giovedì 7 novembre 2019

Vite quasi parallele. Capitolo 26. Il Rosso e il Nero

Ormai a Villa Orsini c'erano due fazioni.
Quella che sosteneva Diana Orsini comprendeva i suoi genitori e suo fratello Arturo.
Quella che sosteneva Isabella Orsini comprendeva il marito di Diana, Ettore Ricci (seppure in maniera moderata e sempre alla ricerca di un compromesso), il tenente Mueller, il professor Von Tomaten, la governante Ida Braghiri e suo marito Michele, amministratore del Feudo Orsini, ed i fratelli di Ettore, Roderico e Adriana.
Le due fazioni avevano anche connotati politici, dal momento che i sostenitori di Isabella erano per lo più nazionalsocialisti e fascisti della Repubblica Sociale, e dunque chi si poneva contro di loro veniva catalogato come "rosso", per quanto Diana, i suoi genitori e suo fratello non fossero di certo comunisti o socialisti, quanto piuttosto liberali laici, ormai solo tiepidamente monarchici, dopo i disastri combinati da Vittorio Emanuele III nel suo fin troppo lungo regno.
Eppure, per quanto Isabella fosse annoverata tra i "neri", non aveva alcun interesse per la politica, ma era mossa da una passionalità che forse sarebbe stata resa più fedelmente attribuendole il colore rosso, così come l'eterna depressione di Diana sarebbe stata più vicina psicologicamente al nero.
Questa confusione tra i due colori avrebbe dato del filo da torcere persino a Stendhal, nel caso avesse voluto riapplicare il titolo del suo romanzo alla storia di guerre e di amori che si svolgeva un secolo dopo nella stessa regione italiana dov'era ambientata "La Certosa di Parma".
Diana era ormai vicina al compimento del nono mese di gravidanza, quando le difficoltà di difesa della Linea Gustav, nel marzo del '44, fecero scendere più divisioni tedesche nella RSI.
Dalla finestra Diana vedeva passare innumerevoli furgoni teutonuci lungo la Cervese, diretti al versante adriatico.
Alcuni si fermarono a Villa Orsini per ampliare la guarnigione del tenente Mueller.
Erano soldatacci molto più prepotenti e arroganti di quelli arrivati in precedenza, e le conseguenze furono piuttosto pesanti.
In primo luogo fu issata sulla villa la Kriegsflagge, la bandiera di guerra del Terzo Reich, quadripartita, con svastica al centro e croce di ferro teutonica nel riquadro più in alto.
Venuti a sapere che il Conte e la Contessa erano liberali, li accusarono di far parte del complotto giudaico-massonico e plutocratico e per punirli fecero razzia dei loro beni all'interno della Villa.
In particolare la Contessa vide, con orrore, il saccheggio della sua cantina di preziosissimi vini d'antan e l'utilizzo di capi pregiati del suo guardaroba per pulirsi il fondoschiena.
Quando però tentarono di appropriarsi dei gioielli della Contessa Emilia, intervenne Ettore Ricci in persona, dicendo che quelli facevano parte dell'eredità di sua moglie e che quindi non andavano toccati.
Il tenente Mueller, contrariato dall'intervento di Ettore, borbottò qualche oscenità in tedesco al professor Von Tomaten, in quale poi riferì:
<<Herr Ricci, vostra Frau ist parte di complotto di massoneria pluto-liberaldemocratica e giudeo-bolscevica per rovesciare nazional-sozialismus.
Familie Orsini del resto ist noten in Roma come papista e quindi non del tutt affidabil. 
Per ora non ci saranno rappresaglie, ma una volta nato bambino dovrà cambiare atteggiament e mostrare rispett per Grande Volk Tedesck e suo Reich millenario national-sozialista.
Tu capiten, jawhol?>>
Ettore annuì, con un lieve inchino.
Ma c'era un'altra questione che lo preoccupava e di cui solo lui, Isabella e il tenente Mueller erano a conoscenza.
In realtà Diana sospettava qualcosa, ma taceva, per il bene della sorella e dell'intera famiglia.
Dopo gli ultimi diverbi, Isabella non era più venuta a trovarla nella stanza da letto in cui si trovava confinata a causa della problematicità della sua gravidanza.
Il Conte e la Contessa si alternavano a farle compagnia.
Nessuno dei due sospettava la vera causa della sua lite con la sorella, ma supponevano che si trattasse, in fin dei conti, di una diversità di vedute su questioni politiche.
Il conte Achille, un giorno di inizio aprile, trovò Isabella in lacrime e le chiese il motivo.
Lei però non volle confessare il segreto che la turbava.
Il padre cercò comunque di confortarla:
<<Questa guerra ti ha privato della tua giovinezza, ma presto sarà tutto finito e dopo avrai tutta la vita davanti. Io sono il passato, tu sei il futuro. Dunque, non piangere per coloro per cui è giunta l'ora. Tu vivrai per vedere questi giorni rinnovati. Basta con la disperazione>>
Lei ricambiò l'abbraccio, poi per un instante parve sul punto di dire qualcosa, ma alla fine si limitò ad annuire.
Il giorno successivo, il 4 di aprile, Isabella non si presentò a colazione.
Suo padre andò nella sua stanza e bussò con discrezione: la porta era solo socchiusa, le persiane ancora abbassate.
Nella penombra, il Conte la vide distesa nel letto, ma c'era qualcosa di strano: la postura insolita, supina e rigida, e uno strano odore ferroso.
Accese la lampada e ciò che vide confermò il suo terribile sospetto: c'era sangue dappertutto, che colava dai polsi di Isabella.
Il padre le mise una mano sul collo e una sulla bocca, per captare un eventuale segno di vita, ma il sangue perduto era troppo, il corpo era gelato al tatto, e rigido.
Una delle mani di lei era posata sul ventre.
Solo allora il Conte si accorse che era leggermente rigonfio, il che era contrario alla magrezza del resto del corpo.
Ci vollero tutte le sue forze per dominarsi e non mettersi a urlare.
Scese di corsa le scale e rientrò in sala traballando.
Si rivolse per prima alla governante, con un fil di voce:
<<Signora Ida, c'è bisogno di un medico, il prima possibile, per Isabella, dica che si tratta di una questione urgentissima, di vita o di morte. Vada subito, la prego!>>
Una luce gioiosa illuminò gli occhi color fango della signora Braghiri, per la quale ogni disgrazia degli Orsini era come una vittoria personale.
Mentre lei correva a casa del medico, tutti gli altri si alzarono in piedi.
<<Vi prego di rimanere qui. Non potete esserle di alcun aiuto, ve lo garantisco, quindi non muovetevi e ascoltatemi. 
Isabella si è confidata con qualcuno di voi, ultimamente?>>
Lo sguardo del tenente Mueller era teso, mentre quello di Ettore appariva molto preoccupato.
<<Ha parlato con me, padre>> risposte Arturo <<Proprio ieri. Ma si tratta di una confidenza privata>>
La contessa Emilia scattò verso la porta: <<Voglio vedere mia figlia, subito!>>
Il Conte cercò di fermarla ed Arturo gli venne in aiuto, ma lei si fece largo a gomitate, con le unghie e con i denti, urlando come un'ossessa.
<<Emilia, ti prego, risparmia a te stessa questo sconvolgimento! I tuoi nervi sono già così fragili!>> le gridò il marito, seguendola lungo le scale e i corridoi, tentando inutilmente di fermarla.
Arturo, che aveva capito, corse a sua volta verso la camera di Isabella.
Quelli rimasti nella sala si scambiarono occhiate dubbiose, poi un urlo terribile, quello della Contessa, fece accapponare loro la pelle.
A quel punto Ettore scattò in piedi e si diresse a sua volta verso la stanza, seguito dal fratello e dalla sorella.
Michele Braghiri si sentì in dovere di trattenere le bambine, le figlie di Ettore e Diana.
I tedeschi rimasero al loro posto.
Tutto quel tramestio svegliò Diana, la quale tese l'orecchio per capire cosa stava succedendo.
Sua madre urlava che la camere di Isabella era tutta rossa di sangue, un sangue scuro, quasi nero.
Diana comprese all'istante e scese dal letto.
Aprì la porta, proprio mentre il medico stava entrando nella stanza di Isabella.
In quel momento sentì una fitta terribile al basso ventre, si accasciò a terra e capì che il travaglio era iniziato.
Il primo ad accorgersene fu Ettore:
<<Diana, resisti, ora il dottore viene da te. Dottore! Dottore! Mia moglie sta partorendo, venite subito, tanto ormai di là non c'è più niente da fare>>
Queste furono le ultime parole che Diana sentì, prima di perdere i sensi.

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