lunedì 2 aprile 2018

La Teoria Nordica e la Patria Artica




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La teoria nordica è stata una teoria linguistica e archeologica che cercò di descrivere la diffusione delle lingue indoeuropee in Eurasia a partire da una patria originaria (Urheimat) individuata nella Scandinavia meridionale o nel Bassopiano germanico[1]. Questa ipotesi, avanzata da Karl PenkaHermann HirtGustaf Kossinna e altri, ebbe un certo successo tra il XIX secolo e gli inizi del XX secolo venendo fatta propria dal nazionalsocialismo[2] ma è oggi considerata superata dalla maggioranza degli accademici[3]; recentemente è stata ripresa da Jean Haudry e Carl-Heinz Boettcher.






Descrizione

Secondo Penka, il primo a proporre l'Urheimat nordico, il primitivo popolo indoeuropeo doveva essere sedentario e contadino ed autoctono del settentrione, formatosi senza interferenze esterne sin dal paleolitico[2]. La presenza del termine per indicare il rame nel vocabolario proto-indoeuropeo ricostruito tendenderebbe a restringere la cronologia più alta della patria ancestrale (Urheimat) in una cultura del neolitico finale o del calcolitico. Termini in favore di una localizzazione nordica sarebbero, tra gli altri, quelli per indicare il faggio (bhāghos) e il mare (*mori)[2].
Per Boettcher, il primissimo periodo di formazione dei futuri popoli proto-indoeuropei iniziò nel tardo Paleolitico, quando il riscaldamento globale, che fece seguito alla glaciazione Würm, permise ai cacciatori-raccoglitori stanziati nei rifugi gliaciali a sud di ripopolare l'Europa settentrionale, ormai libera dai ghiacci. Essi diedero vita a delle manifestazioni archeologiche quali la cultura di Amburgo e la cultura di Federmesser. In queste aree del settentrione, sono comuni dei fenomeni boreali che si ritroverebbero nella mitilogia indoeuropea[4]. Questi gruppi di cacciatori e pescatori sono alla base della successiva cultura Maglemosiana (9000-6500 a.C. circa). L'innalzamento del livello del marenel Nord Europa causò l'allagamento di parte dei territori occupati dai Maglemosiani (Doggerland) e li respinse a sud. Gli eredi di questa cultura svilupparono le culture di Ertebølle e di Ellerbek[5]. Boettcher confronta le loro attività con quelle dei Vichinghi dei millenni successivi. Vengono descritti come una società guerriera in via di sviluppo, che si occupa di commercio e di pirateria risalendo i corsi d'acqua per razziare le terre occupate dagli agricoltoridanubiani delle pianure più meridionali, sottomettendoli per poi diventare i loro capi.

Ceramiche ed ascia in pietra della cultura del bicchiere imbutiforme
La fusione di queste due popolazioni diede origine alla cosiddetta cultura del bicchiere imbutiforme (4200-2600 a.C.), estesa dai Paesi Bassi all'Ucraina nord-occidentale[6], che sarebbe l'habitat originale dei primi indoeuropei; per Haudry "la cultura neolitica dei vasi a imbuto ben si accorda con l'immagine tradizionale del popolo indoeuropeo confermata dalla paleontologia linguistica: in questa cultura troviamo contemporaneamente l'allevamento e la coltivazione delle piante, il cavallo, il carro e l'ascia da guerra, fortificazioni e segni di una società organizzata gerarchicamente"[7]. La prima cultura indoeuropea sarebbe quindi una sintesi tra la cultura di Ertebølle e le fasi finali della cultura della ceramica lineare[8]. Questa fusione preistorica di due popolazioni differenti spiegherebbe alcuni miti comuni ai popoli indoeuropei studiati da Georges Dumézil come il ratto delle Sabine a Roma o la guerra tra gli Æsir e i Vanir della mitologia norrena, che mostrerebbero appunto l'unione tra gruppi di guerrieri e gruppi di produttori/agricoltori.
Culture più tarde come la cultura delle anfore globulari e della ceramica cordata rappresenterebbero l'espansione degli indoeuropei dalle loro sedi della pianura nordeuropea verso la Russia(cultura del medio Dniepercultura di Fatyanovo-Balanovo[1]) e l'Asia (cultura di Koban[1]). Analoghi movimenti di popolazioni nordiche si sarebbero irradiati dal nord verso l'occidente ed il sud dell'Europa, inclusa l'Anatolia (Troia[1]), tra l'età del bronzo e l'età del ferro.




La tesi "mitologica" di Herman Wirth

Di una presumibile residenza originaria della razza nordica ci sono oggi conosciuti e rimasti territori periferici, come l’Islanda, la Groenlandia, la Terra di Grinell e le Spitzbergen. Noi sappiamo, però, che queste albergarono un tempo una ricca flora, che può essere germinata già in un primo periodo terziario. Così nella terra di Grinell, situata ad 81° 45’ di latitudine nord, dieci specie di conifere, tra cui l’abete rosso e due pini selvatici; una specie di tasso; l’olmo, il tiglio, due specie di noccioli con una ‘palla di neve’, la macchia di cespugli. Nel lago d’acqua dolce viveva una ninfea e la riva era rivestita da carici e canne palustri. Ci viene incontro quindi in questa parte estrema del mondo una flora, che corrisponde al massimo con quella della parte nordica della zona temperata e che richiede una temperatura media annua di almeno + 8°, mentre questa attualmente sta colà a 20 ° sottozero. Più in prossimità vi si accompagna la flora delle Spitzbergen.
Anche qui predominano le conifere, una gran quantità di pinastri, di abeti rossi, di abeti bianchi. Tra gli alberi frondiferi, a foglia latiforme si trovano pioppi, salici, ontani, betulle e faggi, querce, una specie di platano, di albero della seta, di noce, due specie di magnolie e quattro di aceri. Tre specie di ‘palle di neve’, molte di biancospino e di giuggiola formavano col nocciolo la macchia di cespugli. Nel lago di acqua dolce appare di nuovo la ninfea artica, un erba coclearia per i girini di rana ed una per le uova di Salmone, cui si associano molte canne palustri e giaggioli.
La flora fossile della Groenlandia settentrionale, che indica un clima quale noi troviamo attualmente nei dintorni del lago di Ginevra, ad es. presso Montreux, con una temperatura annuale di 10°, ha un’apparenza alquanto più meridionale. Oggi la stessa regione giace a circa 70° di latitudine nord (1). La spiegazione per il violento dislocamento climatico in questa zona è data dallo spostamento del Polo nel Terziario e nel Quaternario.

La carta riprodotta (fig. 1) secondo Köppen e Wegener (2) rende chiara la situazione e la migrazione del Polo Nord riferito all’Europa. Dall’esistenza delle menzionate specie di piante e di una serie di reperti geologici ed altri reperti di storia naturale risulta per la Terra di Grinell una situazione di allora al di sotto dei 42°, per le Spitzbergen sotto i 40° e per la Groenlandia occidentale (Disco) sotto 30° di latitudine.
Riguardo a ciò va considerato che nel Terziario ed anche all’inizio del Quaternario i continenti dell’America del Nord e del Nord Europa erano ancora direttamente uniti. La separazione può essersi effettuata soltanto all’incirca al tempo della principale glaciazione, allorché il continente sudamericano già da milioni di anni nel periodo cretaceo si era staccato da quello africano ed era stato allontanato verso ovest. Nella cartina della fig. 1 va quindi osservato che il reticolo delle coordinate geografiche e le posizioni del Polo sono riferite all’Europa, ma che l’America durante la maggior parte del tempo era situata più ad ovest ed a nord di adesso.
Un crepaccio biforcantesi presso la Groenlandia spezzava il collegamento europeo e quello nordamericano, che esisteva ancora da Terranova oppure dall’Irlanda verso il nord. Le zone di separazione anche qui si spostavano sempre di nuovo le une dalle altre. Mentre la lingua di terra tra Terranova e l’Irlanda si spezzò solo all’inizio del Quaternario, più a nord sembra sia sussistita un’ulteriore, seconda lingua che si staccò certo solo prima della metà del Quaternario (3).
I motivi di questo sino ad oggi perdurante spostamento dei continenti dovrebbero essere stati completamente chiariti attraverso la “teoria del dislocamento”, come Wegener l’ha fondata nella sua Entstehung der Kontinente und Ozeane. Lo spostamento delle singole zolle continentali, la migrazione dei poli di rotazione e degli alti e bassi della superficie terrestre sotto il livello del mare con essi connesse, furono la fatalità geologica che irruppe improvvisamente sulla patria originaria della razza nordica, che annientò o cacciò la sua popolazione, disperdendola tutt’intorno sulla Terra.
La sopra effettuata ricerca delle razze e culture paleolitiche del Quaternario aveva portato all’ammissione di una dimora originaria della razza nordica nell’attuale regione artica. Da ciò derivò che la formazione della razza nordica stessa dovette essere spostata prima della glaciazione, cioè del Terziario. Se queste conclusioni sono esatte, allora la tremenda esperienza dell’avvicinamento e dell’irruzione dell’eterno inverno deve aver prodotto un’impressione per sempre incancellabile sugli abitanti di quella fascia di terra. La tradizione di tale catastrofe mondiale deve essersi mantenuta per millenni attraverso tutte le generazioni, come la leggenda del diluvio gondvanico nell’intera cerchia della regione oceanico-indonesiana e dell’Asia Minore. Dunque, dobbiamo imbatterci ovunque nelle più antiche tradizioni dei popoli di razza nordica sulle tracce di quella tragedia di tempi remoti dei loro antenati. Nel mito a loro comune di una fine del mondo deve anche comparire, quale fine del mondo, il ritorno dell’eterno inverno. Ma non soltanto ciò – si devono anche trovare immediate tradizioni di quel terrificante evento, che ci sappiano riferire qualcosa, anche se oscurato, sui particolari.
Se noi esaminiamo le più antiche fonti scritte a noi conservate della cultura precristiana del Nord germanico, l’antica e la nuova Edda, allora l’eterno inverno ci si fa incontro più volte quale fine del mondo. Ovunque risuona come motivo di fondo il lontano ricordo di un avvenimento, che già una volta dev’essere accaduto in una remota preistoria:

“Sale il mare in tempesta sino al cielo,

le terre inghiottite, l’aria è fatta gelida,

masse di neve porta l’aspro vento,

frena la pioggia la Ruota del Fato”.

(Hyndluljòth, 44)

Nel Vafthrùdhnismàl, 44, Odino chiede a Wafthrùdhnir:

“Chi degli uomini mai vivo sarà

quando il possente inverno sulla Terra

alfin terminerà?”

Così anche il Fimbulvetr nel Gylfaginning, 51, è descritto quale introduzione al Ragnarök: “Cose grandi ci sono da narrare e molte. E per prima che un inverno verrà, chiamato Fimbulvetr, il grande inverno, allora turbinerà la neve da tutti i punti cardinali, il gelo sarà grandissimo e aspri i venti. Il sole non avrà più forza. Tre inverni si seguiranno e fra essi non vi sarà estate. Ma ad essi precederanno tre altri inverni…” (4).
Nell’Avesta ci è però conservata nel Vendidad, I, 1-3, una immediata tradizione della terribile disgrazia della razza nordica e della sua dimora originaria. Si tratta del luogo in cui Dio (Ahura Mazda) parla a Zarathustra della creazione di quella madrepatria della razza nordica, chiara o cosiddetta ariana, Airyana Vaejah (Vaejah – “seme”), il paradiso degli Arii. D’altra parte Angra Mainya, lo Spirito Maligno, creò quale contro-creazione la rovina, che da esso sempre di nuovo in una nuova forma viene mandata ad ogni nuova patria, che Ahura Mazda dona al popolo degli Arii nella sua ulteriore migrazione.

“1. Disse Ahura Mazda allo Spitama Zarathustra:


2. Quale ottimo fra i posti ed i luoghi, io Ahura Mazda, creai l’ariano Vaejah della buona Daitya; ma lui (Vaejah) creò quale piaga nazionale il molto pernicioso Angra Mainya, il serpente rossiccio e l’inverno opera dei demoni.


3. Là vi sono 10 mesi invernali, solo 2 mesi estivi, ed anche questi troppo freddi per l’acqua, troppo freddi per la terra, troppo freddi per la pianta; ed è il Centro dell’inverno e il Cuore dell’inverno; poi, quando l’inverno volge al termine, vi sono qui molte alluvioni”.


Di grande importanza è l’ora accennata relazione dell’inverno col serpente. Come si vedrà in seguito, il simbolo del serpente invernale rossastro garantisce l’alta età della tradizione dell’Avesta, che – significativamente – coincide esattamente con le ancor oggi conservate tradizioni simbolico-culturali degli Indiani nord-americani.
Che prima di questo inverno di Fimbul regnassero nell’Airyana Vaejah altre condizioni climatiche, sa riferire ancora Bundahish, XXV, 10-14: “Dal giorno di Ahuramazd (primo giorno) di Avanu l’inverno acquista forza e viene nel mondo e… dal giorno Ataro del mese Din compreso (9° giorno del 10° mese) viene con gran freddo verso Airyana Vaejah; nel mese di Spendarmad compresi (i 5 epagomeni) fino alla fine (dello stesso e a un tempo dell’anno) l’inverno sopraggiunge in tutta la Terra. Perciò nel giorno Ataro del Din si accendono ovunque fuochi per indicare che l’inverno è venuto”.
I cinque mesi d’inverno in questo passo vengono anche espressamente esposti: Avan, Ataro, Din, Vohuman e Spendarmad. Altrove (XXV, 7) è detto che dal giorno di Auharmazd (il primo) del mese Farvardin compreso fino al giorno di Aniran (l’ultimo) del mese di Mitera vi sono sette mesi d’estate. Per il tempo più tardo e quello contemporaneo (Bundahish, XXV, 20) dodici mesi e quattro stagioni, e l’inverno comprendeva solo gli ultimi tre mesi dell’anno: Din, Vohuman, Spendarmad. Questa è una tradizione che è abbondantemente confermata dai reperti del Magdaleniano.
Il II Fargard del Vendidad mostra ora il tempo dell’irruzione di quel terribile inverno, allorché il “bello Yma, possessore di buoni armenti”, il “germe di Vivahvant” regnava sul Vaejah ariano. Ahura Mazda lo aveva esortato a mantenere e custodire la sua religione (II, 3), il che fu recisamente respinto da Yma: “Io non sono fatto, non sono istruito a mantenere e proteggere la religione”. Quindi Ahura Mazda gli avrebbe così parlato: “Allora aiuta il mio mondo a progredire, accresci il mio mondo, allora devi metterti a mia disposizione quale protettore e custode e sorvegliante del mondo”.
Ciò fa Yma e ottiene da Ahura Mazda i due poteri, la freccia d’oro e la frusta ornata d’oro: lo strale luminoso (5), il simbolo del figlio di Dio, al cui contatto la Terra si apre e si dilata, e la frusta, originariamente il ramo a tre parti, il segno “uomo”, la “verga della vita”, della fede atlantico-nordica nella luce divina.

“8. E nel regno di Yma trascorsero trecento inverni. Dopo di che la Terra qui gli divenne piena di bestiame minuto e grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi fiammeggianti: non trovarono più posto bestiame minuto e grosso né uomini”.

“10. Allora Yma andò verso la luce al meriggio, incontro al sentiero del Sole: questo scorticò la Terra colla freccia d’oro; strisciò su di lei con la frusta, così parlando: ‘Cara santa Armatay! Va avanti e spanditi per poter portare bestiame minuto e grosso e uomini”.

La Terra qui si espande, sì da diventare di un terzo più grande di
prima. Ancora due volte avviene una simile espansione dell’impero ariano. Poi

“il raggiante Yma, possessore di begli armenti con i migliori uomini nel Vaejah ariano” organizza un’assemblea su ordine del Creatore Ahura Mazda.

“22. E disse Ahura Mazda a Yma: ‘O bello Yma, germe di Vivahvant! Sulla materiale e cattiva umanità devono venire gli inverni e in conseguenza di ciò dapprima la nuvolaglia farà nevicare masse di neve dai monti più alti fino a profondità (quali li ha) l’Aretvi.

23. E (solo) un terzo del bestiame, o Yma, salverà poi la vita (da tutto) ciò che vi è di più fruttifero nei vari luoghi, e ciò che è sulle altezze delle montagne, e ciò che nelle valli dei fiumi si trova di robusti edifici.

24. Prima dell’inverno questo paese usava portare pascoli d’erbe; più tardi allo scioglimento delle nevi devono scorrere masse d’acqua e apparirà inaccessibile, o Yma, al mondo naturale colà dove si può vedere il passo delle pecore.

25. Prepara quindi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati; proprio qui raduna il seme del bestiame minuto e di quello grosso e uomini e cani e uccelli e di rossi fuochi lucenti. Predisponi poi il castello, lungo un Caratav verso ognuno dei quattro lati, quale stalla per le bestie.

26. In questo stesso luogo lascia che l’acqua continui a scorrere per una via della larghezza di una hetra e proprio lì disponi dei prati. In quello stesso luogo disponi case e cantine e vestibolo e bastia e circonvallazione.

27. Proprio in quel luogo porta il seme di tutti gli uomini e le donne, che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra. In quello stesso luogo porta assieme il seme di tutti i generi animali che siano i più grandi e i migliori e più belli di questa Terra.

28. Proprio là raduna il seme di tutte (le) piante, che siano le più alte e più profumate di questa Terra. Proprio là raduna il seme di tutte (le) vivande, che siano le più gustose e profumate della Terra. (Tutti) questi a due a due rendili inesauribili, finché gli uomini staranno nel castello.

29. Non (devono) poter (venire) là dentro (difetti, imperfezioni, vizi) come: la gobba al petto, la gobba sulla schiena, il latte materno, non la curvatura del corpo, non la deformazione dentaria, non la lebbra, con cui è collegata la separazione (isolamento) delle persone (colpite); e non (altre) piaghe, che sono un contrassegno di Angra Mainyav, (che) è introdotto nell’uomo.

30. Nella maggior parte del territorio fa’ nove passaggi, nella intermedia sei, nella più piccola tre. Nei passaggi della (divisione) più grande raduna il seme di mille uomini e donne, in (quelli) della intermedia di seicento, in (quelli della) più piccola di trecento; e segnala (i passaggi) con lo strale d’oro e applica al castello un portale luminoso, di luminosità propria (dal di dentro)”.

Yma opera dunque secondo il comando di Ahura Mazda e installa la Vara, la circonvallazione o fortezza, per preservare il seme dei migliori uomini, animali e piante dalla distruzione, che l’infausto inverno doveva portare sul felice paese.

“38. Ed egli segnò i passaggi (della fortezza) con lo strale d’oro ed appose alla fortezza una porta luminosa, di luminosità interiore”.

In questo passo del Vendidad Zarathustra chiede ad Ahura Mazda:

“39. O creatore del mondo materiale, degno degli asa! Quali candelabri sono quelli, o Ahura Mazda degno degli asa, che là risplendono nella fortezza, che edificò Yma?

40. Allora disse Ahura Mazda: ‘Sono candelabri eterni e passeggeri. Solo (una volta all’anno) si vedono sorgere e tramontare Sole e Luna e stelle.

41. E gli (abitanti) considerano un giorno, ciò che invece è un anno”.

Per la soluzione della nostra questione sull’origine e la patria della razza nordica, questo passo del Vendidad 2, 40-41, è della massima importanza. Gli abitatori della Vara che vengono salvati dall’inverno di Fimbul sono gli uomini eletti, vedono solo “una volta all’anno” sorgere e tramontare il Sole, la Luna e le stelle; e considerano un giorno quello che è un anno.
La corsa celeste delle costellazioni qui così chiaramente descritta riserva un’unica possibilità per la determinazione del luogo di osservazione: questa può essere avvenuta solo nella regione artica.
Ancora una volta vogliamo richiamare alla mente il corso degli astri, così come lo stesso si offre allo sguardo dell’uomo artico. Per tutti i popoli della razza nordica il nord è la direzione sacra, secondo cui essi si orientavano. Colà è la sede di Dio, il punto di rotazione dell’orientamento del mondo, dal quale discende il diritto, la direzione celeste dell’imperscrutabile eternità.
L’indicazione, comune a tutti i popoli indoeuropei, della stella Polare come “stella guida” si richiama ad un’antichissima tradizione: antico nordico leidarstjarna (propriamente “stella del cammino”, da leid, “cammino”), anglosassone ladsteorra, inglese loadstar, lodestar, “stella Polare”, medio basso tedesco leiderstern, olandese leidstar, medio alto tedesco leitstern, nuovo alto tedesco Leitstern. Nel più antico danese si trova qui anche leding, medio b.ted. ledinge, angl. Scipsteorre (stella delle navi), inglese più antico steering star, “stella del timone”. Dopo la scoperta della bussola, l’antico nordico leidarsteinn, ingl. Loadstone, lodestone, fu formato come nome per “magnete” (6). Dalle più antiche rappresentazioni della rosa dei venti, delle direzioni celesti della bussola, il nord viene sempre riprodotto attraverso il giaggiolo stilizzato, che già nel Nord neolitico vale quale simbolo dell’albero della vita, e per sé di nuovo, come il trifoglio, per l’indicazione dell’asse celeste meridionale-settentrionale, è adoperato soltanto per il nord (7).
Di quali antichissime tradizioni artico-nordiche si tratti qui, risulta da un breve confronto delle indicazioni della stella Polare presso i popoli circumartici. Presso gli Indiani Pawnee del Nebraska, la “stella che non muove” è la principale stella del cielo (8); gli Aztechi del Messico la ritenevano addirittura un essere più alto e più possente del Sole medesimo. Presso i Ciukci il dio principale è quello della Stella Polare (9), come anche a sud in Babilonia, la stella Polare è il trono del supremo dio celeste Anu.
Nella poesia popolare islandese esso si chiama veraldarnagli, “ago del mondo” (10). Con ciò è da osservare che la indicazione “dio del mondo”, “uomo del mondo”, è un’antichissima denominazione nordico-atlantica del figlio di Dio e del Dio padre. Mentre nella Ynglinga Saga (c. 13) Freyr, originariamente il nome del figlio di Dio del periodo dell’’riete (serie –p-, -f-, -b-), il “Signore”, reca ancora la designazione veraldar god, nel lappone è ancora conservata la più antica denominazione del “periodo dell’alce”, veralden olma, “uomo del mondo”. La stessa designazione della stella polare la troviamo nel finnico taivaan sarana, “angelo del cielo” e pohja nael, “chiodo del fondo (del cielo)” o “del nord” (pohi, “fondo” e “nord”). Allo stesso modo presso i Lapponi esso si chiama bohinavvle, “chiodo del nord”: quando questo scorre via, il cielo cade giù, concezione che ci è tramandata anche dai Celti. I Samoiedi della zona di Turuchansk lo chiamano “chiodo del cielo”, “intorno a cui gira l’intero mondo” (secondo Tretjakov). I Korjaki lo chiamano, come i Ciukci, “stella del chiodo”.
Colà, dove è il “chiodo del mondo”, si trova la punta del tronco dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, che dunque è “inclinata verso il nord”: il chiodo del mondo rafforza la cima dell’”albero dei mondi”, della “colonna del mondo”, al cielo, quale asse del cielo. I Lapponi scandinavi chiamano la stella Polare veralden tsuold, “colonna del mondo”, i Lapponi russi alme-tsuolda, “colonna del cielo” (11), in cui alme è identico a olma, nome del dio supremo, veralden olma, “uomo dei mondi”, “dio dei mondi”.
Il “chiodo dei mondi” (veraldarnagli) al culmine della “colonna dei mondi” (veralden tsuold), del sacro simbolo del dio supremo, dell’”uomo dei mondi” (veralden olma), fu da Knud Leems veduto e descritto ancora in una “colonna del mondo” lappone, presso Porsenger (12). Come presso gli Ostjachi, era una trave quadrangolare, al cui termine superiore si trovava un punteruolo di ferro, il veraldarnagli. La “colonna del mondo” stava fra i “due monti”, simbolo del solstizio d’inverno e della divisione dell’anno. (…)
Torniamo alla tradizione dell’Avesta. In Vendidad, 6, 44, si chiede: “O creatore, onorevole asa! Dove dobbiamo portare il corpo degli uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporlo?”.

“45. Ahura Mazda risponde: ‘Nei luoghi più alti, o Spitama Zarathustra, in modo che più sicuramente lo possano scorgere i cani divoratori di cadaveri e gli uccelli mangiatori di morti”.

E: “49. ‘O creatore, venerabile asa! Dove dobbiamo portare le ossa di uomini morti, o Ahura Mazda? Dove dobbiamo deporle?’

50. Allora disse Ahura Mazda: ‘Occorre predisporre per ciò una costruzione al di sopra del cane, al di sopra della volpe, del lupo, che non possa essere bagnata dal di sopra dall’acqua piovana.

51. Se gli adoratori di Mazda sono in grado di far ciò, le ossa devono essere deposte nella costruzione su un sostrato di pietra o di calcina o di argilla. Se gli adoratori di Mazda non sono in grado di fare ciò, occorre deporre le ossa per esposizione e illuminazione solare sulla terra, in modo che esse (senza un proprio supporto) costituiscano il loro proprio giaciglio e il loro proprio cuscino”.
Per la sepoltura provvisoria il morto viene affidato nella sua casa al grembo della Madre Terra. Egli deve però sempre essere dissepolto di nuovo e affidato per il dissolvimento alla luce di Dio. Nella religione mazdea era già un grave peccato, seppellire per una metà dell’anno nella terra l’uomo morto, senza ridisseppellirlo ed esporlo alla luce (Vendidad, 3, 36). Nuovamente indicativo è qui il termine del mezzo anno, che corrisponde con la notte invernale artica. Dopo un mezzo anno, dunque, ogni morto deve essere dissepolto e l’esposizione della salma al sole deve poter avere luogo. Il corpo morto torna più facilmente alla terra attraverso la dissoluzione nella luce, che attraverso il seppellimento. Il ridiventare terra e il risorgere da essa attraverso la luce è il profondo significato cosmico di questo rito (Vendidad, 7, 45-48):

“45. O creatore, venerabile asa! Entro qual termine una salma, per il fatto di essere stata deposta in terra ed esposta alla luce e al sole, diventa terra?

46. Disse allora Ahura Mazda: ‘Nel termine di un anno, o Zarathustra, credente negli asa, un cadavere, (per il fatto che) è depositato sulla terra, ed esposto alla luce ed al sole, diventa esso stesso terra.

47. O creatore, venerabile asa! Entro quale scadenza una salma, che è interrata, diventa essa stessa buona come la terra?

48. Disse allora Ahura Mazda: ‘Dopo cinquant’anni, o Spitama Zarathustra, un cadavere sotterrato diventa esso stesso come la terra”.
Questa è stata l’utilizzazione del più antico tipo di dolmen, del dolmen aperto, che cioè sulla sua lastra di copertura il morto fosse composto per la dissoluzione alla luce, e che poi le sue ossa imbiancate potessero essere poste sotto di lui sulla terra. Il pensiero della sepoltura sovraterrena costituisce sempre il significato fondamentale della tomba megalitica, anche nel suo successivo sviluppo. Questo porta all’identità di significato di “casa” e “tomba”. Il dolmen chiuso con entrata è la casa di neve (igloo) paleolitica tramandata quale costruzione di pietra dei popoli artico-nordici, le cui particolarità cultuali vengono ancora fedelmente conservate dai popoli subartici, da Lapponi come da Eschimesi. L’aumento e la densità della popolazione e il clima più caldo dell’ultimo neolitico deve aver ridotto sempre più per motivi igienici l’esposizione delle salme, rendendola possibile soltanto ancora per personalità eminenti. Mentre l’immediata e stabile sepoltura nel grembo della Madre Terra divenne comune. La casa-sepoltura megalitica conserva la sua disposizione e significato quale luogo di composizione della salma. Il suo ingresso è sempre orientato verso i punti del solstizio d’inverno, cioè prevalentemente sud-est, sud e sud-ovest, ma anche da ovest ad est, una ancor più antica tradizione, che risale alla metà dell’anno invernale, alla notte artica invernale.
Resta l’idea fondamentale che il morto giaccia liberamente composto sulla terra e che la luce solare abbia accesso attraverso il buco nella lastra di pietra o attraverso la porta di legno. Da ciò anche la forma determinata dei geroglifi del solstizio d’inverno, che furono dati a questi fori.
(Fonte: Centro Studi La Runa)

Note

  1. ^ a b c d Vere Gordon Childe, p.177-178
  2. ^ a b c Francisco Villar, p.42-47
  3. ^ Cfr. Iaroslav Lebedynsky, Gli Indoeuropei, Jaca Book, Milano, 2011.
  4. ^ Carl-Heinz Boettcher, p.28
  5. ^ Carl-Heinz Boettcher, p.68
  6. ^ J. P. Mallory, p.596
  7. ^ Jean Haudry, p.155
  8. ^ Carl-Heinz Boettcher, p.148

Bibliografia

Voci correlate

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