mercoledì 24 febbraio 2021

Vite quasi parallele. Capitolo 111. Il professor Amelio Sarpenti, seguace di Sai Baba


Ognuno di noi, senza eccezione alcuna, ha il suo Voldemort personale, un nemico potente che presto o tardi ci muoverà guerra in maniera spietata e ineluttabile.
Roberto Monterovere ne aveva più di uno, ma si può dire che il più potente e il più terribile fu il suo insegnante di matematica e fisica negli ultimi tre anni del liceo scientifico.
Si trattava del professor Amelio Sarpenti, un personaggio riguardo al quale, anche tralasciando le voci su certe sue abitudini non del tutto compatibili col rispetto del Codine Penale. il meglio che si potrebbe dire, obiettivamente, sine ira ac studio, come ci insegna Tacito, è che fosse un individuo viscido, cadaverico, scheletrico, paranoico, dispotico, vendicativo, sadico, ma tremendamente astuto.
All'epoca aveva meno di quarant'anni, ma ne dimostrava già il doppio.
Dal punto di vista fisico la caratteristica che balzava subito agli occhi era l'estrema magrezza, che rendeva il suo viso simile a un teschio. All'epoca si parlava poco dell'anoressia e la si considerava una patologia quasi esclusivamente femminile. Molti citano ancora una frase attribuita a Coco Chanel, secondo cui: "non si è mai né troppo ricchi, né troppo magri". Sul primo punto non abbiamo dubbi, ma sul secondo, dopo aver visto Sarpenti, persino mademoiselle Chanel si sarebbe dovuta ricredere. 
 Gli occhi del prof. erano profondamente incavati nel cranio e avevano un colore grigio opaco, come se il cristallino fosse appannato dalla cataratta o dal sopraggiungere della morte.
In effetti tutto il suo aspetto oscillava tra il cadavere e lo scheletro: il suo pallore livido era spaventoso, con sfumature giallastre o verdognole in certi punti, era molto stempiato e i capelli rimasti erano cortissimi, di un color topo non altrimenti definibile, la bocca non aveva labbra, il naso era lungo, prominente e appuntito (unica caratteristica diversa da Voldemort, il senza-naso). 
Il collo era lunghissimo, con un pomo d'Adamo molto sporgente, le spalle spioventi con un accenno di gobba, il ventre incavato, le gambe sottili. 
Tale aspetto da zombie faceva rabbrividire già per conto suo, ma a renderlo ancora più stravagante erano l'abbigliamento costantemente in nero, da beccamorto, e soprattutto le movenze fortemente effemminate, che in tempi politicamente meno corretti gli sarebbero valse l'appellativo di "checca isterica".
Prima di descrivere la sua personalità e la sua storia, occorre fare una breve premessa contestualizzante.
Egli aveva alle spalle amici potenti : sua zia Maria Luisa Sarpenti era la moglie del Provveditore agli Studi di Forlì, professor Lucio Valerio Borgognoni, il quale era a sua volta amico del Prefetto, il commendatore Belisario Guberti de Sanctis, venerato e ossequiato dal Questore di Polizia, dal Maresciallo dei Carabinieri e da alcuni giudici influenti.
Sarpenti era dunque, come si suol dire, "in una botte di ferro" : tutti avevano il terrore di lui e dei suoi protettori.
Il Preside del liceo lo ossequiava come se fosse un suo superiore.
Insomma, il professor Sarpenti poteva fare quel che gli pareva senza temere alcuna punizione, perché sia le vittime che i testimoni delle sue malefatte non erano creduti ed erano terrorizzati dalle sue minacce e dalle sue vendette.
Inoltre egli era sufficientemente furbo da concentrare il suo malsano interesse e la sua devastante ostilità, soltanto su un limitato numero di studenti, che fungevano da capro espiatorio, consentendo al resto della classe di poter contare su una stiracchiata promozione.
Per entrare più nello specifico, Amelio Sarpenti aveva delle "simpatie" molto forti per alcuni studenti maschi, che invitava a casa sua "per ripassare e approfondire gli argomenti trattati a lezione", e a cena "per stabilire con gli alunni un costruttivo rapporto di fiducia".
A questi sventurati rimanevano soltanto due scelte.
Se accettavano tali inviti, e non rifiutavano eventuali manifestazioni più premurose della predilezione che Sarpenti provava per loro, ottenevano il 10 e lode assicurato anche se consegnavano in bianco e facevano scena muta.
Se rifiutavano diventavano bersaglio di una vera e propria persecuzione, che non si limitava ai voti bassi, ma si estendeva anche a torture psicologiche di ogni genere, quali, per esempio, le minacce rivolte ai loro amici di subire lo stesso trattamento se non avessero tolto il saluto alla vittima.
C'erano poi altre forme di tortura psicologica che si ripetevano per tre anni ed erano destinate a far sentire per molti anni ancora, a livello di stress e di incubi notturni, le loro conseguenze. 
Per esempio il soggetto caduto in disgrazia era continuamente sottoposto a interrogazioni a sorpresa, anche il primo e l'ultimo giorno di scuola, con domande che riguardavano il programma di tutto l'anno e a volte di quelli precedenti, tali interrogazioni duravano ore e si svolgevano in un clima di terrore. Ovviamente le vittime  non erano autorizzati a fare nulla che il prof. non volesse: se alzavano la mano lui li ignorava, se chiedevano di andare in bagno non solo il prof. negava il permesso, ma chiamava subito lo sventurato alla lavagna per risolvere qualche spaventosa disequazione, e gli veniva assegnato poi un voto basso a prescindere dall'esito, e si potrebbe continuare ad nauseam su queste torture dalle quali Sarpenti traeva un sordido e perverso piacere.




Esistevano però altri casi che potevano provocare la "caduta in disgrazia" dell'allievo.
Sarpenti, infatti, essendo paranoico, tendeva a vedere nemici ovunque, anche laddove non c'erano.
In particolare egli sospettava che tutti i suoi colleghi tramassero contro di lui, e in particolare i colleghi di matematica e fisica, e tra questi il "grande capo occulto della cospirazione" non poteva che essere il più anziano e stimato tra loro, ossia Francesco Monterovere.
Se c'era una persona completamente estranea a questo tipo di logiche e di comportamenti era proprio Francesco, ma il solo fatto di essere considerato più bravo di Sarpenti era una colpa imperdonabile, un reato di "lesa maestà".
Era dunque naturale che Roberto, per le presunte e inesistenti "colpe" del padre, fosse stato oggetto fin dall'inizio di un trattamento platealmente ostile.
E tuttavia, Roberto era talmente ligio al dovere, umile e persino ossequioso nei confronti di Amelio Sarpenti, che il professore sembrava non provare alcun godimento particolare nell'umiliarlo, dal momento che si umiliava già da sé.
Se le cose fossero continuate così, era persino possibile che Sarpenti si scegliesse dei bersagli a suo parere più stimolanti.
Ben presto fu chiaro ai nemici di Roberto che, per far sì che quest'ultimo diventasse oggetto di una vera e propria persecuzione, era necessario che qualcun altro alimentasse la paranoia di Sarpenti contro i Monterovere.
E qui entrarono in scena "tre madri": Elisabetta De Gubernatis, madre di Vittorio Braghiri; Carolina Tartaglia, madre di Felice Porcu; e una certa Fiorella Prinsivalli, madre di Orlando Panza, "il secondo della classe" in termini di media di voti.
Queste tre genitrici avevano concordato tra loro una immaginaria "versione dei fatti" da riferire al prof. Sarpenti nell'orario di ricevimento.
A detta delle tre "simpatiche" arpie, il "perfido" Roberto Monterovere "fingeva di essere un devoto sarpentiano", ma in realtà sparlava di lui in ogni occasione, mettendone in dubbio sia la professionalità che la moralità.
Roberto, terrorizzato com'era da Sarpenti, non aveva e non avrebbe mai fatto niente di simile, ma nella mente del professore, le false testimonianze delle "tre madri" valsero come una prova schiacciante e inconfutabile della cospirazione di tutti i Monterovere, compresa Silvia (e quindi anche il suo salotto intellettuale), contro di lui.
La sua collera fu terribile e la sua rappresaglia immediata: negli ultimi mesi dell'anno scolastico, Roberto sperimentò in maniera massiccia, continua e spropositata tutte le tipologie di tortura psicologica di cui si è detto sopra, e si rese conto che quello era solo l'inizio di un incubo destinato a durare almeno per altri due anni.
Negli scrutini del giugno 1992, il professor Sarpenti, non potendo dare insufficienze gravi a compiti scritti completi e senza errori, si batté per affibbiare a Roberto il famigerato sette in condotta, che avrebbe comportato l'essere rimandati a settembre in tutte le materie.
Una richiesta simile non era mai capitata dai tempi della rivolta studentesca del 1977.
Questa volta però fu messo in minoranza: gli altri docenti votarono tutti contro quella proposta e ciò convinse ancora di più Sarpenti che il presunto complotto ai suoi danni fosse ancora più esteso, e riguardasse l'intero clan Monterovere-Ricci-Orsini in tutte le sue ramificazioni.
A questo punto, il professore decise di rivolgersi al suo maestro spirituale, un guru appartenente alla setta di Sathya Sai Baba, un santone indiano che affermava di essere la seconda reincarnazione di Kalki, l'avatar del Kali Yuga, 
Sarpenti non aveva mai fatto mistero di questa sua fede religiosa, tanto che una volta, in classe, dopo che uno studente della scuola era morto di fibrosi cistica, commentò, e citiamo le sue testuali parole: "E' morto così perché doveva scontare le colpe della sua vita precedente".
E con quello lui spiegava tutti i mali del mondo, con buona pace della più complessa teodicea delle altre religioni.
Tutti erano rimasti agghiacciati e sdegnati per quella frase, ma nessuno aveva osato contraddirlo e men che meno riferire ai superiori l'inopportunità di quel giudizio.
In fondo non era la prima volta che il Sarpenti teneva sermoni pseudo-induisti e filo sai-baba in sede scolastica, apertamente, anche quando il collega di religione gli aveva chiesto di lasciare a lui la trattazione corretta dell'argomento.
Aveva aderito alla setta di Sai Baba poco dopo essersi laureato. All'epoca era molto comune che le anime tormentate facessero un pellegrinaggio in India alla ricerca di una dimensione spirituale, il che è assolutamente lecito, ma nel caso del professore in questione le cose non andarono proprio benissimo. 
Amelio Sarpenti era infatti partito insieme ad un amico (forse un amante, ma questo non ci riguarda). La tragedia fu che nel bel mezzo del pellegrinaggio questo amico si suicidò per motivi ignoti e in circostanze mai chiarite.
La drammaticità di questo evento fu un duro colpo alle condizioni psichiche e spirituali del futuro docente, il quale però trovò conforto proprio nella conoscenza diretta di Sai Baba, il quale gli spiegò che la tragica fine del suo amico era semplicemente dovuta al karma, e così andava accettata senza fare troppe storie.
Sarpenti fu illuminato da questa idea e aderì con entusiasmo alla setta di Sai Baba.
Tornato in Italia, continuò a partecipare alle riunioni della sede bolognese di tale confraternita, la quale aveva un guru di origine indiana, che pare avesse un notevole carisma e riuscisse a influenzare in maniera determinante le scelte e il comportamento dei fedeli.
Tutto questo si sommava all'immancabile corso di yoga, all'alimentazione macrobiotica, alla medicina omeopatica, alla cristalloterapia, e ad altre simili amenità.





Sarpenti era andato persino oltre: in casa nascondeva "gli altarini", nel senso letterale del termine: piccoli altari con presunte pietre magiche, candele, tarocchi, lampade di sale dell'Himalaya, e altri "mirabilia" pagati a peso d'oro, tutti oggetti che oggi possiamo trovare nei negozi cinesi del tipo "tutto a 99 centesimi".
In questo aveva trovato il sostegno anche di sua madre, che era una seguace delle streghe delle paludi, un culto molto diffuso nelle campagne tra Forlì e Cervia, a quei tempi e che resistette fino a un'epoca recente, se consideriamo che l'ultima Signora delle Paludi, Irma, morì nel 2016 all'età di 103 anni.
La madre di Sarpenti aveva origini oscure, di lei non si sapeva quasi niente, se non che era riuscita a sposare un possidente terriero ed era rimasta vedova poco dopo la nascita di Amelio, con cui aveva un rapporto simile a quello di Norman Bates con sua madre in Psycho.
Tra le influenze materne e quelle di Sai Baba e del suo luogotenente, il guru bolognese, il figlio aveva perduto quel poco di "senso della realtà" che gli era stato concesso alla nascita.
Tutta la sua visione del mondo e il suo modo di relazionarsi con gli altri passava attraverso queste dimensioni pseudo-esoteriche, credibili più o meno quanto l'ufologia e potenzialmente pericolose quanto il satanismo.
E qui iniziavano le dolenti note, perché secondo il guru, tutti coloro che Sarpenti riteneva suoi nemici erano delle anime dannate che andavano incontro al loro karma, di cui il professore aveva il dovere morale di essere strumento fervente e inflessibile.
Va detto che, nelle sue visite settimanali al guru, Sarpenti ometteva alcuni suoi "peccatucci passionali", che a suo parere erano di sicuro parte integrante del karma di coloro che avevano l'opportunità di soddisfarli.
Intendiamoci, non è certo nostra intenzione sminuire il concetto di karma, né vi sono pregiudizi contro  l'Induismo, che anzi consideriamo una religione molto affascinante, e nemmeno contro il recupero delle antiche tradizioni da parte della New Age, quanto piuttosto una denuncia su come gli insegnamenti di certi "santoni" di epoca recente, possono essere utilizzati per fini meno nobili di quelli che si può leggere nei testi scritti da loro pubblicati.
E' il rischio che si corre quando ci si avvicina alla dimensione del sacro senza una guida che abbia dietro di sé una lunga tradizione. Sarpenti cercava di fare proselitismo, e ci provò inutilmente anche con Roberto, in seguito. Non poteva sospettare che il giovane Monterovere si fosse già trovato di fronte a situazioni simili, e non avesse battuto ciglio quando la strega Elvira, la più potente tra le Signore della Palude, gli aveva profetizzato "il Gramo" molti anni prima che la saga di Harry Potter rendesse famosa questa leggenda celtica. Elvira gli aveva detto che era un presagio di morte e che a morire sarebbe stata la sua innocenza intesa come ingenuità di fronte alle infinite facce del male.
Qualche decennio dopo, Roberto avrebbe rimproverato suo zio Lorenzo, l'Iniziato, per non averlo protetto dalla pazzia di Sarpenti.
<<Non ce n'era bisogno. "Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso" diceva Eleanor Roosevelt, e la tua autostima non è mai stata in pericolo. 
Lui era un verme più che un rettile e tu lo sapevi. Sapevi di essere meglio di lui e dei suoi complici, e questa consapevolezza non era dettata dalla superbia, ma dalla pietà : nonostante tutto, provavi pena per lui e per coloro che non avevano niente di meglio da fare che seminare zizzania. 
Non avevi bisogno del mio aiuto, eri già in grado di stemperare la rabbia, il rancore e il disprezzo, prima conl'ironia e l'umorismo, poi con la compassione. Chi conosce i punti deboli del nemico ed è in grado provarne pena, ha già vinto la battaglia più importante>>



 

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