domenica 4 dicembre 2016

La deproletarizzazione della sinistra



Il concetto di Sinistra è sempre stato mutevole, fin dall'inizio del suo utilizzo, quando i deputati eletti al tempo della Rivoluzione Francese si distinguevano anche dalla loro distribuzione fisica nell'aula parlamentare ed i progressisti ed egualitaristi sceglievano di stare alla sinistra del presidente dell'assemblea.
Fino a metà Ottocento la Sinistra portava avanti le istanze della borghesia liberal-progressista, che riuscì ad affermarsi politicamente rovesciando gli stati assolutisti e costituendo gli stati liberali basati sul principio della rappresentanza parlamentare.
Il suffragio non era ancora assoluto e chi ne chiedeva l'estensione divenne il nuovo rappresentante della Sinistra democratica.
Verso la fine dell'Ottocento si ebbe l'incontro tra la Sinistra e il Socialismo, un abbraccio destinato a durare un secolo, seppure in forme molto diverse.
La Sinistra incominciò a rivolgersi ai ceti popolari, in particolare agli operai e ai braccianti agricoli, che costituivano l'ossatuta del cosiddetto Quarto Stato: il Proletariato.
In senso generale e partendo dalla definizione originale che li identifica come coloro che possiedono come ricchezza unicamente la loro prole, costituiscono, dal punto di vista reddituale, uno strato sociale svantaggiato della popolazione. Secondo la teoria marxista proletario è sinonimo di salariato e i proletari costituiscono la classe sociale il cui ruolo, nel sistema di produzione capitalistico, è quello di prestare la propria forza lavoro dietro il compenso del salario e quindi lavoratori dipendenti, privi della proprietà e del controllo dei mezzi di produzione e possessori di una sola merce da vendere, ossia la loro forza-lavoro.



Il proletario presta la sua forza lavoro al capitalista e ottiene da questo solamente i mezzi necessari (in forma di salario) per poter riprendere la produzione il giorno seguente. Dallo sfruttamento della forza lavoro del proletariato il capitalista ottiene il plusvalore delle merci e, di conseguenza, l'accumulazione profittuale.
L'invito di Marx ed Engels alla fine de "Il Manifesto del Partito Comunista" è quello di una unità totale dei lavoratori proletari per una rivoluzione comunista che abbatta l'economia politica borghese e che, quindi, metta fine alla mercificazione e alla considerazione fattuale dell'uomo stesso come merce che viene usata dal capitalista nel proprio centro produttivo: "Proletari di tutti i Paesi, unitevi!".
Marx separa il proletariato dal sottoproletariato in quanto quest'ultimo, pur essendo affine come condizioni sociali, non ha sviluppato una propria coscienza politica.
Non tutta la Sinistra del Novecento fu marxista, ma certamente il marxismo e il proletariato furono considerati elementi centrali in ogni riflessione di Sinistra.
C'erano varie sfumature di rosso, certo, per cui si andava dal comunismo al socialismo (che contemplava anche teorie diverse dal marxismo) alla socialdemocrazia, che si sviluppò insieme al sindacalismo laburista, allo stato sociale e alle politiche economiche keynesiane.



Il crollo dei regimi comunisti, la crisi dello stato sociale e delle politiche keynesiane è avvenuto in contemporanea con l'affermarsi del libero scambio neoliberista che, tra il 1991 e il 2016 ha di fatto governato il mondo, tramite un'Oligarchia finanziaria in grado di controllare la maggior parte degli stati e delle loro organizzazioni internazionali.
Come ha reagito la Sinistra di fronte a questa sconfitta storica?
All'inizio si è trovata spaesata, di fronte all'ondata del neoliberismo tecnocratico, poi se n'è lasciata sedurre. L'Oligarchia aveva bisogno di una legittimazione politica e culturale e la Sinistra poteva offrirgliela, presentando la globalizzazione come un bene, un modo per favorire il cosmopolitismo e il progressismo nelle tematiche dei diritti civili.
E così è nata la Nuova Sinistra globalista, cosmopolita, paladina dell'immigrazione, dell'accoglienza e dei diritti civili.
E il proletariato? La stessa parola è diventata un tabù.
E i diritti sociali? Sono passati in secondo piano, fino quasi a sparire dai programmi della Sinistra.
La Sinistra attuale ha scelto di appoggiare l'Oligarchia finanziaria e di combattere i suoi nemici, i Populisti, accusati di razzismo, xenofobia, islamofobia, misoginia, omofobia, in maniera piuttosto generica e nella maggior parte dei casi del tutto infondata.
I cosiddetti Populisti hanno raccolto la bandiera dei diritti sociali e della difesa del Proletariato e hanno capito che l'unico modo per salvare lo Stato Sociale è salvare anche lo Stato Nazionale, a partire dalla sua sovranità territoriale, monetaria, fiscale e geopolitica e dalla sua identità culturale.
Ecco dunque che la Sinistra è diventata aristocratica, radical-chic e il suo prototipo ideale è il giovane rappresentate dell'elite privilegiata che si impegna a favore dell'accoglienza degli immigrati, del femminismo, delle adozioni da parte delle coppie gay, dell'ambientalismo... insomma tutto tranne i problemi concreti dei ceti medio-bassi "nativi".
A questo proposito sono illuminanti alcune letture che vi propongo:

Dall’Erasmus ai coniugi Obama: i 10 miti retorici della “bolla” radical chic

81SHARES
image: http://www.ilprimatonazionale.it/wp-content/uploads/2016/11/barack-michelle-obama_980x571.jpg
coniugi ObamaRoma, 23 nov – I cittadini dell’Occidente, o almeno quei cittadini che dell’Occidente sono i più entusiasti esponenti, vivono in una bolla (The Bubble, come recita una recente parodia del Saturday Night Live). È per questo che un Trump o una Brexit di tanto in tanto fanno scalpore: perché sono eventi che fanno irrompere la realtà nella bolla. L’effetto, però, dura poco: ben presto la realtà viene di nuovo espunta e si torna a nutrirsi di veri e propri miti retorici. Si tratta di figure mediatiche senza alcuna reale consistenza, ma che pure permeano tutta l’esperienza del mondo dell’occidentale medio. Vediamone alcuni.
I Millennials – Sono la generazione di giovani nati tra il 1980 ed il 2000, i quali attualmente si trovano nella fascia d’età 15-35 anni. Dopo l’elezione di Trump, Repubblica si chiedeva: cosa sarebbe successo se avessero votato solo i Millennials? Ovviamente la cartina degli Usa era tutta blu, che in America è il colore dei democratici. Che valore possa avere un dato del genere non si capisce: magari se avessero votato solo quelli il cui nome inizia per F avrebbe vinto il candidato mormone che ha preso lo zero virgola qualcosa. E allora? La verità è che i Millennials sono un’invenzione autoconsolatoria, un appiglio per convincersi che la realtà non è così spiacevole come sembra: “Certo, ora votano anche quegli anziani puzzolenti e conservatori, ma un giorno domineranno i Millennials e il mondo troverò la pace”. È il mito del progresso che, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. Peccato che i Millenials siano anche gli “sdraiati” di cui parla Michele Serra, ovvero quella gioventù che, quando invece non fa più comodo, diventa indolente, qualunquista, ignorante.
Generazione Bataclan – Altra variante del mito generazionale, designa i giovani europei cresciuti nel mondo post-11 settembre, quello della minaccia del terrorismo come condizione permanente. L’espressione indica tanto lo smarrimento di chi sa che può essere ucciso in ogni momento “facendo le cose che caratterizzano i nostri valori e il nostro stile di vita”, cioè sfasciarsi di shottini, quanto la risposta emotiva della stessa generazione a tale minaccia: commozione, cambio avatar di facebook, Imagine, gessetti colorati, perdono e mansuetudine come arma per fermare le pallottole. Spoiler: non le fermano.
Generazione Erasmus – Terza variante del mito retorico generazionale, stavolta declinato in chiave “europeista”. Il nostro futuro sarà di questi giovani che viaggiano, girano, conoscono altri loro coetanei e così facendo si globalizzano, portando poi in patria questa loro nuova consapevolezza. Ora, l’idea dell’Erasmus non è una brutta cosa di per sé. E anche se la sua realizzazione concreta ha che fare più che altro con sbronze adolescenziali a base di cocktail annacquati e sesso con sconosciute fricchettone sull’orlo del coma etilico, in fondo chi siamo noi per giudicare. Basta solo non farne la pietra angolare spirituale, etica e politica della nuova Europa. O credere che un milione di europei (tanti l’anno scorso sono andati in Erasmus) incarnino il destino e le speranze degli altri 600 milioni.
Il popolo della rete – Ne esiste una variante grillina (la democrazia diretta fatta a colpi di clic da qualche decina di migliaia di attivisti) e una mediatica (la rete che si commuove e si indigna). Che il web debba dettare una linea politica o emotiva, si tratta sempre e comunque di un’illusione, un artificio, la costruzione di un mondo immaginario. Non esiste alcun popolo, nella rete, ma solo il suo simulacro che ognuno di volta in volta si costruisce (i social, in particolare, stanno accelerando questa dinamica narcisistica per cui ci si specchia nelle proprie stesse idee, dato che si tende a interagire solo con chi la pensa come noi). E così si scambia la realtà con il proprio ombelico.
Gli intellettuali – L’Occidente non produce più intellettuali degni di questo nome. Produce, tuttavia, un’industria culturale parassitaria che è molto brava ad autoriprodursi e ad autoalimentarsi. Gli appelli degli intellettuali per il referendum renziano (siano essi per il Sì o per il No) o quelli, ancor più risibili, contro l’avanzata populista, danno bene l’idea dello scollamento di questi personaggi dal mondo reale: ma chi mai dovrebbero convincere o influenzare questi soggetti? E che senso ha, di fronte ai segnali del rigetto popolare verso la loro autorità, riproporre quest’ultima in forma ancor più magniloquente? Come può Saviano essere la risposta al grande calcio popolare a tutti i savianismi? Chi pensa una cosa del genere è già alla frutta.
L’antimafia virtuale – La mafia è una cosa molto seria (e reale). Anche l’antimafia lo è. In Italia, l’antimafia a livello strutturale l’ha fatta solo il fascismo. Dopo, qualcuno l’ha fatta a livello individuale, pagando anche con la vita. C’è però un’antimafia che fa chic e non impegna, quella social, lontano dai luoghi in cui la mafia spadroneggia e uccide. Mandare a quel paese la mafia da un pc non costa nulla, ma si trasforma in una gigantesca pacca sulla spalla che molti si danno da soli. È il dirsi allo specchio quanto si è belli e bravi e giusti.

La famiglia Obama – È il mito retorico più assurdo, lecchino e avvilente. Riguarda la divinizzazione, per esclusive ragioni epidermiche (e quindi razziste) di un uomo politico mediocre e della sua ancor più mediocre consorte, di cui i giornali più “autorevoli” hanno raccontato vita e vicissitudini con toni da rotocalco rosa. Obama che gioca a basket, che beve vino, che spara arcobaleni dalle mani, che balla, che abbraccia la moglie. “Le foto degli Obama che ci hanno fatto sognare”, titolava una gallery fotografica uscita dopo la vittoria di Trump. Una personalizzazione al cui confronto quella operata da Silvio Berlusconi è nulla. Il grado zero della politica. E della dignità.
Hillary e le donne in politica – Se Obama ha se non altro il physique du rôle per interpretare il leader cool che fa palpitare i cuori liberal, non si capisce come qualcuno abbia potuto pensare di far recitare un ruolo positivo ed emancipatorio all’arcigna Hillary Clintonincarnazione vivente del potere più cinico, ambiguo e tenebrosoL’idea che una donna debba entusiasmare e vincere in quanto donna, per poi governare in modo illuminato sempre in quanto donna, è un’altra di quelle bufale pazzesche a cui solo i più boccaloni e sprovveduti occidentali hanno potuto abboccare. Oltre che, sia chiaro, un’idea estremamente sessista.
I migranti che fuggono dalla guerra – Ne abbiamo parlato a dismisura. I migranti rimpiazzano il proletario nella visione del mondo erede del marxismo, sono la nuova categoria portatrice di “sofferenza universale” venuta a portare una “emancipazione universale”. Essi fuggono dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni e non vedono l’ora di godere dei nostri diritti civili, della nostra democrazia, del nostro wifi. Chi vuole sapere come è andata a finire veda la voce “Generazione Bataclan”.
Recenti studi americani – Ce n’è uno per dimostrare qualsiasi cosa, molto spesso per negare la realtà che avete sotto agli occhi. Uscite di casa e dovete dribblare pusher magrebini, rom in coma etilico, latinos con machete? Recenti studi americani dimostrano che l’immigrazione è una risorsa. Vostro figlio ha 8 mesi, ma è già un bulletto e si appassiona a pistole, moto, palloni e soldati? Recenti studi americani dimostrano che non c’è alcuna predisposizione biologica in tal senso. Ovviamente se volete essere informati su tutti i recenti studi americani sapete già cosa fare: comprare Internazionale. Era ovvio, no?
Adriano Scianca

Read more at http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/dallerasmus-ai-coniugi-obama-i-10-miti-retorici-della-bolla-radical-chic-53388/#MbbZTK5KfQCFPhxq.99



I radical chic boriosi liberal-progressisti soffrono di dissonanza cognitiva. Pensate soltanto ai "miti" di cui è costellata la loro esistenza politica: dal mito della resistenza eroica e decisiva contro la dittatura a quello del migrante buono, rigorosamente in fuga da guerre e bisognoso di accoglienza (degli altri); dal mito della rivoluzione marxista (che ad oggi si è espressa solo sotto forma di sanguinarie dittature) a quello della democrazia come unico rimedio ad ogni male sociale; dal mito dell'egualitarismo livellatore di ogni differenza e coscienza, a quello della "superiorità" intellettuale rispetto al volgo ignorante, da cui scaturisce una "revisione" del suffragio universale; dal mito dell'anti-capitalismo latente e pseudo romantico a quello del globalismo e dell'internazionalismo (forzato), che del primo non è altro che derivazione necessaria; dal mito del pacifismo di facciata a quello delle rivoluzioni colorate e delle primavere arabe, le guerre giuste.
Potrei continuare ancora per molto ad elencare molteplici quanto contraddittori "miti" della sinistra italiana e del suo gregge. Ma la conseguenza fondamentale di questo loro processo mentale è quella di farli dissociare totalmente dalla realtà quotidiana, oltre che da quella storica. Immersi come sono in un mondo idealizzato perdono contatto con la vita di tutti i giorni, divenendo ridicole caricature di sé stessi.
Ecco un'altra lettura illuminante al riguardo:


Siamo sicuri che la liberazione sessuale ci abbia consegnato un’umanità più libera, meno bigotta e più aperta a nuove mentalità ed esperienze? Siamo certi che la rivoluzione del desiderio abbia inaugurato un periodo di accettazione serena della propria sessualità, segnando una rottura con un passato ottuso e sessuofobo? È proprio vero che il ’68 fu solo un’ubriacatura gaia e libertaria fatta di belle canzoni, oceaniche adunate e amori sinceri ed innocenti? A rispondere a queste domande, o meglio, a scardinare questi luoghi comuni sul nostro passato più recente c’è un libro straordinario, scritto da uno dei più grandi scrittori viventi e che, pur pubblicato nell’ultimo anno del secolo scorso conserva ancora un’attualità strabiliante, che stupisce ed allarma. Il libro in questione è Le Particelle Elementari, la rivelazione per cui Michel Houellebecq si rivelò al mondo. L’autore francese in questo primo romanzo rivela già lo stile straordinario che l’ha reso celebre proiettandolo nell’olimpo dei più grandi romanzieri in circolazione: un modo di scrivere corrosivo, cinico, cattivissimo, che indaga le brutture e le miserie dello squallore metropolitano della Francia postmoderna con la precisione chirurgica dello scienziato e l’esattezza plastica dell’incisore di parole, del cultore della lingua.
Anche i momenti di più avanzato scadimento, di più conclamata depravazione vengono descritti con una maestria invidiabile. Houellebecq è un grande maestro dello stile crudo e senza imbellettamenti, la cui lettura risulta godibile proprio perché non cede mai alla volgarità gratuita, alla parolaccia priva di senso, alla descrizione erotica fuori contesto. In lui sopravvive la tensione ad un ideale superiore, ad un orizzonte più alto che può e deve emergere, pur in mezzo al più tetro squallore. Il racconto si dipana attraverso delle storie esemplari, lo scadimento quieto e disperato dell’Occidente, il diffuso suicidio della nostra civiltà dal primo Dopoguerra all’alba del nuovo millennio. I due protagonisti, Michel e Bruno, sono due fratellastri figli di una comune madre. La storia opprimente delle loro famiglie segnerà le loro rispettive esistenze, distanti eppure speculari, diverse ma prossime, sorte da una comune origine. La loro madre è una precoce libertina, hippy e convinta sostenitrice del movimento, sessantottina e fiera praticante del più sfrontato permissivismo sessuale. Con il suo unico marito, un chirurgo plastico cinico e modaiolo, concepisce Brunocon il più significativo dei suoi numerosi amanti, un regista cinematografico che morirà mentre girava un documentario in Corea, Michel. La donna si disinteressa di entrambi i figli, liquidandoli come degli ingombri che le impediscono di proseguire la sua vita all’interno della comunità hippy: la vita che Houellebecq descrive con tanta precisione, degli amanti copiosi, delle ammucchiate e della promiscuità, della fornicazione mai sazia, dei campi di nudisti e delle droghe psichedeliche, della libertà assoluta e del misticismo vago e sconclusionato. E, mentre la madre latita, Bruno e Michel crescono, orfani de facto, con due padri a loro volta poco presenti e poco adeguati, che, sia pur in modo diversi, hanno sempre coltivato la vita come divertimento, arricchimento personale e realizzazione delle proprie aspirazioni. Il mondo che ci ha lasciato la rivoluzione sessuale, lascia intendere Houellebecq tra le righe, è troppo individualista ed egoista per tener conto dei figli. La progenie nasce, in modo accidentale, per sbadataggine, in mezzo al vorticoso ciclo dell’amore libero: questi figli, senza figure che diano loro riferimenti e, soprattutto, affetto, fatalmente, si perdono.

Sempre sullo stesso argomento, dal sito https://iltalebano.com/2016/12/01/marx-e-gramsci-votano-le-pen-perche-la-sinistra-si-e-venduta-al-denaro/



MARX E GRAMSCI VOTANO LE PEN PERCHÈ LA SINISTRA SI È VENDUTA AL DENARO

Ecco Jean Claude Michéa, l'intellettuale della sinistra francese che bastona i suoi e benedice la Le Pen


“La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l’incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione “. Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un’alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all’intellighenzia progressista e in sintonia con l’individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. “La sinistra non solo difende ardentemente l’economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola  –  nel deserto intellettuale francese  –  che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari”.
Come spiega questa evoluzione della sinistra?
“Quella che ancora oggi chiamiamo “sinistra” è nata da un patto difensivo contro la destra nazionalista, clericale e reazionaria, siglato all’alba del XX secolo tra le correnti maggioritarie del movimento socialista e le forze liberali e repubblicane che si rifacevano ai principi del 1789 e all’eredità dell’illuminismo, la quale include anche Adam Smith. Come notò subito Rosa Luxemburg, era un’alleanza ambigua, che certo fino agli anni Sessanta ha reso possibili molte lotte emancipatrici, ma che, una volta eliminate le ultime vestigia dell’Ancien régime, non poteva che sfociare nella sconfitta di uno dei due alleati. È quello che è successo alla fine degli anni Settanta, quando l’intellighenzia di sinistra si è convinta che il progetto socialista fosse essenzialmente “totalitario”. Da qui il ripiegamento della sinistra europea sul liberalismo di Adam Smith e l’abbandono di ogni idea d’emancipazione dei lavoratori”.
Perché quella che lei chiama la “metafisica del progresso” ha spinto la sinistra ad accettare il capitalismo?
“L’ideologia progressista è fondata sulla credenza che esista un “senso della storia” e che ogni passo avanti costituisca un passo nella giusta direzione. Tale idea si è dimostrata globalmente efficace fintanto che si è trattato di combattere l’Ancien régime. Ma il capitalismo  –  basato su un’accumulazione del capitale che, come ha detto Marx, non conosce “alcun limite naturale né morale”  –  è un sistema dinamico che tende a colonizzare tutte le regioni del globo e tutte le sfere della vita umana. Focalizzandosi sulla lotta contro il “vecchio mondo” e le “forze del passato”, per il “progressismo” di sinistra è diventato sempre più difficile qualsiasi approccio critico della modernità liberale. Fino al punto di confondere l’idea che “non si può fermare il progresso” con l’idea che non si può fermare il capitalismo”.
In questo contesto, in che modo la sinistra cerca di differenziarsi dalla destra?
“Da quando la sinistra è convinta che l’unico orizzonte del nostro tempo sia il capitalismo, la sua politica economica è diventata indistinguibile da quella della destra liberale. Da qui, negli ultimi trent’anni, il tentativo di cercare il principio ultimo della sua differenza nel liberalismo culturale delle nuove classi medie. Vale a dire nella battaglia permanente combattuta dagli “agenti dominati della dominazione”, secondo la formula di André Gorz, contro tutti i “tabù” del passato. La sinistra dimentica però che il capitalismo è “un fatto sociale” totale. E se la chiave del liberalismo economico, secondo Hayek, è il diritto di ciascuno di “produrre, vendere e comprare tutto ciò che può essere prodotto o venduto” (che si tratti di droghe, armi chimiche, servizi sessuali o “madri in affitto”), è chiaro che il capitalismo non accetterà alcun limite né tabù. Al contrario, tenderà, come dice Marx, a affondare tutti i valori umani “nelle acque ghiacciate del calcolo egoista””.
Perché considera un errore da parte della sinistra aver accettato il capitalismo? C’è chi sostiene che sia una prova di realismo…
“Come scriveva Rosa Luxemburg nel 1913, la fase finale del capitalismo darà luogo a “un periodo di catastrofi”. Una definizione che si adatta perfettamente all’epoca nella quale stiamo entrando. Innanzitutto catastrofe morale e culturale, dato che nessuna comunità può sopravvivere solo sulla base del ciascuno per sé e dell’interesse personale. Quindi, catastrofe ecologica, perché l’idea di una crescita materiale infinita in un mondo finito è la più folle utopia che l’uomo abbia mai concepito. E infine catastrofe economica e finanziaria, perché l’accumulo mondializzato del capitale  –  la “crescita” –  sta per scontrarsi con quello che Marx chiamava il “limite interno”. Vale a dire la contraddizione tra il fatto che la fonte di ogni valore aggiunto  –  e dunque di ogni profitto  –  è sempre il lavoro vivo, e la tendenza del capitale ad accrescere la produttività sostituendo al lavoro vivo le macchine, i programmi e i robot. Il fatto che le “industrie del futuro” creino pochi posti di lavoro conferma la tesi di Marx”.
Perché, in questo contesto, ritiene necessario pensare “la sinistra contro la sinistra”?
“La forza della critica socialista nasce proprio dall’aver compreso fin dal XIX secolo che un sistema sociale basato esclusivamente sulla ricerca del profitto privato conduce l’umanità in un vicolo cieco. Paradossalmente, la sinistra europea ha scelto di riconciliarsi con questo sistema sociale, considerando “arcaica” ogni critica radicale nei suoi confronti, proprio nel momento in cui questo comincia a incrinarsi da tutte le parti sotto il peso delle contraddizioni interne. Insomma, non poteva scommettere su un cavallo peggiore! Per questo oggi è urgente pensare la sinistra contro la sinistra”.

Nessun commento:

Posta un commento