mercoledì 26 febbraio 2014

Geopolitica della Turchia



Il governo Erdogan vacilla: il valore della moneta è crollato, metà dei ministri è inquisita per corruzione e la protesta popolare dei giovani, dei laici e delle minoranze etniche, in particolare quella curda. I rapporti con gli stati confinanti (Grecia, Siria, Armenia) sono pessimi. Una situazione esplosiva che ricorda quella che portò alla disintegrazione dell'Impero Ottomano esattamente un secolo fa.

Una carta storica tratta dall’articolo di Edoardo Boria “Il mondo dei turchi”. Poiché i Balcani sono stati il cuore dell’Impero Ottomano vengono spesso rappresentati insieme alla Penisola anatolica. L’interpretazione dei Balcani negli atlanti turchi tende a inglobare anche quei territori dell’Europa centrorientale già sotto il dominio ottomano, ossia gran parte del bacino danubiano.

Come inquadrare oggi la situazione della Turchia e del governo Erdogan?

“L’appello di Erdogan”. La carta di Laura Canali tratta dall’editoriale descrive il planisfero stambulocentrico. “Istanbul significa Turchia, significa anche Vicino Oriente, Balcani, Nordafrica. Da questa antica capitale ottomana, da questa città mondiale, io saluto tutto il mondo intero”, ha detto una volta il primo ministro.

Lo scandalo di corruzione che ha scosso la Turchia a partire dal 17 dicembre 2013 ha chiuso l’anno più tribolato dell’era-Akp, il partito Giustizia e Sviluppo di Recep Tayyip Erdoğan, al governo da un decennio.

Vista da una prospettiva storica, la turbolenza appartiene al dna politico di un paese che, alla solidità delle sue fondamenta ideologiche, contrappone formidabili linee di faglia sociali, culturali e politiche. Ma se inserita nella cornice temporale dell'esperienza governativa del partito di Erdoğan, tale turbolenza assume una valenza assai diversa. 

Le proteste di Gezi Park avevano già fatto luce su una serie di contraddizioni che covavano da tempo sotto la superficie della politica turca. Non tanto l'emergere di una forza di sinistra (comunque minoritaria) pronta ad assumere un ruolo politico trainante; né l’avvio di un'ondata di contestazioni sistemiche che pure rappresentano una sfida per il premier. Piuttosto, il riferimento è alla frattura, di portata e intensità crescenti, tra lo stesso Erdoğan e Hizmet, il movimento di Fetullah Gülen.



Il ghiacciaio dei disastri: dal Titanic all'attuale spostamento verso sud

Il ghiacciaio dei disastri

Le sorti di un ghiacciaio groenlandese dal nome complicato, Jacobshavn, probabilmente lasciano i più nella totale indifferenza. Se però si aggiunge che è il ghiacciaio da cui si sarebbe staccato l’iceberg che nel 1912 affondò il transatlantico Titanic (incautamente lanciato in una rotta troppo a nord), scatta la curiosità. Lo Jacobshavn sta suonando un allarme: situato nella parte ovest della Groenlandia, è un fiume di ghiaccio che fluisce all’interno di un fiordo per poi scivolare in mare. È alimentato, come altri simili, dalla calotta polare ed è noto per essere uno dei ghiacciai più veloci al mondo. Ora però si sta muovendo a ritmi mai raggiunti prima, e nella sua corsa verso il mare perde enormi quantità di ghiaccio. Oltre ad aumentare il pericolo iceberg, questo significa innalzamento del livello dei mari, brutta notizia per molte regioni costiere del mondo.
"In pratica è una Ferrari dei ghiacciai che si muove in media al ritmo di 14 chilometri l’anno, contro i 100 metri l’anno dei nostri ghiacciai alpini" spiega Valter Maggi, glaciologo dell’Università di Milano-Bicocca. Negli ultimi due anni, in particolare nelle ultime due estati, secondo immagini da satellite studiate alla University of Washington e all’Agenzia spaziale tedesca, lo Jakobshavn ha raggiunto velocità record anche per un bolide dei ghiacciai: 18-20 chilometri l’anno, 46 metri al giorno.
Da anni la Groenlandia è sotto monitoraggio: se tutto il suo ghiaccio si fondesse, i livelli dei mari si alzerebbero di 6 metri. Dal 2000 al 2010, il ghiaccio perso dallo Jacobshavn, da solo, ha contribuito a innalzare il livello dei mari di un millimetro. Sembra poco, ma distribuiti su tutti gli oceani del globo sono chilometri cubi d’acqua.
E non occorre guardare troppo in là nel futuro per vedere le conseguenze. Lo Jacobshavn immette già ora in mare ogni anno 35 miliardi di tonnellate di ghiaccio. "In pratica, gli iceberg riempiono quasi completamente il fiordo" dice Maggi. "Al largo della Groenlandia ci sono piattaforme petrolifere, che al contrario delle navi non possono spostarsi. Se aumentano gli iceberg, cresce il rischio che qualcuno vada a sbatterci contro".

Guerra di secessione in Ucraina? Ecco lo scenario



In Ucraina potrebbe accadere ciò che è accaduto nella ex-Jugoslavia, con l'aggravante che l'Ucraina confina direttamente con la Russia e quindi il conflitto diventerebbe potenzialmente esplosivo a livello internazionale, come già è accaduto in Georgia alcuni anni fa. L'Ucraina è il luogo da cui passano i metanodotti che riforniscono l'Europa. Inoltre ha debiti del milioni di rubli verso le banche russe. Infine la Crimea rivendica da tempo la secessione e la flotta russa del mar nero si trova già a Sebastopoli. La polveriera potrebbe esplodere da un momento all'altro.

Il valore e il futuro dei giganti social network

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  1. WhatsApp è stato acquistato per ingrandire il bacino di utenza di Facebook, rincorrere Google e come Google+ avere persone che quotidianamente aprono un account collegato direttamente al social. L’applicazione è infatti semplicissima, riceve circa un milione di download al giorno e, a differenza di molte altre app, ha ben il 70% di utenti attivi che utilizzano il servizio di messaggistica. In linea insomma con la mission di Facebook indicata nel post di acquisizione: “make the world more open and connected”.
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  2. WhatsApp è stato acquistato per un takeover crudele e strategico, come ogni buona società quotata a Wall Street che si rispetti deve fare per conquistare il mercato. Si ritene infatti che a breve il traffico mobile possa superare quello desktop. Per questo motivo,avendo perso la sfida in molti mercati sulla messaggistica istantanea, Facebook potrebbe distruggere le basi sulle quali era stata costruita una applicazione:
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    Centinaia di milioni di utenti avevano fornito completa fiducia [cioè: rubrica e privacy] grazie a questo piccolo post-it e buttarlo nel cestino potrebbe essere un’ottima strategia per convincere gli utenti a cambiare piattaforma.
Nel primo caso andrebbe velocemente a raddoppiare gli utenti, poiché la crescita di WhatsApp è ormai esponenziale. Nel secondo  caso non avrebbe comunque rimesso nulla, in quanto gli attuali concorrenti di WhatsApp dovrebbero spartirsi la fetta di mercato e Messenger se ne porterebbe via una parte.
WhatsApp era in concreto una concorrente terza oltre a Facebook e Google [che si è scoperto in seguito abbia tentato l'acquisto senza riuscirci] sulla quale gli utenti mobile spendevano circa 25%. Inglobarla o fermarla sono le soluzioni più adeguate per guadagnare istantaneamente terreno sull’avversario. E in questo caso Facebook ha fissato un prezzo per avvicinare chi sembra già avere in pugno servizi imprescindibili nel mondo 2.0!