver avuto una madre fredda, distante ed eterna, e una prima moglie caratterialmente incompatibile con lui, ma abilissima a rubargli la scena per poi recitare il ruolo di vittima indifesa.

Ovviamente ci dispiace molto per la sorte della Principessa di Galles, soprattutto per il dolore enorme dei suoi figli, perché come madre era stata immensamente più brava della regale suocera.
Ma colpevolizzare Carlo significa cadere in una trappola mediatica, perché lui ha amato una sola donna nella sua vita, Camilla, e l'ha amata davvero, mentre Diana ha avuto innumerevoli amanti, salvo poi andare alla BBC a lamentarsi perché il suo matrimonio era "affollato".

I lettori potranno obiettare che Carlo, se non era innamorato di Diana, non avrebbe dovuto sposarla. Ma ormai, essendo Camilla già sposata, era suo dovere sposarsi a sua volta e avere dei figli.

Gli haters di Camilla obietteranno che lei non amava Carlo, visto che sposò un altro uomo, ma anche qui ci fu un imbroglio.
Le due promotrici del matrimonio di Carlo con una delle sorelle Spencer erano Elizabeth Bowes-Lyon, la Regina Madre, e lady Ruth Burke-Roche, Baronessa Fermoy, Prima Lady-in-Waiting.

Le due anziane signore sapevano però che bisognava prima togliere di mezzo Camilla, sgradita per molti dei motivi per i quali era sgradita Wallis.

Carlo, all'epoca ufficiale di marina, fu spedito in una missione del tutto inutile nei Tropici, e nel frattempo fu fatto capire molto chiaramente a Camilla che il "partito di Clarence House". all'epoca residenza della Regina Madre, avrebbe impedito in tutti i modi il suo matrimonio con il Principe di Galles, mentre avrebbe favorito con generosità e prebende le nozze con Andrew Parker-Bowles, l'altro suo spasimante, la cui famiglia era nelle grazie della vedova di Giorgio VI.
 Non escludiamo che Camilla provasse affetto anche per il suo primo marito, ma quel matrimonio fu un ripiego, così come quello del Principe di Galles con Diana.

Certo, Diana era troppo giovane e ingenua per rendersi conto del fatto che sua nonna le aveva combinato un matrimonio dove l'amore non c'entrava assolutamente niente, e in questo fu vittima non tanto di Carlo, quanto di tutta una intera mentalità basata sul pedrigree, che all'epoca, nell'aristocrazia inglese e non solo, era ancora dominante.
Ma se avesse avuto un minimo di ragionevolezza, Diana avrebbe potuto accettare una separazione "de facto", che le permetteva persino l'adulterio, purché praticato con discrezione, salvando almeno la facciata, senza comportamenti tali da portare al divorzio.
E invece, come ben sappiamo, accadde l'esatto contrario. 
Diana sapeva di avere i sondaggi di popolarità dalla propria parte, e se ne avvalse, alimentando questa popolarità con lodevoli iniziative filantropiche e molto presenzialismo "glamour" sulla scena del jet-set internazionale, del mondo della moda, dello spettacolo e in generale dello star system.

Questa popolarità sarebbe evaporata nel nulla se Diana non fosse morta giovane, in tragiche e oscure circostanze, che la resero una martire agli occhi di chi già la venerava e a quelli delle generazioni successive.

La morte, paradossalmente, l'ha resa immortale, eternamente giovane, per sempre martire agli occhi del mondo, per sempre consegnata ad una leggenda decisamente faziosa.
Se fosse sopravvissuta, oggi sarebbe una delle tante vecchie glorie rese ridicole dai lifting, dal botox e dal silicone: non certo materia di leggenda!
Si sarebbe rovinata con le proprie mani.
Ma se muori a Parigi a 36 anni, all'apice della tua popolarità, allora continueranno a fare film e serie tv su di te per secoli, con un processo di beatificazione laica, simile a quella di tanti personaggi dello spettacolo che la morte ha preso con sé prima che loro avessero il tempo di distruggere in maniera irrimediabile la propria reputazione.

E a questo punto ci avviciniamo all'argomento e cioè, in primo luogo, alla famiglia Burke-Roche.

Lady Jessica Burke-Roche, pur essendo una lontanissima parente di lady Frances Burke-Roche, la madre di Diana Spencer, non aveva niente in comune con l'allora Principessa di Galles.
Del resto, i rapporti interni alla famiglia Burke-Roche erano tesi, specie nel ramo dei Fermoy.
Per esempio. quando lady Frances divorziò dal conte Spencer, la sua stessa madre, lady Ruth Fermoy testimoniò contro sua figlia, che perse a sua volta la custodia dei propri figli.
Diana subì un trauma, aveva sei anni quando fu separata da sua madre, e soltanto in età adulta lady Frances e lady Diana ricostruirono il loro rapporto, e anche questa volta fu per poco tempo: dopo la morte della figlia, lady Frances si ritirò in solitudine e si spense sette anni dopo, e possiamo solo immaginare quanto grande sia stato il suo dolore.




I termini di parentela tra il ramo dei Fermoy e gli altri rami della famiglia Burke-Roche erano così complessi che gli stessi membri della famiglia si conoscevano a malapena.

Lady Jessica aveva avuto modo di incontrare sia lady Ruth Fermoy, sia lady Frances, sia lady Diana, e di parlare con loro, ma con nessuna di loro stabilì un rapporto di confidenza.

Jessica era un altro tipo di persona, e ci basta una parola per dare l'idea di che tipo fosse: intellettuale. 
Sì, questa è la parola giusta. Prima di ogni altra cosa, Jessica era ed è un'intellettuale, una donna estremamente colta, di straordinaria intelligenza, impegnata nello studio della storia e della filologia.

Jessica non si poteva definire "bella" nel senso convenzionale del termine: era bassa, piatta, col naso lungo e le labbra sottili.
Però aveva altre caratteristiche fisiche che la rendevano interessante e. almeno agli occhi di Roberto. molto attraente: era magrissima (e a lui piacevano magre), aveva grandi occhioni tra il verde e il blu, uno sguardo dolce e un sorriso gentile, una grazia aristocratica, ma soprattutto un'aria da eterna ragazzina, che conservò nel tempo, miracolosamente, ma non per caso, come avremo modo di scoprire in seguito.

Le immagini che alleghiamo, la ritraggono all'età di 26 anni, e poteva dimostrarne dieci di meno.
Sono immagini di dominio pubblico essendo lei stessa, per varie ragioni, un personaggio pubblico. 






Ma ci furono altre doti che resero lady Jessica attraente agli occhi di molti: era elegante, ironica e aveva una forza di carattere ineguagliabile.

Roberto Monterovere, che la conobbe durante quel famoso soggiorno a Londra del 1992, ha sempre parlato di lei con grande rispetto e vale la pena ricordare le esatte parole che ci disse quando affrontammo l'argomento per la prima volta:
<<Ciò che mi colpì immediatamente furono la sua ironia e la sua raffinatezza, e poi, naturalmente, la sua straordinaria cultura, di fronte alla quale io mi sentivo come un analfabeta. E poi aveva un tipo di intelligenza non vulnerabile, un carattere d'acciaio e una capacità di prendere sempre le decisioni migliori, specie nei momenti difficili. 
Quando la conobbi non avevo idea che lei sarebbe diventata così importante nella mia vita, non potevo neanche immaginare fino a che punto i nostri destini si sarebbero ripetutamente incontrati, fino al momento in cui lei riuscì a farmi dimenticare tutte le donne di cui ero stato innamorato in precedenza, e a diventare senza dubbio il più grande amore della mia vita, e anche l'ultimo>>

Nel biglietto d'invito, Lord Ravensbourne aveva scritto che la cena sarebbe incominciata alle ore 20 (a dire il vero, nel mondo anglosassone si preferisce scrivere 8 pm, post meridiem, ma siccome questo è un romanzo in lingua italiana, noi continueremo ad usare la numerazione italiana dell'orario, che peraltro si presta meno ad equivoci).

Aurora era molto sospettosa:
<<C'è qualcosa sotto, è evidente. In tanti anni che vengo al Savoy, questa è la prima volta che un Pari del Regno mi invita a cena. E guarda caso è uno studente ammiratore di tuo zio>>
Roberto annuì:
<<Dovremo stare molto attenti e capire con chi abbiamo a che fare>>
La giovane Visconti era preoccupata, e giustamente, per la presenza dell'altra invitata:
<<E poi c'è quella tipa, quella lady Jessica... la grande ammiratrice dell'Italia... quella che conosce l'italiano... troppe coincidenze. 
Devi tener conto del fatto che Lorenzo, oltre ad avere amici potenti, come quel tale Albedo, potrebbe avere nemici altrettanto potenti>>
Il giovane Monterovere era d'accordo:
<<Sì, lo credo anch'io. Ne parlerò al telefono con i miei. In ogni caso, la prudenza dovrà essere massima. Non dobbiamo rivelare nulla di personale.
In questo tipo di contesti vince chi riesce a estorcere all'altro più informazioni>>
<<L'ha detto Sun Tzu?>>
<<No, l'ha detto mia nonna, la quale conosce l'arte della guerra molto meglio del maestro cinese>>
Risero entrambi, e si prepararono ad affrontare una nuova giornata, perché i problemi si affrontano uno alla volta ed ad ogni giorno basta la sua pena.



martedì 27 aprile 2021

Vite quasi paralelle. Capitolo 129. La disfatta di Mayfair





Dopo essersi lasciati alle spalle St. James Palace Marlborough Road, Aurora e Roberto approdarono all'angolo tra Pall Mall, Jt. James Street, percorsero interamente quest'ultima fino ad arrivare a Piccadilly Road, varcando la quale fecero il loro "trionfale ingresso", nel prestigioso, esclusivo, elegante e raffinato quartiere di Mayfair, la loro ultima tappa di quella prima escursione lungo le strade, i luoghi e i quartieri del distretto di Westminster.

Erano ormai le 17.00,  l'ora del tè, e i due fidanzati erano in giro da otto ore. 
Beata gioventù, ci verrebbe da dire, considerando che per noi, ora, una fatica simile sarebbe letale.
L'unica breve pausa era stata quattro ore prima per uno spuntino presso un misero e scadente, chiosco di St. James Park i cui servizi igienici erano talmente affollati e disgustosi che persino Roberto li aveva evitati.

La loro meta era il Caffè Concerto Green Park, rinomato bar-pasticceria-sala da tè di lusso,  strategicamente posizionato tra Green Park, Mayfair, St.James e Piccadilly, aperto tutto il giorno, e particolarmente raccomandato per una dolce e squisita merenda all'italiana o alla francese, come quelle del Salotto Liberty di Villa Orsini, con tè, pasticcini e fette di torta.

Era proprio l'ideale per riposarsi e rifocillarsi in un luogo elegante che assomigliasse il più possibile a un bar caffè italiano.




Tutti gli altri posti che avevano visto nel quartiere di St.James erano rozze birrerie, pretenziose enoteche per ubriaconi della upper-class, chioschi per turisti senza pretese e ristoranti esotici che emanavano un disgustoso odore di fritto.
Ma del resto St. James aveva perso buona parte del suo prestigio quando la corte era stata trasferita a Buckingham Palace, tra i Grandi Parchi e i quartieri di Victoria e Belgravia.

Al contrario Mayfair, per la sua vicinanza ad Hyde Park e Green Park, per le sue piazzette e i suoi giardini, per i suoi edifici eleganti di età edoardiana, e per la sua appartenenza al centro storico di Westminster, era come un'isola felice, per residenze di lusso di famiglie che volevano nel contempo tranquillità e zone verdi, ma a breve distanza dai centri del potere, del prestigio e del divertimento.








Il Caffè Concerto Green Park era un locale d'angolo tra Albemarle Street e Piccadilly (ma non va confuso con il Caffè Piccadilly vicino al Circus) ed è molto ampio, con varie entrate, e diverse Sale, ognuna dedicata principalmente alla rispettiva area di competenza: il bar, la pasticceria, la sala da tè e il ristorante.
D'estate, naturalmente, veniva calata una tenda esterna e c'erano anche ampi ombrelloni per consentire agli avventori la consumazione all'esterno,  I locali interni, però, erano decisamente più lussuosi.






Roberto, con la fame e la ghiottoneria tipica dei Monterovere, scelse la "Brasserie";  mentre Aurora ordinava per entrambi un tè coi biscotti, lui selezionava accuratamente, tra i tanti meravigliosi dolciumi (così dolci che si alzava la glicemia solo a guardarli), un enorme cabarè di pasticcini e fette di torta, perché quel giorno sentiva di esserseli meritati, e comunque all'epoca il suo metabolismo bruciava tutto e il suo corpo giovane, sano e forte funzionava alla perfezione.
(Fulsere quondam candidi tibi soles...)

Aurora disse al cameriere della pasticceria che si sarebbero seduti nei tavolini all'aperto, cosa che non piacque molto al fidanzato, che avrebbe invece gradito un luogo più ombroso, fresco, silenzioso e raffinato. Ma evidentemente lei aveva altre esigenze e forse altri piani.

Mentre lei sceglieva un tavolino  a due sotto un ombrellone e appoggiava la borsetta sull'altra sedia, Roberto rimase sulla porta, guardando verso l'interno con aria disorientata.




Il suo sistema idraulico interno era infatti in allarme rosso da un bel po', e la sua vescica implorava pietà da molte ore.
Nella sala della pasticceria c'era solo il bagno per le donne e quindi, pensò che magari quello degli uomini fosse nella zona bar, e sicuramente nei locali della sala da tè ci sarebbero stati dei servizi impeccabili per entrambi i sessi, ne era sicuro.
Si diresse con scatto felino verso il bar, ma non si era accorto che dietro di lui Aurora, nel suo delirio sadico, si era appostata per coglierlo di sorpresa,
E infatti lei lo bloccò, e fu inutile dirle che andava "a lavarsi le mani",  perché lei incominciò a vaneggiare dicendo che ne sarebbe uscito più sporco di prima e che comunque non voleva rimanere da sola al tavolo, che aveva bisogno della sua presenza, della sua solidarietà, insomma sempre le solite scuse idiote, ma stavolta lui era intenzionato a far valere i propri diritti, per cui, dichiarò, in maniera chiara ed esplicita, in modo che lei si rendesse conto della situazione:

<<Aurora, c'è un limite a tutto! Sono otto ore che non vado in bagno e da sei ore mi scappa la pipì con intensità crescente. Nelle ultime quattro ore il bisogno è diventato urgente, nelle ultime due impellente. Gli inglesi qui direbbero che sono "desperate to pee". 
Da un'ora ho la vescica che mi scoppia, e adesso sono sul punto di farmela addosso. 
Ho raggiunto la portata idrica del Rio delle Amazzoni, e tu non puoi pretendere che io resista oltre!>>
Lei mantenne la presa sul braccio:
<<E io ho raggiunto quella dell'estuario del Tamigi, se è per questo, ma non ne faccio un dramma, e poi lo sai bene che desidero che tu condivida questa cosa con me. E' la mia unica richiesta. 
Sono consapevole di essere una fobica sado-masochista, ma questa è davvero l'unica cosa che ti chiedo. L'unica. Non c'è una stanza delle torture. 
E comunque, sia ben chiaro, io non pretendo niente, ma ti chiedo, anzi ti supplico, di rimanere con me, come quella sera al cinema, quando mi hai fatto un giuramento, garantendo che i Monterovere mantenevano sempre la parola data.
In fondo so che per te non è poi un gran sacrificio>>
Il fidanzato inarcò le sopracciglia:
<<Ah, no? E cosa te lo fa pensare?>>
Lei sorrise :
<<Ho studiato le tue capacità. Specialmente nelle gite. Per esempio a Lucca...>>

Roberto sapeva che prima o poi quel ricordo sarebbe stato tirato in ballo:
<<Sì, mi ricordo di ciò che dicesti a Lucca. Certo non potevo immaginare che tu mi stessi pedinando di nascosto, e faccio fatica ad immaginarlo persino adesso, ma come potrei dimenticare il vertice del "romanticismo" che si creò tra noi quel giorno dopo la tua solenne "dichiarazione"?>>
Lei rise:
<<D'accordo, ammetto di averti traumatizzato, però non hai idea di quante fantasie erotiche mi sono fatta dopo che tu hai risposto dicendo: "Anche a me">>
Lui, pur rendendosi conto che quel dialogo stava assumendo i contorni del "teatro dell'assurdo", e che i discorsi di lei erano deliranti, non poté fare a meno di replicare, perché poi voleva chiederle una cosa molto importante:
<<E se a pronunciare quella risposta che tu hai reputato così eccitante fosse stato qualcun altro, uno più bello, forse ti saresti arrapata di più, o no?>>
Aurora scosse il capo:
<<No, perché quei presunti belli che dici tu sono tutti degli sciattoni. 
Io volevo il mio "giovane lord", che vestiva come piaceva a me, si pettinava come piaceva a me, e mostrava indifferenza e un velato disprezzo verso il mondo intero, me compresa. 
Allora sì che c'era gusto, per la mia piccola componente saidca, in tutti gli altri casi era come sparare sull'ambulanza>>
Roberto allora pose il quesito cruciale:
<<E adesso che non ti snobbo più, che gusto c'è?>>
Lei rispose senza esitazione:
<<Sei anni di fantasie creano un imprinting, un automatismo, una idealizzazione, chiamala come ti pare, ma adesso che finalmente queste fantasie diventano realtà, e io sono la regista, e la co-protagonista, ed è tutto vero, adesso sì che viene il bello!>>





<<Il bello per te! Io sono solo una specie di toy-boy accuratamente selezionato per soddisfare tutti i tuoi feticismi e sadismi in una volta sola. Se almeno io potessi realmente condividere un po' del tuo piacere e del tuo divertimento forse la cosa sarebbe meno assurda. Se io avessi un equivalente del vostro punto G, magari potrei ...>>
Lei si avvicinò e a voce più bassa, trascinandolo sempre più verso il tavolino e le sedie:
<<Ma c'è l'equivalente! Hai presente cosa succede a voi maschi al risveglio? Insomma, l'alzabandiera...  Succede perché quando il serbatoio è pieno, va a stimolare la prostata e tutti i centri nevralgici lì intorno. Immagino che tu lo sappia!>>
Roberto si era sempre chiesto la causa di tale imbarazzante fenomeno e siccome all'epoca non c'era Internet, né Wikipedia, non era facile trovare la risposta esatta, ed era impensabile parlarne con i familiari e troppo avvilente chiederlo agli amici. Le enciclopedie erano succinte e non riuscivano far luce su elementi dettagliati. I testi specialisti, poi, usavano un linguaggio incomprensibile, ma siccome quell'anno, in Biologia, avevano studiato anche il funzionamento del corpo umano, la situazione gli si chiarì.
<<Ho capito, ma adesso ti posso assicurare, Aurora, che  il meccanismo non sta funzionando e quella cosa che tu chiami serbatoio potrebbe causare un'inondazione se continuo a ignorarne le legittime proteste>>
Le pupille di Aurora si dilatarono per l'eccitazione:
<<Se vieni a sederti vicino a me, vedrai che basterà un mio piccolo incoraggiamento, magari anche solo un piedino, e l'"asta della bandiera britannica" tornerà a ergersi su...>>
Roberto era allibito:
<<Sì, però c'è un dettaglio: preferirei non essere arrestato per atti osceni in luogo pubblico.>>

Lei rise di nuovo, sempre più eccitata, e in quel momento arrivò il cameriere con i cibi e le bevande ordinate.
Quando se ne fu andato, Roberto fece una scelta decisiva.
Nonostante fosse sul punto di farsi la pipì addosso, di fronte a quelle meraviglie, non poté resistere: si sedette e si avventò sui pasticcini e le fette di torta.
"Più che il dolor poté il digiuno".
Aurora approfittò di quel momento in cui il suo piccolo lord si stava ingozzando senza ritegno e si lanciò nell'arringa finale:
<<Ma infatti la mia proposta è di farci riportare in Hotel (mi basta chiamare Battista al cellulare) e una volta lì, potremo sperimentare a livello pratico, in maniera reciproca, nel rispetto dei tuoi diritti civili, sociali e politici, la validità concreta di questi discorsi.
Credo che questo, oltre ad aprirti infiniti orizzonti, ci permetterà di aggirare il tuo problema della fimosi, e conferirebbe ulteriore coesione e piacere reciproco al nostro rapporto di coppia.>>
Roberto, addolcito dalla bontà dei pasticcini e delle torte, valutò la risposta di Aurora e poi disse, con una delle sue famose perifrasi gaddiane:
<<Uhm, un esperimento scientifico di questo tipo si potrebbe anche prendere in considerazione, ma conoscendo il traffico di Londra, credo che non sia una scelta saggia quella di correre il rischio di allagare i sedili e le pedane di un'automobile a noleggio, per non parlare dei pantaloni gessati che mi hai regalato e a cui tengo moltissimo>>
Aurora era divertita dal suo modo di parlare tramite figure retoriche:
<<Non c'è pericolo! Basterà qualche mia languida carezza, e l'erezione garantirà la totale chiusura delle dighe. In questo voi maschi siete più fortunati>>
Roberto, che non ci stava capendo più niente, intervenne con una delle sue uscite incongrue:
<<Sì, va be'... ma comunque, sinceramente io la prostata te la regalerei volentieri! Con tutti i problemi che crea!>>

Aurora fu presa di contropiede, e come sempre succedeva in quei casi, le battute inaspettate di Roberto. pronunciate all'improvviso col tono ruspante della Romagna Centrale, provocavano in lei dei parossismi di risa incontrollabili, che aveva manifestato fin dalla loro prima passeggiata insieme, in marzo, lasciandolo di sasso.
Il fidanzato, rendendosi conto del rischio che stavano correndo, fu pervaso dal terrore e la faccia che fece dovette sembrarle così buffa da farla ridere ancora di più.
A quel punto la situazione precipitò.
Lui cercò di indirizzarla verso l'unica soluzione ragionevole, ma lei fece capire, tra una risata e l'altra, che se si alzava era peggio.
Roberto tornò a sedersi, cercando di essere serio, ma quando lo sguardo gli cadde sui pasticcini rimasti il vizio della gola prevalse su tutto il resto e non poté resistere alla tentazione.
Li divorò uno dietro l'altro, senza pietà: erano davvero la fine del mondo e sarebbe stato un vero peccato lasciarli lì.
Poi vide l'indice di Aurora puntato sulla propria faccia, che doveva essere sicuramente molto ridicola, e quando i loro occhi si incontrarono di nuovo, lei si piegò in due dalle risate.
A quel punto fu chiaro che non c'era più niente da fare.
L'espressione di lei passò dal riso allo stupore, e dallo stupore a un principio di estasi.




Ma questa volta non c'entrava il punto G.
Roberto sentì infatti un suono inconfondibile, come se piovesse, sotto le sedie e il tavolo, e si rese conto del pericolo che stavano correndo.
E così elaborò una rapida "exit strategy" per cercare di andarsene da lì il prima possibile:
<<Io pago il conto più i danni, e poi ce la filiamo subito>> 
Pagò, lasciò poi sul bancone una generosa mancia, tornò da Aurora, la quale aveva sul volto un'espressione di assoluta beatitudine, e poi  con la massima delicatezza, cercò di farla tornare lucida:
<<Aurora, ce la fai a camminare?>>
Lei, come se fosse ubriaca, gli sorrise e annuì vagamente.
Roberto l'aiutò ad alzarsi, cercando di non vedere gli effetti del diluvio che peraltro era ancora in corso.
<<Adesso dobbiamo andare spediti, e allontanarci da questo disastro, prima che se ne accorga qualcuno>>
Lei riprese a ridere:
<<Ho i tacchi, devi sorreggermi: metti il braccio intorno alla mia schiena e sotto la spalla.>>
Lui eseguì.
Aurora ridacchiò per il solletico, ormai qualsiasi cosa era un motivo in più per abbandonarsi a quella specie di euforia bacchica, senza nemmeno aver bevuto alcolici, ma almeno riuscì a camminare.
Roberto decise di dirigersi verso Green Park: era l'unica zona dove ci fosse la possibilità di trovare un minimo di privacy per prendere respiro da quello che per lui era un incubo ad occhi aperti.
Come se non bastasse, lei incominciò pure a fare il solletico a lui, che però, con grande sorpresa di entrambi, non perse l'autocontrollo neanche per una frazione di secondo.
Camminarono così per un po', e stranamente nessuno sembrò accorgersi di nulla, perché Londra è fatta così, persino a Mayfair, ognuno è troppo preso dai fatti suoi, tutti hanno fretta, nelle strade si vede tutto e il contrario di tutto, ed è come se si fosse soli, nel vuoto.
A un certo punto lei si calmò:
<<Ho ripreso il controllo della situazione. Ne avrei ancora tanta da fare, ma ho chiuso i rubinetti>>
Lui non poté fare a meno di voltarsi indietro e notare che la sua fidanzata aveva marcato il territorio per almeno un centinaio di metri.
E nessuno ci aveva fatto caso... o forse, per compassione di fronte a una fanciulla in così grave difficoltà, aveva preferito far finta di niente.
Mosso a pietà, Roberto le diede un bacio sulla guancia e poi le disse:
<<Non è successo niente, Auri. Sono cose che capitano, è colpa mia che ti ho fatto ridere>>
Lei si commosse per la dolcezza che il suo ragazzo le stava dimostrando:
<<Scusa, Robs... e grazie per avermi salvato dalla gogna pubblica...>>
Lui, ammansito da quelle scuse unite a ringraziamenti, tornò a provare una gran tenerezza per lei:
<<Non preoccuparti, ormai siamo al parco, e dopo possiamo chiamare Battista e risolvere la situazione>>
Lei annuì:
<< Quindi non ti vergogni di me?>>
Roberto scosse il capo:
<<Ma no! Assolutamente no. Io sono orgoglioso di essere il tuo fidanzato, sempre>>
E come a voler dimostrare con i fatti queste sue parole, la abbracciò e la tenne stretta. E per mostrare il massimo di solidarietà, l'accarezzo anche nei punti in cui i pantaloni sembravano aver ricevuto una secchiata d'acqua.
Quel contatto tra i loro corpi, premuti l'uno sull'altro nell'abbraccio, risvegliò, in maniera del tutto inaspettata, e quasi assurda, la sua virilità.
Aurora capì al volo:
<<Visto che la mia teoria funziona! Ti sto traviando, lo so. Ma sapevo che tu saresti stato l'unico in grado di capirmi, di soddisfarmi e di amarmi. E di non vergognarsi di me>>
Dopo un ultimo bacio, ripresero a camminare e finalmente approdarono a Green Park.
Aurora telefonò a Battista e gli disse anche di procurarsi una coperta.
Si sedettero in una panchina ad aspettare:
<<Robs... ti confesso che c'è stato qualcosa oltre alla vergogna, perché tutta questa situazione che è successa, mentre succedeva, mi piaceva. Avevo paura e vergogna, certo, ma mi piaceva. 
Non era una cosa pianificata, ma tu sei stato mille volte bravo: ho sempre sognato un fidanzato che mi facesse ridere fino a perdere il controllo, e poi mi portasse in salvo, e poi mi consolasse e mi mostrasse tanto affetto e tenerezza, e passione e poi...>>
Roberto, lusingato, intervenne:
<<Me lo racconti dopo in camera, ok? Farò di tutto per trattenere la mia steel bladder fino all'hotel, dopodiché...>>
<<Sì, sì, dopo finiamo la dimostrazione pratica, vedrai che ne sarà valsa la pena!>>
Lui annuì, frastornato, ma finalmente convinto del fatto che lei lo avesse davvero  scelto di sua iniziativa, senza influenze esterne, senza aspettative diverse da quelle che già conosceva. 
E non ebbe più dubbi sul fatto che, come era arrivata persino a dirgli in quel momento di grande spontaneità, lui fosse davvero il fidanzato dei suoi sogni,
Tutto sommato, la disfatta di Mayfair, (come la stessa Aurora soprannominò questo evento, rievocandolo spesso pubblicamente, con divertita auto-ironia e compiaciuta eccitazione auto-erotica), a qualcosa era comunque servita.