Vite quasi parallele. Capitolo 5. Dalla Bassa all'Africa

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Nei racconti a sfondo epico che Romano Monterovere, nei rari momenti in cui era in vena di confidenze, elargiva ad amici e parenti riguardo alla sua gloriosa partecipazione alla Guerra d'Etiopia, c'erano, ad essere sinceri, molte lacune e ancor più contraddizioni, tanto che non risultò affatto facile cercare di avere anche solo una vaga idea di quel che fosse realmente accaduto.
Secondo la maggior parte delle versioni, Romano Monterovere giunse al porto di Asmara, in Eritrea, nel novembre del 1935, dopo un lungo viaggio per mare su una nave del Regio Esercito di cui non è dato sapere il nome.
La sua prima avventura fu quella di un bagno nelle acque del Mar Rosso, dove rischiò di essere divorato dagli squali, o, come diceva lui, da "pescecani".
Poi, nonostante la sua presunta sete di gloria e di azioni eroiche, fu assegnato alle retrovie con funzione di guidatore di camion.
Di fatto, quando riuscì a ottenere la patente di guida, mezza Etiopia era già stata conquistata.
Ma le imprese del milite Monterovere erano appena iniziate.
La sua prima prodezza fu quella di portare vettovaglie e munizioni alla 24esima divisione fanteria "Gran Sasso", di stanza ad Adua sotto il comando del generale Adalberto di Savoia-Genova.
A questo punto della narrazione, con un sorriso complice agli ascoltatori, Romano Monterovere si toccava il lobo dell'orecchio destro, per indicare che il generale Savoia-Genova aveva fama di essere omosessuale. Seguivano alcune storielle piccanti sull'argomento.

Tigrè – Localizzazione

Poi però le cose in guerra si misero male e il Comandante Superiore De Bono fu sostituito dal Maresciallo Badoglio.
Quando la divisione "Gran Sasso" prese parte, insieme a tutto il II corpo d'armata, alla Battaglia dello Sciré, Romano Monterovere, pur avendo manifestato il desiderio di combattere in prima linea per la Partria, magari gridando leopardianamente "Procomberò sol io!", venne nuovamente destinato alla retroguardia.
<<Non dimentichiamo>> era solito far notare Romano Monterovere nelle sue memorie di guerra <<che la retroguardia è costituita da truppe esperte, in grado di mantenere una forte coesione e un ottimo morale, per evitare una rotta drammatica>>
Fortunatamente per lui, quello fu uno dei rari casi in cui non si presentò tale evenienza.
Il 29 febbraio 1936 l'intero II Corpo d'Armata marciava su Axum,  il IV Corpo si muoveva come programmato per attaccare il fianco sinistro dello schieramento etiope.
Il 2 marzo, l'avanzata del II Corpo riprese ma venne bloccata dalla retroguardia del ras Immirù: fu un attacco inaspettato e breve in quanto la mattina dopo, quando l'artiglieria e l'aeronautica italiane erano pronte per agire, gli Etiopi avevano già abbandonato il campo di battaglia. A quel punto la battaglia poté dirsi conclusa con la ritirata delle truppe del Negus dalle loro posizioni.
Di tutto questo Romano Monterovere non vide praticamente nulla.
Ma il suo "onore" di guerriero trovò un riscatto poco dopo, quando il suo camion fu incaricato di portare munizioni presso "i guadi del fiume Telcazzè" (e guai se qualcuno osava ridacchiare per quel nome singolarmente esotico).
Il 3 e 4 marzo 1936, mentre la II Armata si stava faticosamente aprendo la strada per Selaclacà, le truppe di Ras Immirù giunsero sulle rive del fiume dove però trovarono ad attenderle 126 cacciabombardieri che in due giorni sganciano 636 quintali di esplosivo, bombe incendiarie ed iprite, oltre a 25.000 proiettili di mitragliatrice
La distruzione dell'armata del Ras Immirù, seguita dalle distruzioni delle armate dei Ras Mulughietà e Cassa, permise a Badoglio di concentrare la propria attenzione sull'avanzata verso Addis Abeba. Con l'eccezione delle armate al diretto comando del negus Hailé Selassié, non vi erano altre forze etiopi che si opponessero agli italiani nell'area.
Romano Monterovere, per quanto fosse segretamente antifascista, provò un senso di ebbrezza nel momento in cui, il 5 maggio successivo, il suo camion entrò nella capitale etiopica mentre dagli altoparlanti le radio proclamavano la nascita dell'Impero coloniale italiano.
Questa ebbrezza era probabilmente corroborata dalla presa d'atto che, a guerra finita, lui era ancora vivo e senza un graffio.