lunedì 18 dicembre 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 91. Il testamento di Anita Monterovere sconvolge gli equilibri familiari e dà inizio alla rovina

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A ottantacinque anni, Anita Monterovere fumava cento sigarette al giorno, accompagnate da calici di Champagne, compresse di Oxycontin, più qualche bella dose di Metadone. Era un modo come un altro per suicidarsi lentamente, piacevolmente, con un certo stile e senza scandali: la sua personale concezione dell'eutanasia.
Era malata di cancro ormai da molto tempo e tutte le operazioni e le terapie si erano rivelate inutili.
Il male, che ogni volta sembrava sconfitto, si ripresentava poi regolarmente da un'altra parte, tanto che, all'inizio del 1999 le rimanevano ormai pochi mesi di vita.
<<Non vedrò mai il Ventunesimo secolo>> aveva confidato ai fratelli, ai nipoti e ai pronipoti che le facevano regolarmente visita <<ma credo che in fondo sarà una schifezza, ancora peggio del Ventesimo>>
Dichiarazioni che ricordavano molto "La volpe e l'uva" di Esopo.
Tutti annuivano con aria afflitta, non tanto per l'avvicinarsi della morte dell'anziana "signorina", quanto perché fino a quel momento Anita si era rifiutata di rivelare il contenuto del suo testamento, cosa per la quale, in condizioni normali, avrebbe avuto assolutamente ragione.
Ma le condizioni finanziarie di Anita all'interno della famiglia e soprattutto dell'Azienda Monterovere risultavano tutt'altro che normali.
Era riuscita infatti a conquistarsi la fiducia dei fratelli fino al punto da ottenere, in qualità di prestanome per ragioni di elusione fiscale e di aggiramento dei lacci burocratici, una fetta notevole di quote azionarie nella Società in Accomandita per Azioni che gestiva l'azienda di famiglia.
Dal testamento di Anita sarebbe dipeso il controllo dell'azienda.
Tutti i parenti dunque si mobilitarono.
Persino Riccardo tornò da Milano, perdendo un'intera sessione di esami e persino un Sant'Ambrogio di shopping, follie consumistiche e sesso sfrenato con la fidanzata, per cercare di farsi perdonare dalla prozia per essere il nipote della donna che lei odiava di più al mondo, ossia Diana Orsini Balducci, contessa di Casemurate.
Riccardo trovò Anita particolarmente in vena di confessioni e interpretazioni melodrammatiche, secondo il suo stile alla Marlene Dietrich.


<<La maggior parte della gente non pensa alla malattia. Se ne sente immune>> esordì Anita <<Non si capisce su quale presupposto, ma ritiene sempre che queste cose capitino raramente, e comunque sempre agli altri. E invece, prima o poi, ci si ammala di qualcosa e si finisce in ospedale e ci si accorge che i malati sono tantissimi, che la gente soffre e che questo universo di sofferenza viene tenuto nascosto, lontano, come se fosse un lager, per non turbare i sonni tranquilli e la digestione del cittadino medio, il quale deve soltanto pensare a produrre e a consumare. Punto. Un po' come fai tu con quella specie di Lolita che ti sta circuendo esattamente come tutti i miei parenti, te compreso, stanno facendo con me, ora...>>
Riccardo tentò qualche vana difesa:
<<Nita, non devi affatto pensare che...>>
Lei lo interruppe con un cenno:
<<Zitto e aiutami ad accendere questa fottuta sigaretta. Poi dovrai uscire a prendermene altre dieci stecche. Mi raccomando, voglio soltanto delle Winston Blu!>>
Riccardo obbedì senza fiatare.
Anita aspirò profondamente e poi riprese il suo monologo:
<<Churchill disse: "La storia sarà gentile con me perché intendo scriverla io". Purtroppo nel mio caso a scriverla sarai tu, e so già che non sarai clemente. No, non provare a negarlo... lo so, e forse hai anche ragione.
Ma ricordati bene questo: la ragione e il torto non sono così essenziali come sembra. Io volevo sempre avere ragione. Solo ora mi rendo conto che avere ragione non serve a niente>>
Altra pausa ad effetto:
<<Volevo essere la numero 1 e non capivo che 1 è il numero più solo. Amare ed essere amati dalle stesse persone è ciò che desiderano tutti, almeno all'inizio, prima di diventare dei mostri. Ed è questo ciò che siamo diventati, e forse non possiamo più tornare indietro>>
Riccardo era perplesso:
<<Dei mostri?>>
<<Quando non siamo corrisposti adeguatamente. E anche tu sei sulla buona strada>>
<<Sono ancora giovane>>
Anita rise, sprezzante:
<<Ci vuole moltissimo tempo per diventare giovani. Forse io non ne ho avuto abbastanza. Ma non è questo il punto. Quello che mi ha rovinato è l'essere una perfezionista. Io ho sempre cercato la rettitudine, ma le linee rette non esistono in natura. Meglio essere originali, anche se l'originalità va intesa alla lettera, ossia al tornare alle origini, alla nostra natura istintiva. In ogni caso, per me è troppo tardi. La mia unica prospettiva è la morte>>
Riccardo sospirò:
<<Non dire così>>
<<Non cercare di indorarmi la pillola. In ogni caso io non ho paura della morte. Non so se ci saranno paradiso o inferno. A volte si può trovare il paradiso solo allontanandosi lentamente dall'inferno Ma non giuri di sfidare le tenebre chi non ha mai visto il calar del sole!
Per questo ripeto i versi di quel famoso poeta: "Non andartene docile in quella buona notte. Infuria, infuria contro il morire della luce">>
Poi però prevaleva il tono lirico:
<<Siedo accanto al fuoco e rifletto / sul domani e sul mondo che verrà /quando presto l'inverno giungerà / ma della primavera io non vedrò l'aspetto>>
Sopra il suo letto c'era un ritratto dell'antenato Sigismondo Monterovere, Conte di Pavullo nel Frignano e Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro, conferitogli dall'Imperatore Ferdinando II d'Asburgo per il valor militare dimostrato nella difesa di Vienna dai Turchi.
Sotto, incorniciati, alcuni versi di Rilke:
<<Per tre rami fiorì la mia stirpe / per sette manieri silvani / ma presto fu stanca dell'antico blasone / piegò sotto il peso degli anni / L'antico retaggio degli avi / è tutto ciò che le acquisto e le apporto / Sono ormai senza patria nel mondo>>
Anita lo indicò con aria severa:
<<Come puoi vedere, anche i Monterovere sono nobili, quindi tu possiedi due quarti di nobiltà, ma hai dato sempre più importanza a quello che ti derivava da tua nonna Diana.
Ma non te ne faccio una colpa.
Ti sei trovato nel mezzo di una faida, e di questo ti chiedo scusa. Ricordati che ti ho voluto bene, sempre. Non dimenticarlo quando io... dopo che io...>>
E qui proruppe in lacrime.
Forse in parte erano lacrime sincere, o almeno così parve a Riccardo, che si commosse a sua volta.
Anita lo notò e scambiò questa commozione per compatimento, sbagliando:
<<E adesso corri a prendermi le sigarette!>>
Quando Riccardo tornò, la vecchia prozia stava dormendo e lui non volle risvegliarla.
Le lasciò le sigarette sul comodino.
La salutò con uno sguardo silenzioso, senza sapere che quella sarebbe stata l'ultima volta in cui la vedeva da viva.
Anita Monterovere morì il 7 febbraio del 1999.
Le esequie furono solenni.
C'erano tutti, compresa la sua rivale di sempre, Diana Orsini, che le portò "in extremo munere mortis", un'orchidea nera.
I fratelli superstiti, ossia Romano ed Edoardo, tremavano al pensiero del testamento.
Il notaio convocò tutti quindici giorni dopo:
<<Do lettura delle ultime volontà di Anita Monterovere, che a dire il vero sono molto brevi:
"Faenza, 20 novembre 1998. Io Anita Monterovere, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, nomino erede universale mia cugina Fernanda Bassi-Pallai". Non c'è altro>>
Il panico si sparse nella sala.
La cugina Fernanda, una vecchietta dall'aria dimessa, che era stata convocata con sua grande sorpresa, non sapeva assolutamente niente:
<<Credevo che per me ci fosse solo un lascito>>
Il notaio scosse il capo:
<<No, signora Bassi-Pallai. Lei è l'erede di tutto il patrimonio. Ha facoltà di accettare, con o senza beneficio di inventario, oppure di rifiutare>>
La cugina Fernanda, con l'aria di chi ha appena vinto al Superenalotto, osservò con aria trionfale i parenti che l'avevano trattata come una pezza da piedi per tutta la vita.
<<Accetto con beneficio di inventario>>
Fu una precauzione eccessiva: Anita le aveva lasciato un patrimonio solidissimo e inestimabile.
I Monterovere non erano più padroni in casa propria.
E quello fu solo l'inizio della fine.
Il seme della discordia era stato appena piantato e già dava i suoi frutti.
Il vecchio patriarca Romano Monterovere si scagliò contro suo figlio Francesco e sua nuora Silvia:
<<E' tutta colpa vostra! Anita ci ha puniti per il vostro matrimonio! Non voleva che i suoi soldi finissero nelle mani dell'erede di Diana Orsini!>>
Riccardo era impietrito nel vedere il nonno materno accusare suo padre e sua madre (e anche sua nonna materna) di aver rovinato la famiglia Monterovere e la sua azienda, ma riuscì comunque a trovare la forza per reagire:
<<No! La colpa è tua, nonno! Sei stato tu ad intestare mezzo patrimonio ad Anita per evadere le tasse! Non scaricare la colpa sui miei genitori e non osare nemmeno pronunciare il nome di mia nonna!>>
Romano come una furia cercò di avventarsi sul nipote.
<<Io ti ammazzo!>>
Riccardo lo bloccò immediatamente:
<<Conserva un minimo di dignità, nonno>>
<<Io adesso diseredo tuo padre e tu non avrai niente!>>
<<Dopo quello che hai detto oggi, non avrei voluto neanche un centesimo da te, in ogni caso!>> replicò Riccardo, e aiutò i suoi genitori, sconvolti, ad uscire da quel covo di vipere.
Ci vollero anni per ricucire i rapporti che si erano lacerati quel giorno, e in ogni caso niente tornò mai come prima.
Anita Monterovere, da morta, aveva avuto la sua vendetta.


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