venerdì 11 novembre 2016

Brexit e Trump: dal mondo anglosassone una lezione di democrazia per i radical-chic dei "salotti buoni" e per le elites tecnocratiche







Sia la Brexit che la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane dell'8 novembre 2016 sono stati due eventi di portata storica, non solo per il loro immediato significato politico, ma anche e forse soprattutto per il fatto che sono avvenute contro ogni previsione, contro tutti i sondaggi, contro la propaganda di tutti i mass-media, di tutto lo show business e lo star system, di tutto il mondo dell'oligarchia finanziaria e soprattutto contro il pensiero unico dominante nell'ultimo decennio, ossia il politically correct dei benpensanti perbenisti radical-chic e liberal progressisti, pseudo intellettuali di una sinistra salottiera, frivola, danarosa e collusa con le elite tecnocratiche.
Gli elettori hanno dimostrato di essere in grado di scegliere con la propria testa, e non con quella degli opinionisti a la page.
Ci hanno ricordato, inoltre, e soprattutto, che i vertici politici e le scelte politiche sono decise dagli elettori e non dall'oligarchia.









Vale la pena citare un articolo de "Il Populista" riguardo alla reazione del Gotha dei radical-chic italiani.:

"È in corso un vero dramma tra i democratici italiani dopo la tranvata clamorosa arrivata dagli Usa. Giornalisti liberal filo Pd, tifosi della Clinton, «esperti» di politica americana (col cuore a sinistra) che dopo aver twittato pronostici trionfali di vittoria e insulti al «gorilla» Trump sono spariti dai radar, generando profonda ansia tra i loro follower.
«Qualcuno ha notizie di Vittorio Zucconi?» si chiedono su Twitter, in attesa che il corrispondente di Repubblica dia segni di vita, dopo aver descritto per giorni il tycoon come un troglodita sessuomane («Hillary sa cosa sono i codici nucleari. L’altro pensa che siano numeri di telefono di modelle e starlet disponibili»). Compatibilmente col fuso orario, Zucconi poi riappare, afflitto per la discesa nel baratro degli Usa come tutti gli altri vedovi inconsolabili della stagione Obama. Tipo Beppe Severgnini, americanista (ma anche anglista) del Corriere traumatizzato dopo la valanga Trump.
Consegnare a lui l’America, assicurava Severgnini, «è come affidare lo Space Shuttle a un gorilla», a nessuno verrebbe in mente. Tranne agli elettori americani. A questo punto, l’unica è pregare: «God bless America – twitta la penna brizzolata – Dio benedica l’America. E, già che c’è, butti un’occhiata a tutti noi…». Lapidario Carlo De Benedetti, l’imprenditore tessera numero uno del Pd: «Trump è un imbroglione, dice di valere due miliardi di dollari ma ne vale 200 milioni».
Dopo le magre figure fatte con la Brexit, ripetersi con le presidenziali Usa non è il massimo. Fortuna che almeno Gad Lerner ha un capro espiatorio cui attribuire la cantonata pubblicata sul suo sito alla vigilia del voto: «Dieci motivi per dormire ragionevolmente tranquilli e svegliarsi senza Trump».
La profezia diventa virale sui social, che sbeffeggiano Lerner (nuovo acquisto della RaiTre a guida Bignardi), finché il giornalista è costretto a intervenire, scaricando la colpa sul giovane collaboratore («Di previsioni sbagliate ne ho collezionate parecchie – scrive a Dagospia – ma questa va invece attribuita al suo legittimo autore, bravo e in questo caso sfortunato: il mio amico Andrea Mollica»).
In pieno shock, con sintomi evidenti, la deputata Pd Ileana Argentin che la spara grossa: «Questa elezione è una tragedia, non potevamo avere una notizia più brutta, dev’essere che il 2016 è un anno bisestile. Incredibile, una disgrazia dopo l’altra. Per me l’elezione di Trump è peggio del terremoto francamente» azzarda la parlamentare Pd, prima di affrettarsi a precisare – dopo le polemiche sul paragone col sisma – che «i terremotati sono nel mio cuore, non si può strumentalizzare quel che ho detto».
Effetti collaterali della vittoria di Trump sui nervi sensibili della sinistra italiana. Tradita ancora una volta dai sondaggi, pompati dai media amici. «Tiè, beccate sta sventagliata blu» (il blu è il colore dei Democratici Usa) ha twittato improvvidamente Filippo Sensi, portavoce del premier Renzi, davanti ai primi exit poll che sembravano confermare la mappa del voto favorevole alla Clinton. Tutto sbagliato. Mancava l’esperienza di Walter Veltroni, un altro democratico listato a lutto per Trump alla Casa Bianca. L’ex leader del Pd, sull’Unità, aveva consigliato prudenza: «I sondaggi ormai sono cinquine al lotto».
Quel che è certo, spiegava Veltroni, è che la sua vittoria sarebbe una catastrofe planetaria: è «il candidato più estremista che sia mai apparso sulla scena delle elezioni americane», con lui si apre «una grave crisi delle sue istituzioni democratiche», tanto che Veltroni sente ormai chiaramente «scricchiolare la democrazia», nientemeno. La soluzione? Il renziano Fabrizio Rondolino, nell’attesa, individua il problema: «Il suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentale».
Luciana Littizzetto, comica politicamente schierata e profumatamente retribuita dalla Rai, sente invece altri tipi di rumori, visto che pubblica – con la consueta eleganza – la foto di un gabinetto con il volto di Trump sul muro e un water al posto della bocca del tycoon: «Questo è quello che ci riserva il futuro, buongiorno un corno».
Messaggio quantomeno più incisivo di quello di Laura Boldrini, che si dice «sorpresa per l’esito del voto negli Stati Uniti», ma da femminista ci tiene ad assicurare che «Hillary non è stata sconfitta perché donna ma perché percepita come espressione dell’establishment». Si consola invece, con una lettura originale, l’ex piddino Stefano Fassina, convinto che la vittoria di Trump è «la vittoria degli operai contro il neoliberismo». Convinto lui. Meglio così che inconsolabili"
Risultati immagini per napolitano
Un altro inconsolabile è l'Emerito Napolitano. Leggiamo sempre quanto scrive al riguardo "Il Populista":
"Giorgio Napolitano non riesce a capacitarsene, ma la realtà è lì sotto gli occhi di tutti: Donald Trump è stato eletto 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America.
Sulla poltrona che è stata di Obama si siederà il magnate colorato d’arancione e il Presidente emerito della Repubblica mastica amaro. In un intervento pubblicato oggi sul quotidiano torineseLa Stampa, Napolitano prova ad analizzare “l’impensabile” trionfo del tycoon nella corsa per la Casa Bianca, contro “gli equilibri sociali ed elettorali, le basi di convivenza civile, la dialettica partitica” tradizionali della galassia a stelle e strisce.
Il predecessore di Sergio Mattarella scrive di “un rigetto di istituzioni e regole tradizionali”, intriso di “demagogia, irragionevolezza, carica distruttiva e disgregativa”.
In definitiva dal suo ragionmento emerge il ritratto della vittoria di chi è insoddisfatto di ogni tipo di establishment e colpito dalla globalizzazione. Dopo un rapido mea culpa per le politiche europee di austerityche “non sono valse dinnanzi alla crisi” (sic), Napolitano invita i democratici sconfitti a fare autocritica.
E conclude augurandosi che il moderato discorso della vittoria rifletta, “ci auguriamo”, qualche consapevolezza delle responsabilità di un presidente.
Solo il tempo potrà dire se gli auspici del Presidente emerito si realizzeranno. Ognuno, d’altronde, ha il presidente che si sceglie. O almeno così dovrebbe funzionare in democrazia, che ci piaccia o meno"
Lo ammette anche "Il Sole 24 ore" in questo articolo di Claudio Gatti:










Il dato di partenza è indiscutibile. Tutti i grandi media, negli Usa come in Italia, fino a lunedì sera davano Hillary Clinton per favorita. Martedì notte ha invece vinto, e in modo relativamente netto, Donald Trump. 
Si può allora parlare di fiasco dei media. Oppure della dimostrazione che sono stati definitivamente travolti dal fenomeno della disintermediazione.
Certo è che le presidenziali americane dell’8 novembre hanno sancito la fine dell’influenza elettorale della carta stampata. Secondo uno studio di Pablo J. Boczkowski, professore della Scuola di comunicazione dell’Università Northwestern, Trump aveva ottenuto il supporto di nove quotidiani e quattro settimanali mentre Clinton aveva ricevuto 27 volte più endorsement. Si erano infatti schierati con lei ben 229 quotidiani e 131 settimanali.
Le pagine di cronaca politica di tutti i maggiori giornali avevano poi esplorato in dettaglio ogni attività imprenditoriale fallita o poco limpida del magnate dai capelli d’oro, messo in risalto ogni suo difetto caratteriale e dato eco a ogni sua dichiarazione fuori luogo, erronea, falsa, senza senso o dichiaratamente xenofoba.










In un altro momento della storia politica americana una copertura mediatica del genere avrebbe fatto deragliare qualsiasi campagna elettorale. Dalle urne l’8 novembre è invece uscito il verdetto opposto: Donald Trump ha vinto. Alla faccia dei media, si potrebbe dire. E molti dicono (...) Gli elettori americani non hanno dato alcun peso ai fatti che i giornali hanno riportato.
http://gradozeroblog.it












A questo punto è necessario rendere onore al merito di una opinione pubblica che non ha permesso che le venisse fatto il lavaggio del cervello. Dobbiamo prendere esempio da un elettorato che ha saputo guardare oltre la faziosità dei media, dei loro rappresentanti e dei loro padroni.










Riportiamo anche l'articolo de "Il Primato Nazionale" riguardante la connotazione anti-globalista del voto inglese sulla Brexit e del voto americano per Trump:

"Brexit e Trump: la lezione anti globalizzazione all’Europa
Read more at http://www.ilprimatonazionale.it/economia/brexit-trump-lezione-anti-globalizzazione-52697/#WO5ltccx59cDstAD.99


Aggiunto da Giuseppe Maneggio il 11 novembre 2016.


Che il sentimento anti globalizzazione stia montando un po’ dappertutto è cosa oramai assodata. I benefici che sarebbero dovuti arrivare sono quanto mai incerti e lontani dal concretizzarsi mentre è certo che non abbiano interessato tutti. Tirando le somme delle recenti elezioni presidenziali americane passando per la Brexit ed includendo tutti quei governi attualmente in carica nell’est Europa, si ottiene un risultato che non può essere ignorato. I popoli, alcuni popoli, stanno reagendo con una rinascita nazionale e una spinta verso politiche protezionistiche che sicuramente danneggerà i principali beneficiari della globalizzazione penalizzando così l’azionario asiatico come ambito in cui investire. Che l’Asia sia stata tra i principali beneficiari della globalizzazione è invece evidente. La crescita economica e dei salari riflette un rafforzamento del mercato del lavoro, tendenze di urbanizzazione e investimenti esteri diretti. Nel contempo la crescita del commercio interregionale e il calo dell’occupazione informale promuovono politiche monetarie e fiscali più efficaci. Per l’Asia, le politiche protezionistiche non avrebbero senso visto il collegamento tra la crescita economica e i mercati del capitale.
In occidente è la volontà popolare che sta ricacciando indietro quello che sembrava un processo ineluttabile e la Brexit e la vittoria di Trump potrebbero essere solo i primi due grossi segnali. Quella favola neo liberista del villaggio globale, multiculturale, sovranazionale, cosmopolita, politicamente corretto e sradicato dal qualunque radice identitaria si sta sbriciolando alla base. L’establishment al cui banchetto partecipano tutte le sinistre radical chic e post socialiste e comuniste europee continuerà a non accettare la volontà popolare, a non comprenderla, a denigrarla. Per questi soggetti si tratta di populismo, che nella lingua corrente è tutto ciò che si oppone al potere costituito, ma è anche un pericolo da elevare a psicosi collettiva tanto da far apparire come il male assoluto tutto ciò che si oppone al progetto mondialista. Hanno dalla loro la gran parte dei giornalisti di rilievo, i sondaggisti, gli opinion makers e gran parte del mondo finanziario e bancario, tutti pronti ad elevare un muro di menzogne che poi, come abbiamo visto, crolla di fronte all’autodeterminazione dei popoli.
L’inoppugnabilità del pensiero unico, poi, sta già passando per la solidarietà agli studenti ed ai professori scandalizzati dei circoli culturali americani, quelli degli after work parties che manifestano con sdegno sotto la Trump Tower increduli per l’esito elettorale, convinti di essere i migliori, i giusti, la parte sana della società americana. Ma le vere ragioni non sono da cercare nelle loro mendaci analisi. Le ragioni di Brexit, e del successo di Trump, non sono da cercare nella paura della popolazione per la crescita del fenomeno dell’immigrazione, ma nel deterioramento delle condizioni economiche in molte regioni del loro paese. Sono cambiati i rapporti di forza all’interno della società britannica negli ultimi trent’anni, così come negli ultimi venti in quegli stati del Midwest che hanno permesso a Donald Trump di arrivare alla Casa Bianca. E’ cresciuta la diseguaglianza dei redditi a tutto svantaggio della classe media che ha imboccato una parabola discendente che è lungi dall’arrestarsi. In Gran Bretagna il 10% più povero della popolazione ha visto calare di oltre il 10% il proprio reddito medio, mentre quello guadagnato dal decimo percentuale della popolazione più ricca ha registrato un incremento di oltre il 35%. Negli Usa, l’1% più ricco della popolazione negli ultimi sei anni ha visto crescere del 7,7% le proprie disponibilità, contro il 3,9% del restante 99%. Questo è un processo che si sta riproponendo anche in Europa. Tra il 1988 e il 2008 il reddito tra le classi medie è calato del 10% mentre l’1% più ricco ha visto crescere le proprie disponibilità del 50%.
La crescita dei consensi registrata dai partititi cosiddetti populisti è un’altro dei segnali che va contro il processo economico della globalizzazione e che può essere inclusa nell’analisi statistica sopracitata. Francia, Olanda, Ungheria, Polonia, Austria e in parte anche la Germania stanno vedendo crescere un sentiment nazionalista e protezionista che va ben oltre la paura del fenomeno immigratorio. La forbice che divide l’1% più ricco da quello più povero si è allargata e questo va imputato proprio alla globalizzazione e a quel dumping salariale che ci ha messo in concorrenza con realtà dove si produce per una manciata di riso in assenza di diritti sindacali. Ma la stessa identica cosa sta accadendo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nel resto d’Europa con l’importazione di manodopera dal terzo mondo. Con la scusa dell’accoglienza e della solidarietà interi comparti lavorativi hanno visto decrescere i loro salari mettendo in dura competizione i dipendenti autoctoni con quelli allogeni disposti ad accettare paghe da fame. Tutto questo le sinistre di governo fanno fatica a capirlo perchè hanno smesso da tempo di comprendere le ragioni dei popoli. E’ ora che vadano a casa. E’ ora che i popoli risorgano dal torpore mediatico e dalle falsità che gli stessi media propina


Read more at http://www.ilprimatonazionale.it/economia/brexit-trump-lezione-anti-globalizzazione-52697/#WO5ltccx59cDstAD.99"

Per maggiori dettagli si rinvia al sito da cui è stato tratto questo articolo:
http://www.ilprimatonazionale.it/economia/brexit-trump-lezione-anti-globalizzazione-52697/

Riportiamo inoltre sullo stesso argomento l'articolo di Ilaria Bifarini su "Scenari economici"


Usa 2016: è il neoliberismo il grande sconfitto.


“Il neoliberismo non rappresenta l’inveramento della dottrina liberale, ma piuttosto la sua perversione” (L.Gallino)
Il messaggio è chiaro, l’ha capito anche il mainstream, che pure sembra un po’ duro di comprendonio, ad analizzare l’inattendibilità dei sondaggi e dei pronostici.
La vittoria di Donald Trump rappresenta una presa di coscienza, una volontà di riscatto da parte del cittadino medio, del popolo, la principale vittima della crisi che da troppo tempo attanaglia l’economia globale. Troppo lunga per considerarla una crisi, si tratta piuttosto di una ridefinizione dell’assetto collettivo, che mira a creare un nuovo equilibrio socio-economico, passando necessariamente attraverso lo svuotamento del concetto di democrazia.
Ragionare ancora attraverso le dicotomie classiche di globalizzazione versus protezionismo, progressismo versus conservazione non è solo fuorviante ma alimenta lo stato di caos funzionale al processo di destrutturazione sociale in atto. Il neoliberismo economico – definito da Luciano Gallino come la perversione delle teorie liberali, e non un suo inveramento – ha permeato l’intero tessuto sociale con una potenza straordinaria e inedita. Nata come teoria economica, ha presto valicato i suoi confini. Facendo leva su una massiccia e continua dose di propaganda, invadendo la sfera politica e dell’istruzione, si è presto trasformata in un’ideologia onnipervasiva.
La teoria originaria di base può essere riassunta in pochi e semplici assiomi noti a tutti: i mercati si autoregolano; il denaro affluisce dove ha la massima utilità; ogni rischio economico è calcolabile. Perché questo sistema funzioni è sufficiente una crescita costante del Pil alimentata e finalizzata a una crescita costante dei consumi, per indurre i quali è fondamentale la macchina sempre in moto della Propaganda.
La contaminazione della teoria dell’istruzione è stato un passaggio consequenziale e necessario affinché l’individuo acquisisse competenze tali da divenire un agente razionale e produttivamente utile. Per quanto riguarda poi l’adozione del pensiero liberista nella sfera politica, si è operato per analogia: come il mercato, la società tende spontaneamente a un ordine naturale, quindi occorre eliminare ogni interferenza dello Stato.
In men che non si dica, lavorando in modo incessante, il dogma neoliberale, farcito di propaganda progressista e portatore delle cosiddette istanze “modernizzatrici”, è stato interiorizzato dalla collettività. Così è accaduto che l’indebolimento dei diritti del lavoro, delle tutele sociali, delle garanzie collettive, in una sola parola, lo svuotamento della democrazia, è stato accettato come condizione naturale al funzionamento del sistema.
donald Il sistema deve essere sfuggito di mano anche alle menti creatrici; la rimozione di ogni limite che potesse interferire allo sviluppo naturale dei mercati e delle società ha creato un equilibrio che, per funzionare, ha bisogno del caos e del paradosso. Tanto paradossale da consentire che a fronte di un’economia reale, legata alla produzione e al lavoro umano sempre più morente, si creasse il molok dell’economia finanziaria, sempre più crescente e inglobante. In questo caos senza sorveglianti la finanza, nata come strumento per sostenere l’economia di produzione, ha preso il dominio e l’ha fagocitata.
Attraverso la rimozione dei limiti preesistenti (in particolare, il Glass Steagall Act introdotto dopo la crisi del ’29 e rimosso dal democratico Bill Clinton) la finanza ha avuto uno sviluppo incontrollato, la cui potenza ha travolto e ridisegnato l’intero sistema. Quel gioco di scatole cinesi e incastri, noto come finanza-ombra, ha reso il sistema finanziario mastodontico, complesso e troppo opaco per essere monitorato.
Si tratta di un modello di sviluppo insostenibile, perché basato sulla speculazione e non sulla produzione di beni o servizi, che non è in grado di redistribuire ricchezza ma solo di accentrarla nelle mani di pochi, pochissimi. Paradossalmente trova nel caos e nella povertà terreno fertile, in quanto proprio la speculazione su debiti e sofferenze è la sua linfa vitale. Il suo funzionamento è regolato da meccanismi complessi, artificiosi, che si basano sull’applicazioni di modelli della fisica e della cibernetica. Nulla di più lontano dal cittadino medio e dall’economia reale, appannaggio di potenti lobby finanziarie che muovono le trame del sistema e di cui la politica è diventata portavoce.
Questi potenti gruppi di potere, che possono essere identificati nelle grandi banche d’affari ed hedge fund mondiali – sempre tenendo conto degli intrecci e delle opacità che rendono difficile personificare – erano tutti apertamente schierati per Hillary Clinton. Bastava poi dare una sbirciata alle donazioni ricevute dalla sua “Fondazione di beneficienza” da parte dei più grandi colossi finanziari per capire quanto la candidata democratica fosse lontana, e per sua ammissione ormai insensibile, alle esigenze della gente comune.
La distanza e l’inconciliabilità tra mondo della finanza e dell’economia reale è la stessa che si è creata tra l’èlite di chi “governa” e il sistema e il popolo sempre più impoverito, di portafoglio e di democrazia. Così l’America ha scelto l’uomo reale, il tycoon dal ciuffo biondo che ha promesso “prima gli americani”.
Ilaria Bifarini"
Per maggiori informazioni al riguardo, si rimanda al sito: http://scenarieconomici.it/usa-2016-e-il-neoliberismo-il-grande-sconfitto/


E' dunque la vittoria del popolo contro le elites, come viene efficacemente spiegato nel seguente articolo di Giulietto Chiesa su Sputnik NewsMegachip e Pandora Tv:

Popolo versus élite

Il funerale del mainstream occidentale è stato celebrato ufficialmente ieri con la vittoria campale di Donald Trump [Giulietto Chiesa]


l funerale del mainstream occidentale è stato celebrato ufficialmente ieri con la vittoria campale di Donald Trump. Infatti tutti i commentatori delle grandi catene televisive dell'Occidente (e, di conseguenza, quelli che hanno invaso le reti tv italiane) erano in lutto profondo.

Per settimane, mesi, ci hanno venduto la signora Clinton come futura, inevitabile vincitrice. Tutti i sondaggi l'hanno data sistematicamente in testa. I duelli televisivi con Donald erano tutti vittoriosi per lei.
La demonizzazione di Trump è proseguita, su scala nazionale e internazionale, rilanciata obbedientemente da tutto il mainstream.
E, per aumentare la dose, tutte le catene televisive dell'Occidente hanno pappagallescamente ripetuto (ovviamente senza curarsi di effettuare alcun controllo sulle fonti) che la Russia, Putin in persona, era all'origine della pubblicazione delle mail compromettenti che riguardavano la candidata democratica.
 In tal modo si prendevano due piccioni con una fava: si qualificava Trump con un traditore della nazione americana (combutta con il nemico) e si accusava la Russia di interferenza negli affari interni degli Stati Uniti.
Incurante del ridicolo, il vice-presidente in carica degli Stati Uniti andava in tv a farsi intervistare da una importante catena americana, per dire al mondo che la Russia sarebbe stata avvertita duramente per eventuali rappresaglie poiché - testuale - "la gente non si rende come di come si possano modificare sostanzialmente i risultati elettorali". In tal modo proclamando urbi et orbi che la sua America era diventata improvvisamente una repubblica delle banane. Dichiarazione tanto comica quanto rivelatrice: con ogni probabilità l'Amministrazione aveva nei suoi cassetti dei sondaggi d'opinione molto più attendibili di quelli che venivano distribuiti al pubblico mondiale dalla CNN e dalle altre corazzate dell'informazione manipolata.
Sondaggi che riflettevano un possibile risultato come quello che poi si è verificato nella realtà, e cioè che Trump era in grande vantaggio. E, dunque la squadra della signora Clinton (Barack Obama partecipe) stava tramando per tentare qualche operazione diversiva per invalidare il voto.

L'uscita, a una settimana dal voto, della nuova incriminazione della Clinton, da parte dell'FBI, assumeva l'aspetto di una contromanovra politica equivalente a un siluro contro la candidata democratica. Dunque, riassumendo, la vittoria di Trump è stata preceduta da una vera e propria contesa "all'ultimo sangue" sotto il tappeto. Di cui naturalmente il mainstream non ha dato alcuna notizia. 

 Fino a che la sconfitta della "sicura vincitrice" ha assunto tali proporzioni da rendere praticamente impossibile ogni tentativo di falsificazione del voto.
Ma questo è un altro capitolo della storia: quello di una crisi profonda della democrazia americana. Per ora sono i dati a parlare: Trump è presidente, con il controllo dell'intero Congresso, essendosi assicurato la maggioranza della Camera dei rappresentanti e del Senato.


La spiegazione del "mistero" sta nel fatto che Trump ha parlato a un "America profonda" che non è stata nemmeno consultata dai sondaggisti: quella che non è mai andata a votare e che è disgustata dalle élites che si sono alternate al potere in questi ultimi decenni. Perfino i "latinos", che avrebbero avuto da temere dalle sue dichiarazioni quasi razziste, hanno in gran parte votato per lui. Perfino molte donne (che lui ha abbondantemente offeso in campagna elettorale) hanno votato per lui. Vuol dire che, in una significativa misura, l'insofferenza popolare contro la "casta washingtoniana" è divenuta predominante su ogni altra considerazione, ed è stata decisiva.

Stiamo assistendo dunque, nello stesso tempo, a una sonora lezione alle classi politiche dominanti in America in Europa. Incapaci non solo di affrontare la crisi che le travaglia, ma anche di uscire dalle illusioni che le accecano. Gli adoratori dell'America non si sono accorti che essa non è (più) quella che loro si figuravano. 
È migliore o peggiore? Non lo sappiamo al momento. Certo è in crisi. C'è da sperare che sia migliore dell'establishment che ha appena sonoramente sconfitto.


Il funerale del mainstream occidentale è stato celebrato ufficialmente ieri con la vittoria campale di Donald Trump. Infatti tutti i commentatori delle grandi catene televisive dell'Occidente (e, di conseguenza, quelli che hanno invaso le reti tv italiane) erano in lutto profondo.

Per settimane, mesi, ci hanno venduto la signora Clinton come futura, inevitabile vincitrice. Tutti i sondaggi l'hanno data sistematicamente in testa. I duelli televisivi con Donald erano tutti vittoriosi per lei.
La demonizzazione di Trump è proseguita, su scala nazionale e internazionale, rilanciata obbedientemente da tutto il mainstream.
E, per aumentare la dose, tutte le catene televisive dell'Occidente hanno pappagallescamente ripetuto (ovviamente senza curarsi di effettuare alcun controllo sulle fonti) che la Russia, Putin in persona, era all'origine della pubblicazione delle mail compromettenti che riguardavano la candidata democratica.
 In tal modo si prendevano due piccioni con una fava: si qualificava Trump con un traditore della nazione americana (combutta con il nemico) e si accusava la Russia di interferenza negli affari interni degli Stati Uniti.
Incurante del ridicolo, il vice-presidente in carica degli Stati Uniti andava in tv a farsi intervistare da una importante catena americana, per dire al mondo che la Russia sarebbe stata avvertita duramente per eventuali rappresaglie poiché - testuale - "la gente non si rende come di come si possano modificare sostanzialmente i risultati elettorali". In tal modo proclamando urbi et orbi che la sua America era diventata improvvisamente una repubblica delle banane. Dichiarazione tanto comica quanto rivelatrice: con ogni probabilità l'Amministrazione aveva nei suoi cassetti dei sondaggi d'opinione molto più attendibili di quelli che venivano distribuiti al pubblico mondiale dalla CNN e dalle altre corazzate dell'informazione manipolata.
Sondaggi che riflettevano un possibile risultato come quello che poi si è verificato nella realtà, e cioè che Trump era in grande vantaggio. E, dunque la squadra della signora Clinton (Barack Obama partecipe) stava tramando per tentare qualche operazione diversiva per invalidare il voto.

L'uscita, a una settimana dal voto, della nuova incriminazione della Clinton, da parte dell'FBI, assumeva l'aspetto di una contromanovra politica equivalente a un siluro contro la candidata democratica. Dunque, riassumendo, la vittoria di Trump è stata preceduta da una vera e propria contesa "all'ultimo sangue" sotto il tappeto. Di cui naturalmente il mainstream non ha dato alcuna notizia. 

 Fino a che la sconfitta della "sicura vincitrice" ha assunto tali proporzioni da rendere praticamente impossibile ogni tentativo di falsificazione del voto.
Ma questo è un altro capitolo della storia: quello di una crisi profonda della democrazia americana. Per ora sono i dati a parlare: Trump è presidente, con il controllo dell'intero Congresso, essendosi assicurato la maggioranza della Camera dei rappresentanti e del Senato.


La spiegazione del "mistero" sta nel fatto che Trump ha parlato a un "America profonda" che non è stata nemmeno consultata dai sondaggisti: quella che non è mai andata a votare e che è disgustata dalle élites che si sono alternate al potere in questi ultimi decenni. Perfino i "latinos", che avrebbero avuto da temere dalle sue dichiarazioni quasi razziste, hanno in gran parte votato per lui. Perfino molte donne (che lui ha abbondantemente offeso in campagna elettorale) hanno votato per lui. Vuol dire che, in una significativa misura, l'insofferenza popolare contro la "casta washingtoniana" è divenuta predominante su ogni altra considerazione, ed è stata decisiva.

Stiamo assistendo dunque, nello stesso tempo, a una sonora lezione alle classi politiche dominanti in America in Europa. Incapaci non solo di affrontare la crisi che le travaglia, ma anche di uscire dalle illusioni che le accecano. Gli adoratori dell'America non si sono accorti che essa non è (più) quella che loro si figuravano. 
È migliore o peggiore? Non lo sappiamo al momento. Certo è in crisi. C'è da sperare che sia migliore dell'establishment che ha appena sonoramente sconfitto.


Fonte: https://it.sputniknews.com/opinioni/201611093607220-usa-elezioni-presidenziali-2016-trump-clinton/



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